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Ancora un cristiano perseguitato nella Repubblica Islamica, ancora silenzio da parte della Comunità Internazionale. Questa volta, la spada oppressiva del regime si e’ rivolta contro Ebraham Firoozi, giovane ragazzo iraniano, accusato di aver abbandonato l’Islam per abbracciare il Cristianesimo, un peccato considerato in Iran un atto di apostasia.

Arrestato per la prima volta nell’agosto del 2013, Ebraham Firoozi e’ stato inizialmente rilasciato, per poi essere arrestato nuovamente nel marzo dello stesso anno, con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”. Condannato ad un anno di carcere e due di esilio, Ebrahim Firoozi e’ ricomparso davanti al giudice proprio in questi giorni. Qui, domenica scorsa, il giudice Moghiseh della Sezione 28 della Corte Rivoluzionaria iraniana ha condannato Ebrahim Firoozi a cinque anni di detenzione, accusandolo di rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale (classica imputazione contro i nemici politici e religiosi del regime).

Vogliamo ricordare che, secondo la denuncia dell’inviato speciale per i diritti umani in Iran delle Nazioni Unite Ahmad Shaheeh, nelle carceri iraniane ci sono oltre 90 cristiani imprigionati per motivi religiosi. Per la maggior parte, si tratta di esseri umani detenuti per aver abbandonato l’Islam ed aver abbracciato il cristianesimo evangelico. Per loro non esistono ne proteste ufficiali, ne pressioni politiche per salvarli. Al contrario, esiste solo un Occidente indifferente, troppo preso a portare avanti l’appeasement verso il regime iraniano.

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Ormai siamo certo che a Teheran i Pasdaran vogliono vincere la gara di esecuzioni capitali. Solo così si spiega la terribile notizia che arriva dalla Repubblica Islamica: 21 prigionieri sono stati impiccati in sole 48 ore!!! Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa HRANA (Human Rights Activists News Agency), il regime iraniano ha mandato al patibolo tutti questi detenuti senza neanche dichiarare ufficialmente una sola esecuzione. Per la precisione, scrive la HRANA, le impiccagioni sono avvenute in tre carceri: Shiraz, Bam e Banda Abbas.

Presso Bandar Abbas sono stati ammazzati 9 prigionieri, ma solamente di sette sono stati individuati i nomi. Si tratta di Sajad Ghochany  di Tehran, Mohammad Gholami di Tabriz, Mohammad Kazem Yazdani Doboron di Mashhad, Alireza Razmi di Bushehr, Mehdi Shahdadi di Iranshahr, Mosa Nekoei Zadeh di Bandar Abbas e  Ghasem Moradi Zadeh di Yazd. Altri 9 detenuti sono stati impiccati nel carcere di Adel Abad presso Shiraz. Nessuno dei loro nomi, almeno per ora, è stato diffuso. Le altre 3 impiccagioni, come suddetto, sono avvenute presso la prigione centrale di Bam. Qui, sul patibolo sono finiti: Mohammad Hojat Abadi, Rasool Naderi e Hossein Mir Dost.

Continuamo a ritenere vergognoso il silenzio della Comunità Internazionale davanti a questi massacri. Particolarmente, restiamo delusi dal silenzio della diplomazia italiana, teoricamente in prima fila nella promozione della Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte. Considerando l’appeasement verso i Mullah, dobbiamo probabilmente ammettere l’enfasi sulla lotta alla pena capitale, posto dalle stesse Nazioni Unite, rappresenta ancora una volta uno slogan vuoto che non spaventa nessuno, men che meno il fascista regime iraniano.

Vogliamo ricordare infine che, dall’elezione di Rouhani a presidente, sono stati impiccati oltre 1000 prigionieri e che, solamente dall’inizio del 2015, sul patibolo sono finiti 127 detenuti…(dati Iran Human Rights Documentation Center).

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Immaginate di essere giovani. Immaginate di voler solamente vivere la vita: uscire con gli amici, ridere, partecipare ad una festa, ballare e magari conoscere l’amore della vostra vita. Bene: siamo sicuri che immaginare tutto questo in Occidente non è poi così difficile, anzi. Purtroppo non è cosi nella Repubblica Islamica. Qui, come il famoso video Happy in Teheran ha già dimostrato, divertirsi insieme per un ragazzo e una ragazza può voler dire ritrovarsi i miliziani Basij davanti ed essere caricato su una camionetta in stato di arresto.

Un esempio tristissimo è quanto successo la scorsa settimana a 84 ragazzi iraniani (49 uomini e 35 donne) di Mashhad. Questi poveri ragazzi, hanno avuto la sola colpa di volersi divertire insieme, partecipando ad una festa “mista”, ovvero con ragazzi e ragazze insieme. Purtroppo, questa ricerca di spensieratezza gli è costata cara: secondo quanto riportato dalla stampa iranianale forze di sicurezza, asservite all’ideologia khomeinista, hanno compiuto un raid e hanno arrestato tutti i ragazzi con l’accusa di “immoralità”.  Così, mentre la Guida Suprema Ali Khamenei si diverte a scrivere ai ragazzi Occidentali invitandoli a leggere il Corano, nella Repubblica Islamica lo stesso “cordiale” invito diventa una brutale imposizione. La religione, purtroppo, resta lo strumento principale del regime per opprimere l’immaginazione dei giovani, togliendo loro il diritto di vivere la Vita liberamente.

A proposito di diritto alla libertà, riportiamo anche la notizia dell’ennesimo raid delle forze di sicurezza contro coloro che posseggono parabole satellitari (almeno il 60% della popolazione). Considerate un simbolo della corruzione Occidentale, le parabole vengono continuamente sequestrate e distrutte (non prima di averci scritto sopra slogan pro regime). Il 21 gennaio scorso, quindi, un raid anti-parabole è avvenuto a Shiraz. Seimila parabole sono state sequestrate e distrutte in un pubblico evento organizzato appositamente. Ancora una volta, il regime ha colpito brutalmente il coraggioso tentativo della popolazione di trovare fonti di informazione alternative rispetto a quelle inquinate dei  media iraniani.

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Se in Occidente si mettesse in carcere qualcuno per aver avuto contatti con le Nazioni Unite, probabilmente, l’opinione pubblica e la diplomazia ufficiale si rivolterebbero chiedendo a gran forza la liberazione del prigioniero. Purtroppo, questo non avviene con la Repubblica Islamica dell’Iran. Dall’ottobre scorso – data del rilascio dell’ultimo rapporto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Iran – il regime iraniano ha inziato a perseguitare chiunque avesse avuto contatti il rapprsentante Onu Ahmad Shaheed.

Il primo caso che vi riportiamo è quello di Atena Daeimi, attivista per i diritti dei bambini e per i diritti civili. Arrestata nell’ottobre scorso e posta in isolamento, Atena è stata incolpata di aver avuto contatti con l’inviato Onu Shaheed. Per questo, la povera attivista è stata portata davanti al giudice con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”. Dopo essere stata fermata, Atena Daeimi è stata trasferita nel carcere di Evin, ove sono detenuti la maggior parte dei prigionieri politici. Qui, come protesta contro il regime, Atena ha iniziato lo sciopero della fame. In queste ore, gli attivisti hanno reso noto che Atena è soggetta a dure pressioni da parte di un magistrato di nome Moghise. Secondo le informazioni che arrivato dall’Iran, infatti, questo agente del regime avrebbe minacciato di trasferire l’attivista iraniana nel terribile carcere di Gharchak, presso Veramin. Questo carcere, come denunciato numerose volte, è tristemente noto per l’assenza di servizi e lo stato pessimo delle condizioni igeniche.

Il secondo caso che vi riportiamo è quello sindacalista Behnam Ebrahimzadeh. Behnam non è stato arrestato di recente, ma si trovava già in carcere sin dal 2010, quando è stato arrestato dal regime per la sua attività di sindacalista e attivista per i diritti dell’infanzia. Accusato di essere parte dle MeK – una parte dell’opposizione iraniana in esilio – Behnam si trovava nel carcere di Evin quando è scoppiato il cosiddetto “Giovedi Nero”, ovvero l’assalto delle forze di sicurezza all’interno del braccio 350, quello dove sono rinchiusi i prigionieri politici (aprile, 2014). Per essersi difeso dai Pasdaran, Bahenam è stato trasferito nel braccio 209 della prigione di Evin e un nuovo caso giudiziario è stato aperto nei suoi confronti. Nel gennaio scorso, quindi, Behnam Ebrahimzadeh è stato condannato dal giudice Salavati a 9 anni e mezzo di carcere. Da notare che, tra le motivazioni della sentenza, c’è anche l’accusa di contatti con Ahmad Shaheed, l’inviato delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran. Il caso di Behnam, inoltre, è particolarmente triste, perchè si tratta di un padre disperato con un figlio malato di cancro.

E’ vergognoso che la Repubblica Islamica, parte delle Nazioni Unite, metta in carcere e perseguiti senza conseguenze internazionali coloro che hanno avuto contatti con un rappresentante dell’Onu. Un rappresentante ufficiale, accusato da Teheran di essere solo un agente al servizio della cospirazione. Per il mondo occidentale, che i diritti umani pretende di difendere e sostenere, dovrebbe però essere naturale opporsi a coloro che umiliano l’intera Comunità Internazionale. Purtroppo, ormai troppo stesso, questo dovere viene dimenticato…

L'attivista Behnam Ebrahimzadeh, con il figlio malato di cancro

L’attivista Behnam Ebrahimzadeh, con il figlio malato di cancro

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Martedì scorso è stato un giorno nero per i diritti umani in Iran. Un gruppo di Pasdaran ha fatto irruzione nel braccio 350 del carcere di Evin, area ove sono rinchiusi i prigionieri politici, iniziando a massacrare di botte i detenuti presenti. Secondo il comunicato ufficiale rilasciato dai prigionieri del carcere di Gohardasht, ovest di Teheran, oltre 100 agenti dell’unità di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, hanno compiuto un vero e proprio raid punitivo contro i prigionieri politici, lasciando sul pavimento della prigione, decine di corpi feriti e doloranti. Ovviamente il regime ha ufficialmente preso una posizione contraria ai diritti umani, difendendo gli aggressori e negando l’accaduto. Nonostante le parole del responsabile del centro di detenzione di Evin, Gholamhossein Ismaili, i famigliari dei detenuti hanno denunciato di aver visitato i loro parenti e di averli trovati spaventati e pieni di escoriazioni. Parlando con BBC Persian, uno dei prigionieri politici testimoni dell’attacco ha dichiarato che l’aggressione delle guardie è stata talmente violenta da far temere l’inzio di un omicidio di massa. In seguito al gravissimo accadimento, 28 prigionieri politici hanno scritto – purtroppo inutilmente – una lettera al Presidente Rohani, denunciando l’attacco. Come detto, il Presidente Rohani non si è pronunciato. Per lui ha parlato il Ministro della Giustizia Mostafa Pourmohammadi, il quale ha dichiarato che si è trattato unicamente di un incidente isolato (sic), smentento ogni tipo di confronto fisico. Mostafa Pourmohammadi, vogliamo ricordarlo, è stato il protagonista del Massacro delle Prigioni nel 1988, mandando a morte decine e decine di prigionieri, unicamente per la loro posizione contraria alla dittatura di Khomeini.

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Nonostante il diniego del regime, i famigliari dei detenuti hanno deciso di protestare contro l’accaduto. Un folto gruppo di persone, quindi, si è raccolto di fronte all’ufficio del Presidente iraniano Rohani a Teheran, urlando slogan di protesta e chiedendo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici. La risposta del regime, ancora una volta, è stata la repressione: tre persone sono state arrestate e tutti i presenti sono stati minuziosamente schedati. Della protesta gli attivisti hanno diffuso diverse fotografie (vedi sopra) ed un video (sotto) che, in poco tempo, ha fatto il giro del mondo. Non solo, proprio nel carcere di Gohardasht, il boia degli Ayatollah è tornato al lavoro: cinque persone sono state impiccate, tra cui un uomo di 68 anni…

Nonostante i fatti risalgano ormai ad una settimana e nonostante le condanne internazionali, dal Governo italiano, nessuno ha battuto ciglio. Il Ministro degli Esteri Mogherini, in una intervista a Il Foglio, ha ripetuto il matra del coinvolgimento del regime iraniano – primo finanziatore e sostenitore di Bashar al Assad – nel processo di pace in Siria, ammesso che questo esista. Il rumoroso silenzio della Farnesina ferisce e sicuramente non aiuta il popolo iraniano nella sua battaglia per la libertà e per i diritti umani.

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