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I responsabili dell'attacco ad AMIA. Dall'alto a sinistra: Akbar Hashemi Rafsanjani, Ali Fallahian, Ali Akbar Velayati, Moshe Rezai, Imad Fayez Moughnieh, Moshen Rabbani, Ahmad Reza Ashgari e Ahamad Vahidi

Dall’alto a sinistra: Akbar Hashemi Rafsanjani, Ali Fallahian, Ali Akbar Velayati, Moshe Rezai, Imad Fayez Moughnieh, Moshen Rabbani, Ahmad Reza Ashgari e Ahamad Vahidi

Liberi tutti, non importa quanto siano macchiate di sangue le loro mani. Potrebbe essere questo lo slogan dell’Iran Deal, almeno per quanto concerne la fine delle sanzioni verso alcuni dei maggiori esponenti dell’establishment del regime iraniano. Tra coloro che beneficeranno del sanction lifting dell’Unione Europea, ad esempio, c’e’ anche l’ex Ministro della Difesa di Teheran, il Pasdaran Ahmad Vahidi (articolo WSJ). Vahidi, pero’, non e’ stato solo uno dei principali pianificatori del programma nucleare iraniano ma – come ex capo della Forza Quds – e’ stato anche uno dei primi responsabili dell’organizzazione degli attentati finanziati dal regime iraniano all’estero.

Tra gli attentati più importanti compiuti dagli agenti di Teheran sotto ordine di Vahidi, c’e’ stato anche l’attacco al centro ebraico AMIA di Buenos Aires il 18 luglio del 1994. Un terribile scoppio che ha fatto crollare una intera palazzina e ha provocato la morte di 85 innocenti, colpiti unicamente per la loro fede. L’Interpol indico’ in Ahmad Vahidi e altre esponenti del regime iraniano i responsabili diretti dell’attentato. Purtroppo – come la triste uccisione del giudice argentino Alberto Nisman ha dimostrato – negli anni l’Iran ha lavorato in combutta con una parte del Governo argentino per insabbiare la verità. In queste settimane, quindi, il sito Business Insider, ha denunciato come Buenos Aires stia ancora aiutando Teheran ad insabbiare la verità, in cambio di accordi economici. Vogliamo anche ricordare che, l’attentato al centro AMIA, fu deciso da una commissione speciale iraniana in cui sedeva anche l’ex Presidente Rafsanjani e l’attuale consigliere di Khamenei, Velayati.

Aggiungiamo anche che, purtroppo, del sanction lifting del Dipartimento del Tesoro americano beneficerà anche la compagnia del Pasdaran, la Khatam al Anbia. Come denuncia l’esperto Ali Alfoneh, pero’, depenalizzare la Khatam al Anbia – un vero e proprio impero economico delle Guardie Rivoluzionarie – avrà come effetto un aumento del business legato al terrorismo internazionale e al sostegno ai regime anti-Occidentali. La Khatam al Anbia, infatti, ha interessi che partono dall’Iran e arrivano sino al Venezuela, passando per l’Iraq, il Libano e la Siria. La prima conseguenza di questa decisione, quindi, sara’ il rafforzamento di gruppi terroristi come Hezbollah e di ditattori assassini come Bashar al Assad.

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Questo fine settimana, come vi abbiamo anticipato, il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni si è recato in visita in Iran. Prima della sua partenza, purtroppo senza successo, avevamo pubblicato un articolo in cui chiedevamo al Ministro Gentiloni di farsi portatore di un messaggio di libertà per due prigionieri politici detenuti nella Repubblica Islamica, l’attivista Atena Farghadani e l’Ayatollah Boroujerdi. Nessuna risposta positiva è arrivata in tal senso e la questione dei diritti umani – seguendo i lanci di agenzia in Italia e in Iran – non è stata neanche toccata durante la visita diplomatica.

Tralasciando quanto richiesto dal Collettivo No Pasdaran, gli argomenti affrontati durante gli incontri tra Gentiloni e i rappresentanti del regime iraniano, sono rientrati pienamente nei canoni della mera propaganda di Teheran e non hanno affrontato i veri nodi problematici al centro dei rapporti tra la Repubblica Islamica e l’Occidente. Ormai, infatti, il regime iraniano gode di una completa impunità per i suoi crimini, soprattutto per quanto concerne la lotta la terrorismo. In tal senso, il Ministro Gentiloni ha accettato passivamente una lezione di morale dai rappresentati del regime iraniano, in primis dal Capo del Consiglio Nazionale Supremo per la Sicurezza Ali Shamkhani e dal Presidente Rouhani. Shamkhani, secondo quanto scritto da Iran Daily, ha ricordato a Gentiloni che, se oggi l’Occidente ha un problema con il terrorismo , ciò è meramente dovuto agli errori commessi dagli stesso Occidentali nella scelta degli alleati nella regione Mediorientale. Stessa lezione di morale, quindi, è arrivata dal Presidente Rouhani che ha sottolieato come Tehran abbia sempre messo in guardia i Governi Occidentali dal sostenere il terrorismo in Siria, Iraq e Libia.

La Siria e l’Iraq, come noto, restano i casi emblematici della mistificazione iraniana. Come abbiamo già scritto decine di volte, se oggi la Siria è divenuta il centro dello scontro tra Sciiti e Sunniti e se Daesh (Isis) è riuscito a conquistare il supporto di diverse tribu’ sunnite (soprattutto in Iraq), la prima motivazione va ricercata nel sostegno di Teheran ai Governo settari di Bashar al Assad e al Maliki. Il regime iraniano, salvando il potere di Assad, ha trasformato la rivoluzione siriana in una lotta tra due terribili jihadismi, quello khomineista e quello salafita. Stessa cosa dicasi per l’Iraq: Teheran ha reso l’ex Primo Ministro iracheno al Maliki un burattino nelle sue mani, provocando l’estromissione dei sunniti e dei curdi dalla regia del potere in Iraq.

Ritenere, quindi, che la risoluzione del problema di Daesh passi per una alleanza speciale con il jihadismo sciita finanziato dall’Iran, è una risposta drammaticamente errata e destinata ad aumentare lo scontro all’interno del Medioriente. Altrettanto fallimentare, quindi, risulterà il progetto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite De Mistura per la Siria. De Mistura ha ormai sdoganato ufficialmente Bashar al Assad, descrivendolo come una presenza essenzale per la risoluzione del conflitto. Damasco ha immediatamente approfittato dell’occasione per dimostrare un pubblico sostegno al piano di De Mistura per una sospensione degli scontro ad Aleppo. Peccato che, tutto questo progetto, abbia sempre incontrato il parere contrario delle opposizioni siriane presenti nell’area di Aleppo (dove ancora combatte una opposizione non qaedista e salafita). Non solo: senza alcuna reazione da parte di De Mistura, Assad ha ordinato l’espulsione di due inviati delle Nazioni Unite, incaricati di portare aiuti umanitari proprio ad Aleppo. La loro colpa è stata quella di aver negoziato con i ribelli per far arrivare gli aiuti umanitari ai civili ancora presenti in città.

A proposito di terrorismo khomeinista, concludiamo questo articolo evidenziando il fatto che la questione dello Yemen non ha meritato alcuna attenzione durante la visita di Gentiloni. Per Teheran, come noto, si tratta di un argomento scottante, considerando il fatto che i Mullah hanno attivamente sostenuto e sponsorizzato il golpe degli Houthi a Sanaa. Anche in questo caso, però, il far finta di nulla rischia di essere un gioco pericoloso. Ciò vale soprattutto per l’Italia, impegnata nella lotta al jihadismo salafita in Libia in stretta alleanza con l’Egitto di al Sisi. Al contrario del Ministro degli Esteri italiano, l’egiziano al-Sisi ha pubblicamente afffrontato la questione dello Yemen, evidenziando una forte preoccupazione per quanto concerne il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, una porta chiave per l’accesso al Mar Rosso. In tal senso, in una intervista con il quotidiano saudita Asharq al Awsat, al Sisi ha definto la sicurezza dell’Egitto come direttamente connessa a quella degli Stati Arabi del Golfo e lo la stabilità del Golfo come “una redline per l’Egitto”.

Un chiaro messaggio all’Iran, ma anche a tutta  la diplomazia Occidentale: combattere il terrorismo salafita portando avanti una alleanza privilegiata con la Repubblica Islamica dell’Iran – e, indirettamente, tutti i suoi proxy  (leggi Hezbollah in Libano) – può anche essere una sorta di (discutibile) tattica nel breve periodo, ma rappresenta certamente una strategia antiterrorismo fallimentare nel medio e lungo termine.

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Il Presidente Rohani ha presentato al Parlamento la proposta di budegt del Governo iraniano per il 2013-2014. Il presidente, lo ricordiamo, è stato eletto da buona parte del popolo iraniano per ridare respiro all’economica del Paese, troppo preda della corruzione e dei Pasdaran. Le Guardie Rivoluzionarie, come noto, controllano ben il 30% dell’economica del Paese, mentre il resto è praticamente nelle mani della Guida Suprema o del Governo stesso. Considerando la crisi, quindi, gli osservatori si erandett sicuri che il bilancio preventivo che il Presidente Rohani avrebbe presentato – soprattutto in questo periodo di distensione politica internazionale (o meglio appeasement) verso la Repubblica Islamica – sarebbe stato orientato ad incrementare le spese per la creazione di nuovi posti di lavoro.

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Bene, possiamo sicuramente dire che le aspettative sono state pesantemente deluse. Nonostante gli attacchi contro l’ex Presidente negazionista Ahmadinejd in merito alle sue scelte economiche, quello che Hassan Rohani ha presentato al Parlamento è praticamente un bilancio da Paese in guerra. Il Governo iraniano, infatti, ha previsto di aumentare nel 2013-2014 del 50% le spese per l’esercito (Artesh), del 60% le spese per il Ministero degli Esteri e per il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione e del 30% le spese per i Pasdaran. Hassan Rohani, colui che ha giocato la sua elezione sulla crisi economica e sulla necessità di tagliare i costi, ha presentato un budget che prevete una spesa totale di 74 millioni di dollari, il 30% in più di quanto previsto dalla previsione di bilancio presentata da Ahmadinejad un anno fa.

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La decisione di Rohani, indirettamente, si ricollega alle affermazioni di Ali Akbar Velayati – consigliere militare della Guida Suprema – sul Presidente siriano Bashar al Assad. Parlando del conflitto in Siria, infatti, Velayati ha detto che il Presidente Assad rappresenta per Teheran una linea rossa. Ben si capisce allora quali sono le linee che il Governo iraniano intende seguire nel prossimo anno: continuare ad esportare la violenza fuori dai confini dell’Iran (tramite i Pasdaran) e prepararsi militarmente per un prossimo conflitto esterno (Artesh e Pasdaran). Allo stesso tempo, però, il Presidente Rohani non intende fermare l’offensiva diplomatica avviata in questi mesi e per questo ha previsto anche un solido aumento delle spese per la diplomazia.

L’inganno iraniano, purtroppo, continua senza tregua…

ROHANI WEST

L’Iran sembra diviso in merito al “rapprochement” con gli Stati Uniti. Al ritorno dagli Stati Uniti il Presidente Rohani è stato accolto anche da una dura contestazione a suon di lancio di uova e scarpe (organizzata, probabilmente, dai seguaci dell’ex candidato Presidenziale e negoziatore nucleare Jalili). Nei giorni successivi, quindi, ci sono state le dure posizioni di Velayati e del capo dei Pasdaran Jafari: entrambi hanno condannato la scelta di Rohani di avere una conversazione telefonica con il Presidente americano Barack ObamaSorge spontanea una domanda: è veramente Hassan Rohani l’uomo della pace? Sostenere l’attuale Presidente iraniano ha veramente senso per l’Occidente? La risposta, come spesso accade, è scritta nel passato, nelle biografia di Rohani, nelle sue parole e nelle sue azioni.

In primis, Rohani è un uomo dell’establishment iraniano, in particolare un uomo che deve all’ex Presidente Rafsanjani il suo successo politico. Anche la recente elezione a Presidente è stata favorita da Rafsanjani stesso che, con il suo sostegno, ha garantito a Rohani un bacino di voti decisivo. Spesso visto come un moderato, Rafsanjani è un falco pragmatico orientato soprattutto a proteggere le fortune accumulate negli anni: infatti, come è vero che è stato lui a razionalizzare parte dell’economia iraniana negli anni ’90, è anche vero che i Pasdaran devono dire grazie proprio a lui per essere riusciti ad entrare con le loro imprese in ogni ramo della società iraniana. Nel tentativo di limitare l’influenza dei Pasdaran in politica, proprio Rafsanjani invitò o Pasdaran ad entrare nel mondo delle costruzioni, con la scusa di dover ricostruire il Paese dopo la guerra contro l’Iraq. Illuminante, in questo senso, è l’articolo uscito nel 2010 sul Mail & Guardian, intitolato “Pasdaran is Iran”. Appare perciò improbabile che Rohani, direttamente collegato a Rafsanjani, sia l’uomo capace di togliere ai Pasdaran il potere economico e politico accumulato negli anni.

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Secondo punto: Rohani è un uomo di Khamenei. Ciò è vero primariamente per il fatto che egli è stato ammesso dal Consiglio dei Guardiani alla competizione per l’elezione a Presidente. Il Consiglio dei Guardiani, come noto, ammette alle elezioni solo candidati estremamente fedeli ai dettami della Repubblica Islamica. Dopo quanto successo con Mousavi e Karroubi nel 2009, inoltre, è da escludere che il Consiglio dei Guardiani abbia – nuovamente – ammesso alla tornata elettorale membri dell’establisment capaci di voltare faccia al regime…Sbagliare capita, ma a Teheran gli Ayatollah difficilmente sono recidivi…La Guida Suprema – come scritto recentemente dal giornalista iraniano dissidente Akbar Ganji in un saggio uscito su Foreign Affairs ad intitolato “Who is Khamenei” – è un acuto conoscitore della cultura occidentale e pensa che sia proprio questa il peggior nemico della Repubblica Islamica. L’Ayatollah Khamenei, infatti, ammira buona parte della cultura occidentale e ha sempre intenso portare in Iran le scoperte scientifiche compiute in America ed in Europa. Per quanto concerne, però, una apertura politica reale in termini di valori democratici e libertà civili, Khamenei ritiene che una soluzione del genere rappresenti la fine della Rivoluzione Khomeinista e della velayat-e Faqih.

ROHANI KHAMENEI

Terzo punto: Rohani, come abbiamo già scritto, non è una novità e il suo pensiero politico è molto conosciuto sia grazie ai suoi scritti che alle sue azioni. Da negoziatore nucleare, infatti, ha testualmente ammesso di aver firmato la sospensione dell’arricchimento dell’uranio nel 2003 solo per permettere al regime iraniano “di completare la costruzione della centrale di Isfahan senza pressioni internazionali”. Da uomo di regime, Rohani ha in passato espresso il suo parere favorevole all’occupazione dell’Ambasciata americana in Iran nel 1979 (con la famosa presa degli ostaggi), alla fatwa emenata da Khomeni contro lo scrittore Salman Eushdie nel 1989 e alla strage contro gli studenti di Teheran nel 1999, Il Presidente iraniano, inoltre, ha accusato gli Stati Uniti di essere i primi responsabili dell’attentato dell’11 Settembre 2001 (per il Presidente iraniano, infatti, l’attacco sarebbe una risposta alle politiche sbagliate degli americani nel mondo) e ha implicitamente sostenuto in uno scritto l’uso delle armi chimiche in un articolo scritto – e poi ritrattato – a metà degli anni ’80, quando ancora un giovane diplomatico. In un pezzo del 2009, quindi, Rohani ha elogiato il ruolo dell’arma nucleare nella fine della Seconda Guerra Mondiale.

Allora, cosa vuole veramente Rohani dall’Occidente e in particolare dalla Casa Bianca? Prima di rispondere vorremmo citare – ancora una volta – alcune affermazioni di Hassan Rohani. Nel 2003 Rohani. l’allora negoziatore nucleare iraniano, disse testualmente: “Il principio fondamentale delle relazioni dell’Iran con l’America – il nostro intero focus – è il rafforzamento nazionale. Rafforzamento in politica, cultura, economia e difesa, specialmente nel settore della tecnologica avanzata. Ciò è la base della preservazone e dello sviluppo di tutto il Sistema e costringerà il nemico ad arrendersi“.  In una conferenza stampa nello scorso luglio, quindi, Rohani aggiunse: Oggi, non possiamo dire che vogliamo eliminare le tensioni tra noi e gli Stati Uniti…Noi dobbiamo essere consapevoli che possiamo avere interazioni anche con il nemico, a patto che queste interazioni siano sviluppate in maniera tale da diminuire il grado di ostilità e renderlo ineffettivo“.

La risposta alla domanda precedente, quindi, è ora alla nostra portata: Rohani vuole dagli Stati Uniti quella che è possibile definire come “una tregua di durata limitata”. L’economia iraniana è al collasso e lo scontento della popolazione locale – in maggioranza giovane e disoccupata – alle stelle. Il Medioriente, in questi ultimi anni, è stato scosso da proteste generali e gli Ayatollah sanno bene che quanto successo nel 2009, in maniera diversa, potrà ricapitare ancora. In fondo, Khamenei è al potere da quasi trent’anni senza che nessuno del popolo lo abbia mai elettoUna tregua limitata con l’Occidente, permetterebbe a Teheran di far ripartire l’economia e di rafforzare di nuovo il regime, permettendone la sopravvivenza. Anche una sospensione limitata nel tempo del programma nucleare non rappresenta una preoccupazione per Teheran: ormai il regime ha tutto il know-how e il materiale necessario per riprendere, tra qualche tempo, l’arricchimento dell’uranio a percentuali tali da permettergli di costruire ordigni nucleari in pochissimo tempo.

Chi ha veramente da perdere da un accordo del genere è ovviamente l’Occidente: molto presto, infatti, quello che oggi sembra un potenziale alleato, potrebbe presto o tardi trasformarsi – ancora una volta – nel peggiore degli incubi…

Per la cronaca, postiamo sotto il video del discorso di Hassan Rohani davanti al Pasdaran: il video è in Farsi è probabilmente la maggior parte di voi non capirà nulla. Si sappia solo che il discorso risale al 17 settembre 2013 e che Rohani ha assicurato che i Pasdaran continueranno le loro attività economiche e ha chiesto anche che le IRGC prendano in carino la realizzazione di altri progetti nazionali….Non serve aggiungere altro, vero? 

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