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In una intervista rilasciata al Canale 4 della TV iraniana in data 22 gennaio 2019, il capo dell’Agenzia Atomica iraniana Ali Akbar Salehi – gia’ negoziatore nucleare e ex Ministro degli Esteri – ha ammesso che Teheran ha consapevolmente violato l’accordo nucleare. Non basta: Salehi non ha solamente ammesso che l’Iran ha violato il JCPOA, ma ha anche detto che le violazioni sono state compiute sin dalla firma dell’accordo di Vienna.

Parlando alla TV, Salehi ha affermato che segretamente acquistato dei tubi di ricambio per il reattore ad acqua pesante di Arak, per aggirare quanto previsto dal JCPOA. Secondo l’accordo, infatti, l’Iran avrebbe dovuto distruggere la calandra del reattore nucleare, riempiendola di cemento. Invece di seguire l’accordo, come ammette Salehi, Teheran ha acquistato segretamente dei tubi di ricambio e ha mostrato al mondo delle foto photoshoppate del reattore di Arak pieno di cemento.

Come suddetto, le violazioni del JCPOA fatte da Teheran sono state volontarie e precedenti alla Presidenza Trump: Salehi, infatti, rimarca che l’Iran ha acquistato subito questi tubi per il reattore di Arak e informato unicamente Khamenei, perche’ il regime iraniano sapeva che “l’Occidente non avrebbe rispettato l’accordo”.

Infine, Salehi ha affermato che l’impianto per la produzione della yellowcake – uranio informa concentrata per l’arrchhimento – di Ardakan e’ operativo e che il regime e’ pronto ad usare le centrifughe IR-8 per l’arricchimento dell’uranio.

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Lo scorso 11 novembre, in grande pompa magna, il Segretario dell’AIEA Amano e il Capo dell’Agenzia Atomica iraniana Salehi, hanno firmato un accordo di cooperazione. L’accordo è stato descritto in Iran come grande vittoria della Repubblica Islamica, ed è stato accolto dai diplomatici occidentali come un importante passo avanti nella risoluzione dalla crisi nucleare. Tutto perfetto, se non fosse per un piccolo particolare: il testo firmato da Amano e Salehi è praticamente “vuoto”, nel senso che non affronta veramente quelli che sono i reali problemi del programma nucleare iraniano.

Secondo quanto concordato a Teheran, infatti, l’Iran si impegna a fornire all’AIEA informazioni in merito:

  1. alle miniere di uranio di Gchine, presso Bandar Abbas;
  2. all’impianto di produzione di acqua pesante;
  3. a tutti i nuovi reattori di ricerca;
  4. ai 16 siti individuati dal regime iraniano per la costruzione di nuove centrali nucleari;
  5. alla chiarificazione delle affermazioni dei rappresentanti iraniani in merito all’arricchimento dell’uranio;
  6. alle ricerche che gli scienziati iraniani stanno portando avanti in merito alla tecnologia laser di arricchimento dell’uranio.

Qui di seguito, per controprova, inseriamo anche il testo in inglese diffuso dalla stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Cliccando sull’immagine sarà possibile accedere al comunicato stampa rilasciato dall’AIEA poco dopo la visita di Amano a Teheran.

aiea iranInvece di firmare una vittoria, il Segretario Amano ha segnato praticamente una indiretta sconfitta da parte dell’AIEA. Il testo diffuso, come suddetto, non risolve i nodi principali del programma nucleare iraniano. Per quanto riguarda le miniere di uranio di Gchine, ad esempio, si tratta solamente di una delle fonti indigene da cui Teheran si approvvigiona. E’ noto che altre miniere di uranio esistono in Iran presso Yazd (la miniera di Saghand), il nord Khorasan e l’Azerbaijan iraniano. Altre fonti, quindi, non sono state rese note dal regime. Per quanto concerne la produzione di acqua pesante, necessaria per il reattore di Arak, si tratta di una affermazione priva di efficacia: quello che conta per far funzionare un reattore ad acqua pesante, infatti, non è la produzione dell’acqua pesante, ma la purezza della stessa. In merito a questo aspetto, l’accordo tace e solo la purezza dell’acqua permette di capire se Teheran potrà o no far funzionare il reattore IR-40 di Arak. Ad Arak, lo ricordiamo, Teheran potrebbe riprocessare l’uranio e produrre una bomba al plutonio.

D’altro canto, fatto grave, l’accordo non dice nulla in merito al numero di centrifughe che Teheran ha installato sinora presso Natanz e Qom, all’uranio a basso arricchimento già accumulato sinora dal regime e soprattutto in merito a quello arricchito al 20%. Su questo livello di arricchimento, il precendente capo dall’Agenzia Atomica iraniana Abbasi Davani, ha chiaramente ammesso i fini non civili del programma. Nulla, quindi, viene detto sull’accesso alla base militare di Parchin, ove il regime iraniano sviluppa il suo programma di missili balistici e soprattutto dove è stata simulata una esplosione nucleare usando le ricerche dello scienziato V. Danilenko. Purtroppo, in questo ultimo caso, anche se la base militare fosse stato inclusa nell’accordo, gli ispettori AIEA non avrebbero trovato nulla di interessante: l’Iran, come dimostrato dai satelliti, ha infatti passato gli ultimi mesi a ripulire completamente Parchin da ogni prova compromettente. 

L'agenzia di stampa ISNA del 30-08-2011, con le parole di Abbasi Davani

L’agenzia di stampa ISNA del 30-08-2011, con le parole di Abbasi Davani

Insomma, quello firmato da Amano e Salehi, quindi, sembra rappresentare per l’Occidente una “vittoria di Pirro”. Un placebo utile a chi vuole arrivare ad un accordo con la Repubblica Islamica ad ogni costo, anche al prezzo di lasciare intatto il programma nucleare degli Ayatollah, permettendo loro di produrre la bomba atomica nel prossimo futuro. Nel frattempo, qualcuno in Libano già pregusta gli effetti di un Iran in possesso della bomba atomica. Si tratta del deputato di Hezbollah Al-Walid Sukkarieh che, parlando ad Al Manar, ha chiaramente detto che, se l’Iran continuerà a produrre tecnologia nucleare, sarà in grado di produrre una bomba atomica tra un anno, cinque anni o dieci anni…Come si vede, i terroristi non vanno di fretta: preferiscono ingannare il mondo prima, per poi essere liberi di colpirlo dopo…(per vedere il video cliccare sull’immagine).

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Ali Akbar Salehi, attuale Ministero degli Esteri dell’Iran, è implicato nel programma nucleare del regime sin dal 1991, anno in cui ricopriva la carica di Rettore dell’Università di Sharif. La denuncia non arriva da un gruppo di opposizione al regime iraniano ma, ancora una volta, da uno dei massimi esperti di Iran, David Albright, responsabile dell’Institute for Science and International Security, più semplicemente noto come ISIS. Va immediatamente precisato che l’ISIS è uno dei think tanks più focalizzato sul nucleare iraniano e internazionalmente riconosciuto per la serietà delle sue analisi. Sul blog abbiamo già pubblicato un articolo in cui riportavamo la denuncia dell’ISIS in merito alla “pulizia” che il regime sta facendo in questi giorni del sito nucleare di Parchin.

Salehi “copriva” le attività nucleari clandestine del regime

Analizziamo allora, nel merito, quanto denunciato da David Albright. Secondo una serie di messaggi interni del regime analizzati dall’ISIS, infatti, durante il suo periodo nell’Università di Sharif Ali Akbar Salehi avrebbe svolto il ruolo di interfaccia tra il regime di Teheran e le società europee che intendevano esportare in Iran materiale utile al programma nucleare. Per evitare di essere soggette ai controlli della diplomazia internazionale, infatti, queste società indirizzavano gli equipaggiamenti all’Università di Sahrif, sotto il diretto controllo di Ali Akbar Salehi. Cosi facendo, quindi, facevano passare il materiale utile al programma militare nucleare del regime come strumentazione civile utile ai fini della ricerca scientifica. Praticamente, quindi, Salehi copriva le attività nucleari clandestine del regime celando il vero destinatario delle strumentazioni che il Paese riceveva, ovvero il Physics Research Center-PHRC. Il PHRC, creato nel 1989 con sede presso Lavizan, ha rappresentato negli anni l’ “organizzazione ombrello” sotto cui ha agito il Ministero della Difesa iraniano per portare avanti il programma nucleare del regime. Nel suo lavoro clandestino, Salehi avrebbe collaborato a stretto contatto con Seyyed Abbas Shahmoradi-Zavareh, per anni a capo del PHRC.

La conferma delle parole di Albright, inoltre, arriva anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – AIEA. Un diplomatico dell’AIEA, infatti, ha commentato la notizia sottolineanche che l’agenzia sapeva sin dagli anni ’90 del coinvolgimento di Ali Akbar Salehi in attività illecite collegate al programma nucleare iraniano. Va, in ultimo, ricordato che Salehi è stato inserito nella lista delle persone colpite da sanzioni internazionali durante il suo mandato di Capo dell’Agenzia Atomica Internazionale dell’Iran – AEOI (2009-2011). Tutti i messaggi analizzati dall’ISIS è possibile leggerli e scaricarli semplicemente cliccando sul seguente link: http://www.isisnucleariran.org/assets/pdf/Telex_Appendix-1.pdf.

L’Iran pronto a lanciare un satellite nello spazio

Insieme alla notizia dell’ISIS, una altra notizia scuote la Comunità Internazionale alla vigilia del negoziato di Baghdad del 23 maggio prossimo. L’Iran si è detto pronto a lanciare un nuovo satellite – chiamato Fajr (Alba) – nello spazio lo stesso giorno dell’apertura del negoziato sul nucleare nella capitale irachena. L’annuncio, diffuso dall’agenzia ISNA, rappresenta l’ennesima provocazione di Teheran, soprattutto perchè il programma spaziale dell’Iran è direttamente ricollegato a quello missilistico e nucleare portato avanti da anni dal regime. Particolari preoccupazioni sono state espressa dagli esperti in merito al missile Safir, vettore balistico della famiglia degli Shahab. Sul programma missilistico dell’Iran si legga il seguente lavoro della FAS: http://www.fas.org/sgp/crs/nuke/RS22758.pdf.

Il sito saudita in lingua inglese Asharq Alawsat ha lanciato l’allarme: il regime iraniano intende sostituire la sua alleanza speciale con la Siria di Bashar al-Assad con l’Iraq di Nuri al-Maliki. La notizia sta mettendo in allarme la Comunità internazionale e, a quanto pare, sembra suffragata da numerose prove e fatti sempre più preoccupanti.

Tariq Alhomayed, direttore ed editorialista di Asharq Alawsat, non gira intorno alle parole: Teheran intende controllare Baghdad e tramite questa influenza riuscire a determinare i destini della penisola arabica. Un obiettivo, continua Alhomayed, che dimostra come il vero scopo della Repubblica Islamica non sia solamente quello di minacciare Israele, ma soprattutto di determinare i destini delle monarche sunnite del Golfo.

Come detto, sono numerose le prove che negli ultimi tempi testimoniano il tentativo degli Ayatollah di mettere le mani sull’Iraq in seguito al ritiro americano. Come abbiamo già scritto, in IraqTeheran agisce soprattutto attraverso i miliziani del movimento Kata’ib Hezbollah (Brigate del Partito di Dio) e d a quelli di Asa’in Ahl al-Haq e delle Brigate del Giorno Promesso (vicine a Moqtada al-Sadr). Un’azione che,  nel solo mese di giugno, ha causato la morte di più di venti persone. Senza contare che lo stesso Primo Ministro iracheno al-Maliki è notoriamente molto vicino all’Iran, paese in cui ha vissuto dal 1982 al 1990 (per poi ritornare a Damasco). Nel suo periodo iraniano al-Maliki ha lavorato a stretto contatto con i miliziani sciiti libanesi di Hezbollah…

Un’ulteriore prova, infine, arriva dalle parole del Ministro degli Esteri iraniano Salehi, pubblicate da Teheran Times il 7 luglio scorso. In quest’occasione, infatti, il Ministro iraniano ha pubblicamente detto che Teheran “si aspetta che Damasco riconosca le legittime richieste della popolazione” (pur salvando la legittimità del regime degli Assad). Vanno, inoltre, ricordate anche le parole pronunciate – lo stesso giorno – dal vice Presidente iraniano Rahimi che, parlando con l’ex Primo Ministro iracheno al-Jafaari, ha dichiarato che l’Iran “è pronto a trasferire la sua esperienza nei diversi campi all’Iraq.

Una situazione davvero esplosiva che, anche ai buoni auspici di al-Maliki, potrebbe determinare la nascita di un asse Teheran-Baghdad-Beirut capace di rafforzare Hezbollah e di permettere agli Ayatollah di minacciare la stabilità della Penisola arabica.