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Almeno 17 studenti dell’Universita’ di Teheran e due dell’Universita’ di Tabriz, sono stati condannati a pene detentive che vanno da un anno a dodici anni di carcere (alcuni sono stati condannati anche a ricevere delle frustate e all’esilio!). Tutti loro sono accusati di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale e di aver preso parte a “assemblee illegali”, per aver partecipato alle proteste – scoppiate a fine 2017 e ancora in corso – per la situazione economica all’interno della Repubblica Islamica.

Di seguito la lista dei condannati e alcune informazioni su di loro:

  1. Zanyar Ahmadiniaz, Universita’ Azad di Teheran: otto anni di carcere;
  2. Sima Entasari: cinque anni di carcere;
  3. Shima Entasari, studente di economia, Universita’ di Teheran: cinque anni di carcere;
  4. Mehdi Eskandari, studente di Giurisprudenza, Universita’ Payame Noor di Teheran: sei anni di carcere e due anni di divieto di lasciare il Paese;
  5. Reza Bavi, Universita’ Azad di Teheran: sette anni di carcere;
  6. Padram Pazireh, Universita’ di Teheran: sette anni di carcere e 74 frustate;
  7. Leila Hosseinzadeh, studentessa di antropologia, Universita’ di Teheran: sei anni di carcere e due anni di divieto di lasciare il Paese;
  8. Mohsen Haghshenas, studente di design, Universita’ di Teheran: due anni di carcere;
  9. Khashayar Dejghan, studente di ingegneria, Universita’ di Teheran: sette anni di carcere, 74 frustate, due anni di esilio presso Borazjan, Provincia di Bushehr;
  10. Sina Darvish Omran, studente di tedesco all’Universita’ di Teheran: otto anni di carcere, due anni di divieto di lasciare il Paese, due anni di divieto di praticare attivita’ politiche e sociali;
  11. Sina Rabiei, universita’ di sociologia, Universita’ di Teheran: un anno di carcere, due anni di divieto di lasciare il Paese;
  12. Roya Saghiri, Universita’ di Tabriz: 23 mesi di carcere;
  13. Fereshteh Tousi, studente di sociologia, Universita’ Allameh Tabataba’i di Teheran: un anno e mezzo di carcere, due anni di bando dalle attivita’ politiche e sociali;
  14. Sadegh Gheusari, giornalista e studente dell’Universita’ Shahid Beheshti di Teheran: sette anni di carcere, 74 frustate, due anni di bando dall’attivita’ di giornalista, due anni di divieto di lasciare il Paese;
  15. Ali Kamrani, studente di inglese, Universita’ Shahid Madani di Tabriz: tre mesi di carcere;
  16. Rouhollah Mardani, insegnante e studente di letteratura persiana, Universita’ di Teheran: sei anni di carcere, due anni di bando dalle attivita’ politiche e sociali, due anni di divieto di lasciare il Paese;
  17. Zafarali Moghimi, studente di metallurgica, Universita’ di Teheran: sette anni di carcere;
  18. Ali Mozaffari, studente di antropologia, Universita’ di Teheran: otto anni di carcere, due anni di divieto di lasciare il Paese, due anni di proibizione di partecipare ad attivita’ politiche e sociali;
  19. Kasra Nouri, studente di diritti umani, Universita’ di Teheran: dodici anni di carcere, 74 frustate, due anni di esilio presso Salas Babajani nella provincia di Kermanshah, due anni di divieto di lasciare il Paese, due anni di divieto di prendere parte ad attivita’ politiche e sociali.

Non serve aggiungere altro…

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E’ una rivoluzione? E’ solo una rivolta? I sauditi infiltrano le proteste? E’ opera del network clientelare e criminale di Ahmadinejad? E’ un complotto contro Rouhani?

Queste sono alcune delle domande che, in queste ore, gli esperti e  gli “esperti” di Iran e Medioriente, si fanno, in seguito all’inizio delle proteste nella Repubblica Islamica. Non abbiamo una risposta per tutto e ne riteniamo che, ad oggi, sia possibile avere una risposta definitiva.

Le ragioni della protesta: 

Ci sono pero’ alcuni dati di fatto che, per comprendere quanto sta accadendo, devono essere sottolineati. Li elenchiamo brevemente:

  • Scandali economici, soprattutto legati a gruppi finanziari legati spesso al network dei Pasdaran. Gruppi che hanno attirato i fondi dei cittadini, promettendo interessi esorbitanti e perdendo alla fine tutti questi risparmi;
  • Aumento del prezzo di alcuni beni alimentari di prima necessita’, quali uova e pane;
  • Miliardi di Rial spesi per finanziare le peggiori milizie terroriste sciite in Medioriente, in Paesi come il Libano, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Anche in questo caso, durante le proteste, tra i primi slogan c’e’ stato “No Gaza, No Beirut, la mia vita solo per l’Iran”. Soldi deviati alla popolazione, ovviamente;
  • Conflitto – mafioso – tra gruppi politici all’interno del Paese, soprattutto quello tra i sostenitori di Ahmadinejad e la potente famiglia Larijani, che controlla anche la Magistratura. In queste settimane, in particolare, Ahmadinejad ha accusato la figlia di Sadiq Larijani, capo della Magistratura, di essere una spia degli inglesi, mentre i Larijani hanno minacciato Ahmadinejad di aprire una indagine sugli scandali finanziari relativi alla sua Presidenza;
  • Delusione nei confronti di Rouhani, incapace di mantenere le promesse fatte sui diritti civili durante la campagna elettorale e ormai virato verso una linea più conservatrice, aumentando anche il budget dei Pasdaran nella legge di bilancio, con lo scopo di “comprare” il loro sostegno (in pieno stile clientelare del regime mafioso iraniano);
  • Delusione nei confronti di Rouhani, per quanto concerne la ripresa economica del Paese. I miglioramenti in alcuni numeri, non si sono tradotti in vantaggio verso le frange più povere del Paese, rimaste ai margini. Questo, nonostante i miliardi arrivati a Teheran da tutto il mondo, dopo la fine di molte delle sanzioni internazionali. La scusa della persistenza delle secondary sanctions americane regge, poco, dato che a Teheran non sono interessati solo gli europei, ma anche i cinesi e i russi, ben poco preoccupati dei rischi delle reazioni della Casa Bianca.

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(Forse) Un po’ più 1999 che 2009…

Queste sono solo alcune, forse le maggiori, ragioni della nuova protesta in Iran. Detto questo, quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica non può essere ad oggi comparato al 2009, ovvero alle proteste dell’Onda Verde. In quel caso esisteva una ragione preponderante – i brogli nella rielezione di Ahmadinejad – e una leadership della protesta – Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – ad oggi costretti agli arresti domiciliari.

Forse, con mille cautele, quanto sta accadendo e’ un pochino più comparabile alla protesta del 1999, quella degli studenti di Teheran, repressa nel sangue con la benedizione anche dello stesso Rouhani. Allora alla Presidenza c’era Khatami, un “riformista” che deludeva per la sua incapacita’ di tradurre le belle parole in fatti. All’epoca i Pasdaran inviarono una lettera a Khatami, minacciando che – davanti ad una sua inazione – avrebbero represso nel sangue la protesta. Cosi accadde e, di li a poco, Ahmadienjad arrivo’ al potere, sostenuto anche da Khamenei (che oggi lo odia).

Le proteste di questi giorni, pero’, per il regime sono peggio del 1999 e del 2009: dal 1979 ad oggi, davanti al malcontento della popolazione, l’establishment iraniano ha reagito come un camaleonte, cambiando colore a seconda di dove andava il vento. Il fallimento di Khatami, Ahmadinejad e Rouhani, pero’, dimostra che il problema e’ il sistema. Un sistema che, al fianco di organi istituzionali ufficiali, ha quelli paralleli (Bonyad, Pasdaran, Khamenei), che sono i veri perni del regime e sono capaci di modificare come preferiscono le decisioni governative.

Una diversa strategia del regime…ma con lo stesso scopo…

Attualmente, la strategia del regime iraniano davanti alle proteste e’ diversa dal 2009. Durante il periodo dell’Onda Verde, dopo il riconteggio dei voti, il regime inizio’ immediatamente a parlare di “sedizione” e avviare le repressioni. In questo caso, il regime punta a darsi un volto democratico, sostenendo il diritto della popolazione di manifestare e affiancando a questo il mantra della cospirazione.

C’e’ pero’ un “ma”: il grande “ma” e’ la ripetizione a manetta – in tutti gli articoli sulle proteste – dell’articolo 27 della Costutizione iraniana, quello che garantisce il diritto di protesta alla popolazione, ma con il limite di “non violare i principi cardine dell’Islam”. Con questa ultima postilla, il regime si lascia mano libera per reprimere le proteste quando vuole – i morti sono gia’ decine – accusando i manifestanti di essere contro la Velayat-e Faqih.

Quale (prima) conclusione

Rivolta o rivoluzione, la conclusione resta la stessa: l’Iran e’ ostaggio di un regime instabile che, costantemente, si ritrova a dove gestire drammatiche proteste di massa. Come suddetto, questa volta, a fallire e Rouhani ed e’ difficile vedere come il “camaleonte khomeinista” si colorerà nuovamente, per superare la crisi. Probabilmente, ad oggi, le proteste non minacciano la sopravvivenza del regime, ma siamo solo all’inizio.

Il messaggio che mandano, pero’, e’ ben peggiore, soprattutto per chi intende investire sull’Iran, sia economicamente che politicamente: e’ in atto una guerra senza quartiere che mischia discontento popolare a faide interne tra diverse fazioni. Qualcosa che sta tra la voglia dei giovani di un futuro libero e una vera e propria guerra di mafia. Per queste ragioni, se l’Occidente e’ furbo, da un Paese simile scappa…

E’ successo ancora, purtroppo: una studentessa iraniana di fede Baha’i, Sogol Kazemi Bahnamiri, è stata espulsa dall’Università di Mashhad, dove studiava Ingegneria urbana. La studentessa, è stata espulsa mentre frequentava il quinto semestre del corso di studi, senza alcuna spiegazione o comunicazione preventiva.

La povera Sogol, ha scoperto da sola di non essere più considerata una studentessa dell’Università di Mashhad, dove aver tentato di accedere al portale dell’Ateneo, in occasione degli esami finali del semestre, il 23 gennaio del 2017. Quando Sogol ha provato ad avere delle spiegazioni sulla decisione, ha incontrato davanti a sè solamente dei muri. L’Amministrazione dell’Università di Mashhad non ha saputo darle delle motivazioni, affermando di non essere a conoscenza dell’accadimento. La studentessa Baha’i ha provato quindi ad approcciare direttamente il Ministero della Scienza, ma anche in questo caso, nessun impiegato si è preso la responsabilità dell’espulsione (Hrana).

Purtroppo, come confermato dalla famiglia di Sogol Kazemi Bahnamiri, le autorità erano tutte consapevoli della decisione. La scelta, come hanno spiegato, è parte del regime di oppressione dell’Iran verso la minoranza Baha’i, privata di ogni diritto all’educazione pubblica. D’altronde, come noto, Khamenei in persona ha approvato una fatwa che vieta agli “iraniani puri” ogni forma di contatto con “questa setta peccaminosa” (No Pasdaran). La polizia iraniana, quindi, ha addirittura stilato una lista di lavori vietati ai Baha’i, ordinando anche che, nel caso dei lavori permessi, il salario di un Baha’i debba essere inferiore a quello di altri impiegati (No Pasdaran).

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Arash Sadeghi – il secondo da sinistra – con la moglie e amici

Il calvario di Arash Sadeghi, studente di filosofia all’università Alameh Tabatabai di Teheran, inizia con le proteste dell’Onda Verde, quando migliaia di iraniani – giovani e non – inondano le strade della Repubblica Islamica, prima in protesta contro la rielezione (falsata) di Ahmadinejad, poi direttamente contro le repressioni del regime. Come noto, il Movimento di protesta iraniano – nato prima delle cosiddette Primavere Arabe – fu drammaticamente represso nel sangue. 

Arash Sadeghi fu uno dei leader di quella protesta e, sin dal 2009, ha subito drammatiche persecuzioni da parte dei Pasdaran. Raccontare gli ultimi sette anni di Arash, significa raccontare la storia di un giovane entrato e uscito dal carcere continuamente, picchiato, confinato per mesi in isolamento e trattato senza alcun rispetto per la vita umana.

Arrestato la prima volta nel luglio del 2009, Arash e’ stato rilasciato dal carcere di Evin nell’Ottobre del 2010, dopo aver passato un intero anno di agonia in carcere. L’ex prigioniero politico Payam Aref, ha testimoniato che in questo periodo, Arash ha subito numerose torture che gli hanno anche provocato la rottura della spalla destra (Iran Human Rights).

Tra il dicembre del 2009 e l’agosto del 2010, Arash Sadeghi e’ entrato e uscito dal carcere almeno tre volte. Il 30 ottobre del 2010, quindi, il dramma: le forze di sicurezza iraniane entrano senza avviso in casa di Arash e della sua famiglia, in cerca di materiale compromettente. Durante il raid, la madre di Arash, la Signora Farahnaz Dargahi ha un infarto. La povera donna, purtroppo, muore poche ore dopo in ospedale (The Guardian).

Vedendo il prezzo imposto dal regime alla sua famiglia, nel dicembre del 2010 Arash decide di ritornare in carcere, per proteggere il padre, la moglie e la sorellina. Rinchiuso per 18 mesi in isolamento, nel Braccio 209 del carcere di Evin. Qui, Arash ha perso 20 chili, uscendo dall’isolamento con un peso di 50 chili, praticamente al livello della mera sopravvivenza (Gulf Center for Human Rights).

Rilasciato il 15 dicembre del 2011, Arash viene improvvisamente arrestato il 15 gennaio del 2012 e rinchiuso nel Braccio 209 del carcere di Evin. Un arresto subito senza che gli venissero comunicati i reati di cui era accusato. In carcere, quindi, Arash dichiara lo sciopero della fame. Un estremo atto di protesta politica civile, che purtroppo gli causa importanti problemi allo stomaco (Iran Human Rights).

Espulso definitivamente dall’università, Arash lascia il carcere di Evin il 12 Ottobre del 2013 e inizia a lavorare nella capitale Teheran. Improvvisamente, il 6 settembre del 2014, i Pasdaran iraniani hanno deciso di arrestare ancora il giovane studente di Teheran. Dopo aver condotto un nuovo raid nella sua abitazione, le guardie carcerarie di Evin rinchiudono Arash nella Sezione 2A, ancora in isolamento. In quel periodo, ben 25o giornalisti e attivisti politici iraniani, scrissero una lettera al Ministero dell’Intelligence, chiedendo il rilascio immediato di Arash (Iran Human Rights).

Privato dell’accesso ad un legale, Arash e’ stato accusato dal Tribunale Rivoluzionario di “organizzare dimostrazioni contro il regime”, “propaganda contro il regime”, “Insulti al fondatore della Repubblica Islamica” e “diffusione di false notizie in Internet”. Con lui, accusata di “blasfemia” e “propaganda contro il regime”, venne fermata anche la moglie di Arash, Golrokh Ebrahimi Iraee. 

La coppia viene quindi rilasciata dal carcere, previo il pagamento di una cauzione di 600 milioni di Toman, ovvero 21,000 dollari. Ovviamente, un rilascio di breve respiro, in attesa della decisione della Corte.

Il primo grado di giudizio e’ arrivato il 22 Febbraio del 2016: il giudice Salavati ha condannato Arash Sadeghi a 15 anni di carcere e sua moglie a 6 anni. Ad Arash, a sorpresa, vengono aggiunti altri quattro anni di detenzione, per una condanna pregressa che era stata sospesa. In poche parole, Arash Sadeghi e’ stato condannato a 19 anni di carcere (Boroujerdi Civil Rights Group).

Il 7 giugno, infine, Arash Sadeghi ha chiamato la moglie, informandola della decisione del regime di arrestarlo nuovamente, per iniziare a servire la sua pena nel carcere di Evin. Attualmente, secondo le informazioni che gli attivisti hanno fornito, Arash si trova nella Sezione 4 di Evin e ha avuto diritto ad una sola telefonata (quella fatta alla moglie).

Vi preghiamo di firmare la petizione per l’immediata scarcerazione di Arash Sadeghi e di denunciare la sua storia: https://www.gopetition.com/petitions/arash-sadeghi.html.

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Si erano appena diplomati e, da giovani normali, avevano voglia di festeggiare il loro successo scolastico liberamente. Purtroppo per questi 35 giovani di Qazvin, ragazzi e ragazze, la parola libertà non fa rima con Repubblica Islamica dell’Iran.

Il loro party clandestino, in cui ragazzi e ragazze stavano nella stessa stanza e si azzardavano a bere un bel bicchiere di vino, e’ finito con l’arrivo dei Pasdaran che, ovviamente, hanno arrestato tutti i presenti.

Il giudice della Provincia di Qazvin, quindi, ha annunciato che i 35 giovani saranno condannati a 99 frustate per aver ballato insieme e bevuto alcool. Lo scopo di questa sentenza, ha detto il giudice, e’ sia quello di punire i giovani che quello di rappresentare un monito agli altri ragazzi. (My Stealthy Freedom)

Tutto questo, vogliamo ricordarlo, avviene nell’Iran del “moderato” Hassan Rouhani. Un Presidente che, nonostante le promesse elettorali, non sta aprendo bocca davanti alle continue repressioni dei diritti civili e umani della popolazione iraniana.

 

 

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Eccolo il “nuovo Iran”, quello che prometteva Rouhani nel 2013 e quello di cui – ancora oggi – ci parlano i media Occidentali. Tutte bugie, buone per giustificare un “rapprochement che tutti sanno essere non solo immorale, ma anche ingiustificato.

Nell’Iran di Rouhani, non solo oltre 2200 detenuti sono stati già impiccati, ma pene medievali vengono inflitte anche a chi si azzarda a manifestare pacificamente per i diritti civili o semplicemente per un proprio parente, incarcerato o sparito per motivi politici.

Il carcere di Evin a Teheran, ove sono incarcerati spesso i detenuti politici, e’ divenuto il luogo ove – ogni Sabato – si ritrovano coloro che non accettano di chinare la testa silenziosamente (Gaiaespana.com). Cosi e’ stato quando il 23 Novembre 2015 quando, come spesso accade purtroppo, gli agenti della sicurezza hanno deciso di intervenire duramente, arrestando 18 dei manifestanti (Iran Wire). Tra i fermati, c’era la Signora Seamin Ayvaz-zadeh, madre di Omid Alishenas, attivista per i diritti dei bambini, condannato a 10 anni di carcere per “insulto alla Guida Suprema” (Human Rights in Iran).

Tra i fermati c’era anche Hashem Zeinali, un padre disperato il cui figli e’ scomparso nel 1999, durante la repressione delle manifestazioni degli studenti dell’università di Teheran. Vogliamo ricordare che, quelle repressioni, furono approvate dall’attuale Presidente iraniano Hassan Rouhani, all’epoca a capo del potente Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale (si legga l’articolo del New York Times del luglio 1999: Turning Tables In Iran, Crowds Back Old Line).

A distanza di meno di quattro mesi da quegli arresti, la Corte Criminale numero 1060 del Tribunale di Teheran, ha emesso le sue sentenze: per tutti i 18 fermati la pena e’ di 91 giorni di detenzione e 74 frustate. Tra i condannati, neanche a dirlo, anche la Signora Seamin Ayvaz-zadeh e il Signor Hashem Zeinali (Iran Human Rights). I nomi degli altri condannati sono: Reza Malek (ex prigioniero politico), Ehsan Kheybar, Abdolazim Oruji, Mohsen Haseli, Mohsen Shojah, Khadijeh (Leyla) Mirghaffari, Azam Najafi, Parvin Soleimani, Shermin Yemeni, Sara Saiee, Arshia Rahmati, Massoud Hamidi, Ali Babaiee, Esmaeil Hosseini, Farideh Tousi e Zahra Modarreszadeh.

Vogliamo ricordare che, questi arresti e queste condanne, vanno anche contro la Costituzione iraniana e le Convenzioni Internazionali, firmate dallo stesso Iran. La Costituzione iraniana, articolo 27, garantisce il libero diritto di assemblea. Lo stesso diritto e’ anche garantito dall’articolo 21 della Convenzione Internazionale dell’ONU per i Diritti Civili e Politici, firmata dall’Iran nel 1968 ed entrata in vigore nel 1975 (OHCHR).

Infine, sottolineano che a difendere questi attivisti e’ ancora una volta il coraggioso avvocato iraniano Mohammad Moghimi, anch’egli arrestato nel giugno del 2015 per aver stretto la mano di una sua assistita, l’attivista Atena Farghadani, condannata a 12 anni di carcere per una vignetta in favore dei diritti delle donne, sgradita al regime (Human Rights in Iran).

Molto presto la Presidente della Camera Laura Boldrini si recherà in Iran. Come richiesto anche da una petizione su Change.org (firmate mi raccomando), e’ tempo che l’Italia – attraverso una delle sue prime cariche istituzionali – ponga delle chiare condizioni al dialogo con il regime iraniano. Questo silenzio assordante e’ inaccettabile e colpevole!

Immagini di una classica protesta settimanale fuori dal carcere di Evin

 

Protesta davanti all'Ambasciata di Francia a Teheran

Protesta degli studenti oltranzisti davanti all’Ambasciata di Francia a Teheran

Ieri il mondo è rimasto senza parole davanti al terribile – e ripetiamo terribile – attacco di Parigi. contro la redazione del settimanale Charlei Hebdo. Criminali assassini, probabilmente con cittadinanzia europea ed esperienza militari, hanno colpito un simbolo dell’Occidente, uno spazio di libertà aperto alle critiche, ma capace di offrire spunti di riflessione sulla contemporaneità. Dodici persone hanno perso la vita nell’attacco, tra cui anche un poliziotto freddato senza pietà dopo essere stato ferito. Tutta la Comunità Internazionale ha condannato l’episodio e la Francia è scesa in massa in piazza per gridare “mai piu”.

Tra i Paesi che hanno condannato l’attacco c’è stata anche la Repubblica Islamica dell’Iran. Benissimo, diciamo noi, siamo contenti della condanna di Teheran. Al contrario del resto del mondo, però, noi non abbiamo la memoria corta e vogliamo ricordare quanto affermato dal regime clericale iraniano dopo la pubblicazione delle vignette sul Charlei Hebdo. Come ricorderete, quelle vignette provocarono proteste in tutto il mondo islamico. A Teheran gli studenti oltranzisti scesero in piazza cingendo d’assedio l’Ambasciata francese. Non solo: toni rabbiosi furono usati dallo stesso Guida Suprema Ali Khamenei.

Invece di cercare di calmare le acque, Khamenei soffiò pesantemente sul fuoco, condannando tutti i Governi Occidentali e accusandoli di blasfemia contro l’Islam e il Profeta Maometto. Senza badare alle conseguenze delle sue parole, Khamenei espresse apprezzamento per le proteste dei mussulmani nel mondo, in primis quelle organizzate negli Stati Uniti e in Europa. Va ricordato che all’epoca, le proteste di piazza puntarono l’indice non solo contro le vignette pubblicate dal Charlei Hebdo, ma anche contro il film “innocence of Muslim”, un film prodotto da un cittadino copto egiziano. Khamenei bollò il film come un complotto sionista e il Ministero degli Esteri iraniano chiese ufficialmente la messa al bando della pellicola.

Studenti estremisti attaccano l'Occidente, inneggiando Khamenei

Studenti estremisti attaccano l’Occidente, inneggiando Khamenei

Elogiando le manifestazioni violente contro l’Occidente, la Guida Suprema iraniana disse testualmente: “la reazione dura del mondo mussulmano riflette il profondo odio verso il nemico. Si tratta di un importante e magnifico evento che dimostra la grande capacità della Umma (società) Islamica“. Quindi, come cigliegina sulla torta, Khamenei chiese al mondo islamico di restare vigile rimarcando che “al fronte dell’arroganza (l’Occidente) non deve essere permesso di salvare se stesso dalla furia dei Mussulmani“.

Concludendo, quindi, non possiamo non ricordare come una buona dell’humus che ha permesso crimini come quello di Parigi, arrivi proprio da una ideologia fanatica come quella portata avanti dai Mullah iraniani. Fu proprio l’Iran khomeinista il Paese in prima linea nel dichiarare guerra contro coloro che – come liberi pensatori – si permisero di criticare il Profeta Maometto. A pagarne le spese per primo fu lo scrittore Salman Rushdie, contro cui fu l’Ayatollah Khomeini emise una fatwa, tutt’ora valida, invocando la sua morte…Proprio l’autore dei Versetti Satanici ha condannato duramente l’attentato di Parigi dichiarando che “La religione se si combina con le armi moderne diventa una minaccia reale alla nostra libertà. Il totalitarismo religioso ha provocato una mutazione profonda nel cuore dell’islam e ora ne vediamo le tragiche conseguenze a Parigi. Io sto con Charlie Hebdo, come dobbiamo fare tutti, per difendere l’arte della satira che è sempre stata una forza per la libertà e contro la tirannia, la disonestà e la stupidità. Le religioni, come qualsiasi altra idea, hanno bisogno di critiche, di satira e sì, della nostra mancanza di rispetto.”

Il terrorista Nasrallah invoca l’applicazione della fatwa Khomeinista contro Salman Rushdie

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