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Brussels Airport explosions

Ieri, purtroppo, l’ennesima giornata tragica per l’Europa: due attentati nel cuore del Vecchio Continente, nella città che per eccellenza rappresenta l’Unione Europea. Trentaquattro vite innocenti spezzate all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles, da folli figli di Ibn Taymiyya e dei suoi apostoli (leggi il Wahhabismo).

Ovviamente, più l’islamismo sunnita colpisce innocenti – non importa che esso sia rappresentato da Isis o da al Qaeda – più l’Occidente vede nell’asse sciita la risposta alla soluzione dei problemi. Una risposta che, più che legata ad una reale analisi dei fatti, e’ dettata dalla mancanza di una strategia Occidentale, capace di dettare la linea e non di farsi dettare la linea. 

Vorremmo tanto che l’Iran e i suoi (folli) alleati fossero la panacea per tutti i mali. No, non e’ cosi. Al contrario, maggiore sara’ l’empowerment dell’asse sciita, maggiore sara’ lo scontro in atto tra le due anime dell’Islam e il rafforzamento dell’ala jihadista sunnita. Come scritto, il jihadismo sunnita di Isis trova il suo fondamento nel fallimento dell’Iraq post ritiro americano del 2011 e nel caso generato dall’inizio della rivoluzione siriana.

E’ vero: la guerra contro Saddam Hussein del 2003 ha generato l’inizio del caos, eliminando un feroce dittatore, ma anche lasciando campo libero alla disgregazione dell’Iraq e all’aumento del potere della Repubblica Islamica iraniana. Quando gli Usa decisero di ritirare i soldati dall’Iraq nel 2011, pero’, lo Stato Islamico in Iraq era decisamente indebolito. 

Per indebolirlo era stata necessaria una strategia voluta direttamente dall’allora Generale Petraeus, colui che creo’ i cosiddetti “comitati del risveglio”, organi di empowerment delle tribù sunnite, finite ai margini della politica irachena dopo lo smembramento dell’Iraq Bahatista. Appena i marines lasciarono Baghdad, l’allora Primo Ministro iracheno al Maliki termino’ il sostegno ai comitati del risveglio e relego’, nuovamente, i sunniti ai margini del Paese. Una mossa dettata direttamente dall’Iran, ovvero dal Generale Qassem Soleimani.

L’esito di quel processo e’ noto: i sunniti prima avviarono proteste anti-governative che, purtroppo, si conclusero nel 2012-2013 con i massacri di Hawjja, quando centinaia di manifestanti sunniti furono uccisi dalle forze di sicurezza irachene. Fu questa la premessa per il ritorno preponderante del jihadismo sunnita in Iraq.

Un ritorno che arrivava da dove? Dalla Siria! Braccati in Iraq, i jihadisti sunniti si spostarono in Siria quando iniziarono le repressioni delle proteste popolari del Marzo 2011. Alle manifestazioni non violente, il regime di Bashar al Assad decise di rispondere con la forza, sostenuto attivamente dai Pasdaran iraniani. Prima in alleanza con i qaedisti di al-Nusra e poi come Isis, l’islamismo radicale trovo’ terreno fertile tra le represse tribù sunnite, rompendo le geopolitiche dei confini artificiali di Sykes – Pikot. Da qui la conquista di al-Raqqa nel 2013 e quella di Musul nel 2014 (con la conseguente dichiarazione della nascita del Califfato).

Nota aggiuntiva: il jihadismo sunnita e’ stato promosso e favorito dall’asse sciita. Durante il post guerra del 2003, Bashar al Assad e l’Iran hanno attivamente permesso alle cellule di al Qaeda di usare i loro Paesi come “libero passaggio” per raggiungere l’Iraq e organizzare attentati contro le forze Occidentali. Dopo lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, quindi, Bashar al Assad ha volutamente liberato dalle carceri siriane centinaia di jihadisti sunniti fermati dopo il loro ritorno dall’Iraq, allo scopo di uccidere l’opposizione siriana moderata e trasformare una rivoluzione democratica, in uno scontro settario e religioso.

Conclusione: le chiacchere stanno a zero. Più l’Occidente bilancerà il suo asse geopolitico verso l’Iran e i suoi alleati e meno troverà la capacita’ di formulare una strategia globale, capace di togliere “cibo” al jihadismo sunnita. Non e’ razionalmente pensabile pensare di sconfiggere Isis – o chi per lui, oggi e domani – lanciando messaggi al mondo sunnita che vedono la promozione di rapporti preferenziali con il khomeinismo o promuovono la nascita di “special relations” con Hezbollah o – peggio – con Bashar al Assad (oggi inserito nella lista delle organizzazioni terroriste da tutto il mondo sunnita, moderato e non).

L’isolamento dell’islamismo sunnita, quindi, passa primariamente per una nuova politica che veda l’Occidente capace di non interporti in quel processo che vede un’altra parte dell’Islam sunnita – non jihadista e non islamista – provare faticosamente a ritrovare una dignità politica e sociale. 

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Il nostro, chiaramente, è un titolo provocativo. Una provocazione che, però, intende denunciare alcune scelte di politica estera dell’Italia che, purtroppo, non sembrano avere un obiettivo strategico di lungo periodo. Nell’incontro di ieri tra il Ministro degli Esteri Mogherini e il suo omologo iraniano Zarif, infatti, le due parti hanno convenuto sulla necessità di “lavorare ad un nuovo equilibrio regionale”. In poche parole, la responsabile della Farnesina – e neo Mrs. Pesc – ha affermato di voler costruire le basi di un nuovo Medioriente in accordo con il regime iraniano. A questo punto, è possibile porsi tre domande:

1- Cosa significa moralmente costruire un nuovo Medioriente in accordo con la Repubblica Islamica?

2- Cosa significa strategicamente costruire un nuovo Medioriente in alleanza con Teheran?

3 Può bastare la minaccia di Isis per creare una partnership speciale con la Repubblica Islamica? Se si, avrà successo questa strategia per fermare gli islamisti?

Vediamo di rispondere punto per punto, in maniera breve, ma efficare. Prima domanda: Cosa significa moralmente costruire un nuovo Medioriente in accordo con la Repubblica Islamica? Beh su questo punto, considerati anche le centiana di articoli scritti in questi anni, potremmo davvero pubblicare un libro. Il regime iraniano è probabilmente il campione dell’abuso dei diritti umani. Tralasciando il periodo precedente all’avvento al potere di Rouhani, quindi considerando solo l’ultimo anno, la Repubblica Islamica si è distinta per aver messo a morte, incarcato e torturato, un numero impressionante di esseri umani. Lo vogliamo ricordare, Teheran in soli 12 mesi ha impiccato oltre 800 prigionieri. Per un Paese come l’Italia, promotore di una moratoria internazionale contro la pena di morte, appare davvero paradossale stringere una allenza speciale con chi la pena di morte la usa quotidianamente. Alle esecuzioni capitali, inoltre, vanno sommati gli arresti dei giornalisti, la promozione della segregazione di genere e il finanziamento del terrorismo a livello internazionale. Insomma, per farla breve, creare un nuovo Medioriente con l’Iran, certamente, dovrebbe porre dei problemi morali abbastanza importanti. Certo: Isis è una organizzazione senza alcun valore morale, ma la Repubblica Islamica – o almeno gli uomini oggi al potere – spesso non sono da meno…Tutto ciò senza contare gli effetti sul popolo iraniano. Proprio mentre i giovani iraniani cercano una via per trovare la loro libertà, rafforzare l’establishment al potere a Teheran, non farà che chiudere concretamente gli spazi dei giovani iraniani, soprattutto quelli delle minoranze religiose (in primis i cristiani incarcerati in Iran) e delle donne.

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Seconda domanda: Cosa significa strategicamente costruire un nuovo Medioriente in alleanza con Teheran? Qui si apre un capitolo semplice da spiegare, ma difficile da accettare. Si sta facendo largo l’idea – spesso sostenuta anche Oltre Atlantico, che l’Iran possa rappresentare una soluzione per la stabilizzazione del Medioriente. Orbene, una cosa indubbiamente è certa: l’Iran è un grande Paese della regione mediorientale e, teoricamente, nessun Medioriente stabile sarebbe possibile senza il sostegno dell’Iran. Questo, come detto, purtroppo solo teoricamente. Dal 1979 in poi, sebbene come sostengono i lobbisti pro Iran Teheran non ha mai iniziato una guerra, la Repubblica Islamica si è caratterizzata per essere un soggetto di instabilità regionale. Finanziando il terrorismo internazionale, creando realtà come Hezbollah, mantenendo in vita il regime di Assad e – nel post Saddam Hussein – influenzando la politica settaria dell’ex Premier iracheno al Maliki, l’Iran ha promosso le crisi che oggi attraversano il Medioriente. Al contario del live motive che viene oggi decantato dalla diplomazia internazionale, attraverso i Pasdaran, i Mullah hanno sostenuto una politica aggressiva di esportazione della rivoluzione khomeinista che, come effetto ultimo, ha avuto lo scoppio di una vera e propria guerra intestina dentro l’Islam, tra Sunniti e Sciiti. Pensare di capire il fenomeno Isis, senza comprendere l’evoluzione della guerra civile siriana e l’intervento di Teheran per salvare Bashar al Assad, significa non aver capito nulla dell’attuale crisi mediorientale. Su questo punto, inoltre, è possibile sollevare alcune questioni non legate ad Isis, ma ad altri temi regionali in cui l’Iran è coinvolto: come è possibile pensare ad un rafforzamento dell’esercito libanese senza disarmare Hezbollah, argomento sul quale Teheran è contrario? Come conciliare i propositi di pace che l’Italia promuove tra israeliani e palestinesi, pensando di coinvolgere l’Iran negazionista e finanziatore di Hamas e della Jihad Islamica nel “nuovo Medioriente”? Ricordiamo che, proprio in questi giorni, il “moderato Rouhani” ha promesso di liberare la Moschea di al Aqsa…

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Terza e ultima domanda: Può bastare la minaccia di Isis per creare una partnership speciale con la Repubblica Islamica? Se si, avrà successo questa strategia per fermare gli islamisti? Riprendendo quanto suddetto, Isis è un fenomeno impazzito di reazione del sunnismo alla minaccia iraniana. La forza di Isis è derivata principalmente da due fattori: 1- la guerra civile siriana e l’intervento iraniano; 2- la politica settaria pro Sciita dell’ex Primo Ministro iracheno al Maliki. Purtroppo per Doha, Teheran e Damasco, che di Isis hanno fatto uso in chiave anti opposizione moderata siriana, i jihadisti islamici sunniti sono sfuggiti di mano a tutti. Le scelte di al Maliki, influenzate direttamente dall’Iran, hanno quindi incoraggiato molte tribu’ sunnite irachene a sposare la causa dell’Isis, pur non condividendone la radicalità religiosa. Un gioco di potere sporco, in cui la Repubblica Islamica non ha meriti, ma responsabilità. Pensare di sconfiggere Isis con una alleanza speciale con l’Iran, purtroppo, rischia seriamente di rivelarsi una strategia perdente. Basti vedere, di recente, la reazione dell’Arabia Saudita all’influenza dell’Iran in Sudan. Riyadh ha costretto Khartum a chiudere tutti gli istituti culturali iraniani nel Paese, per il timore della diffusione dello sciismo. Chiaramente, la situazione irachena è diversa, anche per la presenza nel Paese di una forte componente sciita. Pensare di riportare nella giusta casa le tribù sunnite unitesi a Isis, promuovendo nel contempo la presenza iraniana a Baghdad, rischia di avere un effetto dirompente sulla stessa unità nazionale dell’Iraq. Una volta sconfitto Isis, infatti, nessun Paese sunnita permetterà che Teheran comandi nella capitale irachena. Senza contare, infine che, proprio dall’Iraq, sono arrivati la maggior parte dei jihadisti sciiti che stanno combattendo oggi al fianco di Bashar al Assad.

Concludendo: quella a cui assistiamo oggi, non solo in Italia, sembra essere la disperata strategia di un Occidente senza una visione complessiva dei problemi. Una confusione in cui Teheran, offrendo anche incentivi economici, intende inflarsi per ottenere il massimo profitto. Come, però, già successo dopo lo scoppio delle Primavere Arabe – quando la Repubblica Islamica tentò di farsi portavoce delle piazze sunnite – il rischio concreto è quello di assistere e promuovere un nuovo fallimento. Un rischio che, si badi bene, potrebbe avere conseguenze ben piu’ gravi e longeve della drammatica minaccia del Califfato di al Baghdadi.

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L’isola di Qeshm si trova nello Stretto di Hormuz, proprio di fronte all’importante porto di Bandar Abbas. L’isola ha una posizione strategica nella geopolitica regionale dell’Iran, perchè si trova vicino al Porto Rashid degli Emirati Arabi Uniti e al porto di Khasab di proprietà dell’Oman. Qeshm è fondamentale per l’economia iraniana perchè è un’isola ricca di idrocarburi, principalmente giacimenti di petrolio e gas. Per questo, Teheran ha deciso di inserire l’isola all’interno delle aree economiche speciali (Free Enterprise Zone). Nonostante la presenza di risorse davvero importanti, la popolazione dell’isola – circa 100.000 abitanti distribuiti in 59 villaggi, vive sotto la soglia di povertà, dedicandosi faticosamente alla pesca. La parola “faticosamente” deve essere evidenziata per un motivo particolare: considerata la posizione strategica, infatti, Teheran ha fatto dell’isola di Qeshm una base militare per i suoi sottomarini. Per questo, quindi, l’area è praticamente sotto il totale controllo dei Pasdaran e la pesca locale ne risente pesantemente. Per poter sopravvivere, quindi, diversi abitanti si danno al commercio illegale di pertrolio grezzo, estratto artigianalmente dalle popolazioni indigente disperate.

Invece di puntare su una crescita sociale ed economica della popolazione locale, il regime iraniano – come sua abitudine – propende per la mera repressione. Sabato scorso, quindi, forze dei Pasdaran sono entrate in un villaggio dell’isola, colpendo brutalmente la popolazione indigena. Le immagini, davvero forti, che vedete qui sotto, sono state scattate dai testimoni dell’attacco e mostrano la crudeltà con cui Teheran tratta i locali. Nell’attacco, secondo quanto denunciato sinora, tre persone sono state brutalmente uccise e altre sei pesantemente menomate.

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