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L’Iran combatte Isis? Hamas e l’Iran sono ai ferri corti? Isis e Hamas sono nemici? Tutte teorie che, come sempre accade, sono smentite dai fatti. Gia’, perché al di la delle diversità politiche e religiose, non c’e’ contrapposizione che tenga all’interno del mondo terrorista, quando si tratta di attaccare un nemico comune.

Ecco allora che – mentre l’Occidente si riempie la bocca di illusioni sull’Iran – Teheran non si fa alcune problema a cooperare con Hamas e Isis per contrabbandare armamenti nella Penisola egiziana del Sinai. Secondo informazioni di intelligence, Hamas da mesi coopera con l’ala di Daesh nel Sinai, anche nota come Ansar Bait al-Maqdis. L’uomo che farebbe da intermediario in questa cooperazione e’ il capo dell’ala militare di Isis nel Sinai, tale Shadi al-Menai (Washington Institute).

Menai – inserito dall’Egitto nella top list dei “most wanted” – ha visitato numerose volte la Striscia di Gaza segretamente, incontrando diversi esponenti dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Grazie a queste discussioni avrebbero permesso l’avvio di una cooperazione tra Isis e Hamas, per il contrabbando delle armi provenienti dall’Iran e dalla Libia. Come sempre, a sostegno di questo accordo ci sono le tribù Beduine della Penisola del Sinai, capaci di far entrare le armi nella Striscia di Gaza per mezzo di tunnel. In questi mesi, diversi tunnel scavati tra Gaza e il Sinai sono stati attaccati dall’esercito egiziano. Ancora, sempre secondo l’intelligence, l’uomo di Hamas responsabile di mantenere le relazioni con i Beduini del Sinai, sarebbe Ayman Nofal, già arrestato dal Cairo nel 2008 e riuscito a scappare dalle prigioni egiziane solamente grazie al caos generatosi in seguito alla Primavera Araba del 2011. Vogliamo ricordare che fu proprio Ayman Nofal uno dei capi di Hamas incaricati dall’Iran di destabilizzare la Penisola del Sinai, in seguito al colpo di Stato che porto’ al potere il Generale al Sisi (No Pasdaran).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima conferma della pericolosità del gruppo terrorista palestinese di Hamas. Una organizzazione che, proprio grazie al sostegno iraniano, contribuisce direttamente all’instabilità dell’Egitto e della Libia, Paesi chiave nell’ottica della sicurezza del Mediterraneo e dell’Italia stessa.


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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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Ieri, con alcuni video, vi abbiamo riportato la notizia dell’azione della marina israeliana al largo delle coste del Sudan. Obiettivo, una nave battente bandiera panamense e denomianta Klos-C: secondo quanto riportato dall’intelligence e dimostrato dalle immagini, il cargo civile transportava missili M302 fabbricati in Siria e destinati a Gaza. I missili, dopo essere arrivati via cielo da Damasco in Iran, erano stati caricati sul Klos-C nel porto iraniano di Bandar Abbas. Dopo una breve sosta presso il porto iracheno di Umm Qasr, allo scopo di mascherare ancora di più la finalità militare del transporto, il cargo era ripartito alla volta di Port Sudan ove, per mezzo dei trafficanti attivi nella Penisola del Sinai, le armi sarebbero state trasportate via terra all’interno della Striscia di Gaza.

L'area dell'aeroporto di Damasco ove le armi sono segretamente partite verso Teheran

L’area dell’aeroporto di Damasco ove le armi sono segretamente partite verso Teheran

La nave cargo Klos-C, battente bandiera panamense, ove le armi sono state caricate presso il porto iraniano di Bandr Abbas

La nave cargo Klos-C, battente bandiera panamense, ove le armi sono state caricate presso il porto iraniano di Bandr Abbas

Come detto, la nave trasportava missili terra-terra denominati M-302, progettati in Iran e fabbricati in Siria. Il vero nome di questi missili, aspetto meno noto, è Khaibar-1, un missile di diretta derivazione dal Fajar 5, un razzo di artiglieria in dotazione ai Pasdaran iraniani e testato per la prima volta nel 2006. Perchè è importante il nome originale dei missili scoperti ieri dalla marina israeliana? Perchè dietro quel nome si nasconde la vera strategia di Teheran e di Damasco verso Israele, o meglio verso il mondo ebraico: Khaybar, infatti, ricorda l’oasi ove è stata combattuta la battaglia tra le forze di Maometto e la locale tribù ebraica. Il potere di Maometto in quel periodo, infatti, era in piena espansione nella Penisola Arabica e non era contemplabile vivere al fianco di una popolazione che non riconosceva il potere del profeta dell’Islam. La battaglia fu vinta dalle forze maomettiane e agli ebrei fu concesso di restare a vivere presso Khaybar, non lontano da Medina, previo il pagamento di una specifica tassa. I mussulmani ritengono che questa battaglia sia stata divinamente ispirata a Maometto da Dio e prendono come riferimento la Sura 48 (al Fatah, La Vittoria) nel verso 20 che, testualmente, dice “Allah vi promette l’abbondante bottino che raccoglierete, ha propiziato questa [tregua] e ha trattenuto le mani di [quegli] uomini, affinché questo sia un segno per i credenti e per guidarvi sulla retta via“. In poche parole, quindi, quando gli iraniani e i siriani hanno fabbricato questo missile, il vero obiettivo che si sono posti è la capacità di colpire all’interno di tutto Israele, al fine di colpire indiscrimatamente l’intera popolazione civile e sottometterla come fece Maometto secoli addietro.

Sequenza di lancio del missile iraniano Fajr 5, diretta ispirazione del M302, da una rampa mobile

Sequenza di lancio del missile iraniano Fajr 5, diretta ispirazione del M302, da una rampa mobile

Israele, durante la guerra del 2006 contro il Libano, ha già subito l’attacco di missili di questo tipo da parte di Hezbollah. Per la cronaca, esistono diverse varianti di questo missile, con range diversi e capacità di carico della testata esplosiva. Gli esperti distinguono almeno cinque varianti dell’M302:

  • Modello A: produzione base, con un range di 90 chilometri e possibilità di lancio via mare. Il missile può portare una testata di 190 chilogrammi;
  • Modello B: 100 chilometri di range se lanciato da mare e 115 se lanciato da una altitudine di un chilometro. Può portare una testata esplosiva di 175 chilogrammi;
  • Modello C: 140 chilometri di range se lanciato via mare e 160 se lanciato via terra da una elevata altitudine. Testata carico massimo di 140 chilogrami;
  • Modello D: 160 chilometri di range se lanciato via mare e 180 via terra. Possibilità di massimo carico esplosivo di 144 chilogrammi;
  • Modello E: range massimo di 200 chilometri, con possibilità di raggiungere i 215 chilometri se lanciato da una altitudine di 1000 metri. Testata massima di 125 chilogrammi.

I missili ritrovati ieri dalla marina israeliana, a quanto pare, appartengono al modello E, con un carico esplosivo minore, ma con la possibilità di coprire praticamente tutto il territorio israeliano. In questo modo, quindi, tutta la popolazione viene esposta al rischio, aumentando le possibilità di perdite civili. Se la nave fosse arrivata a destinazione e il carico fosse giunto a Gaza, i terroristi locali avrebbero avuto in mano un’arma estremamente avanzata e letale.

Missili M302 ritrovati ieri dalla marina israeliana a borde del cargo

Missili M302 ritrovati ieri dalla marina israeliana a borde del cargo Klos-C

La battaglia di Khaybar, quindi, ha un significato speciale soprattutto nell’Islam sciita: Ali, genero di Maometto, era infatti il comandante delle forze mussulmane durante quella battaglia. Nell’Islam sciita, Ali rappresenta il primo Imam e l’unico meritevole di essere il successore di Maometto per la sua relazione di sangue con il profeta. All’interno della famiglia sciita, vogliamo ricordarlo, non ricade solamente l’Islam oggi dominante in Iran (doudecimano), ma anche quello Alawita, al potere in Siria. Gli Alawiti, considerati dalla maggioranza dei mussulmani degli apostati, sono stati riconosciuti come apparteneti alla famiglia islamica dall’Imam Musa Sadr nel 1974, per mezzo di una apposita fatwa. La decisione di Musa Sadr, ispiratore anche del gruppo terrorista Hezbollah, fu dettata dalla volontà di legittimare la contestata Costituzione approvata nel 1973 dal dittatore siriano Hafiz al Assad in Siria (il nuovo testo, infatti, aveva provocato la dura reazione della comunità sunnita siriana).

Una foto che ritrae il dittatore siriano Hafiz al Assad, padre di Bashar al Assad, in visita in Iran all'Ayatollah Rafsanjani e alla Guida Suprema Ali Khamenei

Una foto che ritrae il dittatore siriano Hafiz al Assad (al centro), padre di Bashar al Assad, in visita in Iran. Con lui l’Ayatollah Rafsanjani (sulla sinistra) e al Guida Suprema Ali Khamenei (sulla destra)

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L’Occidente guarda ad Hassan Rohani come all’uomo della speranza, colui che sarà capace di portare in Iran la democrazia e rendere la Repubblica Islamica una garante della sicurezza nella regione mediorientale ed asiatica. A tal proposito, addirittura, il quotidiano inglese The Guardian ha proposto proprio Rohani come il candidato per il premio Nobel per la pace. Ancora una volta, quindi, un premio Nobel da assegnare ad un leader internazionale senza che questo abbia ancora dimostrato niente e che, soprattutto, quello che sta mettendo in pratica non ha niente di differente da quanto avveniva nel passato.

Già, proprio così; oltre a non aver cambiato la politica interna, Hassan Rohani non ha cambianto nulla – se non l’approccio diplomatico più conciliante – nella politica estera dell’Iran. A dimostrare che il nuovo corso di Teheran è identico al precedente, ci ha pensato oggi Hussein Amir Abdollahian, Vice Ministro degli Esteri iraniano responsabile del Dipartimento Paesi Arabi ed Africani. Hussein Amir Abdollahian, per la cronaca, è un diplomatico iraniano di lungo corso ed è l’uomo che, quotidianamente, si occupa di aree come la Siria, il Libano, l’Iraq, la Palestina, lo Yemen, l’Egitto ed il Bahrain.

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In una intervista concessa ad Al Monitor, Hussein Amir Abdollahian, non soltanto ha ribadito il sostegno – senza condizioni – al dittatore siriano Bashar al Assad, ma ha anche rimarcato che Teheran mantiene strettissimi contatti con l’organizzazione terrorista palestinese Hamas. In merito alla Siria, più precisamente, Abdollahian ha affermato che “Noi (l’Iran, NdA) appoggiamo Assad, la sua soluzione politica e le sue riforme. L’Iran sostiene la Siria come membro del blocco della resistenza e…ritiene Assad il Presidente legittimo della Siria sono alle prossime elezioni”, Il diplomatico iraniano, quindi, ha evidenziato come una collaborazione tra l’Arabia Saudita e l’Iran , potrebbe riuscire ad arginare efficacemente il terrorismo di Al Qaeda. Ottima idea, peccato però che Teheran continua a sostenere i ribelli sciiti in Yemen, favorendo direttamente l’instabilità del Golfo Persico e della stessa Arabia Saudita! Senza contare i missili che i Pasdaran hanno inviato ai Talebani in Afghanistan, alleati diretti di al Qaeda…

Rispondendo quindi ad una domanda specifica sul rapporto con Hamas, Abdollahian ha affermato che il rapporto tra l’Iran e l’organizzazione terrorista islamica palestinese resta molto forte e rivela che, proprio in questi giorni, i terroristi “Khaled Meshaal e Islamil Hanyeh sono stati ricevuti in Iran”. Anzi, aggiunge il diplomatico iraniano, “è possibile trovare rappresentanti di Hamas in Iran in ogni momento“. Subito dopo, quindi, Abdollahian parla dell’Egitto, evidenziando come i rapporti con Il Cairo sono buoni “ad ogni livello” e criticando Morsi per non aver tenuto in considerazione diverse problematiche. Peccato, però, che si tratta dello stesso Egitto che quotidianamente combatte i terroristi islamici – pagati e sostenuti da Hamas – che hanno reso la Penisola del Sinai una zona di traffici illeciti e sofferenza. Quindi, considerando che i terroristi di Hamas arrivano in Iran per ottenere finanziamenti, Teheran dovrebbe spiegare al Governo egiziano come mai – nonostante i buoni rapporti – continua a sostenere l’organizzazione che per eccellenza mette in pericolo la stabilità egiziana…

Documenti pubblicati dai giornali egiziani che dimostrano il ruolo di Hamas nell'instabilità nel Sinai

Documenti pubblicati dai giornali egiziani che dimostrano il ruolo di Hamas nell’instabilità nel Sinai

Al di là delle contraddizioni, leggendo le parole di Hussein Amir Abdollahian, sorge spontanea una domanda; che cosa è cambiato nella politica estera iraniana dopo l’elezione di Rohani? Se quello Al Monitor riporta è vero, come è ovvio, ci sembra che la politica estera del Governo Rohani sia identica a quella di Ahmadinejad e sia caratterizzata, ancora una volta, dal sostegno a leader ed organizzazioni che diffondono terrore e morte. Sarà forse proprio per questa continuità che, lo Hussein Amir Abdollahian, è stato confermato senza indugio dal neo Ministro Zarif nella stessa identica posizione che occupava al tempo in cui Ali Akbar Salehi era Ministro degli Esteri. Per la cronaca oggi Ali Akbar Salehi è il Capo dell’Agenzia Atomica Iraniana…

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