Posts contrassegnato dai tag ‘Rivoluzione’

irangreenazadi

In queste ore il regime iraniano sta celebrano i 38 anni della Rivoluzione del 1979. Una rivoluzione nata per la liberazione da un regime autoritario (quello dello Shah), ma presto divenuta ostaggio di una manica di clerici fondamentalisti, guidati dall’Ayatollah Khomeini, un personaggio che non solo ha distrutto il quietismo sciita, ma anche elevato a sesto pilastro dell’Islam il martirio (legittimando cosi il peggior terrorismo contemporaneo, compreso quello sunnita che dagli eredi di Khomeini ha trovato comunque sostegno e ispirazione).

Mentre sui media ufficiali il regime celebra il 22 di Bahman con immagini di odio verso l’Occidente compresa una in cui si simula l’impiccagione di Trumpnoi vogliamo ricordare questo giorno con alcuni video delle importanti proteste anti-regime del 2010 e del 2011. In memoria di quel movimento popolare, noto come Onda Verde, che nonostante i timori e gli spari scese in piazza e sfidò i clerici e i Pasdaran. I leader di quel movimento di protesta, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, sono dal 2011 agli arresti domiciliari, senza alcuna accusa formale, senza il diritto ad un legale o anche solo ad un processo…

Per non dimenticare!

rome-maxxi-italy-iran

Secondo un accordo firmato, separatamente, con la Germania e con l’Italia, il regime iraniano avrebbe dovuto inviare a Berlino e Roma oltre quaranta opere d’arte di artisti Occidentali e iraniani, attualmente esposte al Museo di Arte Contemporanea di Teheran. Le opere, secondo quanto previsto dagli accordi, avrebbero dovuto essere esposte alla Galleria Nazionale di Berlino e al MAXXI di Roma, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 (Tehran Times).

Improvvisamente, però, secondo quanto dichiarato dal Ministro della Cultura iraniano Reza Salehi-Amiri, Teheran ha deciso di sospendere l’invio delle opere d’arte e di avviare una speciale inchiesta. Perchè? Semplice: per il rischio di non rivedere più le opere inviate. Questo, per due motivi, il primo legale, il secondo vergnosamente offensivo per Germania e Italia.

La questione legale è semplice: le opere non sono del regime iraniano, ma sono state rubate dalle case private della famiglia Pahlavi, dopo la deposizione dello Shah nel 1979. Ergo, una volta uscite dall’Iran, possono essere bloccate dagli eredi Pahlavi, con una semplice causa in Tribunale. La seconda motivazione, ha dell’incredibile: qualcuno a Teheran ritiene che ci sia il rischio che Roma e Berlino facciano una copia delle opere, e decidano di tenere gli originali e rimandare in Iran i falsi. Un insulto vero e proprio!.

Davanti a simili offese, sarebbe una vergogna se – alla fine di questa storia – il Governo italiano e la città di Roma dovessero accettare di continuare la cooperazione culturale con l’Iran!

aaaa

In questi giorni il tema dei canali satellitari e delle antenne paraboliche è stato al centro del dibattito politico in Iran. Come noto, in Iran possedere una antenna parabolica è un reato. Averla, infatti, permette al cittadino iraniano di accedere a canali satellitari in lingua farsi, ottenendo quindi una informazione diversa da quella promossa dal regime. Nonostante il divieto, il 70% degli iraniani possiede una antenna parabolica illegalmente, raggiungendo decine e decine di canali capaci di fornire una informazione contraria alla propaganda dei Mullah.

Per questa ragione, numerose volte, i Basij decidono di avviare dei veri e propri raid, sequestrando centinaia di antenne paraboliche e distruggendole in eventi aperti alla stampa. Solamente la scorsa settimana, sono state distrutte oltre 1000 antenne paraboliche a Teheran. In quella occasione, il capo dei Basij Mohammad Naqdi ha sostenuto – comicamente – che le antenne paraboliche sono la prima causa dei divorzi e della tossicodipendenza in Iran (Good Morning Iran). Non solo, Naqdi ha anche indirettamente minacciato il Ministro della Cultura Ali Jannati, accusandolo di avere una posizione non islamica in merito alle antenne paraboliche. Jannati, pochi giorni prima, si era detto non contrario a rivedere la legge contro le antenne paraboliche perchè, secondo il Ministro, non era possibile considerare quasi tutti gli iraniani dei criminali (Equality Italia).

Ancora una volta, però, nel braccio di ferro tra conservatori e pragmatici, sembrano averla avuta vinta i primi. Parlando alla stampa, infatti, il Portavoce del Ministero della Cultura Hossein Noushabadi ha ribadito l’illegalità dei canali satellitari, sottolineando che gli attori iraniani che accettano di lavorare per questi canali, mettono in atto un comportamento “proibito e controrivoluzionario” (Fars News). Si tratta di una vera e propria minaccia, soprattutto perchè nella Repubblica Islamica essere accusato di agire contro la rivoluzione khomeinista, può mandare un artista in carcere per lungo tempo o constringerlo a lasciare il Paese.

a

La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

11609

Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

1

Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

red_sea_map

Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=0-2aGM6reLI%5D

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=YovTG0ZZxJo%5D

 

ccc

Per le ambasciate del regime iraniano – e per i loro servi nel mondo (leggi Diruz…) – il nome del grande poeta Ferdowsi è un motivo di vanto. In suo onore, infatti, vengono organizzati diversi eventi culturali e viene rimarcato il suo profondo valore nella cultura persiana. Peccato che, quando poi si torna nella Repubblica Islamica, il grande letterato autore del famoso Shahnameh (il Libro dei Re), comincia ad essere una ombra pericolosa per la cultura totalitaria dei Mullah. Ecco allora che, lo stesso simbolo da vendere all’estero, diventa un peso di cui sbarazzarsi in patria. Così ha fatto, infatti, il consiglio comunale di Salmas, capoluogo dell’omologa provincia, parte della regione iraniana dell’Azerbaijan Occidentale.

In occasione dell’anniversario dei 36 anni dalla rivoluzione del 1979, la municipalità ha deciso di rinominare la piazza principale della città: da Piazza Ferdowsi, quindi, la piazza si è trasformata in Piazza della Rivoluzione. A tal fine, perciò, il vecchio e caro Ferdowsi – che si ergeva splendente in mezzo alla Piazza – è stato mandato in pensione. Qui sotto vi mostriamo le immagini, tristissime, della rimozione della bella statua del poeta persiano e vi invitiamo. Così, la prossima volta che vedrete un evento organizzato dagli amici del regime Khomineista in Italia, potrete ricordare a questa gente quanto indecente, fondamentalista e talebano sia il regime al potere oggi in Iran.

a

1

1964936_846939078700878_8584389871141463732_n

2

Untitled

Del nuovo Iran ormai discute da tempo tutto il mondo. Come abbiamo detto e come dimostrato, nella Repubblica Islamica non è davvero cambiato nulla anzi, al contrario, le condanne a morte e gli attacchi contro gli oppositori, si sono intensificati e brutalizzati. Nonostante la charm diplomacy che il regime sta portando avanti, anche il fine ultimo ed unico degli Ayatollah non è mai cambiato e una nuova riprova, in queste ore, è arrivata dalle parole del Pasdaran Ahmad Vahidi, ex Ministro della Difesa di Ahmadinejad ed attuale capo del Centro di Ricerca di Difesa dell’esercito.

In un discorso pronunciato alla Imam Hussein University, Ateneo di formazione degli ufficiali dei Pasdaran, Ahmad Vahidi ha rimarcato la centralità dell’esportazione della rivoluzione khomeinista nel mondo e la necessità di usare ogni mezzo per ottenere questo obiettivo. Vahidi ha testualmente affermato che “quando noi [l’Iran, N.d.A.] diciamo che ‘dobbiamo costruire il mondo’, questo significa che dobbiamo esportare la rivoluzione. Ovvero, dobbiamo costruire il mondo sulla base della dottrina e degli insegnamenti della rivoluzione islamica“. Ancora, commentando l’attuale negoziato nucleare tra Teheran e il Gruppo del 5+1, Vahidi ha evidenziato come “coloro che parlando di ‘ritorno dell’Iran all’interno della Comunità internazionale’, intendono dire che noi dobbiamo essere coerenti con la nostra identità rivoluzionaria, indipendentista e anti Occidentale, nello sforzo di esportare la rivoluzione e il pensiero Islamico“. Infine, commentando i recenti eventi, Vahidi ha attaccatto i sedizionisti del 1999 e del 2009 (ovvero i giovani studenti iraniani che hanno manifestato contro il regime) ed accusato l’America di essere debole ed incapace di influenzare il futuro.

Le parole di Ahmad Vahidi sono la miglir risposta a coloro che parlando del “nuovo Iran”. Il regime iraniano e i suoi rappresentanti più influenti, non hanno mai abiurato allo scopo eversivo ed aggressivo del regime khomeinista. Il fatto che l’esportazione della rivoluzione come main core business della Repubblica Islamica venga ribadito da un personaggio come il Generale Vahidi, è una notizia importantissima e molto significativa. Vahidi, infatti, è stato il comandante della Forza Quds dei Pasdaran, l’Unità speciale delle Guardie Rivoluzionarie responsabile da sempre dell’esportazione della velayat-e faqih nel mondo. In questo ruolo, tra le altre cose, Ahmad Vahidi è stato la mente dell’attentato terrorista al centro ebraico di Buenos Aires nel 1994, un attacco che costò la vita ad 85 inermi civili (un attentato per cui Vahidi è stato inserito nella lista dei ricercato internazionali dall’Interpol).

A tal proposito, infine, va rimarcato che – proprio in questi giorni – il Dipartimento di Stato americano ha riclassificato nuovamente l’Iran come un paese sponsor del terrorismo a livello internazionale….

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=S4_xinie8jI%5D

 

1

Trentacinque anni fa Khomeini tornava in Iran e l’antica Persia si avviava velocemente a diventare una Repubblica Islamica. Al centro, in nome della giustizia ultraterrena, il potere veniva accentrato nella figura del Rahbar, il giureconsulto, a cui la velayat-e faqih consegnava innumerevoli poteri.  A distanza di decenni, quella giustizia in terra promessa dall’Ayatollah sciita sembra essere soltanto un lontano ricordo. Al contrario, al posto del sistema ideale promesso dai mullah, il popolo iraniano si ritrova a vivere in un regime autoritario, fondamentalista, razzista, sessista e oppressivo. Dati alla mano, i duri aggettivi qui usati per descrivere la Repubblica Islamica, sembra essere tutti azzeccati. Pubblichiamo qui i numeri drammatici che descrivono i primi (e speriamo ultimi) tre decenni dell’Iran khomeinista:

  • O: Zero, il numero di donne che occupano oggi la posizione di giudice in Iran. Prima della rivoluzione, diverse donne ricoprivano questa carica e tra loro c’era anche il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Oggi la signora Ebadi vive esiliata a Londra.
  • 1: Uno, il motto della rivoluzione. “Indipendenza, Libertà e Repubblica Islamica”. Ad oggi, l’indipendenza iraniana significa strapotere degli Ayatollah e dei Pasdaran ed assenza drammatica di libertà.
  • 10: Dieci, i giorni che la Repubblica Islamica dedica per celebrare la sua rivoluzione. Questi giorni sono chiamati i “Dieci Giorni dell’Alba (o del Principio)”, e ricordano il periodo che va dal ritorno di Khomeini in Iran – 1 febbraio 1979 – alla sua presa totale del potere l’11 febbraio. Considerati i fallimenyi della Repubblica Islamica, diversi iraniani chiamano oggi questi giorni “I Dieci Giorni del Tormento”.
  • 28: Ventotto, i chilogrammi di carne che, in media, che un insegnante può comprare al mese con il suo salario. Prima della rivoluzione, un insegnante poteva comprare almeno 168 chilogrammi di carne (sei volte di più).
  • 38: Trentotto, ovvero la percentuale dell’inflazione iraniana, secondo lo stesso regime. Prima della rivoluzione, l’inflazione era al 10%.
  • 60: Sessanta, la percentuale delle donne iraniane che oggi frequenta l’università. Un numero maggiore rispetto al periodo precedente la rivoluzione che, chiaramente, ha allarmato i mullah. Oggi nella Repubblica Islamica si parla di imporre quote azzurre, ovvero una percentuale fissa di posti universitari da assegnare – obbligarioramente – agli uomini.
  • 70: Settanta, il numero di persone morte per lapidazione in Iran dal 1979 ad oggi. Questi dati sono stati pubblicati da Human Rights Watch. I condannati, quasi tutte donne, sono stati puniti per adulterio.
  •  86: Ottantasei, la posizione in classifica dell’Iran in termini di libertà di movimento per i suoi cittadini (secondo il rating stilato da Henley & Partners). La Repubblica Islamica, in termini di libertà di viaggiare, è affiancata a paesi brutali come Corea del Nord e Angola. Il passaporto iraniano, a livello internazionale, è considerato tra i peggiori in termini di libero accesso ad un altro Paese.
  • 136: Centrotrentasei, il numero di Baha’i oggi in carcere per la loro fede. Dall’inizio della rivoluzione 222 Baha’i sono stati messi a morte dal regime e l’Ayatollah Khamenei – successore di Khomeini – ha emesso una fatwa per condannare ogni iraniano che mantene un qualsivoglia contatto con questa minoranza.
  •  200 – 250: Tra i Duecento e i Duecentocinquanta, il numero di cinema attualmente funzionanti in Iran. Prima della rivoluzione erano almeno il doppio.
  • 444: Quattrocentoquarantaquattro, i giorni che gli ostaggi americani hanno passato in mano agli estremisti islamici alla vigilia della rivoluzione. I rapitori hanno avuto la pubblica benedizione di Khomeini.
  • 624: Seicentoventiquattro, il numero delle esecuzioni compiute in Iran nel 2013 (dati di Iran Human Rights Documentation Center). Metà di queste pene di morte sono state eseguite sotto il Governo Rohani.
  • 1000: Mille, il numero di prigionieri politici attualmente nelle carceri iraniane, 35 dei quali sono giornalisti.
  • 3000: Tremila, il numero dei Toman – la moneta iraniana – necessari per ottenere un dollaro. La valuta iraniana, dopo la rivoluzione, ha perso oltre il 60% del suo valore.
  • 70000: Settantamila, il numero di Moschee presenti in Iran. Prima della rivoluzione erano circa 50000.
  • 150000: Centocinquantamila, il numero di iraniani con un titolo di studio che, annualmente, lascia la Repubblica Islamica in cerca di un futuro migliore. Le ondate maggiori di emigrazione sono avvenute immediatamente dopo la rivoluzione del 1979 e dopo la repressione dell’Onda Verde nel 2009.
FREE IRAN NOW
[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=iOpZJjQ1dN8%5D