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Il prigioniero americano Michael White – condannato in Iran a 10 anni di carcere – e’ stato operato d’urgenza per un tumore maligno. L’operazione e’ avvenuta nella citta’ di Mashhad, dove White e’ detenuto dalla data del suo arresto, nel luglio del 2018.

La storia di White e della sua condanna e’ totalmente folle. Michel White, infatti, e’ un ex veterano della marina americana e ha 46 anni. Il malcapitato, ha fatto l’”errore” – volutamente tra virgolette – di innamorarsi di una ragazza iraniana di Mashhad e di andarla a trovare per ben tre volte, postando una loro foto sul suo profilo Instagram. La terza volta, mentre si apprestava a tornare negli Stati Uniti (luglio 2018), White e’ stato fermato in aeroporto, accusato di aver insultato la Guida Suprema e di aver postato una foto privata della donna sui suoi canali social. White e’ stato quindi sbattuto nel carcere di Vakilabad, dove teoricamente sono detenuti unicamente i trafficanti di droga.

Proprio nel carcere di Vakilabad, White ha fatto amicizia con un prigioniero di nome Ivar Farhadi che, una volta rilasciato e’ scappato in Turchia. Dal suo nuovo rifugio, Ivar ha denunciato la detenzione di White, rivelando anche che il prigioniero americano era rinchiuso in una cella con altri 20 detenuti comuni e che soffriva di un tumore al collo. Dal momento della sua detenzione, a White e’ stato impedito di chiamare la famiglia negli Stati Uniti per informare delle ragioni della sua sparizione improvvisa.

Il folle arresto di White e’ purtroppo figlio della crisi geopolitica in atto tra Stati Uniti e Iran. Teheran, come spesso fa – in pieno stile mafioso – arresta cittadini stranieri e cittadini iraniani in possesso di doppia cittadinanza, al fine di aumentare il suo potere negoziale per mezzo del riccatto e, molto spesso, allo scopo di estorcere un riscatto di denaro per il rilascio del detenuto (ovviamente dopo un lungo periodo di detenzione). Una simile situazione e’ capitata con il giornalista del Washington Post Jason Rezaian, arrestato con la pretestuosa accusa di spionaggio nel 2015 e rilasciato un anno dopo, ovviamente previo pagamento di una ingente somma di danaro in contanti da parte della precedente Amministrazione USA di Barack Obama.

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rouhani

Perche’ l’Iran sta alzando la tensione con tutto l’Occidente, minacciando di tornare ad arricchire l’uranio sopra il 3.67% e in quantita’ superiori ai 300 kg? La prima, facile, risposta e’: “gli Usa si sono ritirati dall’accordo e questo e’ quello che hanno ottenuto”.

Come suddetto, risposta facile e parzialmente vera. In primis perche’ la decisione americana e’ a sua volta figlia di violanzioni iraniane della Risoluzione 2231 e poi perche’, teoricamente, a Teheran converrebbe tenersi stretta l’UE, per dividerla da Washington. Soprattutto considerarando la disponibilita’ di Bruxelles a lanciare il meccanismo Instex di superamento delle sanzioni americane.

Quello che sta cercando volontariamente di fare l’Iran, e’ di concentrare tutta l’attenzione internazionale sulla questione nucleare, allo scopo di costringere l’Amministrazione Trump – e gli europei – ad avere un approccio negoziale praticamente identico a quello di Obama. Praticamente, l’approccio diplomatico e’ lo stesso che l’Iran ha usato tra il 2006 e il 2015.

A che scopo tutto questo? Semplice: evitare di arrivare ad un accordo reale, ovvero un accordo che includa tutto cio’ di cui la Repubblica Islamica non vuole discutere. In altri termini: interferenze regionali dell’Iran, sostegno al terrorismo internazionale e soprattutto il programma missilistico.

Alzando la tensione sul nucleare e di riflesso sullo Stretto di Hormuz, Teheran vuole costringere l’Occidente a ritornare al tavolo negoziale e firmare – ancora una volta – un “bad agreement”, al fine di evitare una escalation nucleare e regionale.

Quali saranno quindi le prossime messo? Tra qualche mese, a settembre probabilmente, l’Iran mettera’ sul piatto la minaccia di arricchiere l’uranio al 20%, grandino prima del 90% necessario per costruire la bomba. Nei fatti, si vocifera che Teheran non arricchiera’ sopra il 5% – soglia comunque pericolosa – ma usera’ la minaccia potenziale per portare gli europei al tavolo dei negoziati, provando in quel momento ad ottenere una frattura netta fra Europa e Stati Uniti. 

Esattamente quello che fece Rouhani quando – da negoziatore nucleare – firmo’ con il gruppo E3 nel 2003. Tra il 2002 e il 2003, infatti, il cosiddetto gruppo E3 (Italia, Francia e Germania), negozio’ con gli iraniani l’accordo di Teheran (poi confermato a Parigi nel 2004), con cui il regime clericale sciita si impegnava a porre volontariamente dei limiti al suo programma nucleare. Peccato che, come ammesso da Rouhani in una intervista televisiva nel 2013, l’Iran uso’ quell’accordo per rendere tempo e terminare – senza il riflettore internazionale – tutti gli impianti necessari per l’arricchimento dell’uranio e lo stesso reattore ad acqua pesante di Arak.

Concludendo: la Repubblica Islamica sa bene di non poter resistere alle pressioni economiche dell’Occidente. Ma questo e’ valido unicamente se l’Occidente e’ unito, come avvenne tra il 2011 e il 2015, quando vennero approvate sanzioni ONU contro Teheran, che praticamente esclusero il Paese da tutti i canali finanziari internazionali. Obama uso’ male l’opportunita’ che aveva in mano, firmando con l’Iran un accordo parziale, temporaneo e lacunoso che – il tempo lo ha dimostrato – ha fatto solo il gioco del regime.

Ora l’Occidente – se unito – puo’ costringere la Repubblica Islamica a scegliere tra la sopravvivenza del regime o la capitolazione per implosione (che prendera’ qualche tempo). Nell’accordo che l’Occidente deve pretendere da Teheran, nulla deve essere escluso, con un solo e chiaro scopo dichiarato: far ritornare l’Iran ad essere un “Paese normale”, meritevole di rispetto internazionale a patto di essere capace di vivere in pace con i suoi vicini. 

iran drone map thumb

Questo qua sotto e’ lo screen del tweet pubblicato ieri sera dal Ministro degli Esteri iraniano Zarif. Obbiettivo del tweet sarebbe quello di provare che il drone americano e’ stato colpito perche’ entrato nello spazio aereo iraniano, cosa che il comando americano CENTCOM nega.

Premettendo che chiunque puo’ pensare cio’ che vuole ovviamente, fa sorridere che per provare quanto sostiene, il Ministro iraniano allega al suo tweet un paio di mappe: una fatta a mano, con qualche passata di righello e la seconda, ricavata da Google Map. In altre parole, ad oggi, Zarif non ha ancora ricevuto sul suo tavolo una mappa seria, proveniente dal settore militare, per spiegare – dal punto di vista iraniano – quanto accaduto.

zarifDi contro, il comando centrale americano – CENTCOM – ha risposto al tweet di Zarif, pubblicando un altro tweet con un’altra mappa – questa volta chiaramente di provenienza interna, ovvero militare, per provare che il drone americano e’ stato colpito mentre si trovava in acque territoriali non iraniane.

centcom

Da Teheran per ora e’ uscito ‘solamente’ il video dell’attacco al drone americano, che dimostra chiaramente come l’azione sia stata intenzionale e non un “errore stupido”, come spera il Presidente americano Trump.

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Prima c’e’ stata la nomina del nuovo capo dei Pasdaran, Hossein Salami, che ha preso il posto di Ali Jafari. Hossein Salami e’ noto per essere un oltranzista, uno che non ha mai mancato di fare discorsi estremisti, predicando lo scontro diretto con i valori Occidentali e con gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia Saudita.

Oggi, quindi, Khamenei – che e’ il Capo dei Pasdaran – ha deciso di fare altri due cambi al vertice dei Pasdaran: ha promosso l’ex Capo della Marina Pasdaran Ali Fadavi a Tenente Comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie – praticamente il vice di Salami – e Mohammad Reza Naqdi a Vice Comandante IRGC per il coordinamento.

Sono due mosse importanti: Fadavi e’ noto per aver sempre affermato che era necessario cacciare gli americani dal Golfo Persico, sostendendo di essere disposto ad un confronto diretto nel caso in cui le forze USA avessero violato le acque territoriali iraniane. Una affermazione che va vista non solo strettamente nel limite delle classiche acque territoriali nazionali, ma in maniera larga, visto che l’Iran praticamente considera lo Stretto di Hormuz come un suo possesso esclusivo.

La promozione di Naqdi al coordinamento, invece, ha un significato interno: Naqdi e’ stato per anni il capo dei Basij, la milizia volontaria agli ordini dei Pasdaran, responsabile per reprimere il dissenso interno e sfruttabile per azioni suicide all’esterno. La scelta di Naqdi al coordinamento, indica quindi che il regime si aspetta possibili scenari di proteste popolari, che verranno affrontate con l’arma della repressione. Peggio, l’obiettivo principale ora deve essere quello di evitare nuove proteste in stile 2009, 2011 o anche quelle contro la corruzione finanziaria del 2017. L’obiettivo vero e’ anticiparle, reprimendo il dissenso prima che questo arrivi alla piazza. Naqdi, in questo senso – alleato di giudici dei Tribunali Rivoluzionari come Mohammad Moghiseh e del nuovo capo della Magistratura Raisi (possibile successore di Khamenei) – e’ putroppo la personalita’ ideale. Ovviamente, nel pacchetto delle repressioni possibili, va calcolato anche quello contro leader politici nazionali non allienati, come avvenne per Mousavi e Karroubi nel 2009. A buon intenditor, poche parole direbbe Khamenei…

tasnim

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Come riportato dai media, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Americana Bolton, ha annunciato che gli Stati Uniti hanno deciso di schierare la portaerei Abraham Lincoln nell’area Mediorientale, in risposta alle minacce provenienti dall’Iran.

Ancora una volta, quella che alcuni analisti alla Alberto Negri cercano di far passare come aggressione americana a Teheran, e’ figlia di una risposta alle minacce della Repubblica Islamica. Per intenderci: Trump non avrebbe ritirato gli USA dal JCPOA se l’accordo avesse funzionato. Al contrario, l’Iran ha sfruttato l’accordo per espandere il suo potere fuori dai confini nazionali e aumentare le minacce missilistiche verso i vicini, alleati degli Stati Uniti; Trump non avrebbe messo i Pasdaran nelle liste delle organizzazioni terroristiche, se i Pasdaran – dalla loro creazione ad oggi – non avessero fatto altro che lasciare scie di sangue alle loro spalle, colpendo centinaia di volte gli obiettivi americani fuori dai confini iraniani.

Per quanto riguarda la Lincoln, Trump non avrebbe deciso di schierarla in Medioriente, se i Pasdaran non avessero in questi giorni minacciato direttamente di chiudere lo Stretto di Hormuz. A farlo, si badi bene, e’ stato il 22 aprile Alireza Tangsiri, capo del Corpo Navale delle Guardie Rivoluzionarie. L’Iran, infatti, vede tutto lo Stretto di Hormuz come una zona sotto il suo diretto controllo. Questo nonostante il fatto che la maggior parte del traffico marittimo passa attraverso le acque territoriali dell’Oman e nonostante la Convenzione ONU  sul Mare (“UNCLOS”), che tutela espressamente la libera circolazione marittima e garantisce il libero passaggio attraverso gli Stretti (articolo 37). Ergo, va detto chiaro: minacciare di chiudere lo Stretto di Hormuz e’ gravissimo e farlo concretamente rappresenta addirittura un vero e proprio casus belli.

Per quanto concerne Hormuz, quindi, l’amministrazione americana prende seriamente le minacce iraniane. L’Iran e’ conscio del rischio che correrebbe se chiudesse totalmente Hormuz. Per questo, le minacce di chiusura totale dello Stretto, sono qusi vuote. Cio’ che invece e’ terribilmente possibile – a cui sembra che i vertici militari iraniani stiano pensando – non e’ di chiudere totalmente Hormuz, ma di rallentarne il traffico commerciale. Questo provocherebbe un aumento generale dei prezzi, con un effetto negativo sull’economia globale. Di questo aumento dei prezzi beneficerebbe direttamente il regime iraniano – e non solo – perche’, pur esportando meno petrolio, lo farebbe ad un prezzo al barile piu’ alto. 

Ancora una precisazione: chi sostiene che Trump vuole un regime change in Iran, sbaglia alla grande. Se l’effetto delle sanzioni americane e della politica di “massima pressione” verso Teheran fosse un regime change, sicuramente nessuno piangerebbe a Washington. Ma il principale obiettivo del Presidente americano con Teheran, e’ costringere il regime iraniano ad un nuovo negoziato – pubblico – con la Casa Bianca, per inserire nel JCPOA, tutto cio’ che Obama ha colpevolmente lasciato fuori, ovvero: missili, attivita’ regionali iraniane e assenza di scadenza all’accordo nucleare. Come suddetto, l’Iran ha usato l’accordo di Vienna per aumentare le interferenze regionali, portare avanti il programma nucleare clandestinamente e intensificare le minacce ai vicini. Ancora una volta, intendiamoci: se l’Iran fosse stato al suo posto, a quest’ora niente sarebbe cambiato.

Conclusioni: il peggior nemico dell’Iran non e’ Trump, ma il regime che lo governa e i suoi puppet internazionali!

Infographic: Strait Of Hormuz Shipping Lanes

gelato rouhani

Ieri, alla presenza di Rouhani, il regime iraniano ha annunciato di aver iniziato ad installare le centrifughe di nuova generazione IR-6 nell’impianto di Natanz, dove Teheran arricchisce l’uranio anche sino al 20%.

Chiaramente, il regime iraniano ha usato l’occasione delle nuove sanzioni americane contro i Pasdaran, per far passare l’annuncio sul programma nucleare – una chiara violazione del JCPOA, che Teheran formalmente sostiene di voler rispettare – come una mera reazione alle decisioni di Trump. 

Peccato che sono anni che l’Iran sta testando nuovi modelli di centrifughe per l’arricchimento dell’Uf6, modelli ben piu’ avanzati dell’IR-1, il solo permesso dall’accordo di Vienna del 2015. Ad esempio: gia’ pochi mesi dopo la firma dell’accordo, sempre nel 2015, Teheran aveva pubblicamente affermato di continuare a lavorare su modelli di centrifughe piu’ avanzate dell’IR-1. Alla fine di gennaio del 2017 – ovvero appena qualche giorno dopo l’elezione di Trump – l’Agenzia Atomica iraniana (AEOI) aveva annunciato di aver testato le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio IR-8. Nel luglio del 2018, ovvero mesi prima delle nuove sanzioni americane dell’agosto 2018, il capo dell’AEOI, Ali Akbar Salehi, aveva pubblicamente reso noto che l’Iran aveva gia’ costruito le centrifughe IR-6. Affermazione ribadita in una intervista televisiva del febbraio 2019, in cui Salehi dichiarava che Teheran stava testando non soltando le centrifughe IR-6, ma anche quelle IR-7 e IR-8.

Peggio, sempre parlando in TV, sempre Salehi ha candidamente ammesso che Teheran ha violato l’accordo nucleare, sottolineando che le violazioni sono state compiute sin dalla firma dell’accordo di Vienna, ergo quando ancora Obama era Presidente. In quella occasione – video in basso – Salehi dichiaro’ che l’Iran aveva segretamente acquistato dei tubi di ricambio per il reattore ad acqua pesante di Arak, per aggirare quanto previsto dal JCPOA, inviando all’AIEA delle foto photoshoppate del reattore ad acqua pesante pieno di cemento (come prevedeva teoricamente l’accordo nucleare…).

Ergo, in conclusione, i reali obiettivi dell’Iran e le violazioni del regime, erano da anni sotto gli occhi di tutti. Ancora una volta, quindi, il problema non e’ tanto Trump – che ha sull’Iran una politica chiara e netta – quanto l’indifferenza con cui la precedente amministrazione americana e l’Europa, hanno guardato alle azioni iraniane, permettendo al regime di fare praticamente cio’ che voleva. Compreso l’obiettuvo di preparare il terreno per sviluppare il programma nucleare e quello missilistico, nonostante il JCPOA e la Risoluzione ONU 2231.

zarif

Due giorni fa, davanti all’incapacita’ del regime di aiutare le popolazioni colpite dalle terribili alluvioni in Iran, il Ministro degli Esteri Zarif aveva pubblicato un tweet, incolpando le ancora sanzioni americane per la carenza di equpaggiamento a disposizione della Mezzaluna Rossa iraniana.

Nella speranza di incolare ancora una volta altri dei propri fallimenti, Zarif aveva sostenuto che lo stesso Presidente della CRI Peter Maurer, avesse affermato che le sanzioni americane impedissero alla sua organizzazione di dare all’Iran il dovuto sostegno.

In meno di 48 ore, Zarif e’ stato stato anche sbugiardato direttamente dal Comitato Internazionale della Croce Rossa. In una intervista concessa a Radio Farda, infatti, Ignatius Ivlev – Yorke, responsabile relazioni pubbliche per la CRI – ha perentoriamente negato l’esistenza di limiti al sostegno della CRI alla Mezzaluna Rossa, per quanto concerne i disastri provocati dalle alluvioni. Anzi, Ivlev – Yorke, ha anche aggiunto che la CRI e’ pronta ad aumentare il sostegno, se richiesto dalla contropare iraniana.

La verita’ e’ che, per quanto Zarif possa provare ad incolpare il mondo – in particolare Trump – l’ennesimo fallimento del regime nell’approntare un immediato intervento a sostegno delle vittime dell’alluvione, e’ dovuto alle storture della Repubblica Islamica: un Paese che destina un budget 80 volte inferiore al Dipartimento per le Emergenze Ambientali, rispetto a quanto da annualmente ai seminari religiosi. Un Paese che spende quasi 16 miliardi di dollari l’anno per sostenere il terrorismo internazionale. Un Paese che continua ad aumentare i fondi destinati al programma missilistico, ovvero i fondi che vanno direttamente nelle tasche delle Guardie della Rivoluzione…

Questa e’ l’unica verita’ esistente sull’Iran: il resto sono chiacchere da propaganda!

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