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In Farsi si chiama “Emad”, in inglese “Pillar” e in Italiano “Pilastro”. Come lo si chiami poco importa, ciò che conta e’ che l’Iran ha testato un nuovo missile balistico SSM (superficie-superficie) a lunga gittata. Un missile variante dello Shahab-3, capace di raggiungere perlomeno i 1700 chilometri di gittata. La differenza rispetto al “suo patrigno” e’ data dalla maggiore manovrabilità del missile Emad, in poche parole dalla capacita’ di colpire un bersaglio con maggior precisione (CSIS).

Ora: non e’ certo la prima volta che la Repubblica Islamica testa un missile balistico. Non e’ la prima volta e certo non sara’ l’ultima. C’e’, pero’, qualcosa di diverso in questa nuova mossa di Teheran: il nuovo test missilistico, infatti, dimostra tutte le illusioni, le debolezze e le bugie dell’Iran Deal. Sottolineiamo il termine bugie, riferendoci al “prodotto di scarsa qualità'” che le diplomazie Occidentali stanno vendendo in questi mesi al pubblico, allo scopo di ottenere sostegno per l’accordo nucleare con l’Iran. Ecco di seguito una dimostrazione pratica di quanto appena affermato.

Pochi sanno che, almeno in teoria, l’accordo firmato il 14 luglio scorso a Vienna tra l’Iran e il P5+1 – il cosiddetto JCPOA – e la risoluzione ONU che ne e’ seguita – la numero 2231 – non sono la stessa cosa. Meglio: secondo la lettura Occidentale, la Risoluzione ONU seguita all’Iran Deal sarebbe la naturale prosecuzione del patto stretto in Austria e, tra le altre cose, la sola via che l’Iran ha per ottenere legalmente la fine delle sanzioni. Infatti, se a dover essere cancellate sono le sanzioni approvate dalle Nazioni Unite, e’ assolutamente logico che il JCPOA deve trovare un fondamento legale nel Consiglio di Sicurezza ONU. Purtroppo, il regime iraniano non la vede allo stesso modo.

Secondo la lettura di Teheran, infatti, il JCPOA e la Risoluzione ONU 2231 non sono “naturalmente collegati”. Per questo motivo, parola dell’establishment iraniano, il regime islamico ritiene di dover rispettare unicamente quanto stipulato a Vienna e non quanto incluso nella Risoluzione delle Nazioni Unite. Perche’? Semplice: per avere le mani libere e poter tornare indietro in ogni momento. Evitando il “committment” alla Ris. 2231, l’Iran evita anche di dover tener fede agli allegati della risoluzione ONU. Tra questi allegati c’e’ il cosiddetto “Annex 3” che, precisamente,  “richiama l’Iran a non mettere in atto attività collegato allo sviluppo di missili balistici capaci di trasportare armi nucleare, compresi sistemi di lancio usati per questo genere di tecnologia per missili balistici, per almeno otto anni dalla firma dell’JCPOA” (UN. Res. 2231).

Perché questa differenza e’ estremamente importante? Per vari motivi. Il primo, ovvio, e’ che due diverse vedute di una stessa intesa da parte dei contraenti, sono il primo passo per il fallimento di un accordo. Secondo motivo, forse più importante, e’ che l’Iran non ritiene di essere obbligato a rispettare quanto previsto dalla risoluzione ONU (di cui pero’ intende godere dei vantaggi). Tra le altre cose inserite nella Ris. ONU 2231 e non nel JCPOA, c’e’ anche l’embargo alla vendita di armamenti all’Iran per i prossimi cinque anni (Memri).

La differenza tra il JCPOA e la Risoluzione ONU 2231, quindi, sono la lampante dimostrazione della inconsistenza tecnica dell’accordo nucleare con l’Iran. Un accordo sottoscritto per meri fini politici, non legato alla sicurezza mondiale, ma al business internazionale. Che almeno si abbia il coraggio di ammetterlo. 

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I responsabili dell'attacco ad AMIA. Dall'alto a sinistra: Akbar Hashemi Rafsanjani, Ali Fallahian, Ali Akbar Velayati, Moshe Rezai, Imad Fayez Moughnieh, Moshen Rabbani, Ahmad Reza Ashgari e Ahamad Vahidi

Dall’alto a sinistra: Akbar Hashemi Rafsanjani, Ali Fallahian, Ali Akbar Velayati, Moshe Rezai, Imad Fayez Moughnieh, Moshen Rabbani, Ahmad Reza Ashgari e Ahamad Vahidi

Liberi tutti, non importa quanto siano macchiate di sangue le loro mani. Potrebbe essere questo lo slogan dell’Iran Deal, almeno per quanto concerne la fine delle sanzioni verso alcuni dei maggiori esponenti dell’establishment del regime iraniano. Tra coloro che beneficeranno del sanction lifting dell’Unione Europea, ad esempio, c’e’ anche l’ex Ministro della Difesa di Teheran, il Pasdaran Ahmad Vahidi (articolo WSJ). Vahidi, pero’, non e’ stato solo uno dei principali pianificatori del programma nucleare iraniano ma – come ex capo della Forza Quds – e’ stato anche uno dei primi responsabili dell’organizzazione degli attentati finanziati dal regime iraniano all’estero.

Tra gli attentati più importanti compiuti dagli agenti di Teheran sotto ordine di Vahidi, c’e’ stato anche l’attacco al centro ebraico AMIA di Buenos Aires il 18 luglio del 1994. Un terribile scoppio che ha fatto crollare una intera palazzina e ha provocato la morte di 85 innocenti, colpiti unicamente per la loro fede. L’Interpol indico’ in Ahmad Vahidi e altre esponenti del regime iraniano i responsabili diretti dell’attentato. Purtroppo – come la triste uccisione del giudice argentino Alberto Nisman ha dimostrato – negli anni l’Iran ha lavorato in combutta con una parte del Governo argentino per insabbiare la verità. In queste settimane, quindi, il sito Business Insider, ha denunciato come Buenos Aires stia ancora aiutando Teheran ad insabbiare la verità, in cambio di accordi economici. Vogliamo anche ricordare che, l’attentato al centro AMIA, fu deciso da una commissione speciale iraniana in cui sedeva anche l’ex Presidente Rafsanjani e l’attuale consigliere di Khamenei, Velayati.

Aggiungiamo anche che, purtroppo, del sanction lifting del Dipartimento del Tesoro americano beneficerà anche la compagnia del Pasdaran, la Khatam al Anbia. Come denuncia l’esperto Ali Alfoneh, pero’, depenalizzare la Khatam al Anbia – un vero e proprio impero economico delle Guardie Rivoluzionarie – avrà come effetto un aumento del business legato al terrorismo internazionale e al sostegno ai regime anti-Occidentali. La Khatam al Anbia, infatti, ha interessi che partono dall’Iran e arrivano sino al Venezuela, passando per l’Iraq, il Libano e la Siria. La prima conseguenza di questa decisione, quindi, sara’ il rafforzamento di gruppi terroristi come Hezbollah e di ditattori assassini come Bashar al Assad.

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L’accordo nucleare iraniano rappresenta una vera e propria vittoria diplomatica per il regime iraniano che, purtroppo, ha ricevuto un riconoscimento politico e materiale – il programma nucleare sviluppato clandestinamente – da coloro che, teoricamente, avrebbero dovuto difendere i valori della legalità e della democrazia. Grazie all’Iran Deal, al contrario, la lotta per la libertà ripresa faticosamente dal popolo iraniano nel 2009, e’ stata praticamente cancellata e l’Occidente ha firmato una cambiale di garanzia per la sopravvivenza del regime fondamentalista iraniano. Hassan Rouhani, sotto la cui Presidenza si sono compiuti i peggiori abusi dei diritti umani, ha giustamente rimarcato che, l’accordo firmato a Vienna il 14 luglio scorso, rappresenta una vittoria per Teheran. Meglio, Rouhani ha descritto la vittoria diplomatica iraniana con una metafora calcistica: “anche se parliamo di una partita di calcio, quando raccontiamo se abbiamo vinto o perso, possiamo dire che noi abbiamo segnato 3 goal contro 2. Qualcuno ha detto che avremmo potuto segnare più goal. Noi, pero’, dobbiamo considerare la squadra contro cui abbiamo giocato. Noi possiamo fare più richieste se ci sediamo a bordo campo e guardiamo la partita come tifosi“. Il significato e’ chiaro: il regime iraniano ha ottenuto quello che voleva – un riconoscimento politico – dai principali attori internazionali, ed e’ oggi pronto a giocare la parte del buon samaritano, perché sa bene che questo gli permetterà di ottenere ancora più concessioni dai suoi arrendevoli rivali. La metafora calcistica di Rouhani ha esaltato la Rete che, immediatamente, ha diffuso una immagine di Rouhani calciatore, in preda alla gioia dopo aver segnato una delle tre reti. 

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Una delle grandi vittorie ottenute dal regime iraniano con il nuclear deal, e’ il rilascio a breve termine di oltre 150 miliardi di dollari per mezzo dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali. Una buona parte di questi soldi, chiaramente, finiranno nelle tasche dei Pasdaran, a cui Rouhani dovrà pagare una tangente in cambio del sostegno all’accordo di Vienna. Gli interessi economici dei Pasdaran, infatti, sono altissimi e certamente i Guardiani della Rivoluzione non accetteranno di vedere il loro budget diminuire. A loro volta, i Pasdaran useranno i soldi per finanziare i loro clienti – ovvero i gruppi terroristi e le milizie sciite – in tutto il Medioriente. In particolare, i soldi verranno usati per pagare i foreign fighters sciiti che, sotto il controllo della Forza Quds, partono oggi dall’Iran per combattere in Iraq, Siria e Yemen. Ecco allora spiegata anche l’importanza di una legge che il Parlamento iraniano sta discutendo in questi giorni: grazie a questa legge, infatti, i foreign fighters sciiti che si arruoleranno per la jihad, otterranno in cambio la cittadinanza iraniana. Un incentivo fortissimo soprattutto per tutti quei disperati rifugiati afghani che, quotidianamente, abbandonano il loro Paese per il vicino Iran, in cerca di una vita migliore. Sinora, parte di questi disperati sono stati mandati a combattere la jihad in cambio di uno stipendio e del visto per rimanere nella Repubblica Islamica. Grazie a questa nuova legge, che richiede un espresso parere positivo dei Pasdaran, un numero ancora più alto di immigrati sciiti arriverà da Paesi come l’Afghanistan, pronti a prendere il fucile per proteggere l’imperialismo iraniano nella regione. Tutto questo, grazie al contributo diretto dell’Occidente e della sua vergognosa scelta di inginocchiarsi al regime iraniano.

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Oggi abbiamo deciso di portare all’attenzione dei nostri lettori un articolo proveniente dalla stampa araba, precisamente dal sito libanese NOW. Il contenuto dell’articolo, a firma di Hussain Abdul-Hussain, non rappresenta totalmente la posizione di questo sito, ma il suo significato generale e soprattutto le conclusioni, si sposano perfettamente con la posizione di No Pasdaran in merito all’Iran Deal e alle sue conseguenze geopolitiche. Il pezzo di Hussain Abdul-Hussain, molto significativamente, si intitola “l’America odia i sunniti”. Un titolo forte che, attraverso una serie di fatti, vuole denunciare la percezione di isolamento da parte della componente sunnita del mondo islamico, ovvero da parte della quasi totalità dei mussulmani nel mondo.

Hussain Abdul-Hussain parte da un dato di fatto molto semplice: negli ultimi anni, la politica estera della più importante potenza mondiale, ha nettamente favorito l’ascesa della Repubblica Islamica e determinato una perdita di potere crescente da parte del mondo sunnita. Tutto ciò, rileva Hussain, e’ avvenuto attraverso una serie di doppi standard applicati dalla quasi totalità del mondo Occidentale – nella lunga serie di avvenimenti che ha sconvolto la storia contemporanea del Medioriente.

Partiamo proprio dal nucleare: come noto il mondo sunnita vedeva nel dittatore iracheno Saddam Hussein un attore funzionale al contenimento della spinta espansionista del regime iraniano. La politica Occidentale contro il programma nucleare di Saddam Hussein – anche questo sviluppato clandestinamente – fu molto netta e determino’ non solo l’applicazioni di sanzioni internazionali, ma anche la decisione di parte della Comunita’ Internazionale di abbattere il regime baathista di Baghdad nel 2003. Per la precisione, Hussain Abdul-Hussain – cosi come No Pasdaran – non esprime alcun rimpianto verso un regime assassino come quello di Saddam, ma rileva che, al contrario di quanto accaduto in Iraq, l’Occidente ha scelto non soltanto di non agire contro il programma nucleare iraniano, ma di riconoscerlo ufficialmente. Questo, nonostante il fatto che Teheran sia firmatario del Trattato di Non Proliferazione Nucleare – e quindi già soggetto a normative di controllo ben definite e a tempo indeterminato. In pratica: la scoperta degli impianti clandestini di Natanz e Qom in Iran, invece di portare ad una punizione costante del regime iraniano sino alla chiusura di questi centri illegali, si e’ conclusa con un riconoscimento internazionale.

Non solo: anche gli alleati del regime iraniano, nonostante delle normative internazionali, non hanno pagato alcun prezzo per i loro crimini. Il caso esemplare e’ quello di Bashar al Assad e dell’attacco con armi chimiche avvenuto contro la città di Ghouta nell’agosto 2013. A dispetto delle minacce, Bashar al Assad non ha subito alcuna conseguenza reale in seguito del terribile attacco chimico a Ghouta, in cui perirono centinaia di innocenti. Fu trovato un accordo per l’esportazione all’estero delle armi chimiche di Assad ma, come ammette lo stesso Wall Street Journal in questi giorni, secondo l’intelligence americana il dittatore siriano sarebbe ancora in possesso di armi chimiche e nuovamente pronto ad usarle contro i ribelli. Ovviamente, tutto questo avviene mentre, proprio grazie all’Iran Deal, il regime iraniano riceverà dall’alleggerimento delle sanzioni almeno 150 miliardi di dollari, una cifra enorme che sara’ usata anche per tenere in vita il regime siriano (con o senza Assad, poco importa), le milizie sciite in Iraq e organizzazioni terroriste come Hezbollah.

La critica del quotidiano libanese alla politica del doppio standard Occidentale, pero’, non si ferma al nucleare e al terrorismo iraniano. Anche per quanto concerne la cosiddetta Primavera Araba, il mondo democratico ha applicato un drammatico doppio standard: quanto nel 2009 il regime iraniano represse l’Onda Verde – il movimento di protesta popolare scoppiato a seguito dell’illegale rielezione di Ahmadinejad – il mondo Occidentale non andò oltre una mera condanna diplomatica del regime Khomeinista. Al contrario, quanto gli stessi moti di piazza sono avvenuti nel mondo arabo sunnita, gli Stati Uniti e l’Occidente tutto, hanno impiegato pochi giorni per abbandonare a loro stessi leader politici per anni sostenuti ed elogiati come simbolo di stabilita’ e buon governo. Giustamente, si potrebbe sottolineare che questi leader arabi erano degli autocrati e il Medioriente senza di loro e’ un posto migliore. Critica accettata. A questo punto, pero’, deve essere rilevato come anche gli alleati del regime iraniano hanno ottenuto un trattamento differente. Quando e’ scoppiata la guerra civile in Siria, ben prima che l’opposizione siriana fosse ‘uccisa’ dagli islamisti, l’Occidente non ha fatto nulla di reale per aiutare finanziariamente e militarmente le milizie impegnati a lottare per una Siria libera, laica e democratica. 

La conclusione di Hussain Abdul-Hussain e’ molto chiara: il mondo sunnita si sente profondamente umiliato e percepisce da parte dell’Occidente di essere trattato come un partner di secondo livello rispetto al regime iraniano. Al contrario della retorica Occidentale, quindi, l’Iran Deal non fara’ che aumentare questa sensazione e questo senso di isolamento. Una percezione, reale o immaginaria non importa, che secondo Hussain Abdul-Hussain, non giochera’ a favore degli interessi nazionali degli Stati Uniti (e dell’Occidente tutto) e determinerà solamente un aumento del potere di organizzazioni terroriste e radicali come Isis e al Qaeda. 

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Pubblichiamo il video dell’intervista rilasciata alla CNN da Susan Rice, Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Barack Obama, in merito all’accordo nucleare tra il 5+1 e l’Iran. Come vedrete dal video, incalzata dal presentatore Wolf Blitzer, l’Ambasciatrice Rice e’ costretta ad ammettere che:

non ci saranno ispettori di nazionalità americana nel team AIEA che si andrà in Iran per ispezionare i siti nucleare. In altre parole, nessuno potrà assicurare che gli ispettori AIEA di altre nazionalità. In altre parole il giudizio dipenderà quindi da ispettori di Paesi che, potenzialmente, potrebbero non avere interesse riapprovare nuove sanzioni contro l’Iran…;

l’Iran potrà usare i soldi del sanction lifting per finanziare il terrorismo internazionale e che la questione del finanziamento internazionale del terrorismo, non era un argomento del negoziato con l’Iran. Un crimine per cui l’Iran e’ stato sanzionato con la Risoluzione 1803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (testo risoluzione)

l’Iran potrà usare i soldi del sanction lifting per aumentare i finanziamenti ai Pasdaran, ovvero coloro che controllano materialmente il programma nucleare e missilistico iraniano. Programmi clandestini per i quali l’Iran e’ stato soggetto alle risoluzione ONU e alle sanzioni internazionali (si legga la Ris. UNSC 1929 del 2010);

grazie al sanction lifting l’Iran potrà inviare liberamente i soldi per salvare il regime di Bashar al Assad. Soldi che permetteranno al regime siriano di restare in vita, di aumentare i massacri di Damasco contro i civili siriani e di perpetuare la continuazione del conflitto.

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Se vuoi capire Gaza, studia la geopolitica iraniana. Così si potrebbe riassumere, in poche parole, un consiglio a chiunque volesse seriamente cercare di capire quanto sta avvenendo a Gaza in un quadro regionale piu’ ampio. L’attuale crisi di Gaza, infatti, guarda caso accade proprio in un momento in cui a Teheran diverse cose pericolose bollono in pentola. Andiamo a vedere allora i motivi per cui il regime iraniano sta soffiando sul fuoco di Gaza, a discapito delle vite di migliaia di civili palestinesi ed israeliani.

  • Primo Punto: la Questione Nucleare: il regime iraniano al suo interno è diviso sul negoziato tra un’ala piu’ pragmantica, interessata solo a mantenere il potere nelle mani dei Mullah e a fare soldi con l’Occidente (Rouhani e Rafsanjani), e un’ala radicale, fondata sullo scontro culturale e militare contro l’Occidente. Quest’ala è quella attualmente guidata da Ali Khamenei e dai Pasdaran. Per la Guida Suprema, ad esempio, lo scontro con l’Occidente è la base della Velayat-e Faqih e non esiste un compromesso di grande periodo raggiungibile con il Grande Satana (gli Stati Uniti). I negoziati sul nucleare, quindi, sono praticamente ad un punto morto. Non solo: Khamenei li ha volontariamente deragliati, pubblicando numerose redlines che i negoziatori iraniani devono seguire. La crisi di Gaza, perciò, cade a fagiolo per tutte le fazioni iraniane: tenendo la Comunità Internazionale impegnata su Israele e Palestina, l’Iran punta ad ottenere almeno altri 6 mesi di negoziato, continuando ad intascare i profitti dell’alleggerimento delle sanzioni;
  • Secondo Punto:  la crisi di Gaza riporta l’Iran al centro della geopolitica palestinese. Con Hamas indebolito e l’accordo sottoscritto con Abu Mazen, Teheran rischiava di essere tagliata fuori dai giochi. Premendo sull’ala estremista di Hamas, perciò, Teheran ha indirettamente costretto all’angolo il movimento islamico, offrendosi come unica sponda di sostegno politico e militare. La Repubblica Islamica, infatti, sa molto bene che in questo momento tutti i Paesi arabi stanno voltando le spalle a Hamas, colpevole di aver portato avanti una politica di eccessiva interferenza negli affari interni di diversi Stati della regione (Egitto in testa);

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  • Terzo Punto: I Pasdaran. Le Guardie Rivoluzionarie hanno un solo scopo: lavorare per l’esportazione della rivoluzione khomeinista e salvaguardare il cosiddetto Asse della Resistenza (Iran, Siria, Hezbollah, Hamas). Dopo lo scoppio della crisi siriana, con Hamas schierato contro Bashar al Assad, i rapporti con Gaza si erano raffreddati. Negli ultimi mesi però, in raccordo con la fine dell’esperienza Morsi in Egitto, diversi esponenti di Hamas si sono recati in Iran a chiedere perdono per i loro peccati. I peccatori, chiaramente, sono stati accolti a braccia aperte come fedeli che ritornavano all’ovile dalla Forza Quds, a patto che facessero veramente ammenda dei loro peccati. La scelta di non firmare la tregua proposta da Il Cairo e di cercare lo scontro militare, sembra proprio corrispondere alla volontà di Hamas di dare ad una forza esterna (l’Iran) la prova della sua fedeltà all’obiettivo comune di  “distruggere Israele”. Putroppo, una prova di fedeltà data sulla pelle della vita degli abitanti di Gaza;
  • Quarto Punto: la situazione in Iraq e in Siria. Con il mondo concentrato sulla crisi di Gaza, l’Iran e i suoi alleati (Assad in primis) hanno campo libero di agire liberamente. In Iraq, Teheran ha campo libero per inviare le sue forze contro l’ISIS e ottenere così fedeltà assoluta da al Maliki (a discapito dell’unità dell’Iraq, probabilmente). I massacri in Siria, invece, sono drammaticamente spariti dalle TV mondiali, pur venendo portati avanti senza pietà da Bashar al Assad, grazie al sostegno dei Pasdaran iraniani e delle milizie sciite finanziate da Teheran. In Siria, per la cronaca, l’Iran sta costruendo un vero e proprio movimento Pasdaran parallelo, modellato su quello di Teheran;
  • Quinto Punto: il Libano di Hezbollah. Dopo lo scoppio della crisi siriana, Hezbollah ha subito una crisi interna ed esterna. Se prima era visto in Libano e non solo, come un movimento di liberazione, oggi è reputato solamente una organizzazione terrorista al servizio di Teheran e impegnata nell’uccisione dei nemici sunniti. La crisi di Gaza, quindi, consente ad Hezbollah di respirare e calmare le acque assai calde all’interno al Partito di Dio (soprattutto con l’avanza di ISIS in Iraq). E’ chiaro che Teheran approfitterà dello sguardo del mondo su Israele e Gaza per riarmare fortemente Hezbollah e usarlo per rafforza il potere in Libano e non solo.

 

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