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Lo denuncia BBC e lo dicono i fatti: mentre l’Occidente parla con Rouhani e Zarif, la politica estera dell’Iran è sempre di piu’ nelle mani dei Pasdaran. Forse non si tratta di una novità, ma è certo che le Guardie Rivoluzionarie stanno militarizzando l’intera attività esterna del regime islamico. Quanto appena affermato, è dimostrato dai recenti accadimenti nell’area del  Golan siriano. Qui, il 18 gennaio scorso, sono stati uccisi sei terroristi di Hezbollah – tra cui Jihad Mughiniyah – e un alto Generale della Forza Qods iraniana, Mohammed Ali Allahdadi. A questo punto, però, la domanda è: ma cosa ci faceva un generale iraniano nel Golan siriano? Considerando che, dal 2011 ad oggi, l’Iran controlla praticamente il regime di Assad, sicuramente la presenza dei Pasdaran in Siria non stupisce. Tuttavia, bisogna considerare che l’area del Golan siriano, per le forze sciite, è divenuta recentemente molto pericosa, soprattutto perchè controllata in buona parte dalle forze ribelli. Allora: come mai l’Iran ha deciso di rischiare un alto ufficiale in una zona altamente a rischio? Secondo alcune fonti di intelligence, il Generale Allahdadi svolgeva un compito specifico.

Il Golan come nuovo fronte strategico

Non solo Teheran ha salvato il regime di Bashar al Assad con armi e finanziamenti, ma ha anche creato un nuovo corpo pretoriano, improntato sul modello delle milizie Basij. Ordinando ad Hezbollah ad entrare nel conflitto siriano, quindi, l’Iran ha determinato lo scoppio di un vero e proprio conflitto settario all’interno dell’Islam. Una guerra ormai senza confine tra il khomeinismo e il salafismo piu’ radicale (Isis, al Nusra). La recente uccisione del terrorista libanese Jihad Mughniyah e del generale iraniano Mohammed Ali Allahdadi, ha dimostrato come – a dispetto delle parole di dialogo e pace predicate da Rouhani e Zarif nel mondo – i centri di potere in Iran stanno attivamente lavorando per ampliare la profondità strategica della Repubblica Islamica. Secondo le informazioni provenienti dalla stampa araba, infatti, l’obiettivo dell’asse sciita nel Golan era quello di aprire un nuovo fronte di guerra nel sud della Siria. Come dimostrato dai ribelli in occasione della cattura dell’area di Tel al Harrah e come confermato dai mediala missione affidata al Generale Allahdadi  era quella di costruire una base missilistica nel Golan, con lo scopo di provocare un conflitto con Israele, senza tuttavia coinvolgere il Libano. A tal fine, secondo quanto scritto dal quotidiano arabo Al Hamdan, Hezbollah e i Pasdaran avevano da tempo costruito nella zona delle basi militari. Tra queste il quotidiano nomina: la base regionale di Tel Al-Sha’er (nell’area di Ayouba), la base della Divisione 90 (nell’area di al Koum) e la base di Tel al Ammar (area di Al-Nouriyya).

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L’Iran produce i missili direttamente in Siria 

Con lo scoppio della guerra settaria in Iraq, per l’Iran si è fatto sempre piu’ difficile rifornire di armamenti il regime siriano. Per questo, al fine di raggiungere i suoi obiettivi, il regime iraniano ha deciso di usare il territorio della Siria per costruire in loco i missili. Una conferma è stata data direttamente da un alto comandante iraniano lo scorso anno. Parlando all’agenzia Fars News, il Generale Amir Ali Hajizadeh, alto comandante Pasdaran, ha publicamente ammesso che Teheran ha costruito sul suolo siriano un’industria per la produzione dei missili. Ricordiamo che, sino a pochi mesi fa, la via preferita usata dal regime iraniano per inviare armamenti in Siria era quella aerea. In particolare, il Governo iracheno di al Maliki ha lasciato i suoi aeroporti a disposizione dei Pasdaran che, violando ogni normativa internazionale, hanno usato gli veicoli civili a questo scopo.

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Il fronte del Golan si unisce a quello palestinese. Hamas si inchina, Abu Mazen presto in Iran?

In questa nuova guerra, nonostante la recente “crisi diplomatica”, Hezbollah e l’Iran avrebbero ricevuto l’aiuto Hamas. Il movimento islamico palestinese, infatti, ha completamente dimenticato i profughi palestinesi in Siria, lasciati senza acqua dal regime di Bashar al Assad. In cambio dei soldi, quindi, i salafiti di Gaza hanno deciso di abbandonare la Jihad contro Assad, per mantenere il controllo nella Striscia. Una decisione derivata soprattutto dalla fine dell’esperienza Morsi in Egitto e dall’arrivo al potere di al Sisi, giurato nemico della Fratellanza Islamica.

Secondo i piani del Generale iraniano Ali Hajizadeh, l’mpianto di costruzione dei missili in Siria, sarebbe stato a disposizione dei proxy iraniani in Libano e nei Territori palestinesi. Non bisogna dimenticare che, negli ultimi mesi, la Guida Suprema Ali Khamenei ha pubblicamente affermato che Teheran intende armare non solo Gaza, ma anche tutta la Cisgiordania. In tal senso, è importante sapere che in questi giorni, Azzam al Ahmad, membro del Comitato Centrale di Fatah, ha rilsciato una intervista al quotidiano iraniano Ettelaat: dopo aver elogiato il regime dei Mullah, al Ahmad ha dichiarato che il Presidente Palestinese Abu Mazen è pronto a visitare l’Iran ed attende unicamente un invito ufficiale.

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Conclusione: fermare la “Jihad Sciita” per evitare l’esplosione di tutto il Medioriente 

La Siria è solo la punta, probabilmente piu’ importante, di una vera e propria Jihad sciita. Una Jihad basata sulla versione Khomeinista dello sciismo, attualmente in atto in buona parte del Medioriente e del Golfo. Nell’area del Golfo, proprio allo scopo di minacciare l’Arabia Saudita, la Repubblica Islamica ha forzato la minoranza Huthi a rompere il patto con il Governo centrale di Sanaa, provocando lo scoppio di una nuova guerra civile. Purtroppo, l’Occidente ha deciso di combattere la guerra ad Isis, alleandosi indirettamente con l’Iran. Accettando passivamente il fatto che gli iraniani fossero già presenti in Siria e Iraq, l’Occidente ha scelto la via piu’ facile per avviare quella guerra ad Isis via terra che, per via delle opinioni pubbliche interne, non è possibile combattere pubblicamente. Tuttavia, questa strategia rischia di rivelarsi una mera tattica e di provocare effetti disastrosi. Proprio l’azione iraniana in Siria e Iraq ha determinato la scelta di numerse tribu’ sunnite di accettare il potere del terrorista salafita al Baghdadi. La sola via per sconfiggere Isis, quindi, passa proprio dalla fine dell’influenza iraniana nella regione mediorientale e dal ritorno alla politica di quelle forze sunnite escluse per troppi errori di miopia. Serve, infine, non dimenticare il pericolo del programma missilistico iraniano, da tempo condannato dalle Nazioni Unite, a cui la Repubblica Islamica non intende rinunciare. Firmare un accordo nucleare con Teheran, dimenticando il pericolo dei vettori balistici, costituirebbe davvero un precendente pericoloso.

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Nella storia dell’Islam sciita il comandante al-Mukhtar è un eroe (per esteso il suo nome sarebbe al-Mukhtār ibn Abī ʿUbayd Allāh, in arabo المختار بن أبي عبيد الله الثقفي ) . Fu lui, infatti, a guidare una rivolta contro il califfato Ommayade per vendicare la morte dell’Imam Ali nel 680. La ribellione ebbe successo, anche se fu di breve durata e portò alla morte dello stesso al-Mukhtar nel 687. Nella tradizione sciita, quindi, Mukhtar rappresenta il coraggio e la giustizia, la vendetta contro i nemici sino all’eroico sacrificio della propria vita (nello sciismo il martirio è un vero e proprio culto che trova nel giorno dell’Ashura, il ricordo della morte di Ali, il suo momento più alto). Il mito del comandante Mukhtar, chiaramente, ha plasmato totalmente la Repubblica Islamica. La televesione nazionale iraniana, IRIB, ha trasmesso un colossale di 40 puntate dedicate alla narrativa di Mukhtar, mentre in Iraq è stato creato un movimento terrorista jihadista, finanziato dall’Iran, denominato proprio Mukhtar Army (al comando di Jaysh Al-Mukhtar).

Di recente, purtroppo, il mito di Mukhtar è stato usato per insegnare ai giovani iraniani l’odio verso tutti coloro che criticano la Guida Suprema. Unendo tradizione e modernità, gli informatici del regime hanno creato un videogame intilato “Il Ritorno di Mukhtar”. Il gioco, però, non ha nulla a che vedere con la storia dello sciismo e la ben nota diatriba con il mondo sunnita. Al contrario, il giocatore ha come obiettovo quello di uccidere i nemici della Repubblica Islamica. Così, al fianco delle solite bandierine di Israele e degli Stati Uniti, appaiono i volti dei leader dell’Onda Verde, Moussavi e Karroubi, ma anche quello dell’ex Presidente riformista Khatami. Vogliamo ricordare che, nel 2011, furono gli stessi deputati iraniani ad invocare la morte di Moussavi, Karroubi e Khatami, durante una seduta del Majles. Una nuova riprova della bestialità della politica iraniana (vedere per credere).

Qui sotto vi proproniamo alcuni spezzoni di questo macabro videogame. Si tratta, vogliamo ribadirlo, di una nuova riprova della degenerazione fondamentalista e ossessiva del regime khomeinista. L’ennesima conferma che, a dispetto delle incoraggianti parole di Rohani, Teheran ben poco è cambiato….

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quinta

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seconda  terza

sesta