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Gholam-Hossein-Karbaschi

L’ex Sindaco di Teheran Gholamhoseein Karbaschi e’ stato condannato ad un anno di carcere, per aver pubblicamente criticato il coinvolgimento del regime iraniano nella guerra in Siria.

I fatti risalgono all’aprile del 2017 quando, durante un incontro pubblico presso Isfahan, Karbaschi ha affermato: “Dobbiamo essere fieri del fervore religioso nel nome del quale si difendono i luoghi santi (in Siria, NdA)? Ascoltate! Noi anche vogliamo la pace in Siria, Libano e Yemen. Noi vogliamo difendere gli oppressi e rafforzare le popolazioni sciite in quei Paesi. Ma, possiamo davvero ottenere tutto questo solamente fornendo soldi e armi, per uccidere?” (video in basso). In seguito a queste parole, il Procuratore di Isfahan ha aperto una inchiesta contro Karbaschi, accusandolo di “insulto ai martiri difensori dei luoghi santi”.

Il Capo della Fondazione dei Martiri iraniana, nel maggio del 2018, ha dichiarato che almeno 2100 iraniano sono morti in Siria, durante la guerra. Per molti esperti – e anche per molti iraniani – il numero dei morti e’ molto piu’ alto.

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Ieri e’ stato il terzo giorno di manifestazioni popolari in Iran contro il caro vita. Manifestazioni che, questa volta, sono partite dalla capitale Teheran e hanno visto protagonista la classe dei Bazari – i noti mercanti tradizionali iraniani – la cui adesione alle proteste del 1978 – 1979, provoco’ la caduta dello Shah e la vittoria della rivoluzione khomeinista.

Le manifestazioni contro il caro vita, si sono immediatamente trasformate in manifestazioni anti regime. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della capitale gridando slogan contro Khamenei, denunciando che il vero nemico del popolo iraniano non sono gli Stati Uniti, ma il regime e chiedendo la fine immedita di tutti i soldi che la Repubblica Islamica spende per finanziare il terrorismo in Siria, Libano, Yemen e Territori Palestinesi.

Ovviamente, neanche a dirlo, il Procuratore di Teheran ha accusato i manifestanti di essere al soldo di padroni stranieri. Nel corso delle manifestazioni – che da Teheran si sono estese praticamente in tutto il Paese, coinvolgendo nuovamente anche gli studenti universitari – sono state arrestati dozzine di dimostranti.

Per loro, purtroppo, sono attese punizioni molto dure. Il capo della Magistratura iraniana, Sadeq Amoli Larijani, ha addirittura affermato che “il disturbo delle attivita’ economiche potra’ comportare pene che vanno dai 20 anni di carcere alla la pena di morte” (video in basso).

Nel frattempo e’ guerra tra le fazioni iraniane. Gli integralisti, soprattutto in Parlamento, iniziano a raccogliere le firme per sfiduciare il Presidente Rouhani. Da parte sua, la fazione di Rouhani accusa i radicali di soffiare sul fuoco delle proteste, allo scopo di colpire il Governo.

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Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ieri nella capitale Teheran. Le ragioni della protesta sono le stesse che provocarono le proteste anti-regime avvenute tra il Dicembre 2017 e i primi mesi dell’anno successivo: la drammatica situazione finanziaria nel Paese.

Con l’arrivo di Trump al potere negli Stati Uniti, per il regime iraniano e’ finita la cuccagna: quella che aveva permesso all’Iran di firmare l’accordo nucleare, godere dei vantaggi della sospensione delle sanzioni internazionali, ma non dare nulla di concreto in cambio. In particolare, Teheran aveva approfittato dell’accordo nucleare per espandere il programma missilistico e aumentare, in maniera incontrollata, il suo potere fuori dalla Repubblica Islamica, in particolare in Siria, Iraq, Yemen, Libano e Striscia di Gaza.

Trump, apriti cielo, ha messo fine a questa cuccagna, abbandonando il JCPOA dopo la non disponibilita’ di Teheran a rivedere i parametri dell’accordo firmato da Obama. Con il ritiro di Washington dall’accordo e l’annuncio del prossimo ripristino delle sanzioni secondarie, e’ iniziata la caduta verso il baratro per l’establishment clericale iraniano. Una caduta, si badi bene, in corso da anni, da ben prima dell’arrivo dell’attuale Presidente americano.

Come dimenticare infatti che, negli anni in cui Obama ha promosso la fine di importanti sanzioni all’Iran – e chiuso persino gli occhi davanti al narcotraffico di Hezbollah – nessun istituto finanziario Occidentale si e’ reso disponibile ad assicurare i numerosi accordi commerciali che le varie delegazioni firmavano visitando l’Iran? Come dimenticare che, per sopperire a questo rifiuto delle banche Occidentali i Governi, tra cui quello italiano, hanno dovuto approvare garanzie pubbliche per provare a far partire il business con Teheran? E come dimenticare che, neanche in questo modo, i Governi Occidentali hanno trovato banche compiacenti a fare da controparte agli istituti di credito finanziario?

Il perche’ e’ semplice: l’Iran e’ una grande opportunita’ economica, ma non questo Iran. Questo Iran e’ corrotto, non garantisce alcuna trasparenza negli affari, non rispetta i minimi parametri dello Stato di Diritto, arresta persone senza reali motivazioni e soprattutto usa buona parte del denaro che riceve per finanziare il terrorismo internazionale, le fondazioni religiose e le compagnie dei Pasdaran, incapaci di fare realmente business.

Le proteste di ieri sono figlie dirette di tutto questo. A provocare la scintilla finale e’ stato il drastico calo del valore del Rial al mercato nero iraniano. Ormai per un dollaro, e’ necessario addirittura pagare 90,000 Rial! Purtroppo per il regime – e per fortuna per il mondo civile – ad unirsi alla protesta sono stati anche i potenti Bazari della capitale. Grazie al loro sostegno a Khomeini nel 1978-1979. fu possibile abbattere il regime autoritario dello Shah.

Neanche a dirlo, il Procuratore Generale di Teheran ha accusato “agenti esterni” di aver provocato le proteste popolari. Neanche a dirlo, le sue parole intendevano minacciare i manifestanti di arresti di massa. La fame, si sa, conta pero’ piu’ della paura delle manette. Ecco la ragione per cui, senza cambiamenti drastici da parte del regime, le proteste non si fermeranno. Potranno essere represse, ma prima o poi riprenderanno sempre fiato.

Il perche’ e’ negli slogan della folla arrabbiata ieri nelle strade di Teheran: “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, “Marg Bar Falestine” (Morte alla Palestina), “Marg Bar Diktator” (Morte al Dittaore), “Non abbiamo bisogno di Khamenei”. Il popolo ne ha piene le scatole di un regime che passa il suo tempo a finanziare il peggior terrorismo internazionale, nel nome dell’Islam. Il popolo iraniano vuole un Paese che rispetti l’Islam, ma che si confronti con la grandezza della cultura persiana. Una cultura fatta di accoglienza e rispetto, da anni ormai violentata da un regime che pretende di usarne l’eredita’ cancellandone i valori.

Marg Bar Diktator!

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La crisi diplomatica tra l’Iran e il mondo arabo – Qatar escluso – ormai si estende a macchia d’olio. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Marocco e dopo le accuse a Teheran del Governo algerino, ora si apre il fronte con la Giordania.

Secondo un importarte rappresentante giordano, Amman ha richiamato il suo Ambasciatore a Teheran, S.E. Abdullah Abu Rumman, e non pare avere alcuna intenzione di nominare un successore.

Ovviamente, la crisi si inserisce all’interno dello scontro tra Arabia Saudita e Iran, con il Ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi che ha dichiarato che la “stabilita’ di Riyad e’ parte della sicurezza del Regno Hashemita. La Giordania rigetta l’interferenza iraniana negli affari interni dei Paesi della regione”.

Teheran non ha reagito ufficialmente a questa decisione giordana, ma le agenzie di stampa iraniane hanno gia’ iniziato a martellare contro Amman. La Tasnim News, vicina ai Pasdaran, ha accusato le forze speciali giordane di aver aiutato la monarchia del Bahrain a reprimere le “manifestazioni popolari”.

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Il risultato delle elezioni irachene sta terrorizzando Teheran. Il successo del partito Sairoon del clerico Moqtada al-Sadr – che ha ottenuto 54 seggi all’interno del parlamento iracheno – sta sconvolgendo completamente la strategia imperialista iraniana in Iraq.

Qui, infatti, Teheran aveva puntato sia sul partito dell’attuale Premier Haider al-Abadi, che su quello dell’ex Premier Nuri al-Maliki, quest’ultimo un vero e proprio fantoccio nelle mani dei Pasdaran. Sia al-Abadi che al-Maliki sono alleati dell’Iran, ma si sono presentati alle elezioni divisi, per ragioni di politica interna. Il partito di al-Abadi (al-Nasr) ha ottenuto 42 seggi, mentre quello di al-Maliki, ne ha ottenuti 25. Altri 47 seggi sono stati ottenuti invece da Hadi al-Amiri, gia’ capo dell’organizzazione Badr, armata e finanziata direttamente dai Pasdaran.

L’incubo iraniano quindi, e’ che al-Sadr arrivi al potere, magari in alleanza con l’attuale premier al-Abadi, come suddetto non nemico di Teheran, ma non completamente controllato dagli iraniani. Al-Sadr, lo ricordiamo, pur essendo un clerico sciita, da anni ormai guida un movimento di riforma dell’Iraq, che ha come suo primario obiettivo la lotta alla corruzione e il distacco dell’Iraq dall’invadenza del vicino iraniano. A tal fine, al-Sadr ha notevolmente migliorato i rapporti con gli Stati arabi sunniti, in primis con l’Arabia Saudita. Per queste ragioni, prima delle elezioni, Ali Akbar Velayati – consigliere politico di Khamenei – aveva dichiarato che per Teheran era fondamentale impedire la vittoria “dei liberali e dei comunisti” (riferendosi indirettamente proprio ad al-Sadr).

La notizia dell’arrivo immediato di Soleimani a Baghdad, e’ il chiaro indice della tensione che si respira a Teheran. Immediatamente dopo le elezioni, al Sadr ha ricevuto le congratulazioni del Premier al-Habadi e ha persino incontrato al-Amiri. Una alleanza di al-Sadr quindi con questi due rappresentanti iracheni, rischierebbe di far nascere a Badghad un Governo che non prende ordini direttamente dalla Repubblica Islamica. Peggio, un Governo che – sebbene non ostile a Teheran – non ha alcuna intenzione di aprire un fronte di confronto con i sunniti.

Moqtada Al-Sadr, d’altronde, ha sempre sottolieanto la necessita’ di combattere il settarismo, prima causa del sostegno dei sunniti a al-Qaeda e Isis. Settarismo che l’Iran ha fortemente provocato, specialmente durante l’epoca di al-Maliki.

 

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Come purtroppo capita sovente quando si tratta di regime iraniano, se non e’ questione nucleare, le notizie passano drammaticamente quasi sotto silenzio. Un esempio lampante di quanto affermato ora, e’ la decisione del Marocco di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran.

Secondo Rabat infatti, Teheran ha finanziato e armato il Fronte Polisario, ovvero il gruppo ribelle attivo nel Sahara Occidentale. Per la precisione, secondo le forze di sicurezza, sarebbe Hezbollah a fornire armi e sostegno logistico ai guerriglieri del Fronte Polisario. Ovviamente, neanche a dirlo, Teheran ha negato ogni accusa, cosi come da anni nega di sostenere i ribelli Houthi in Yemen.

I dinieghi di Teheran arrivano nonostante il fatto che il Ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, ha detto di avere le prove del rapporto tra Hezbollah e Fronte Polisario e dell’invio nel Sahara Occidentale di missili SAM9, SAM11 e Strela. Un sostegno fornito attraverso l’intermediazione dell’Ambasciata iraniana ad Algeri.

La crisi fra Marocco e Iran e’ l’ennesima riprova che la Repubblica Islamica rappresenta una minaccia per i Paesi del Mediterraneo. Sostenendo il Fronte Polisario, infatti, Teheran non ha messo a repentaglio solamente la stabilita’ marocchina, ma tutta quella del nord Africa. Una nuova crisi militare in quell’area, infatti, avrebbe conseguenze in tutta la regione, con effetti sulle stesse relazioni tra Marocco e Algeria, sulla crisi libica e soprattutto sulla crisi migratoria!

E’ bene che tutta l’UE, Italia in testa, riflettano attentamente su quanto accaduto tra Marocco e Iran e sull’importanza di tenere una posizione ferma nei confronti del regime iraniano, soprattutto verso la costante interferenza di Teheran negli affari interni dei Paesi arabi!

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E’ una rivoluzione? E’ solo una rivolta? I sauditi infiltrano le proteste? E’ opera del network clientelare e criminale di Ahmadinejad? E’ un complotto contro Rouhani?

Queste sono alcune delle domande che, in queste ore, gli esperti e  gli “esperti” di Iran e Medioriente, si fanno, in seguito all’inizio delle proteste nella Repubblica Islamica. Non abbiamo una risposta per tutto e ne riteniamo che, ad oggi, sia possibile avere una risposta definitiva.

Le ragioni della protesta: 

Ci sono pero’ alcuni dati di fatto che, per comprendere quanto sta accadendo, devono essere sottolineati. Li elenchiamo brevemente:

  • Scandali economici, soprattutto legati a gruppi finanziari legati spesso al network dei Pasdaran. Gruppi che hanno attirato i fondi dei cittadini, promettendo interessi esorbitanti e perdendo alla fine tutti questi risparmi;
  • Aumento del prezzo di alcuni beni alimentari di prima necessita’, quali uova e pane;
  • Miliardi di Rial spesi per finanziare le peggiori milizie terroriste sciite in Medioriente, in Paesi come il Libano, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Anche in questo caso, durante le proteste, tra i primi slogan c’e’ stato “No Gaza, No Beirut, la mia vita solo per l’Iran”. Soldi deviati alla popolazione, ovviamente;
  • Conflitto – mafioso – tra gruppi politici all’interno del Paese, soprattutto quello tra i sostenitori di Ahmadinejad e la potente famiglia Larijani, che controlla anche la Magistratura. In queste settimane, in particolare, Ahmadinejad ha accusato la figlia di Sadiq Larijani, capo della Magistratura, di essere una spia degli inglesi, mentre i Larijani hanno minacciato Ahmadinejad di aprire una indagine sugli scandali finanziari relativi alla sua Presidenza;
  • Delusione nei confronti di Rouhani, incapace di mantenere le promesse fatte sui diritti civili durante la campagna elettorale e ormai virato verso una linea più conservatrice, aumentando anche il budget dei Pasdaran nella legge di bilancio, con lo scopo di “comprare” il loro sostegno (in pieno stile clientelare del regime mafioso iraniano);
  • Delusione nei confronti di Rouhani, per quanto concerne la ripresa economica del Paese. I miglioramenti in alcuni numeri, non si sono tradotti in vantaggio verso le frange più povere del Paese, rimaste ai margini. Questo, nonostante i miliardi arrivati a Teheran da tutto il mondo, dopo la fine di molte delle sanzioni internazionali. La scusa della persistenza delle secondary sanctions americane regge, poco, dato che a Teheran non sono interessati solo gli europei, ma anche i cinesi e i russi, ben poco preoccupati dei rischi delle reazioni della Casa Bianca.

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(Forse) Un po’ più 1999 che 2009…

Queste sono solo alcune, forse le maggiori, ragioni della nuova protesta in Iran. Detto questo, quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica non può essere ad oggi comparato al 2009, ovvero alle proteste dell’Onda Verde. In quel caso esisteva una ragione preponderante – i brogli nella rielezione di Ahmadinejad – e una leadership della protesta – Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – ad oggi costretti agli arresti domiciliari.

Forse, con mille cautele, quanto sta accadendo e’ un pochino più comparabile alla protesta del 1999, quella degli studenti di Teheran, repressa nel sangue con la benedizione anche dello stesso Rouhani. Allora alla Presidenza c’era Khatami, un “riformista” che deludeva per la sua incapacita’ di tradurre le belle parole in fatti. All’epoca i Pasdaran inviarono una lettera a Khatami, minacciando che – davanti ad una sua inazione – avrebbero represso nel sangue la protesta. Cosi accadde e, di li a poco, Ahmadienjad arrivo’ al potere, sostenuto anche da Khamenei (che oggi lo odia).

Le proteste di questi giorni, pero’, per il regime sono peggio del 1999 e del 2009: dal 1979 ad oggi, davanti al malcontento della popolazione, l’establishment iraniano ha reagito come un camaleonte, cambiando colore a seconda di dove andava il vento. Il fallimento di Khatami, Ahmadinejad e Rouhani, pero’, dimostra che il problema e’ il sistema. Un sistema che, al fianco di organi istituzionali ufficiali, ha quelli paralleli (Bonyad, Pasdaran, Khamenei), che sono i veri perni del regime e sono capaci di modificare come preferiscono le decisioni governative.

Una diversa strategia del regime…ma con lo stesso scopo…

Attualmente, la strategia del regime iraniano davanti alle proteste e’ diversa dal 2009. Durante il periodo dell’Onda Verde, dopo il riconteggio dei voti, il regime inizio’ immediatamente a parlare di “sedizione” e avviare le repressioni. In questo caso, il regime punta a darsi un volto democratico, sostenendo il diritto della popolazione di manifestare e affiancando a questo il mantra della cospirazione.

C’e’ pero’ un “ma”: il grande “ma” e’ la ripetizione a manetta – in tutti gli articoli sulle proteste – dell’articolo 27 della Costutizione iraniana, quello che garantisce il diritto di protesta alla popolazione, ma con il limite di “non violare i principi cardine dell’Islam”. Con questa ultima postilla, il regime si lascia mano libera per reprimere le proteste quando vuole – i morti sono gia’ decine – accusando i manifestanti di essere contro la Velayat-e Faqih.

Quale (prima) conclusione

Rivolta o rivoluzione, la conclusione resta la stessa: l’Iran e’ ostaggio di un regime instabile che, costantemente, si ritrova a dove gestire drammatiche proteste di massa. Come suddetto, questa volta, a fallire e Rouhani ed e’ difficile vedere come il “camaleonte khomeinista” si colorerà nuovamente, per superare la crisi. Probabilmente, ad oggi, le proteste non minacciano la sopravvivenza del regime, ma siamo solo all’inizio.

Il messaggio che mandano, pero’, e’ ben peggiore, soprattutto per chi intende investire sull’Iran, sia economicamente che politicamente: e’ in atto una guerra senza quartiere che mischia discontento popolare a faide interne tra diverse fazioni. Qualcosa che sta tra la voglia dei giovani di un futuro libero e una vera e propria guerra di mafia. Per queste ragioni, se l’Occidente e’ furbo, da un Paese simile scappa…