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Oggi – 21 aprile – la capitale d’Italia, Roma, celebra il suo Natale. Questa data pero’ e’ importante anche per il popolo iraniano: oggi, infatti, si festeggia il compleanno di Narges Mohammadi, donna coraggiosissima, paladina dei diritti umani e della democrazia per l’Iran.

Purtroppo, Narges Mohammadi passera’ questo giorno speciale in una triste cella del carcere iraniano di Evin, ove e’ stata imprigionata nuovamente dal maggio del 2015, accusata di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Con questa folle imputazione, Narges e’ stata condannata a 16 anni di detenzione. 

Ovviamente, Narges non rappresenta affatto una minaccia alla sicurezza nazionale, per come intendiamo in Occidente questo tipo di imputazione. Narges non e’ una terrorista, non ha alcuna arma in casa e non piazza nessuna bomba per il Paese. Narges ha solo un’arma che silenzia mai: la sua voce. La sua voce rappresenta la minaccia più grande per la Repubblica Islamica: la sua voce in favore dei detenuti politici, la sua voce al fianco del premio Nobel Shirin Ebadi – oggi costretta all’esilio – la sua voce contro la pena di morte, la sua voce per l’uguaglianza tra uomo e donna in Iran (No Pasdaran).

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Nel settembre scorso, Narges Mohammadi ha presentato appello contro la sua condanna. Ha anche protestato per la decisione del regime, di impedirle di avere ogni tipo di contatto con i suoi figli neanche adolescenti. Appena un mese fa, a marzo, Narges e’ riuscita a far uscire dal carcere una lettera, poi pubblicata, in cui affermava che, nonostante tutte le ingiustizie che sta subendo, e’ ancora più determinata a lottare per i diritti umani in Iran. Ad inizio di questo mese, quindi, il marito di Narges Mohammadi, Taghi Rahmani, ha rivelato che il regime ha offerto a Narges la libertà su cauzione, in cambio del suo definitivo silenzio su tutte le questioni politiche e sociali (Iran Human Rights). Offerta declinata coraggiosamente dalla stessa Narges (Taghi Rahmani vive oggi a Parigi con i due figli di Narges, nella speranza di dar loro una vita normale, nonostante l’assenza coatta della loro madre).

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Teoricamente, Narges rappresenta tutto ciò per cui il mondo democratico dovrebbe lottare e impegnarsi, per l’Iran. Purtroppo, in nome del business, l’Occidente ha abbandonato eroine come Narges Mohammadi, contribuendo a far calare sulla sua storia, un velo pietoso di omertà e silenzio. 

Per quanto ci riguarda, pero’, non smetteremo mai di raccontare la storia di Narges, fino ad ottenere la sua liberazione e il suo diritto di vivere in un Paese democratico e laico!

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L’articolo che Shirin Ebadi ha recentemente pubblicato su Politico, non e’ un pezzo qualunque, ma una vera e propria j’accuse nei confronti dell’Europa, per le modalità con cui sta gestendo le aperture politiche – ma soprattutto economiche – al regime iraniano (Politico.eu).

Piccola premessa: l’avvocatessa Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace nel 2003, e’ ormai da anni rifugiata all’estero, dopo aver passato una vita di esclusione sociale e persecuzione in Iran. Presidente di una sezione del Tribunale di Teheran prima delle Rivoluzione iraniana, la Ebadi ha dovuto lasciare il lavoro perché donna nel 1979 e ha potuto esercitare nuovamente la professione forense solamente nel 1992. Dedicatasi soprattutto a difendere gli attivisti per i diritti umani, la Ebadi e’ stata insignita del Premio Nobel nel 2003. Purtroppo, come noto, l’assegnazione del prestigioso riconoscimento le e’ costata solamente una maggiore persecuzione da parte del regime. Dal 2009, quindi, si e’ rifugiata a Londra, dopo che le forze di sicurezza sono penetrate nel suo appartamento di Teheran, sequestrandole anche lo stesso Premio Nobel.

Nell’articolo scritto per Politico, la Ebadi sottolinea come – mentre la Repubblica Islamica diventa per l’Europa un “Open for Business” – il regime continua senza limiti ad impiccare prigionieri, incarcerare giornalisti, discriminare socialmente e professionalmente le donne e abusare dei diritti umani. 

Molto spesso, denuncia la Ebadi, le stesse società Occidentali sono indettamente responsabili degli abusi dei diritti umani. Il Premio Nobel iraniano, a tal proposito, ricorda il ruolo avuto dalla Nokia nel fornire ai Pasdaran i mezzi tecnologici per intercettare gli attivisti dell’Onda Verde – protagonisti delle proteste popolari del 2009/2011 – molto spesso ancora oggi detenuti e torturati dal regime. Non solo: il business con il regime iraniano favorisce la corruzione interna e spesso legittima norme discriminatorie, come quelle che impediscono ai Baha’i di esercitare una serie di professioni (No Pasdaran).

Il regime iraniano, denuncia la Ebadi, usa gli organismi internazionali come l’ONU e il dialogo bilaterale con la UE, per isolare il tema dei diritti umani rispetto agli altri argomenti. Cosi facendo, il regime astutamente avvia dialoghi filosofici sulla questione dei diritti umani che, concretamente, sono destinati al fallimento e non rafforzano in alcun modo gli attivisti presenti all’interno della Repubblica Islamica (molto spesso in carcere, nella piena indifferenza Occidentale). Un caso esemplare e’ quello di Narges Mohammadi, arrestata per aver incontrato la ex Mrs Pesc Lady Ashton a Teheran e su cui l’attuale Mrs. Pesc Mogherini – tanto amica del Ministro degli Esteri iraniano Zarif – non ha mai accennato minimamente (No Pasdaran).

L’Italia stessa, sin dai tempi dell’ex Ministro degli Esteri Emma Bonino, ha avviato con il regime iraniano un dialogo anche sui diritti umani, per mezzo di alcune conferenze organizzate a Siracusa con la presenza dello stesso Javad Larijani, Segretario del Consiglio per i Diritti Umani dell’Iran. Non solo quelle conferenze non hanno portato a nulla, ma hanno contribuito allo sdoganamento del regime, nello stesso momento in cui le condanne a morte aumentavano e gli attivisti finivano in celle di isolamento senza processi legali. In altre parole, quelle conferenze sono servite unicamente per legittimare il nuovo business con uno Stato autoritario, senza porre delle reali condizioni a Teheran (No Pasdaran).

Tutto ciò senza dimenticare che, sin dal 2002, l’Unione Europea ha avviato con l’Iran un dialogo bilaterale sui diritti umani. Dialogo fallito drammaticamente e che non ha impedito a Teheran di schiacciare senza alcuna pietà le proteste popolari iniziate nel 2009, con la illegale rielezione del negazionista Ahmadinejad a Presidente dell’Iran.

Shirin Ebadi descrive quindi quattro condizioni fondamentali che l’Europa deve porre nel nuovo dialogo con il regime iraniano:

  1. mantenere un focus sull’Iran alle Nazioni Unite;
  2. integrare gli sforzi multilaterali con il dialogo bilaterale strategico;
  3. lavorare a stretto contatto con la società civile iraniana, in Iran e all’estero;
  4. stabilire degli standard per il business, legati alla responsabilità sociale delle imprese.

Il quarto punto, per la Ebadi, e’ fondamentale. Lo e’ soprattutto considerando le parole pronunciate da Hassan Rouhani in un discorso alla nazione trasmesso ieri dalle TV nazionali in Iran. Rouhani ha detto che Teheran oggi non punta a scambiare petrolio con prodotti finiti, ma a costruire delle joint venture tra la Repubblica Islamica e le compagnie internazionali. Un progetto che, senza delle chiare condizioni politiche, rischia seriamente di rendere le società estere complici degli abusi dei diritti umani in Iran. 

Per questo, e’ fondamentale che l’appello della Ebadi sia accolto dai Governi europei, primo fra tutti quello italiano. Non solo perché l’Italia si vanta di essere in prima fila per la Moratoria Internazionale sulla Pena di Morte, ma anche perché Rouhani ha scelto proprio Roma come “porta d’ingresso” verso l’Europa. Una decisione che, chiaramente, pone il Governo Italiano davanti al dovere di non essere complice degli abusi commessi da un regime fondamentalista, misogino e razzista. 

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Secondo quanto denunciato dagli attivisti internazionali, il Ministero dell’Intelligence iraniano sta facendo pressioni sulla magistratura per ottenere la massima punizione contro Narges Mohammadi. La notizia, per la precisione, e’ stata data da Taghi Rahmani, marito della coraggiosa attivista iraniana, in carcere da mesi con l’accusa di propaganda contro il regime. In particolare, Narges Mohammad e’ stata arrestata per aver collaborato con il Premio Nobel per i diritti umani Shirin Ebadi, per aver creato un gruppo contro la pena di morte e per aver incontrato, nel marzo del 2014, l’ex Mrs. Pesc Lady Ashton. Nonostante tutto il lavoro di Narges Mohammad per la libertà del popolo iraniano e nonostante una delle ragioni del suo arresto sia stata l’incontro con la Ashton, nessun rappresentante della diplomazia internazionale ha speso una parola per la sua liberazione. Non lo ha fatto nemmeno colei che ha preso il posto di Lady Ashton, l’italiana Federica Mogherini, nonostante le richieste degli attivisti.

Le pressioni del Ministero dell’Intelligence hanno determinato il rinvio dell’inizio del processo contro Narges Mohammadi, previsto inizialmente per l’inizio di luglio. Per ora, quindi, non e’ stato nemmeno reso noto quando il processo sara’ avviato. Nel frattempo, purtroppo, a Narges Mohammadi continua ad essere vietato di incontrare i suoi cari. In un chiaro tentativo di sfiancarla psicologicamente, a Narges e’ permesso unicamente sentire la voce dei suoi due figli per pochi minuti, un paio di volte a settimana. Terribile.

Poche ore dopo la firma dell’accordo nucleare tra Iran e P 5+1, l’inviato speciale dell’ONU Ahmad Shaheed, ha richiesto pubblicamente un impegno internazionale per il miglioramento dei diritti umani nella Repubblica Islamica. Ricordiamo che, nonostante le ripetute richieste da parte del diretto interessato, Teheran non ha mai concesso all’inviato speciale Ahmad Shaheed di entrare in Iran per parlare con gli attivisti iraniani e verificare lo stato detentivo dei numerosi prigionieri politici.

Qui la petizione aperta su Change.org, per continuare a richiedere l’immediata scarcerazione di Narges Mohammadi: https://goo.gl/pRskq0

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L’Ambasciatore Terzi è da sempre noto come uno dei maggiori esperti di tematiche internazionali e, particolarmente, della questione iraniana. Per questo, quando parla della posizione italiana sul negoziato tra Iran e P 5+1, l’Ambasciatore va dritto al nocciolo del problema: “sull’accordo nucleare con l’Iran, Pistelli, Gentiloni e Renzi formano un ‘trio d’illusionisti’. Per l’ex Ministro degli Esteri italiano, infatti, l’accordo che sta prendendo forma è influenzato dalla volontà di giungere, anche a costo di assumere dei rischi ulteriori sul piano della sicurezza, a un’intesa che consenta la piena riapertura del mercato iraniano.

  • Ambasciatore Buongiorno, con la chiarezza che La distingue da sempre, ci può dire cosa non va nell’accordo nucleare con l’Iran che sta prendendo forma dopo la Dichiarazione di Losanna?

Guardi, le riassumo i punti salienti in breve sintesi:

1) le sanzioni occidentali sono state misure risolutive per riportare il Paese al tavolo del negoziato. Dalle dichiarazioni rilasciate dai vertici iraniani, circa l’interpretazione dell’accordo di Losanna, sembra che l’intesa finale venga condizionata alla rimozione contestuale e completa di tutte le sanzioni. Il che vuol dire, data l’impossibilità di immaginare il reintegro di misure sanzionatorie nel caso in cui l’Iran violasse l’accordo nucleare, che ci si priverebbe dell’unica leva per continuare ad influire su una piena “compliance”. Non è un caso che l’interpretazione data dal gruppo dei 5+1 all’intesa di Losanna sia quella di una rimozione delle sanzioni progressiva, diluita nel tempo e strettamente condizionata.

2) da molte parti si rileva che l’accordo è reversibile in qualsiasi momento da parte Iraniana, come d’altra parte si evince dalle stesse dichiarazioni di esponenti governativi a Teheran. Il che, fra l’altro, deriva anche dalla possibilità riconosciuta a Losanna di mantenere tutte le infrastrutture nucleari di cui attualmente il Paese dispone, incluse le centrifughe. Vi sono inoltre notizie recentissime, di fonte Aiea, sulle perduranti attività di arricchimento dell’uranio, ben al di là degli stock previsti dalle intese quadro, che renderebbero ancor più complicata la “messa in sicurezza” delle tonnellate di materiale fissile già esistente e rapidamente convertibile in un certo numero di ordigni nucleari.

3) Vi sono poi altri aspetti preoccupanti. Essi riguardano l’elevato numero di centrifughe di cui il Paese continuerebbe a disporre, quasi doppio a quel tetto di seimila che gli esperti occidentali giudicavano sino a poco tempo fa una soglia critica. Si tratta di centrifughe che potrebbero essere sostituite da altre di ultima generazione, diversamente dalle assicurazioni fornite dai negoziatori alle proprie opinioni pubbliche e Parlamenti. Vi è infine l’incognita delle ispezioni. Secondo quanto assicurano anche esponenti del nostro Governo, gli iraniani non porrebbero alcuna restrizione. Dichiarazioni recenti delle Autorità iraniane, e persino del Presidente Rouhani, escludono nel modo più tassativo che le ispezioni possono riguardare siti militari, essendo ovviamente responsabilità interamente iraniana decidere quali siti sono militari e quali no;

4) la durata dell’accordo non potrà in ogni caso superare i cinque anni, anziché coprire i 10/15 anni come dichiarato dai negoziatori.

  • Eppure Ambasciatore, nonostante questi (fondamentali) punti critici, la diplomazia italiana sembra esaltata dal possibile prossimo accordo con l’Iran. Tra Roma e Teheran ormai è un viavai di delegazioni politiche ed economiche…

Purtroppo si, mentre in una situazione così delicata sarebbe d’obbligo la prudenza proprio per evitare passi falsi, sottovalutando un “rischio Paese” che potrebbe diventare molto oneroso per i nostri imprenditori. La complessità e le incognite dell’accordo di Losanna dovrebbero consigliare estrema cautela, anziché favorire la diffusione di premature certezze, dopo i continui viaggi di nostri esponenti di Governo in Iran

  • E intanto il radicalismo islamico aumenta…e non solo in campo sunnita….

Purtroppo dobbiamo continuare a fare i conti con una doppia matrice di fondamentalismo islamico: una sunnita, con Isis, Al Qaeda, Hamas, Boko Aram e altre formazioni che radicalizzano lo scontro anche in Europa e in Italia, e l’altra quella sciita, con organizzazioni e milizie come Hezbollah, Badr, i collegamenti con gli Houti yemeniti e le milizie sciite irachene, i centri culturali e le associazioni sostenute finanziariamente in Europa – anche in Italia – da entità iraniane, attive nella radicalizzazione  delle comunità islamiche.

  • Come valuta la situazione dei diritti umani più in particolare il recente arresto di Narges Mohammadi?

Mi capita talvolta di sentire da personalità politiche che insistono per ogni possibile riavvicinamento all’Iran l’affermazione che non si dovrebbe per parte nostra dar troppo peso alla situazione dei diritti umani in tale Paese dato che vi sono altri Paesi alleati dell’Occidente nei quali, ad esempio, i diritti della donna sono gravemente violati, la tortura e la pena di morte praticata, la liberta di religione repressa.  Tutto ciò è vero.  Ma trovo politicamente e moralmente riprovevole giustificare con la diffusione di comportamenti inumani, banditi da decenni dal diritto internazionale, lesivi della dignità e delle libertà fondamentali dell’individuo, il silenzio assoluto che domina, su questi temi, in molti incontri bilaterali e multilaterali.

La situazione dei diritti umani in Iran è stata stigmatizzata ripetutamente dallo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite.  Si tratta del Paese con il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo in rapporto alla popolazione. Intimidazioni, arresti, torture di esponenti della dissidenza sono numerosissimi. La componente giovane della popolazione è sempre più insofferente al regime teocratico, e non lo nasconde pur con i gravi rischi che ciò comporta. Ne sono prova le  recenti manifestazioni del mondo studentesco. L’arresto ad  inizio maggio di Narges Mohammadi dimostra l’insicurezza crescente avvertita perlomeno da alcune componenti del Regime iraniano. E’ certamente preoccupante che sia stata arrestata una persona così vicina al Premio Nobel Shirin Ebadi, che ha dovuto persino trasferirsi a Londra a causa del clima di minacce alla sua persona. In passato casi di questo genere erano stati oggetto di interventi sostenuti e pressanti da parte dell’Europa e dell’Italia. Sarebbe una grave involuzione della politica estera europea ed italiana, da molti anni imperniata sulla promozione dei diritti umani, se l’urgenza di definire l’intesa nucleare all’insegna delle “opportunità di mercato”, consigliasse il silenzio su un caso così grave di intimidazione di un “human right defender”.

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Forse non molti lo sanno, ma nel Parlamento italiano esiste un Gruppo di Collaborazione Parlamentare Italia – Iran. Un Gruppo il cui scopo dichiarato, dall’elezione di Hassan Rouhani ad oggi, e’ quello di promuovere nuove relazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran. Per quanto ci riguarda, lo sapete, non siamo del parere che bisogna aprire politicamente ed economicamente a Teheran, perche’ siamo profondamente convinti che – indipendentemente da chiunque venga eletto alla Presidenza – la natura oppressiva del regime iraniano resta sempre la stessa. Nonostante cio’, siamo attenti ad ascoltare le voci esterne e siamo ad elogiare chi, concretamente, si impegna per il bene del popolo iraniano.

Dopo la lettera aperta a Federica Mogherini, oggi vogliamo testare la serietà dell’impegno “verso un nuovo Iran” da parte di questo Gruppo di Collaborazione Parlamentare Italia – Iran. Si tratta di un gruppo formato da cinque deputati, di diversi partiti: Ettore Rosato e Gregorio Gitti del Partito Democratico, Paolo Alli del Nuovo Centro Destra, Deborah Bergamini di Forza Italia e Maria Eedera Spadoni del Movimento Cinque Stelle. Negli ultimi tempi questo gruppo di e’ molto impegnato, anche in collaborazione con l’Ambasciatore iraniano in Italia, per sostenere la necessita’ di ristabilire relazioni diplomatiche importanti con Teheran, sottolineando come il sostegno dell’Italia – e dell’Occidente – sia necessario per ottenere positivi cambiamenti anche all’interno dell’Iran.

Orbene, pur non condividendo, decidiamo di accettare questa affermazione. Allo stesso tempo, pero’, evidenziamo come oltre a dare, e’ tempo anche che l’Occidente – Italia in testa – chieda anche conto al regime iraniano delle sue azioni e dei suoi costanti abusi dei diritti umani. Volontariamente e colpevolmente, evitiamo qui di aprire una lunga lista di abusi dei diritti umani compiuti dal Teheran dall’elezione di Rouhani ad oggi, ed evitiamo inoltre iniziare discorsi sui massimi sistemi. Chiediamo quindi ai deputati del Gruppo Parlamentare Italia – Iran di agire concretamente per ottenere l’immediata scarcerazione di una attivista di primo piano, arrestata ieri e rinchiusa nel carcere di Evin. 

I figli di Narges Mohammadi, dopo aver appreso la notizia dell'arresto della mamma

I figli di Narges Mohammadi, dopo aver appreso la notizia dell’arresto della mamma

Come saprete, stiamo parlando di Narges Mohammadi, una donna di un coraggio unico, simbolo di tutti i cambiamenti che il regime iraniano deve apportare per dimostrare la sua sincera volontà di cambiamento. Narges, infatti, e’ accusata dalle autorità iraniane di tutta una serie di crimini che dovrebbero rappresentare le battaglie dell’Occidente per il popolo iraniano. Tra le imputazioni contro Narges Mohammadi, infatti, troviamo:

– la creazione di un gruppo contro la pena di morte (Step by Step to Stop the Death Penalty), una campagna che dovrebbe andare di pari passo con la Moratoria Universale contro la Pena di Morte, sostenuta in primis dalla diplomazia italiana;

aver manifestato davanti al Parlamento iraniano contro gli attacchi con l’acido alle donne iraniane. Anche in questo caso, la battaglia per i diritti delle donne dovrebbe essere appoggiata senza se e senza ma dall’Occidente. In particolare, da un’Italia che ha aperto al regime iraniano proprio durante il Ministero di Emma Bonino alla Farnesina;

essere la vicepresidente del Centro per i difensori dei diritti umani, un organismo creato dal Premio Nobel Shirin Ebadi, costretta all’esilio per continuare a difendere il popolo iraniano;

aver incontrato l’ex Mrs. Pesc Catherine Ashton nel Marzo 2014, ed aver promosso in quella occasione la necessita’ di rafforzare la societa’ civile iraniana e liberare i leader dell’Onda Verde, costretti agli arresti domiciliari senza neanche aver subito un regolare processo.

La battaglia per la liberazione di Narges Mohammadi, quindi, deve assolutamente essere la battaglia dell’Occidente per pretendere dalla Repubblica Islamica uno standard (minimo…) di tutela dei diritti del popolo iraniano. In particolare, questa battaglia deve essere sostenuta senza se e senza ma da chi, pubblicamente, appoggia l’idea di riportare l’Iran all’interno della Comunità Internazionale. Una Comunità che ha delle regole ben precise, regole costantemente violate dalla Velayat-e FaqihEcco perché, Egregi Deputati del Gruppo Parlamentare di Collaborazione Italia – Iran, riteniamo che questo sia il vostro momento. Oggi potete dimostrare la vostra serietà e il vostro impegno per un Iran diverso. Come detto, non crediamo alla volonta’ del regime iraniano di cambiare, ma saremo pronti a riportare e sottolineare il Vostro concreto impegno per ottenere questo cambiamento. Agite ora e chiedete l’immediata liberazione di Narges Mohammadi.

Cordialmente

Collettivo No Pasdaran

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Verrebbe da dire…solo in Iran…Ci spieghiamo meglio: ieri l’agenzia stampa Mehr News ha pubblicato un interessante articolo in merito all’altissimo livello di giovani donne che abusano di droge nella Repubblica Islamica. I dati, per la cronaca, venivano forniti direttamente dalla bocca di Zahra Bonyanian, Vice Segretario Generale del Dipartimento per il Controllo della Droga tra le Donne e nelle FamiglieLa rappresentante del regime, è stata costretta ad ammettere che il numero di donne iraniane che fanno uso di sostanze stupefacenti è drammaticamente aumentato e colpisce tutte le classi sociali, indipendentemente dal loro status economicoLa Signora Bonyanian, quindi, ha rivelato che l’età in cui le donne in Iran cominciano a drogarsi è scesa a 15 anni e che, coloro che hanno tra i 20 e i 35 anni, rappresentano la fascia d’età più colpita dall’abuso di droge (in pratica coloro che dovrebbero essere lavorativamente più attive.

Dopo aver spiegato quali sono le droge maggiormente usate dalle donne iraniane (oppio, cocaina e crack afgano in testa), il giornalista di Mehr News chiede al Vice Segretario Bonyanian una spiegazione di questo terribile fenomeno che colpisce la Repubblica Islamica. Bene, la risposta lascia a dir poco stupefatti: secondo la rappresentante del regime, l’aumento dell’uso di droge da parte delle donne iraniane andrebbe fatto coincidere con il fascino generato nel gentil sesso dalle “TV satellitari, in particolare da quei programmi che si propongono pillole per combattere l’obesità o proteggere la pelle…”

Proprio non viene in mente a Zahra Bonyanian che, quanto sta accadendo alle donne iraniane, sia direttamento frutto di quella che il dissidente Akbar Ganji ha definito una vera e propria “apartheid di genere“. Le donne iraniane, infatti, sono legalmente considerate inferiori, praticamente valgono metà di un uomo. Nella società, come noto, le donne iraniane sono costrette portare il velo e non avere pubblici contatti “moralmente riprovevoli” con l’altro sesso (ovvero stare a contatto solamente con padri e mariti). All’interno della famiglia, poi, la donna non può ottenere un passaporto o lasciare il Paese senza il consenso del padre o del marito. Nei casi di crisi matrimoniale, quindi, le possibilità delle donne di ottenere il divorzio o l’affidamento dei figli senza il consenso dell’uomo sono praticamente minime. Nel mondo del lavoro, infine, ad una donna è proibito lavorare fuori di casa senza il consenso del marito ed è praticamente impossibile guadagnare quanto un suo pari di sesso maschile.

Proprio per promuovere i diritte delle donne è nata la famosa campagna “One Million Signature” anche nota come “change for equality. L’eco di questa lotta delle donne iraniane, ha raggiunto tutto il mondo e provocato la veemente reazione del regime. In pochi anni, infatti, gli Ayatollah hanno ordinato la carcerazione di coraggiose attiviste come Deleram Ali, Fariba Davoodi Mohajer, Noushin Ahmadi Khorasani, Parvin Ardalan, Shahla Entesari, Sussan Tahmasebi, Azadeh Forghani, Esha Momeni e Bahareh Hedayat. Tra le sostenitrici della lotta civile, quindi, va annoverato anche il Premio Nobel Shirin Ebadi, costretta dal regime a lasciare l’Iran per andare a vivere a Londra.

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Ben si capisce, perciò, che il vero problema delle donne iraniane è il regime che le perseguita e le umilia costantemente. Un sistema di controllo, che nega a tutto il popolo – minoranze in testa – ogni aspirazione di libertà. E’ per questo che, accoratamente, ci appelliamo al Ministro della Giustizia italiana Anna Maria Cancellieri, affinchè non intensifichi la collaborazione legale con la Repubblica Islamica. L’Italia, la cui Costituzione è stata scritta con il sangue di coloro che lottarono per la fine del nazifascismo, non può e non deve assimilare nulla dei principi legali che governano la repubblica Islamica. Al contrario, riteniamo che tutto il mondo democratico, debba rifiutare di stringere la mano a terroristi che approvano quotidinamente decine di condanne a morte,  pubbliche umiliazioni e discriminazioni di ogni genere.

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