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Come riportato dai media, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Americana Bolton, ha annunciato che gli Stati Uniti hanno deciso di schierare la portaerei Abraham Lincoln nell’area Mediorientale, in risposta alle minacce provenienti dall’Iran.

Ancora una volta, quella che alcuni analisti alla Alberto Negri cercano di far passare come aggressione americana a Teheran, e’ figlia di una risposta alle minacce della Repubblica Islamica. Per intenderci: Trump non avrebbe ritirato gli USA dal JCPOA se l’accordo avesse funzionato. Al contrario, l’Iran ha sfruttato l’accordo per espandere il suo potere fuori dai confini nazionali e aumentare le minacce missilistiche verso i vicini, alleati degli Stati Uniti; Trump non avrebbe messo i Pasdaran nelle liste delle organizzazioni terroristiche, se i Pasdaran – dalla loro creazione ad oggi – non avessero fatto altro che lasciare scie di sangue alle loro spalle, colpendo centinaia di volte gli obiettivi americani fuori dai confini iraniani.

Per quanto riguarda la Lincoln, Trump non avrebbe deciso di schierarla in Medioriente, se i Pasdaran non avessero in questi giorni minacciato direttamente di chiudere lo Stretto di Hormuz. A farlo, si badi bene, e’ stato il 22 aprile Alireza Tangsiri, capo del Corpo Navale delle Guardie Rivoluzionarie. L’Iran, infatti, vede tutto lo Stretto di Hormuz come una zona sotto il suo diretto controllo. Questo nonostante il fatto che la maggior parte del traffico marittimo passa attraverso le acque territoriali dell’Oman e nonostante la Convenzione ONU  sul Mare (“UNCLOS”), che tutela espressamente la libera circolazione marittima e garantisce il libero passaggio attraverso gli Stretti (articolo 37). Ergo, va detto chiaro: minacciare di chiudere lo Stretto di Hormuz e’ gravissimo e farlo concretamente rappresenta addirittura un vero e proprio casus belli.

Per quanto concerne Hormuz, quindi, l’amministrazione americana prende seriamente le minacce iraniane. L’Iran e’ conscio del rischio che correrebbe se chiudesse totalmente Hormuz. Per questo, le minacce di chiusura totale dello Stretto, sono qusi vuote. Cio’ che invece e’ terribilmente possibile – a cui sembra che i vertici militari iraniani stiano pensando – non e’ di chiudere totalmente Hormuz, ma di rallentarne il traffico commerciale. Questo provocherebbe un aumento generale dei prezzi, con un effetto negativo sull’economia globale. Di questo aumento dei prezzi beneficerebbe direttamente il regime iraniano – e non solo – perche’, pur esportando meno petrolio, lo farebbe ad un prezzo al barile piu’ alto. 

Ancora una precisazione: chi sostiene che Trump vuole un regime change in Iran, sbaglia alla grande. Se l’effetto delle sanzioni americane e della politica di “massima pressione” verso Teheran fosse un regime change, sicuramente nessuno piangerebbe a Washington. Ma il principale obiettivo del Presidente americano con Teheran, e’ costringere il regime iraniano ad un nuovo negoziato – pubblico – con la Casa Bianca, per inserire nel JCPOA, tutto cio’ che Obama ha colpevolmente lasciato fuori, ovvero: missili, attivita’ regionali iraniane e assenza di scadenza all’accordo nucleare. Come suddetto, l’Iran ha usato l’accordo di Vienna per aumentare le interferenze regionali, portare avanti il programma nucleare clandestinamente e intensificare le minacce ai vicini. Ancora una volta, intendiamoci: se l’Iran fosse stato al suo posto, a quest’ora niente sarebbe cambiato.

Conclusioni: il peggior nemico dell’Iran non e’ Trump, ma il regime che lo governa e i suoi puppet internazionali!

Infographic: Strait Of Hormuz Shipping Lanes

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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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La Siria e lo Stretto di Hormuz, anche detto Golfo Arabico,  rappresentano sempre di più il fronte avanzato dell’imperialismo di matrice khomeinista. Damasco e le isole contese nell’area dello Stretto di Hormuz – Abu Musa e la Piccola e Grande isola di Tunb – costituiscono per Teheran dei territori centrali, da difendere ad ogni costo per salvare gli interessi della Repubblica Islamica, per proteggere la matrice rivoluzionaria propria dell’ideologia khomeinista e tutelare l’espansionismo classico dell’imperialismo persiano.

Siria, la porta del Mediterraneo

La Siria rappresenta per l’Iran la porta del Mediterraneo, un proxie  fondamentale per la Repubblica Islamica, che permette a Teheran non soltanto di evitare l’isolamento internazionale, ma anche di allungare il suo controllo sino al “Mare Nostrum”. Per questo, da quando sono scoppiate le rivolte contro il dittatore Bashar al-Assad, l’establisment militare e politico iraniano è stato totalmente coinvolto nel salvataggio del regime baahtista.

A tal fine, l’Iran ha impegnato oltre 15000 uomini in Siria, tutti membri dei Pasdaran e della Forza Quds, l’Unità speciale delle Guardie Rivoluzionarie che è responsabile per le azioni esterne dell’IRI (Islamic Republic of Iran). La Forza Quds risponde la comando di Qassem Suleimani, il responsabile della politica iraniana in Iraq, Siria, Libano e Territori Palestinesi. Come dimostrato anche da video girati dall’opposizione siriana, i miliziani inviati da Teheran hanno partecipato attivamente ai massacri di Homs, Dara’a e Damasco, applicando in Siria le stesse modalità repressive messe in atto nel loro Paese nel 2009.

Proprio in questi giorni, quindi, una nave carica di armamenti iraniani è stata intereccettata davanti alle coste siriane. La nave, denominata “Atlantic Cruiser”, era di proprietà di una compagnia tedesca ed era stata nolleggiata da una società ucraina. Le armi, per aggirare le sanzioni internazionali, erano state caricate nel porto di Djibuti.

In questi giorni, infine, un’altra notizia è stata meritevole di notevole attenzione da parte dei media internazionali: l’Iran ha deciso di creare “join war room” insieme ai membri dell’organizzazione libanese Hezbollah e alla Siria. La notizia è stata diffusa dal sito Mashregh News, controllato direttamente dalle Guardie Rivoluzionarie. La “war room”, secondo quanto diffuso, servirebbe per coordinare le risposte siriane e iraniane alle “aggressioni americane”. Ricordiamo, infine, che la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei ha definito i rivoltosi iraniani “dei nemici di dio”.

Le mani sul Golfo Persico, nel nome dell’Impero

Nel nome dell’impero: cosi si potrebbe definire l’azione della Repubblica Islamica per quanto concerne i territori contesi nell’area del Golfo Persico. Nonostante l’odio nutrito dalla Repubblica Islamica per l’epoca precedente la Rivoluzione del 1979, l’Iran usa proprio le parole dell’ex monarca iraniano per giustificare il controllo delle isole di Abu Musa e della Piccola e Grande isola di Tunb, aree contese tra Iran ed Emirati Arabi Uniti.

Dopo l’improvvisa visita di Ahmadinejad nell’isola di Abu Musa l’11 aprile scorso, davanti alle proteste ufficiali di Abu Dhabi, Teheran ha reagito evidenziando le ragioni storiche dell’Iran in merito ai territori contesi, argomentazioni che risalirebbero all’epoca della dinastia dei Qajari in Iran. Le argomentazioni, chiaramente, vengono contestate dagli EAU, per cui le isole sono sempre state sotto il controllo di due tribù arabe ora facenti parte dei sette emirati che compongono gli Emirati stessi. La cosa sorprendente, però, è vedere l’ “Iran khomeinista” giusificare la sua politica espansiva con termini e riferimenti lontani ben lontani dai caratteri rivoluzionari a cui l’IRI vanta di appartenere.

 Per evidenziare la serietà delle intenzioni iraniane, l’esercito e i Pasdaran si sono detti pronti ad agire per difendere Abu Musa, mentre il Parlamento ha announciato la creazione di una Commissione ad hoc per il Golfo Persico, al fine di dare un “pugno sulla bocca” a tutti coloro che intendono colpire la Repubblica Islamica. Non c’è che dire, un vero e proprio messaggio di pace…

Conclusioni

Quanto detto, dimostra chiaramente che le fantomatiche “intenzioni pacifiche” dell’Iran khomeinista espresse nel recente negoziato di Istanbul, sono tutt’altro che reali. Teheran, come dimostrato da diversi analisti, sta usando il negoziato sul nucleare per proseguire nella sua politica aggressiva ed espansiva. Ciò, sia nel campo del nucleare e della missilistica, che nella politica estera, di cui Siria, Iraq e Golfo Persico, ne sono la dimostrazione lampante. Tutto ciò, a diretto discapito dell’opposizione interna all’Iran che, vedendo il regime uscire dall’isolamento, perde forza e capacità di azione. Tale errore avrà, indubbiamente, delle drammatiche ripercussioni a livello regionale e internazionale altrerando, ancora di più, la stabilità geopolitica dell’intero Medioriente.

Il regime iraniano continua ad intensificare la sua politica estera aggressiva. Dopo l’esercitazione “Grande Profeta-6”, il regime ha proseguito con una campagna intimidatoria rivolta soprattutto ai Paesi vicino del Golfo Persico. Pochi giorni fa, dopo un viaggio di 67 giorni, è tornato in patria il sottomarino Yunis. Il sottomarino, ufficialmente, era fuori per una campagna antipirateria insieme alla 14a flotta.

Il viaggio del sottomarino, ovviamente, non corrispondeva solamente all’obiettivo dichiarato pubblicamente, ma intendeva soprattutto dimostrare la forza di deterrenza del regime degli Ayatollah. Appena ritornato in patria, infatti, il comandante della 14a flotta, Ahmad Reza Baqeri, ha sottolineato come l’operazione abbia dimostrato la forza militare della marina iraniana e come abbia stupito gli Stati nemici. Infine, Baqeri ha annunciato che la marina iraniana è pronta a schierare nuovamente i suoi sottomarini se necessario.

Il ritorno del sottomarino Yunis si somma ad altri annunci fatti dalla Repubblica Islamica che preoccupano molto la Comunità Internazionale. In primis la questione dello Stretto di Hormuz, lembo di mare da cui passano la maggior parte dei traffici petroliferi. L’Iran ha affermato che, in caso di attacco, è pronto a chiudere lo Stretto e a colpire tutte le navi che tenteranno di attraversarlo. Un annuncio, questo, che preoccupa notevolmente le monarchie sunnite del Golfo, economicamente dipendenti dall’esportazione del greggio. La minaccia iraniana è stata accompagnata dalla notizia, diffusa dalle stesse agenzie iraniane, del lancio di missili a lunga gittata nell’Oceano Indiano. I missili sono stati lanciati sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie e si tratta del primo lancio di vettori iraniani oltre il confine nazionale per una esercitazione nazionale.

Infine, secondo quanto diffuso dal quotidiano Iran Daily, il regime iraniano si appresta a lanciare nello spazio due nuovi satelliti: il Pars 2 e il Qaem. I satelliti dovrebbero essere lanciati in orbita a settembre e permetteranno all’Iran di fotografare la regione da 600 chilometri e da 3600 chilometri di altezza. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono avvertiti…