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Ahmed Galambur, già colonnello dei Pasdaran e oggi professore all’università di Teheran, ha affermato che la Guerra Iraq – Iran non fu, come racconta la stessa storiografia iraniana, una “guerra imposta”, ma fu il preciso volere dell’Imam Khomeini per espandere il potere della Repubblica Islamica fuori dall’Iran. Questo, ha continuato Galambur, perchè la “Repubblica Islamica non conosce limiti geografici” (al Arabiya).

Aggiornando il suo discorso ai fatti attuali, Ahmed Galambur ha dichiarato che gli attuali interventi militari di Teheran in diversi Paesi della Regione, inclusi Yemen e Siria, fa parte della strategia militare basata sul principio che “la migliore difesa è l’attaco”. Ergo, il regime iraniano ha consapevolvemte deciso di attaccare “il nemico” in Siria, Libano, Iraq, Yemen, Afghanistan e Pakistan. Ovviamente, su preciso ordine dell’Imam Khamenei, attuale Guida Suprema iraniana.

Infine, Galambur ha attaccato coloro che non hanno la sua stessa visione della politica estera iraniana. “Alcuni in Iran” – ha detto Galambur – non riconoscono il concetto puro della rivoluzione e insistono nell’agire solamente all’interno dei confini iraniani. Queste persone, non sono consapevoli dei veri obiettivi della rivoluzione e del suo slogan ‘guerra fino alla vittoria‘”

Purtroppo, le parole di Galambur non vanno prese come mera propaganda. Non solo perchè il regime iraniano ha sempre agito per espandere la rivoluzione khomeinista, ma anche perchè lo stesso Khomeini rifiutò nel 1982 di mettere fine alla guerra contro l’Iraq, proprio al fine di fare di Baghdad un nuovo avamposto iraniano.

Un obiettivo che, per via dell’Iran Deal, delle milizie paramilitari sciite e di puppet come al-Maliki, Teheran sta ottenendo in questo periodo. Un “successo” realizzato per mezzo di massacri di popolazione sunnita che nulla hanno da invidiare a quelli compiuti dai jihadisti del Califfato contro gli sciiti.

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Adesso è praticamente ufficiale: pur non parlando direttamente di squalifica, la Guida Suprema iraniana ha pubblicamente dichiarato che Ahmadinejad non potrà candidarsi alle prossime elezioni Presidenziali. Secondo quanto dichiarato da Khamenei, davanti alla richiesta di una sua opinione di “una certa persona” (ovvero di Ahmadinejad stesso), egli avrebbe risposto che non era il caso di candidarsi al fine di non favorire drammatiche divisioni e ledere l’interesse del Paese.

Solamente un ignorante – in questo senso, colui che ignora – della realtà politica iraniana, potrebbe essere sorpreso di questa decisione. Perchè le elezioni Presidenziali iraniane, sono una farsa che serve unicamente al regime per dare una parvenza di democraticità al suo totalitarismo. La Guida Suprema, infatti, decide per tempo chi sarà il prossimo Presidente iraniano, considerando gli interessi tra le fazioni in gioco, ma soprattutto considerando cosa serve al regime per autoperpetuarsi.

Ecco allora come si spiegano i fenomeni Khatami, Ahmadinejad e Rouhani, solamente per parlare delle ultime tre elezioni Presidenziali. Quando fu eletto Khatami nel 1997, oggi caduto in disgrazia, il regime era duramente sotto pressione per le conseguenze della fine della Guerra Fredda e soprattutto per le informazioni che iniziavano ad essere diffuse sul programma nucleare del regime. Khatami fu il volto pulito che Teheran mise a disposizione dell’Occidente per rifarsi il look. Il Presidente riformista, quindi, favorì la firma di un accordo farsa sul nucleare, di cui all’epoca si occupò lo stesso Rouhani, attuale presidente iraniano. Quella di Khatami fu una Presidenza che permise a Teheran di reprimere la rivolta degli studenti di Teheran senza conseguenze diplomatiche di rilievo e consentì a Teheran ompletare alcuni siti nucleari quali Esfahan in piena libertà, come ammeso dallo stesso Rouhani.

Ovviamente, e qui esiste la sola grande lotta all’interno dell’establishment iraniano, la linea “riformista” prevedeva un progetto economico fatto di privatizzazioni. Un progetto in linea anche con le posizioni di uomini chiave come Rafsajani, ricchissimo Ayatollah iraniano, personalmente interessato ad conquestare una bella fetta dell’economia iraniana. Per farlo, però, doveva competere con gli interessi economici dei Pasdaran, interessi che egli stesso aveva favorito durante gli anni della sua Presidenza.

Ecco allora l’inizio delle pressioni e delle minacce per mezzo di lettere pubbliche a Khatami, da parte di alcuni Generali Pasdaran. La Guida Suprema, anch’essa economicamente interessata, privo dei timori relative alla sopravvivenza del regime, permese quindi l’arrivo al potere del negazionista Basij Mahmoud Ahmadinejad nel 2005. La sua sarà una presidenza fatta di minacce, di accellerazione nel programma nucleare e soprattutto di contratti senza limite concessi alle compagnie legate ai Pasdaran. Ahmadinejad risulta essere un Presidente perfetto fino a quando non accadono tre cose: 1- lo sviluppo del programma nucleare e missilistico determina l’approvazione di importanti e pesanti sanzioni contro l’Iran; 2- i giovani iraniani si ribellano alla rielezione di Ahmadinejad (Onda Verde); 3 – la cerchia intorno ad Ahmadinejad prova a “laicizzare il potere”, tentando di nazionalizzare la Repubblica Islamica, allo scopo di arrivare a nominare la prossima Guida Suprema.

Khamenei è furbo. Grazie ai Pasdaran riesce a reprimere l’Onda Verde tra il 2009 e il 2011, ma capisce anche che le compagnie dei Pasdaran non sono in grado, da sole, di reggere l’urto delle sanzioni internazionali e di garantire un minimo di sviluppo economico all’Iran. Ahmadinejad era divenuto ingombrante e serviva una nuova faccia pulita per riqualificare il regime. Ecco allora l’inizio delle trattative segrete tra USA e Iran in Oman nel 2012, concluse con la firma dell’accordo nucleare nel luglio del 2015. Non prima di aver fatto eleggere Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran, rimettendo la lancetta in equilibrio tra gli interessi della cerchia di Rafsanjani e quella delle Guardie Rivoluzionarie.

Quale futuro per la Presidenza dell’Iran? Khamenei ha le idee chiare: Rouhani (o chi per lui), deve continuare ad essere la faccia internazionale del regime, per fare da “garante” all’accordo nucleare e alla fine di buona parte delle sanzioni internazionali. Nel frattempo, in piena libertà, i Pasdaran continuano a reprimere i diritti umani in Iran e sponsorizzare il terrorismo in tutto il Medioriente. Abusi che vengono compiuti nel pieno silenzio internazionale e talvolta anche con la complicità di chi vede nel regime iraniano un nuovo partner “per la stabilizzazione”.

La vera incognita per l’Iran non è la Presidenza, ma la nomina della future Guida Suprema, ovvero colui che prenderà il posto di Khamenei alla sua morte. Ovviamente, chiunque verrà eletto, non rappresenterà un vero cambiamento per il popolo iraniano. Il regime khomeinista, infatti, esiste solamente a patto che sia aggressive, promuova un nemico esterno costante e non permetta una eccessiva apertura culturale al suo interno. Ecco perchè, la sola libertà per il popolo iraniano arriverà quando la Velayat-e Faqih verrà superata e si realizzerà un vero processo democratico, federalista e pluralista. Il resto è solo illusione…

Video ufficiale di Khamenei, in cui invita l’Occidente a piegarsi al sistema politico-economico islamista

 

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Maziar Bahari, giornalista irano-canadese arrestato e abusato dalle autorità iraniane nel 2009, ha definito la storia dell’Iran una “storia di false confessioni”. Il senso di questa affermazione e’ chiaro: seguendo e peggiorando la linea imposta dallo Shah, l’Iran post rivoluzionario e’ stato un susseguirsi di arresti di nemici invisibili, costretti a confessare la loro colpevolezza in video televisivi, dopo aver subito le peggiori angherie. La loro colpa, ovviamente, non era quella di rappresentare un vero pericolo alla sicurezza nazionale, ma quella di agire, informare o semplicemente mettere in dubbio la linea imposta dai Mullah.

Questo dramma oggi lo sta vivendo Jason Rezaian, inviato del quotidiano americano Washington Post, arrestato con la moglie nel luglio del 2014. Ieri, dopo mesi di detenzione senza processo, Jason e’ stato portato per la prima volta davanti alla Corte Rivoluzionaria, per la precisione davanti al giudice Abolghasem Salavati. Il Giudice Salavati, a capo della sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, e’ conosciuto come uno dei più fedeli mastini della linea ultraconservatrice, ed e’ oggi anche responsabile del processo contro Narges Mohammadi, attivista e donna coraggiosa, in arresto per la sua opposizione alla pena di morte e per la sua lotta in favore dei prigionieri politici e dei diritti delle donne.

Il Giudice Salavati intende processare Jason Rezaian per due accuse: 1- spionaggio in favore di un Governo ostile (Stati Uniti), 2- propaganda contro il regime. Salavati, in particolare, mette sotto accusa le relazioni di Jason Rezaian con il Consolato americano a Dubai, sostenendo che l’inviato del Washington Post avrebbe inviato una lettera ad Obama, sostenendo di avere contatti con cittadini iraniani di ogni livello, dai semplici lavoratori ai Mullah. Tra le altre cose, inoltre, il Giudice Salavati ha messo in dubbio la natura dei contatti tra Jason Rezaian e Lara Setrakian, giornalista armeno-americana, inviata per il Medioriente di diversi canali, tra cui ABC e Bloomberg.  Davanti a tutte queste accuse, alquanto ridicole tra le altre cose, Jason Rezaian ha sempre risposto di aver solo svolto il suo lavoro di reporter e di aver portato avanti contatti con altri giornalisti solo come “normali rapporti tra colleghi” (ma in Iran, si sa, nulla e’ normale…). Tra le altre cose, in particolare, la colpa di Rezaian sarebbe stata – per il Giudice Salavati – quella di aver dato alla giornalista di ABC Lara Setrakian informazioni in merito ai possibili risultati delle elezioni presidenziali iraniane e le informazioni relative ai candidati accettati dal Consiglio dei Guardiani. A sua volta, quindi, Lara Setrakian avrebbe inviato queste informazioni ad Obama.

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Quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica ha quindi del paradossale: mentre l’Iran manda in giro per il mondo Rouhani e Zarif a parlare della disponibilità del regime ad essere un attore di pace, all’interno del Paese la repressione contro i pericoli delle aperture verso l’Occidente si fa sempre più dura e repressiva. Come le accuse, ridicole, contro Jason Rezaian dimostrano, al centro dello scontro non c’e’ veramente lo spionaggio di un giornalista verso un “Governo ostile”, ma il suo lavoro di reporter per un giornale americano. Soprattutto, pero’, c’e’ il messaggio chiaro che – chi detiene il vero potere in Iran – intende inviare al mondo: “accordo nucleare o no, le regole del gioco le stabiliamo noi e ogni apertura verso la cultura Occidentale e’ ‘haram’ (un peccato)”.

Nonostante la chiarezza di questo messaggio, l’Occidente continua a mettere da parte il tema dei diritti umani in Iran, permettendo al regime di schiacciare ogni potenziale “nemico invisibile”. Il prezzo di questa indifferenza non sara’ un cambiamento del regime iraniano, ma un rafforzamento di coloro che intendono fare della Repubblica Islamica una potenza regionale e usare il potere per diffondere nella regione la Velayat-e Faqih. Con un solo risultato finale: una lunga Guerra dei Trent’anni tra Sciiti e Sunniti, il cui costo in termini di violenza sara’ altissimo.

Chiediamo ai giornalisti italiani di mobilitarsi – attraverso articoli, appelli e proteste contro il regime iraniano – per la liberta’ di un loro collega incarcerato con una sola colpa: essere un reporter!

Di seguito il trailer del film “Forced Confession” del giornalista irano-canadese Maziar Bahari (qui il documentario completo: http://goo.gl/wvquXf ) e alcuni video di confessioni forzate trasmesse dalla TV iraniana.

Trailer del film “Forced Confession”

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La confessione forzata dei ragazzi colpevoli di aver giurato il video Happy in Teheran

[youtube:https://youtu.be/hvT-UIWvzMk%5D

La confessione forzata di Sakineh Mohammad Ashtiani

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=HhSw4h3Cdeo%5D

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Si chiamava Mashour Fahed Shams al-Din e aveva solo 15 anni. Per un verso si tratta dell’ennesima vittima della guerra siriana, un terribile conflitto senza fine. Per un altro verso, pero’, la morte di Mashour Fahed Shams al Din, rivela un nuovo e drammatico dato del coinvolgimento di Hezbollah in Siria. Come detto,infatti, Mashour era minorenne ed e’ stato strappato alla sua giovinezza per rispondere alla jihad dichiarata dal terrorista Hassan Nasrallah, colui che ha trascinato l’intero Libano nella guerra in Siria e reso il conflitto uno scontro settario tra le due diverse anime dell’Islam. Tutto questo, ovviamente, non per il bene dei libanesi, ma al solo scopo di obbedire ai voleri dell’Iran, impegnato a salvare il macellaio Assad e il suo regime. Il giovane Mashour e’ stato ucciso a Qalamoun e il suo corpo e’ stato seppellito in Libano, davanti ad una folla di fedelissimi di Hezbollah.

La morte di Mashour Fahed Shams al-Din, rivela la vera natura di Hezbollah e delle milizie sciite. Ormai, infatti, appare sempre più chiaro quanto questa natura sia identica e speculare a quella dei jihadisti sunniti: una natura barbara che, in nome dei suoi obiettivi politici, non risparmia niente e nessuno. Per quanto riguarda il jihadismo sciita, la formazione dei soldati bambino parte dalla prima infanzia: Hezbollah, ad esempio, ha una vera e propria scuola di esploratori chiamata “Scout dell’ Imam Mahdi”, a cui sono affiliati oltre 50,000 bambini. Si tratta di un gruppo modellato sullo stile “giovani balilla”, a cui le famiglie sciiti dei territori sotto il controllo del Partito di Dio, devono iscrivere i loro figli se vogliono ottenere in cambio assistenza sociale.

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Gli Scout dell’Imam Mahdi, creati nel 1985, accettano bambini dagli 8 anni e li crescono nel culto di Khomeini e Khamenei, sino ai 18 anni, eta’ in cui si entra quindi nel vero e proprio circuito militare dell’organizzazione terrorista. Bisogna precisare pero’ che, una volta raggiunti i 15-16 anni, i ragazzi sono già considerati militarmente preparati e pronti per essere inseriti nella jihad internazionale. Secondo diverse fonti autorevoli, dopo lo scoppio del conflitto siriano, Hezbollah ha creato una succursale degli Scout dell’Imam Mahdi in Siria, chiamata “Tawasol. La Tawasol fornisce ai bambini siriani affiliati nel circuito del regime, una formazione militare e religiosa. La formazione religiosa, ovviamente, avviene in moschee sciite finanziate da Teheran e ha il preciso scopo di inculcare nella testa dei bambini la fedeltà alla Velayat-e Faqih, il Potere del Giureconsulto, ovvero il sistema dittatoriale al potere in Iran. Purtroppo, oltre a fornire una schiera di giovani “fedeli alla linea”, le scuole scout di Hezbollah forniscono anche centinaia di potenziali martiri, pronti a morire per salvare una ideologia fanatica e fondamentalista.

Concludiamo ricordando che, ormai da oltre 10 anni (risoluzione 1559), le Nazioni Unite chiedono il disarmo di Hezbollah, senza alcun risultato. Non solo: proprio per colpa di Hezbollah e dell’Iran, come denunciato dall’ex Primo Ministro libanese Foad Siniora, Beirut non riesce ormai da mesi ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Come denunciato da Siniora, nonostante il silenzio Occidentale, “oggi in Libano c’e’ qualcuno che sta ‘rapendo’ la Presidenza in favore di un certo gruppo o una certa persona…c’e’ una potenza regionale che sta sfruttando la situazione per evitare il voto, almeno sino a quando non sara’ sicura l’elezione di una persona leale a questo Stato. Con “questo Stato”, intendo leale all’Iran. Non aggiungiamo altro….

Filmati di propaganda degli Scout del Mahdi

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L’Occidente vede nei curdi Iracheni (anche noti come Peshmerga), la principale forza di opposizione al fondamentalismo islamico e alle atrocità di Isis. Questa idea, ovviamente, si e’ giustamente rafforzata dopo l’eroica resistenza delle forze curde a Kobane, citta’ siriana divenuta il simbolo della lotta contro il Califfato islamico. Orbene, se l’Occidente intende seriamente prendere sul serio la guerra dei curdi e il grido di dolore degli Yazidi, farebbe bene ad ascoltare totalmente – e non solo parzialmente – le richieste e gli avvertimenti che arrivano dai leader al potere nel Kurdistan iracheno.

Proprio in questi giorni, infatti, il Presidente curdo Barzani ha diverse volte espresso molto chiaramente la volontà di non vedere le milizie sciite, al servizio del regime iraniano, calpestare il territorio del Kurdistan iracheno. Questo avvertimento, molto chiaro, e’ stato lanciato una prima volta il 21 aprile scorso, quando il Presidente Barzani ha incontrato i rappresentanti di tutte le altre fazioni curde presso Erbil. Durante l’incontro – come rimarcato dal portavoce del gruppo Komal, Muhammad Hakim – tutti i delegati curdi sono convenuti sulla necessita’ di impedire che la milizia sciita Hashd al-Shaabi, proxy dell’Iran, potesse estendere il suo potere all’interno del Kurdistan iracheno. La milizia sciita Hashd al-Shaabi, vogliamo ricordarlo, sfruttando la guerra contro Isis, si e’ resa autrice di terribili massacri settari contro i sunniti, soprattutto presso Tikrit. Molto significativamente, la riunione dei leader curdi si e’ svolta nello stesso periodo in cui Barzani annunciava un suo prossimo viaggio a Washington.

Dopo questo primo avvertimento, proprio ieri, il Presidente curdo Barzani e’ tornato sull’argomento. Questa volta, come rivelato dal parlamentare iracheno Sheikh Shamo, Massoud Barzani ha aggiunto che le milizie sciite devono restare fuori non soltanto dal Kurdistan iracheno, ma anche da Sinjar, piccola cittadina irachena al confine con la Siria. Anche questa città rappresenta il simbolo della lotta curda contro il fondamentalismo di Daesh. Rispetto a Kobane, pero’, Sinjar racchiude anche la sofferenza della minoranza Yazidi, costretta a trovare rifugio sulle montagne per non essere massacrati o costretti alla conversione dai terroristi di al Baghdadi. Come sottolineato da  Sheikh Shamo, la volontà da parte del Governo centrale di Baghdad – proxy dell’Iran – di creare una milizia sciita in Kurdistan e Sinjar e’ “politicamente motivata” e mira a dividere le popolazioni locali. 

Vogliamo aggiungere, a riprova della settarietà della milizia Hashd al-Shaabi – anche nota come Forza di Mobilitazione Popolare – che il capo di questo gruppo e’ Jamal Jaafar Mohammad, ex membro della milizia sciita “Badr” e collaboratore diretto di Qassem Soleimani, Generale iraniano a capo della Forza Qods. Nonostante il fatto che la milizia sia stata costituita con la benedizione dell’Ayatollah iracheno al Sistani, contrario al conflitto settario e al regime della Velayat-e Faqih, con il tempo Teheran e’ riuscito a prendere il potere all’interno della milizia, imponendo il culto dell’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema iraniana. Oggi, all’interno dell’Iraq, la Forza di Mobilitazione Popolare e’ vista solamente come l’ennesimo gruppo al servizio dei Pasdaran. A tal proposito si legga l’articolo di Bill Roggio per il Long War Journal: Shiite militias, Iraqi forces surround Tikrit.

Per questo, e’ bene che l’Occidente ripensi seriamente la sua strategia di alleanza preferenziale con la Repubblica Islamica nella guerra contro Daesh. Come abbiamo sempre detto, senza il supporto delle tribù sunnite, la speranza di eliminare il Califfato resterà sempre e solo una illusione. Allo stesso tempo, nessuna importante forza sunnita si ribellerà seriamente al Califfo, fino a quando il regime iraniano – con la complicità Occidentale – continuerà ad imporre la sua legge a Baghdad e la volontà di fare dell’Iraq una succursale della Repubblica Islamica.

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Il regime iraniano ha “celebrato” ieri il ricordo del 9 Dey, ovvero la manifestazione organizzata dai Pasdaran il 30 dicembre del 2009, per dimostrare il sostegno della popolazione alla Velayat-e Faqih. Era il periodo delle grandi proteste di massa, dell’Onda Verde,  quel movimento di massa sceso nelle strade per contestare la falsa rielezione del negazionista Ahmadinejad. Dopo le repressioni delle forze di sicurezza del regime, quel Movimento trasformò le sue richiese, gridando a gran vice °Marg Bar Diktator°, Morte al Dittatore.

In questa giornata, praticamente tutti i leader del regime si sono prodigati nel descrivere la manifestazione del 30 dicembre come un evento epocale nella storia dell’Iran, una dimostrazione di fede ai valori del khomeinismo. Il primo che, pubblicamente, ha elogiato quell’evento è stato proprio il “moderato” Hassan Rouhani: secondo quanto riportato da Arash Karami – giornalista di al Monitor – il Presidente iraniano ha descritto la manifestazione pro regime come “dimostrazione di fedeltà alla Repubblica Islamica e alla Velayat-e Faqih”. Si tratta dell’ennesima riprova della vera natura del Presidente iraniano, uomo di regime al 100%. Tutti i rappresentanti iraniani, quindi, hanno descritto gli eventi dell’88 (secondo il calendario persiano), come accadimenti finanziati da Stati Uniti e Gran Bretagna per far cadere la Repubblica Islamica.

Nonostante le minacce dei Mullah, i leader dell’Onda Verde non sono rimasti in silenzio: Mir Hossein Mousavi – leader dell’Onda Verde – ha chiesto un pubblico processo (da anni negato). Sia Mousavi che Karroubi si trovano da anni agli arresti domiciliari, in completo isolamento. In Twitter, invece, i giovani iraniani hanno twittato in massa “noi non dimenticheremo le repressioni del 2009!”. La verità è che il regime sembra sempre di piu’ essere una “tigre di carta”: senza le repressioni interne e il nuovo appeasement mondiale, il potere dei Mullah e dei Pasdaran sulla popolazione sarebbe davvero a rischio.

Continuiamo, quindi, a chiedere all’Occidente tutto di svegliarsi ed isolare definitivamente la Repubblica Islamica. Solamente in questo modo, sarà possibile ridare la dignità al popolo iraniano e fermare le politiche criminali degli eredi dell’Ayatollah Khomeini!

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Foto dell'Ayatollah Borojerdi prima della detenzione (destra) e durante la prigionia...(sinistra)

Foto dell’Ayatollah Borojerdi prima della detenzione (destra) e durante la prigionia…(sinistra)

Qualche settimana fa vi avevamo chiesto di aiutarci a denunciare la situazione dell’Ayatollah Boroujerdi, anche noto come il Mandela iraniano. L’Ayatollah è stato arrestato è stato arrestato nel 2006 dai Mullah per aver attaccato direttamente la versione oppressiva e falsa dello sciismo, propagandata dall’ideologia dittatoriale di Khomeini. Fermato a Qom, l’Ayatollah Boroujerdi è stato rinchiuso in carcere e trattato come un traditore. Le ultime fotografie, lo mostrano stanco, dimagrito e pallido, appoggiato al suo bastone. Nonostante la prigionia, Boroujerdi non ha mai smesso di lottare per ripristinare il vero sciismo, per denunciare l’abuso dei diritti umani, per attaccare il terrorismo dei Pasdaran e per sperare in un Iran diverso, sia internamente che esternamente. Questa lotta è andata avanti con lettere scritte dall’Ayatollah Boroujerdi direttamente al Papa precedente Benedetto XVI, al Segretario delle Nazioni Unite, ai vertici dell’Unione Europea ed anche allo stesso Ali Khamenei.
Come vi avevamo già informato, il 23 settembre scorso il Procuratore Generale, Mohammad Mohavadi, ha visitato l’Ayatollah Boroujerdi nella sua cella nel braccio 325 del carcere di Evin. Qui, Mohavadi ha comunicato all’Ayatollah che il regime intendeva condannarlo a morte per le sue posizioni religiose, considerate eretiche. Alla richiesta di Boroujerdi di avere un dibattito pubblico sulle sue posizioni teologiche e politiche, Mohavadi ha risposto che il regime non intedeva discutere di nulla. La visita di Mohavedi, guarda caso, è avvenuta un giorno dopo la diffusone della lettera che Borojerdi aveva scritto una lettera al Segretario dell’ONU Ban Ki Moon, denunciato nuovamente la corruzione del regime e il finanziamento dei Pasdaran al terrorismo in Siria, Palestina, Libano, Bahrain e Yemen. La lettera, molto umilmente, si intitolava “La imploro, segretario, di sostenere la nostra causa”. Qui potete lettere il testo, integrale, della lettera in inglese: http://bit.ly/1vs4EXq.
Dopo queste notizie arrivate grazie agli attivisti interni all’Iran, oggi vediamo a sapere che l’Ayatollah Boroujerdi ha dichiarato lo sciopero della fame. In uno dei rari momenti in cui ha potuto vedere la famiglia, il Mandela iraniano ha informato i suoi cari che, con lo sciopero della fame, intendeva reagire nuovamente alle repressioni del regime. La famiglia dell’Ayatollah ha chiesto ancora a tutti gli attivisti di denunciare la situazione del loro caro e di chiederne l’immediata liberazione.