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Il Ministro degli Esteri iraniano Zarif, ha rilasciato una lunga intervista al canale americano CBS, per il programma “Face the Nation”. Di questa intervista, cio’ che ha fatto notizia – particolarmente in Italia – e’ la minaccia di Zarif di far ripartire l’arricchimento dell’uranio, se gli Stati Uniti dovessero decidere di cancellare l’accordo nucleare.

Ben pochi hanno invece notato quanto affermato da Zarif in merito allo scambio di prigionieri. Il Ministro degli Esteri iraniano ha infatti affermato che, un simile scambio con gli Stati Uniti, sara’ possibile “per ragioni umanitarie”, solamente davanti ad un “cambio di atteggiamento” verso Teheran, da parte di Washington.

Le parole di Zarif dovrebbero essere condannate dall’intera Comunita’ Internazionale. Sono l’ennesima dimostrazione del fatto che – gli arresti di cittadini iraniani in possesso di doppia cittadinanza, avvenuti in questi anni – hanno seguito una strategia molto chiara: la strategia del ricatto.

Con l’accusa di spionaggio per una “nazione nemica”, accusa sempre buona per ogni stagione, Teheran ha condannato ad anni di galera diversi cittadini iraniani con doppia cittadinanza, tra questi anche americani (come Siamak Namazi, Baquer Namazi e  Karan Vafadari), inglesi (come Nazanin Zaghari-Ratcliffe e Kamal Foroughi) e canadesi (come Saeed Malekpour).

C’e’ un caso poi che, indirettamente, riguarda anche l’Italia: si tratta del caso di Ahmadreza Djalali, in possesso di cittadinanza svedese, ma per anni residente a Torino, dove ha lavorato presso l’Universita’ del Piemonte Orientale. Purtroppo Ahmadreza e’ stato condannato addirittura a morte!

In totale 13 cittadini iraniani, che oggi marciscono nelle galere del regime, in attesa che uno Stato Occidentale paghi per le loro vite. Cosi come nel 2016, durante la Presidenza Obama, gli Stati Uniti pagarono omilioni di dollari per liberare il Pastore cristiano Saeed Abedini e il giornalista del Washington Post Jason Rezaian.

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Non e’ facile comprendere quanto sta accadendo nell’Unione Europea, per quanto concerne i rapporti con l’Iran. Dopo la “decertification” decisa dal Presidente USA Donald Trump, infatti, il Presidente Macron ha preso fortemente l’iniziativa, rompendo alcuni tabù relativi alla inviolabilita’ dell’accordo sul nucleare.

Macron, in particolare, ha affermato che e’ necessario rivedere il JCPOA e avviare un negoziato con la Repubblica Islamica per quanto concerne il ruolo regionale dell’Iran – particolarmente in Yemen e Siria – e il programma missilistico del regime.

Ovviamente, dall’Iran sono arrivate risposte negative: il regime ha chiaramente fatto capire di non essere disposto a negoziare ne sulla presenza nella regione (Khamenei e’ stato chiaro in merito), ne tanto meno sullo sviluppo del programma missilistico.

A fronte del diniego iraniano, proprio in questi giorni, Francia, Gran Bretagna e Germania, hanno aperto all’ipotesi di nuove sanzioni dell’Unione Europea contro Teheran. In un documento riservato, i tre Paesi hanno particolarmente condannato il trasferimento di missili verso lo Yemen e la collaborazione tra la milizia Houthi e Hezbollah. Via Twitter, il Ministro degli Esteri iraniano Zarif, ha accusato l’Occidente di “ipocrisia” (poco dopo e’ stato ricoverato in ospedale, probabilmente dallo stress).

In mezzo a tutti questi fermenti, la Mogherini sembra vivere in un mondo tutto suo. Nonostante il suo ruolo di Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’UE, la Mogherini persegue imperterrita la linea di opposizione, sia ad ogni negoziato sull’accordo nucleare. Non solo: proprio mentre i diplomatici dei principali Paesi dell’Unione – perche’ Londra e’ formalmente ancora dentro – aprivano a nuove sanzioni, la Mogherini dichiarava alle televisioni che “non sono in progetto nuove sanzioni dell’UE verso l’Iran”.

Peccato che, nelle stesse ore in cui Mogherini negava, il Ministro degli Esteri del Belgio Didier Reynders, affermava alla stampa che “stiamo esplorando tutte le possibili misure per avere lo stesso tipo di pressioni, che abbiamo esercitato sul dossier nucleare”. In altre parole: nuove sanzione UE contro Teheran, sono sul tavolo…

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Dopo l’appello di ieri, firmato dai parlamentari italiani, oggi esce un nuovo appello contro il regime iraniano, questa volta sottoscritto da 265 membri del Parlamento europeo (link).

Si tratta di un appello durissimo, che condanna Teheran non solo per le esecuzioni capitali – il 55% delle esecuzioni mondiali avviene in Iran – ma anche per l’assenza dei diritti delle donne e per il massacro degli oppositori politici compiuto nel 1988. In tema di pena di morte, per la cronaca, l’appello ricorda che questa pratica e’ sostenuta dallo stesso Presidente Rouhani, che le ha definite parte della “legge Divina”.

La parte più forte dell’appello, e’ quella finale, ove si chiede esplicitamente di inserire le Guardie Rivoluzionarie iraniane – i famosi Pasdaran – nella blacklist dell’Unione Europea, non solo per il sostegno al terrorismo, ma anche per il capillare controllo dell’economia iraniana.

L’appello, fortunatamente, e’ stato firmato anche da numerosi deputati italiani tra i quali ricordiamo: Barbara Spinelli, Remo Sarnagiotto, David Sassoli, Salvatore Domenico Pogliese, Aldo Patriciello, Alessia Maria Mosca, Fulvio Martusciello, Elena Gentile, Elisabetta Gardini, Lorenzo Fontana, Raffaele Fitto, Paolo De Castro, Andrea Cozzolino, Silvia Costa, Mercedes Bresso, Nicola Caputo e Renata Briano (link).

Stasera, come riportato dalla stampa, arriverà in Italia il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif. A giudicare dai due appelli pubblicati in questi giorni, riteniamo sia un dovere da parte del Ministro Alfano e del Premier Gentiloni, riportare a Zarif le richieste dei legislatori italiani ed europei. 

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Oggi, 27 gennaio, è la giornata internazionale dedicata al ricordo dell’Olocausto. Una giornata stabilita dalle Nazioni Unite, con una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 24 gennaio 2005, alla vigilia della commemorazione dei sessanta anni dalla liberazione sovietica del campo di concentramento di Auschwitz.

Purtroppo, mentre il mondo ricorda questa tragedia, molti Paesi Occidentali e democratici, continuano a implementare le relazioni diplomatiche ed economiche con il regime iraniano. Un regime fondamentalista e islamista che, putroppo, ha fatto del negazionismo e dell’antisemitismo, una caratteristica ideologica vitale. Teheran, infatti, non solo non riconosce la veridicità dell’Olocausto, ma attivamente promuove conferenze e concorsi di vignette, il cui scopo dichiarato è dimostrare la falsità della Shoàh. Peggio, il primo promotore di questo negazionismo è lo stesso Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran e figura più importante del regime (No Pasdaran).

Con l’arrivo di Rouhani alla Presidenza, Teheran ha provato a smorzare i toni sul tema rispetto al periodo di Ahmadinejad. Purtroppo, la verità non si può nascondere e non basta parlare in inglese per poterlo fare. Quando il Ministro degli Esteri raniano Zarif, intervistato negli USA, provò a disconoscere che Khamenei fosse un negazionista, appena tornato in Iran il Parlamento lo ha chiamato d’urgenza a conferire con una commissione speciale ed essere costretto a ritrattare quanto affermato all’estero (Adnkronos). Lo stesso Rouhani, durante una intervista alla CNN, sembrò confermare la condanna dell’Olocausto. Bastarono solamente poche ore, per capire che la traduzione dal farsi all’inglese non era stata corretta e che Rouhani non neanche menzionato il termine “Olocausto” e che aveva demandato agli storici un giudizio su questo periodo storico (Daily Beast).

La questione dell’antisemitismo iraniano, non è solo una questione di follia ideologica e di propaganda da parte del regime. Nell’antisemitismo iraniano, esiste una tremenda attualità chiamata antisionismo. Teheran lavora attivamente non solo per la cancellazione di Israele dalle mappe – finanziando il peggior terrorismo regionale (Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica) – ma anche organizzando e finanziando attentati terroristici contro centri ebraici nel mondo (esemplare quello contro il centro AMIA di Buenos Aires del 1994).

Purtroppo,  come si ricorderà, lo scorso anno di questi tempi – mentre si celebrava il Giorno della Memoria – l’Italia copriva le statue dei musei capitolini in onore di Rouhani, rappresentante di un regime antisemita e antisionista. Una vergogna nazionale e internazionale che fece il giro del mondo.

Se veramente si vuole dare un senso alla Memoria, non bisogna solamente prendersi solamente 24 ore l’anno per ricordare, ma anche agire concretamente perchè la storia diventi veramente maestra di Vita. La condanna e l’isolamento del regime iraniano antisemita, antisionista e negazionista, è una parte fondamentale del miglior modo di ricordare!

Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all'ambasciata pakistana - rappresentante degli interessi di Teheran negli USA - per chiedere il visto di ingresso in Iran

Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all’ambasciata pakistana – rappresentante degli interessi di Teheran negli USA – per chiedere il visto di ingresso in Iran

Era il febbraio del 2016, e nella Repubblica Islamica erano previste le elezioni parlamentari. In quella occasione, tre membri del Congresso americano – Mike Pompeo, Lee Zeldin e Frank LoBiondo – inviarono una lettera alla Guida Suprema Ali Khamenei e al Capo dei Pasdaran Ali Jafari, chiedendo di ricevere un visto di ingresso per visitare l’Iran. Il loro scopo, secondo quanto riportato nella lettera, era quello di: incontrare i leader iraniani, tra cui Mohsen Fakhriazadeh, il padre del programma nucleare iraniano; incontrare i cittadini americani detenuti in Iran; visitare i siti di Parchin, Arak e Fordow, dove il regime ha realizzato il suo programma nucleare e fatto test su esplosioni atomiche; affrontare la questione del programma missilistico iraniano e dei test realizzati dal regime dopo l’accordo nucleare (in piena violazione dell’accordo stesso); parlare dell’arresto dei 12 marines americani, detenuti nel gennaio 2016, in maniera non conforme alla Convenzione di Ginevra.

Per mesi il regime iraniano ha ignorato la richiesta dei tre parlamentari americani. Per questo, nell’aprile del 2016, i tre membri del Congresso hanno scritto una nuova lettera alle autorità di Teheran, rinnovando la richiesta di avere un visto di ingresso. Questa volta, la risposta è arrivata da parte di Javad Zarif: il Ministro degli Esteri iraniano, ha rigettato la richiesta dei rappresentanti americani, accusando i tre di voler unicamente colpire la Repubblica Islamica (No Pasdaran).

Purtroppo per Teheran, uno di quei tre membri del Congresso americano, per la precisione Mike Pompeo, è stato nominato da Donald Trump neo direttore della CIA. Poco prima di ricevere la nomina, Pompeo aveva espresso chiaramente il suo pensiero sull’accordo nucleare firmato nel luglio del 2015: un accordo pessimo, che ha messo solamente in maggiore pericolo gli Stati Uniti e i suoi alleati nel mondo. Non solo: Pompeo ha anche ricordato che, in un solo anno, Teheran ha più volte violato i patti, soprattutto realizzando test missilistici, con vettori capaci di trasportare potenzialmente delle bombe nucleare.

L’intevista che vi proponiamo qui sotto, realizzata da Fox News, è stata girata appena due settimane prima della nomina di Pompeo a capo della Central Intelligence Agency. Buona visione!!!

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Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

Servizi dalla TV del regime iraniano Press TV

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Il due ottobre scorso, una importante delegazione tedesca è giunta in Iran. La delegazione era guidata dal Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel e con lui c’erano ben 120 imprenditori (tra loro i rappresentanti di importanti compagnie come la Siemens, la SMS metallurgy group, la Keller HCW e la Mitsubishi Germania). Teoricamente, per Teheran, si doveva trattare di un enorme successo, sia in termini di visibilità che di accordi, considerano che Gabriel aveva firmato con il suo omologo iraniano Ali Tayyebnia ben 10 accordi preliminari, tra cui un accordo fondamentale tra la Banca Federale tedesca e la Banca Centrale iraniana. Un patto necessario per Teheran, soprattutto perchè quasi nessuna banca al mondo vuole – ancora oggi – lavorare con la Repubblica Islamica.

Qualcosa però è andato drammaticamente storto e questo qualcosa dimostra quanto, nella testa del regime iraniano, il fanatismo ideologico superi qualsiasi tipo di pragmatismo politico. Al contrario degli altri politici Occidentali giunti a Teheran, il Ministro dell’Economia tedesco Gabriel si è azzardato a fare due cose che non avrebbe dovuto neanche immaginiare: parlando al Der Spiegel, il rappresentante di Berlino ha pubblicamente invitato il regime ad attuare riforme e ha posto il riconoscimento diplomatico di Israele da parte dell’Iran, come precondizione per i nuovi rapporti tra Berlino e Teheran (EA World View).

Apriti cielo: una volta diffuse dai media iraniani le parole di Gabriel, il regime si è immediatamente chiuso a riccio. Il Ministro degli Esteri Zarif e lo speaker del Parlamento Larijani hanno entrambi cancellato il loro incontro con Sigmar Gabriel. Il capo della Magistratura iraniana, Sadeq Amoli Larijani – fratello di Javan Larijani, recentemente passato per Roma… – ha pubblicamente detto che l’Iran avrebbe dovuto negare l’ingresso a Gabriel. Chi ha incontrato il Ministro tedesco, come il portavoce del Governo iraniano Mohammad Bagher Nobakht, ha dovuto tutelarsi inventando che Gabriel gli avrebbe privatamente detto che le sue parole erano state “traviate” dal Der Spiegel (Tasnim News, Mehr News, Fars News, Mehr News).

Purtroppo per Teheran, c’è ben poco da inventare per il regime iraniano: nell’intervista del 30 settembre scorso, infatti, il Ministro Gabriel dice esplicitamente che “Ein normales, freundschaftliches Verhältnis zu Deutschland wird erst dann möglich sein, wenn Iran das Existenzrecht Israels akzeptiert“, ovvero che ogni relazione amichevole tra la Germania e l’Iran passa necessariamente per il riconoscimento (da parte di Teheran), del diritto di Israele ad esistere (Der Spiegel). Tra le altre cose, una precondizione già dichiarata esplicitamente dalla Cancelliera Angela Merkel nel febbraio del 2016 (Indipendent).

Quanto successo al Ministro tedesco, rappresenta l’ennesima dimostrazione che la sola modalità in cui i rappresentanti di Teheran sanno trattare con il mondo, è quella che non prevede alcun tipo di critica. D’altronde, recentemente proprio l’Italia ha sperimentato sulla sua pelle quanto suddetto: le critiche sull’uso della pena di morte espresse da Gentiloni al Segretario del Consiglio per i Diritti Umani iraniano, Javan Larijani durante la sua visita in Italia, sono state totalmente censurate dai media iraniani (No Pasdaran).

Purtroppo, la Farnesina non ha in alcun modo reagito a questa ignobile censura, dimostrando solamente la debolezza della sua diplomazia.