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Dalla firma dell’accordo nucleare, il regime iraniano ha aumentato i suoi sforzi per acquisire material utile al fine di costruire la bomba nucleare (The Algemeiner). La denuncia arriva direttamente da Berlino, ed e’ contenuta nell’annuale rapporto del BfV, il servizio segreto tedesco. Non solo: il BfV rileva anche l’aumento dei tentative iraniani di acquisire tecnologia utile al fine di sviluppare il suo programma missilistico, anch’esso contrario alla risoluzione ONU 2231 (quella che ha legittimato l’accordo nucleare e ha permesso la fine delle sanzioni sul nucleare).

Davanti alle rivelazione del suo servizio segreto, la Cancelliera Angela Merkel ha espressamente dichiarato al parlamento Tedesco (il Bundestag) che, quanto reso noto dal BfV, rappresenta una chiara violazione dell’accordo nucleare e della Risoluzione 2231 (Bild).

Insieme alla rivelazione del servizio segreto tedesco, va anche riportata quella fatta dal think tank americano Institute for Science and International Security – ISIS, voce di primo livello per quanto concerne le questioni tecniche relative al nucleare. Secondo quanto rivela un report l’ISIS, l’Iran ha tentato di comprare da un Paese terzo tonnellate di fibbra di carbonio, materiale usato nelle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, al fine di aumentarne le prestazioni. Il report non cita quale sia il Paese terzo che era disposto a rifornire l’Iran di questo materiale dual-use.

Ad ogni modo, e’ ovvio anche in questo caso l’Iran non ha rispettato i suoi obblighi verso l’accordo nucleare del 14 luglio 2015, considerando che per mezzo della fibbra di carbonio, Teheran potrebbe produrre molto piu’ uranio arricchito rispetto a quello prestabilito a Vienna. Ricordiamo che, secondo quanto dichiarato dall’AIEA, l’Iran gia’ possiede il quantitativo di fibbra di carbonio necessaria, per costruire rotori di sostituzione per le sue centrifughe avanzate  (ISIS).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima prova della volonta’ di Teheran di sfruttare il tempo concesso dall’accordo nucleare, non al fine di rappresentare un attore di pace nella regione, ma solamente allo scopo di agire liberamente (e senza pressioni) per completare la strada verso l’ordigno nucleare. Lo stesso principio che nel 2003, come ammesso dall’allora negoziatore nucleare (oggi Presidente) Rouhani, porto’ l’Iran ha firmare l’accordo di Teheran con gli EU-3 (Francia, Germania e Gran Bretagna).

 

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L’Ambasciatore Terzi è da sempre noto come uno dei maggiori esperti di tematiche internazionali e, particolarmente, della questione iraniana. Per questo, quando parla della posizione italiana sul negoziato tra Iran e P 5+1, l’Ambasciatore va dritto al nocciolo del problema: “sull’accordo nucleare con l’Iran, Pistelli, Gentiloni e Renzi formano un ‘trio d’illusionisti’. Per l’ex Ministro degli Esteri italiano, infatti, l’accordo che sta prendendo forma è influenzato dalla volontà di giungere, anche a costo di assumere dei rischi ulteriori sul piano della sicurezza, a un’intesa che consenta la piena riapertura del mercato iraniano.

  • Ambasciatore Buongiorno, con la chiarezza che La distingue da sempre, ci può dire cosa non va nell’accordo nucleare con l’Iran che sta prendendo forma dopo la Dichiarazione di Losanna?

Guardi, le riassumo i punti salienti in breve sintesi:

1) le sanzioni occidentali sono state misure risolutive per riportare il Paese al tavolo del negoziato. Dalle dichiarazioni rilasciate dai vertici iraniani, circa l’interpretazione dell’accordo di Losanna, sembra che l’intesa finale venga condizionata alla rimozione contestuale e completa di tutte le sanzioni. Il che vuol dire, data l’impossibilità di immaginare il reintegro di misure sanzionatorie nel caso in cui l’Iran violasse l’accordo nucleare, che ci si priverebbe dell’unica leva per continuare ad influire su una piena “compliance”. Non è un caso che l’interpretazione data dal gruppo dei 5+1 all’intesa di Losanna sia quella di una rimozione delle sanzioni progressiva, diluita nel tempo e strettamente condizionata.

2) da molte parti si rileva che l’accordo è reversibile in qualsiasi momento da parte Iraniana, come d’altra parte si evince dalle stesse dichiarazioni di esponenti governativi a Teheran. Il che, fra l’altro, deriva anche dalla possibilità riconosciuta a Losanna di mantenere tutte le infrastrutture nucleari di cui attualmente il Paese dispone, incluse le centrifughe. Vi sono inoltre notizie recentissime, di fonte Aiea, sulle perduranti attività di arricchimento dell’uranio, ben al di là degli stock previsti dalle intese quadro, che renderebbero ancor più complicata la “messa in sicurezza” delle tonnellate di materiale fissile già esistente e rapidamente convertibile in un certo numero di ordigni nucleari.

3) Vi sono poi altri aspetti preoccupanti. Essi riguardano l’elevato numero di centrifughe di cui il Paese continuerebbe a disporre, quasi doppio a quel tetto di seimila che gli esperti occidentali giudicavano sino a poco tempo fa una soglia critica. Si tratta di centrifughe che potrebbero essere sostituite da altre di ultima generazione, diversamente dalle assicurazioni fornite dai negoziatori alle proprie opinioni pubbliche e Parlamenti. Vi è infine l’incognita delle ispezioni. Secondo quanto assicurano anche esponenti del nostro Governo, gli iraniani non porrebbero alcuna restrizione. Dichiarazioni recenti delle Autorità iraniane, e persino del Presidente Rouhani, escludono nel modo più tassativo che le ispezioni possono riguardare siti militari, essendo ovviamente responsabilità interamente iraniana decidere quali siti sono militari e quali no;

4) la durata dell’accordo non potrà in ogni caso superare i cinque anni, anziché coprire i 10/15 anni come dichiarato dai negoziatori.

  • Eppure Ambasciatore, nonostante questi (fondamentali) punti critici, la diplomazia italiana sembra esaltata dal possibile prossimo accordo con l’Iran. Tra Roma e Teheran ormai è un viavai di delegazioni politiche ed economiche…

Purtroppo si, mentre in una situazione così delicata sarebbe d’obbligo la prudenza proprio per evitare passi falsi, sottovalutando un “rischio Paese” che potrebbe diventare molto oneroso per i nostri imprenditori. La complessità e le incognite dell’accordo di Losanna dovrebbero consigliare estrema cautela, anziché favorire la diffusione di premature certezze, dopo i continui viaggi di nostri esponenti di Governo in Iran

  • E intanto il radicalismo islamico aumenta…e non solo in campo sunnita….

Purtroppo dobbiamo continuare a fare i conti con una doppia matrice di fondamentalismo islamico: una sunnita, con Isis, Al Qaeda, Hamas, Boko Aram e altre formazioni che radicalizzano lo scontro anche in Europa e in Italia, e l’altra quella sciita, con organizzazioni e milizie come Hezbollah, Badr, i collegamenti con gli Houti yemeniti e le milizie sciite irachene, i centri culturali e le associazioni sostenute finanziariamente in Europa – anche in Italia – da entità iraniane, attive nella radicalizzazione  delle comunità islamiche.

  • Come valuta la situazione dei diritti umani più in particolare il recente arresto di Narges Mohammadi?

Mi capita talvolta di sentire da personalità politiche che insistono per ogni possibile riavvicinamento all’Iran l’affermazione che non si dovrebbe per parte nostra dar troppo peso alla situazione dei diritti umani in tale Paese dato che vi sono altri Paesi alleati dell’Occidente nei quali, ad esempio, i diritti della donna sono gravemente violati, la tortura e la pena di morte praticata, la liberta di religione repressa.  Tutto ciò è vero.  Ma trovo politicamente e moralmente riprovevole giustificare con la diffusione di comportamenti inumani, banditi da decenni dal diritto internazionale, lesivi della dignità e delle libertà fondamentali dell’individuo, il silenzio assoluto che domina, su questi temi, in molti incontri bilaterali e multilaterali.

La situazione dei diritti umani in Iran è stata stigmatizzata ripetutamente dallo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite.  Si tratta del Paese con il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo in rapporto alla popolazione. Intimidazioni, arresti, torture di esponenti della dissidenza sono numerosissimi. La componente giovane della popolazione è sempre più insofferente al regime teocratico, e non lo nasconde pur con i gravi rischi che ciò comporta. Ne sono prova le  recenti manifestazioni del mondo studentesco. L’arresto ad  inizio maggio di Narges Mohammadi dimostra l’insicurezza crescente avvertita perlomeno da alcune componenti del Regime iraniano. E’ certamente preoccupante che sia stata arrestata una persona così vicina al Premio Nobel Shirin Ebadi, che ha dovuto persino trasferirsi a Londra a causa del clima di minacce alla sua persona. In passato casi di questo genere erano stati oggetto di interventi sostenuti e pressanti da parte dell’Europa e dell’Italia. Sarebbe una grave involuzione della politica estera europea ed italiana, da molti anni imperniata sulla promozione dei diritti umani, se l’urgenza di definire l’intesa nucleare all’insegna delle “opportunità di mercato”, consigliasse il silenzio su un caso così grave di intimidazione di un “human right defender”.

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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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L’Iran, ancora una volta, non mantiene fede alle promesse fatte nel Novembre 2013, in occasione della firma dell’accordo temporaneo sul programma nucleare (the ora JPA). L’ultimo report rilasciato in queste ore dalla AIEA parla chiaro: non solo Teheran non ha rispettato quanto scritto nel JPA, ma restano aperte ancora tutte le questioni relative alla militarizzazione del programma nucleare. Peggio, a tal proposito, Teheran sta ancora lavorando nella base militare di Parchin per cancellare le prove degli avvenuti esperimenti sull’innesto di un ordigno atomico. Andiamo per gradi e analizziamo tutte le mancanze del regime iraniano. Vediamo prima i nodi salienti dell’ultimo report AIEA:

  • Uranio arricchito: secondo il JPA del Novembre 2013, Teheran avrebbe dovuto trasformare in ossido tutto l’esafloruro di uranio (UF6) arricchito al 3,5%. Orbene, secondo quanto riportato dall’AIEA, Teheran ha inserito 2750 chilogrammi di Uf6 arricchito al 3,5% nella linea di conversione in ossido ma…sorpresa, dall’altra parte della linea non è ancora noto cosa sia uscito…In poche parole, il regime ha avviato il processo di trasformazione, ma non lo ha completato, non dando alcuna informazione in merito alla ragione della mancata conversione. Ricordiamo che, per produrre un ordigno atomico, è necessario arricchire l’uranio oltre il 90%, ma la vera difficoltà dell’arricchimento sta solo nella prima fase, ovvero nell’arricchimento al 3,5%. In poche parole, se l’Iran sta continuando ad arricchire liberamente uranio al 3,5% facendo solo finta di trasformarlo in ossido, molto presto avrà di nuovo a disposizione la quantità di Uf6 necessaria per produrre una bomba nucleare (con la benedizione internazionale);
  • Natanz: per non specificati motivi, Teheran ha aumentato la quantità di esafloruro di uranio (Uf6) inserita nelle centrifughe di arricchimento IR2, ovvero quelle piu’ avanzate. La quantita di Uf6 allo stadio naturale inserita tra il 20 gennaio 2015 e il 1 febbraio 2015 è maggiore rispetto ai precedenti tre report dell’AIEA. Anche qui, resta il mistero;
  • Aspetto militare del programma nucleare iraniano: nel report AIEA del Novembre 2011, l’Agenzia Internazionale dimostrava come l’Iran avesse eseguito diversi esperimenti per la produzione di una bomba nucleare. In tal senso, come si legge nel report del 2011 (pagina 8), l’Iran aveva lavorato per ottenere materiale dual-use, per ottenere un la tecnologia per costruire la bomba atomica dall’estero e anche il know how per costruirla all’interno dell’Iran. In particolare, in questo ultimo caso, al centro l’attenzione dell’Agenzia Onu c’era il lavoro dello scienziato ucraini Vyacheslav Danilenko e le attività nella base militare di Parchin. Nell’ultimo report AIEA, quindi, le preoccupazioni sull’aspetto militare del programma nucleare iraniano restano intatte e Teheran non ha ancora fornito alcuna spiegazione in merito;
  • Parchin: come suddetto, è nella base militare di Parchin che Teheran ha svolto gli esperimenti sull’innesto di un ordigno atomico e sulla miniaturizzazione dell’ordigno stesso allo scopo di caricarlo sul vettore (ovvero i missili balistici). Come noto, il regime iraniano nega da anni l’accesso agli ispettori internazionali nella base di Parchin e, secondo quanto fotografato dai satelliti, sta continuando a lavorare per cancellare le prove presenti nell’area.

 

Le drammatiche falle del JPA

L’accordo temporaneo del Novembre 2013, inziato per fermare il programma nucleare iraniano, si è ormai trasformato in un’opera di mero contenimento che, parafrasando Kissinger, non farà che determinare una proliferazione nucleare in tutta la regione Mediorientale. Peggio, è ormai chiaro che la strategia dei negoziatori è quella di assicurare unicamente una cosa sola: che, se l’Iran decidesse in qualsiasi momento di costruire una bomba nucleare, necessiterebbe di almeno un anno per ottenerla. In questo tempo, si crede, la Comunità Internazionale riuscirà ad agire contro la Repubblica Islamica. Come ormai chiaro, si tratta di una pura invenzione, dimostrata dai mesi che sono intercorsi tra il Novembre 2013 ad oggi. In questo periodo, infatti, nonostante le sanzioni internazionali, l’Iran è diventata la meta preferita di politici e rappresentanti commerciali, pronti a mettere soldi al portafoglio non appena l’accordo definitivo sul nucleare verrà firmato. In poche parole, quando e se questo accordo sarà concluso, l’intero impianto delle sanzioni internazionali – approvato con fatica e con il sostegno anche di allati dell’Iran come la Russia – cadrà su se stesso. Rialzarlo in tempi brevi, se necessario, sarà quindi impossibile, soprattutto in considerazione degli interessi economici che si creeranno.

Peggio, da questo negoziato internazionale (ormai un negoziato bilaterale USA – Iran), è escluso un attore centrale e un argomento fondamentale: l’attore centrale escluso è proprio l’AIEA. L’Agenzia Internazionale dell’Onu, infatti, non è parte del tavolo del P 5+1 con la Repubblica Islamica. Una esclusione che sa di beffa, soprattutto in considerazione del fatto che sono proprio i report dell’AIEA che fungono da prova delle violazioni iraniane al Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP). L’argomento centrale escluso dal negoziato, invece, è quello del programma missilistico dell’Iran. Un programma che non è in alcun modo toccato dall’Accordo Temporaneo del Novembre 2013 e che quindi è stato praticamente accettato dall’intera Comunità Internazionale. Peccato che, proprio questo programma missilistico, è ancora oggetto di preoccupazione dell’ultimo report AIEA e delle stesse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Onu che, non a caso, ha approvato sanzioni contro le compagnie iraniane o le personalità che direttamente collaborano allo sviluppo dei missili balistici iraniani.

Vogliamo concludere riportandovi il discorso fatto dall’ex Sindaco di New York Rudy Giuliani davanti alla Comunità iraniana in Arizona. Del suo discorso, che potrete ascoltare integralmente qui sotto, vogliamo riportare solamente un invito che all’attuale Presidente americano: “Mr. President Wake Up”

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La convalescenza in ospedale deve aver ringalluzzito Ali Khamenei. Appena rimessosi, infatti, la Guida Suprema iraniana ha immediatamente rimesso in riga l’intero establishment iraniano, sia in merito al programma nucleare, sia per quanto concerne la possibile cooperazione tra Iran e Stati Uniti contro Isis. Per quanto concerne il nucleare, Khamenei ha indicato chiaramente le cinque linee rosse invalicabili per i negoziatori iraniani. Per la prima volta, quindi, il Rahbar ha definito i paletti che i negoziatori di Teheran non potranno permettersi di superare. Le linee rosse della Guida Suprema sono:

  1. Costruzione di 190.000 Unità di Lavoro Separate (in inglese Separate Working Unit-SPW), per quanto concerne l’arricchimento dell’uranio. Le SPW non corrispondono alle centrifughe, quindi Khamenei non ha posto il limite invalicabile di 190.000 centrifuge. Le SPW indicano, in termini tecnici, le capacità e la quantità di separazione dell’isotopo di uranio 235 da quello 238. Solo attraverso un aumento al 90% dell’U235 è possibile produrre una bomba nucleare. Allo stesso tempo, però, sebbene parlare di SPW non significhi imporre un numero altissimo di centrifughe, va anche detto che Teheran sta installando nuove centrughe veloci, capaci di arricchire una quantità di uranio molto superiore rispetto alle vecchie IR-1. In poche parole, quindi, la Guida Suprema non sta imponendo ai negoziatori di non accettare un compromesso sul numero di centrifughe, ma sta chiaramente imponendo un numero di Unità di Lavoro Separate, tale da permettere all’Iran di ottenere l’uranio necessario per la bomba in qualsiasi momento;
  2. Nessun negoziato sul programma missilistico iraniano. Vogliamo ricordare che, le preoccupazioni in merito ai vettori iraniani, sono state espresse chiaramente dalle Nazioni Unite e, soprattutto, dall’AIEA. Il rifiuto della Guida Suprema di negoziare sui missili, quindi, rappresenta una diretta sfida alle richieste internazionali. E’ importante non scordare che l’Iran ha da anni vietato l’accesso agli ispettori internazionali alla base militare di Parchin, ove Teheran ha simulato una esplosione nucleare e ove vengono fatti gli studi maggiori relative al programma missilistico;
  3. Nessun negoziato sulla natura dell’impianto di Arak. Anche in questo caso, la Guida va contro le richieste Onu e AIEA. Arak è un impianto sospettato di servire al riprocessamento dell’uranio, per costruire una bomba al plutonio. Non negoziando su Arak, Teheran non darà le necessarie rassicurazioni in merito alla pacificità del programma nucleare;
  4. Nessuna chiusura degli impianti nucleari iraniani. Ergo: la Repubblica Islamica non chiuderà mai gli impianto di Fordo e Natanz, costruiti in segreto dal regime, ove avviene l’arricchimento dell’uranio;
  5. Abolizione di tutte le sanzioni internazionali. Ovvero: non vi diamo praticamente niente, ma da voi pretendiamo tutto…

Khamenei ha reso noto di aver comunciato già le linee rosse ai negoziatori iraniani. E’ molto interessante rilevare che, queste linee rosse, arrivano alla vigilia del viaggio di Rouhani negli Stati Uniti, per l’inizio dei lavori annuali dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

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Non contento, la Guida Suprema ha anche usato Twitter per minacciare direttamente gli Stati Uniti. In un tweet pubblicato nella tarda serata di ieri, la Guida ha scritto: “Se gli Stati Uniti entreranno senza permesso (via terra, NdA) in Iraq e Siria, avranno gli stessi problemi che hanno avuto negli ultimi 10 anni in Iraq“. Si tratta di un tweet colmo di significati e di minacce. Il regime iraniano, infatti, è quello che ha maggiormente finanziato gli attentati contro gli americani in Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein. Per colpire l’odiato Grande Satana, Teheran ha creato milizie sciite fedeli alla Velayat-e Faqih (leggi: Moqtada al Sadr). Non solo: la Repubblica Islamica è praticamente il regime che ha salvato il potere di Bashar al Assad, usando proprio miliziani sciiti prevalentemente inviati dal territorio iracheno. Scrivendo quello che ha scritto, quindi, Khamenei ha avvertito gli americani che, nel caso di una azione via terra contro Isis, la coalizione internazionale sarà colpita duramente dai jihadisti sciiti al servizio dei Mullah khomeinisti.

Insomma, per concludere, con solo poche righe, Khamenei ha praticamente bloccato qualsiasi mutamento di politica estera e militare del regime iraniano…ammesso che ce ne sia mai stato uno…

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Il Ministro degli Esteri iraniano Zarif incontrerà oggi il Ministro degli Esteri italiano – e neo Mrs. Pesc – Federica Mogherini. Come sottolineato dalle agenzie di stampa iraniane, al centro del colloquio, ci saranno due argomenti principali: 1) i negoziati sul programma nucleare iraniano; 2) le crisi attuali in Medioriente (praticamente la minaccia dell’Isis). Per quanto concerne il negoziato sul programma nucleare iraniano, come noto, sinora ha sortito ben pochi risultati concreti. Il solo successo, se così possiamo chiamarlo, è stato quello di riabilitare il regime iraniano e fargli incassare parecchi soldi. Moneta utilizzata chiaramente per finanziare i Pasdaran in Siria e in Iraq. Non solo: come abbiamo già scritto, il regime iraniano ha violato l’accordo temporaneo con il 5+1, importando prodotti petrolchimici per un ammontare superiore a 250000 dollari (tra le società sanzionate per questa violazione, lo ricordiamo, c’è anche una compagnia italiana: la Dettin SpA).

Se le parole valgono qualcosa, allora sul negoziato nucleare iraniano c’è poca speranza di aver fiducia nelle promesse degli Ayatollah. Come ai tempi di Rouhani negoziatore – quando l’Iran firmò un accordo di sospensione dell’arricchimento per terminare libermanete la costruzione dell’impianto di Isfahan – anche questa volta l’establishment iraniano sembra interessato ad un accordo facile da violare. Una controprova di quanto scriviamo, ci arriva dalle parole di Ala al-Din Boroujerdi, parlamentare iraniano e Presidente della Commissione Politica Estera e Sicurezza Nazionale. Per la cronaca, fu proprio Ala al-Din Boroujerdi nel 2009 ad annunciare che presto l’Iran avrebbe iniziato ad arricchire l’uranio al 20%, promessa successivamente mantenuta.

Parlando al giornale Khayan (vicino alla Guida Suprema Khamenei), il potente Ala al-Din Boroujerdi ha rilasciato alcune considerazione prezione sul programma nucleare. Una, in particolare, dimostra chiaramente come non sia possibile fare affidamento su Teheran: parlando dell’arricchimento dell’uranio al 20%Boroujerdi ha prima affermato che tale l’arricchimento è stato per l’Iran una necessità temporanea. Allo stesso tempo, però, ha dichiarato che la Repubblica Islamica si riserva il diritto di rimuovere il limite all’arricchimento, riprendendo a produrre uranio al 20% , ogni volta che ne avrà necessità.

Se questi sono i presupposti di quello che dovrebbe essere un solido accordo con la Repubblica Islamica, diciamo che il futuro non appare molto roseo…

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Circa un mese fa un alto ufficiale del regime nordocoreano è venuto a mancare per cause naturali. Si trattava del Generale Jon Pyong Ho, pluridecorato generale, uomo chiave del Partito dei Lavoratori coreani (la versione nordcoreana del Partito Comunista). Al funerale di Pyong Ho, era presente praticamente tutto il regime, con il dittatore Kim Jong Un in testa alla rappresentanza ufficiale. Come mai il Generale Pyong Ho era così importante a Pyongyang? La risposta è molto semplice: Pyong Ho era il padre del programma nucleare della Corea del Nord. Fu lui, infatti, a trattare con A.Q. Khan – padre dell’atomica pakistanae fu lui a far trasferire nell’impianto di Yongbyon il modello di centrifughe P2, usate da Islamabad. A dispetto del fatto che la bomba nucleare pakistana è prodotta per mezzo sull’arricchimento dell’uranio, mentre quella nordcoreano è incentrata sul plutonio, il fondamento del programma nucleare dei due paesi è lo stesso.

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Come riportato dal quotidiano nordcoreano Rodong Sinmun, il funerale del Generale Jon Pyong Ho, è stato organizzato da ben 88 alti rappresentante del regime. Il primo nella lista era Kim Yong Nam, attuale Presidente della Assemblea Suprema del Popolo ed in passato già nominato Ministro degli Esteri. Il nome di Kim Yong Nam, per la cronaca, ha già messo in passato in allarme la Comunità Internazionale: è stato lui, infatti, che nel 2002 è volato a Damasco per incontrare Bashar al Assad e vendere al dittatore arabo le copie della tecnologia necessaria per replicare in Siria una copia del reattore di Pyongyang (usato dalla Corea del Nord per produrre il plutonio).Come si ricorderà, solamente cinque anni dopo, gli israeliani bombardarono e distrussero il reattore di al Kibar, nella regione siriana di Deir ez-Zon.

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Kim Yong Nam, quindi, è anche un noto personaggio a Teheran. Di lui si hanno fotografie in compagnia dell’ex Presidente iraniano Ahmadinejad e della Guida Suprema Ali Khamenei, a cui ha fatto visita l’ultima volta nel 2012. Durante quell’incontro, per la cronaca, Khamenei sottolineò a Nam che l’Iran e la Corea del Nord hanno gli stessi nemici e devono marciare insieme per raggiungere i comuni obiettivi.

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Oggi, secondo informazioni interne al regime nordcoreano, Kim Yong Nam avrebbe ereditato le resposabilità del Generale Jon Pyong Ho, in merito al programma nucleare e missilistico di Pyongyang. Come noto, soprattutto in campo missilistico, la collaborazione tra Iran e Corea del Nord è strettissima. Basti pensare che il missile balistoco iraniano Shahab 3, in pratica, è meramente una copia del missili nordcoreano No Dong (a sua volta derivazione del missile pakistano Ghauri). Questa perversa collaborazione tra Teheran e Pyongyang, potrebbe presto trasferirsi massicciamente anche in campo nucleare: il regime nordcoreano, infatti, pare aver iniziano una produzione massiccia delle centrifughe P2, quelle che a Teheran vengono chiamate IR-2 (oggi Teheran dispone di poche centrifughe IR-2). Si tratta di centrifughe molto piu’ veloci del modello P1 (IR-1), che farebbero molto comodo all’Iran in caso di fallimento del negoziato nucleare.

Perciò, se la Comunità Internazionale non rispettasse le volontà dell’Iran, Teheran – con il supporto della Corea del Nord – potrebbe installare velocemente numerose cascate di centrifughe IR-2 e produrre velocemente sufficiente uranio arricchito al 90% per la costruzione della bomba nucleare. Uranio che si andrebbe a sommare a quello già in posseso di Teheran (arricchito al 20%) e trasformato per il momento in ossido. Come dimostrato dal think tank ISIS, infatti, l’Iran potrebbe riconvertire l’ossido in uranio in meno di tre mesi. Nel febbraio 2014, vogliamo ricordarlo, il Ministro degli Esteri iraniano Zarif decide di interrompere i negoziati sul nucleare, proprio per andare ad incontrare il Vice Ministro degli Esteri della Corea del Nord Ri Gil Song, uomo di fiducia di Kim Yong Nam…

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