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Una nuova, clamorosa, conferma della follia di investire danaro in Iran, arriva dall’Istituto di Governance di Basilea, una organizzazione no-profit, collegata con la locale università svizzera.

Secondo l’indice economico redatto annualmente dall’Istituto, la Repubblica Islamica dell’Iran e’ al primo posto, per rischio di riciclaggio. Con 8,6 punti, addirittura prima dell’Afghanistan e della Guinea-Bissau, proprio l’Iran e’ lo Stato ove si rischia maggiormente che i soldi investiti, finiscano nel riciclaggio.

Questo per diverse ragioni, legate particolarmente a: vulnerabilità strutturale del sistema politico, altissimo livello di corruzione interna, debolezza del sistema giudiziario e disfunzioni del sistema politico. Quest’ultimo punto, specifichiamo noi, indica la tendenza del regime iraniano a usare i fondi a disposizione non per migliorare il sistema economico, ma per i fini politici/ideologici del regime stesso quali il finanziamento del terrorismo internazionale e gli interessi particolari delle varie fazioni interne (in primis gli interessi legati ai Pasdaran e alla Guida Suprema).

Chiaramente, per chi veramente conosce l’Iran, questa classifica non stupisce. Da anni, infatti, e’ noto che investire nella Repubblica Islamica e’ un progetto folle, almeno sino a quando esisterà questo regime clericale e fondamentalista. Purtroppo, pero’, esiste una Comunità politica Occidentale – particolarmente quella rappresentata da personalità politiche quali Federica Mogherini, Emma Bonino o Adolfo Urso – che racconta una narrativa diversa, fallace e non veritiera.

Invitiamo nuovamente gli imprenditori europei e quelli italiani in particolar modo, a salvaguardare i loro fondi ed evitare di investirli in un Paese dittatoriale e inaffidabile, qual’e’ l’Iran!

basilea index riciclaggio

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Nonostante tutte le pressioni, l’organismo internazionale FATF – Financial Action Task Force – non sembra intenzionato a rivedere il suo giudizio nei confronti del regime iraniano. Nell’ultimo giudizio emesso il 24 febbraio scorso, il FATF ha chiaramente ribadito che, a dispetto degli impegni presi nel giugno del 2016, il regime islamista non ha risposto positivamente alle richieste fatte dall’agenzia intergovernativa. In particolare, viene sottolineato, il FATF resta preoccupato soprattutto per il rischio di riciclaggio di denaro per il finanziamento del terrorismo internazionale. Per questo motive, ancora una volta, il FATF ha chiesto al regime iraniano di applicare le necessarie normative e raccomandazioni per dimostrare la trasparenza delle transazioni finanziare con Teheran (FATF).

Al di là di quello che i promotori del business con il regime iraniano cercano di dimostrare, la situazione economica nella Repubblica Islamica è disperata. Il regime è in preda ad una guerra di fazioni e interessi economici. Una conflitto intestino che ha esteso la corruzione a tutti i settori della società. Lo stesso Mohsen Rezaei, potente Pasdaran oggi Segretario del Consiglio per il Discernimeno con ambizioni da Presidente, ha dovuto pubblicamente ammettere che “la corruzione e la cattiva gestione del Paese, stanno portando la Repubblica Islamica sull’orlo del collasso” (al-Arabiya).

Ora una domanda a tutti gli imprenditori: volete davvero investire in un Paese simile? Un Paese corrotto e fanatico, ideologicamente fondamentalista e primo sponsor internazionale del terrorismo? I vostri guadagni meritano molto di più!

Una cellula di Hezbollah e’ stata individuata a Miami, e fermata con l’accusa di riciclaggio di denaro a favore dei cartelli della droga colombiani. La cellula era composta da tre uomini. I tre,  avevano messo in atto delle complicate azioni bancarie, al fine di ripulire 500,000 dollari provenienti dal traffico di stupefacenti (Miami Herald).

Il capo della cellula era Mohammad Ahmad Ammar, 31 anni, residente in Colombia. Ammar e’ stato fermato a Miami e ora si trova in carcere. Un secondo terrorista, Hassan Mohsen Mansour, e’ stato arrestato a Parigi, mentre il terzo, tale Ghassan Diab, e’ riuscito a scappare (si ritiene che si trovi ora o in Nigeria o direttamente in Libano). L’agenzia Americana DEA sta investicando sul caso, collegandolo anche ad un altro caso precedente, che ha visto l’arresto di 22 persone collegate al cartello della droga messicano del boss Joaquin “El Chapo” Guzman (Miami Herald).

Secondo quanto denuncia la DEA (Drug Enforcement Administration), Mohammad Ahmad Ammar aveva il compito di ripulire il denaro derivante dal traffico di troga dei cartelli di Medellin. A tal fine, Ammar ha effettuato transazioni tra Dubai e diversi Paesi del mondo quali Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Australia e in Africa. La cellula di Hezbollah e’ stata incastrata grazie a degli infiltrate della DEA, che hanno chiesto ai terroristi del Partito di Dio di aiutarli a ripulire del denaro sporco. Ricordiamo che, dal Febbraio 2016, la DEA ha avviato una operazione speciale per fermare i contatti tra Hezbollah e i cartelli della droga, denominata “Progetto Cassandra”. Secondo l’agenzia Americana, grazie a questo rapporto criminale, Hezbollah otterrebbe oltre 400 milioni di dollari di introiti annuali. Soldi che, ovviamente, servono a Nasrallah per finanziare la jihad filo-khomeinista nel mondo, soprattutto in Siria.

Questa nuova inchiesta, riprova nuovamente il ruolo di Hezbollah nel traffico di droga e, in particolare, i rapporti tra il gruppo terrorista libanese e i cartelli criminali in America Latina.

Per approfondire: “Hizbullah narco-terrorism: A growing cross-border threat

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Mohammad Ahmad Ammar

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Ghassan Diab

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Hassan Mansour

 

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Sono giorni in l’attenzione dei media Occidentali è focalizzata unicamente sul terrorismo di Isis (o, come lo chiamano nel mondo arabo, Daesh). Normale che sia cosi, considerando i drammatici accadimenti avvenuti in queste settimane in Francia e in Germania. Purtroppo, però, proprio grazie a questa attenzione unidirezionale, il regime iraniano porta avanti la sua politica eversiva anche in Europa, praticamente indisturbato.

Qualche settimana fa, lo ricordiamo, la Germania ha arrestato cittadino Pakistano, reclutato dall’intelligence iraniana al fine di controllare le attività di una associazione ebraica. Un arresto preceduto dal fermo, qualche mese addietro, di altre due spie iraniane in Germana, questa volta reclutate all’interno del gruppo di opposizione del MEK e responsabili di monitorare le attività dei Mujahedeen del Popolo (No Pasdaran).

La notizia peggiore arriva però dal Kosovo: le autorità di Pristina hanno annunciato di aver arrestato un cittadino iraniano di nome Hasan Azari Bejandi (foto sotto), accusato di finanziamento del terrorismo internazionale e riciclaggio di denaro per contro della Repubblica Islamica dell’Iran. Una attività che Hasan portava avanti per mezzo di una ONG di nome “Fondazione Corano del Kosovo”, con ramificazioni anche nella vicina Albania (Radio Free Europe). Questa ONG, a sua volta, controllava quattro organizzazioni religiose. Organizzazioni che promuovevano posizioni anti-Occidentali. Tra il 2014 e il 2015, Hasan Azar Bejandi avrebbe ricevuto da Teheran oltre un milione di euro in maniera clandestina. Insieme ai soldi, trovato anche parecchio materiale di propaganda, giunto in Kosovo dall’Iran via Dubai (Express)

Ricordiamo che dal 2014, dal Kosovo sono partiti oltre 300 foreign fighters verso la Siria.

Per approfondire sulle attività di Teheran in Albania, Kosovo, Macedonia e Bosnia, si legga: Iran propagandists in Kosovo , Iran’s soft power reach Balkans

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