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Fonte: Reuters

Nell’aprile del 2016, il regime iraniano ha arrestato Nazanin Zaghari-Ratcliffe una cittadina brittanica, in possesso anche di cittadinanza iraniana. Nazanin si trovava in Iran per lavoro, come rappresentante dell’associazione caritatevole inglese Thomson Reuters Foundation. Proprio mentre stava per lasciare la Repubblica Islamica per tornare a casa da suo marito e sua figlia di due anni, Nazanin è stata arrestata dai Pasdaran e rinchiusa in carcere senza una accusa ufficiale (Reuters.com).

Il regime, sino alla definitive condanna di questi giorni, ha sempre fatto capire che Nazanin era considerata una spia. Ieri, quindi, Teheran ha reso noto di aver condannato Nazanin Zaghari-Ratcliffe a cinque anni di detenzione, per aver “minacciato la sicurezza nazionale” cooperando con la BBC, il servizio pubblico radiotelevisivo inglese (per la precisione con BBC Persian, il canale in farsi della BBC).

La condanna di Nazanin è avvenuta in un processo a porte chiuse, tenuto segretamente, senza la presenza dell’avvocato dell’imputata e davanti a numerosi rappresentanti delle Guardie Rivoluzioanrie (i Pasdaran). Per la cronaca, poche ore dopo la notizia della condanna, Francesca Unsworth, Direttore della BBC World Service Group, ha negato che Nazanin lavorasse per BBC Persian. Secondo quanto detto dalla Unsworth, Nazanin aveva solamente lavorato per breve tempo con la BBC Media Action, ovvero con la fondazione caritatevole della BBC (tra le altre cose nel settore amministrativo).

In poche parole, il regime ha deciso di strappare ad una bambina di due anni sua madre per cinque lunghi anni, al solo scopo di continuare a punire i cittadini iraniani in possesso di un secondo passaporto. Una campagna di persecuzione, iniziata dal regime dopo la firma dell’accordo nucleare del 2015, allo scopo di perseguire nelle sue politiche fondamentaliste, orientate a terrorizzare la popolazione allo scopo di salvaguardare il regime islamista.

 

 

 

Iran_nuclear_weapons
Qualche giorno fa Henry Kissinger, ex Segretario di Stato, è stato nominato il piu’ influente diplomatico della storia americana. Proprio per questo, le sue parole sono sempre estremamente ascoltate, anche dagli stessi membri del Congresso e del Senato statunitense. Il 29 gennaio scorso, quindi, Kissinger è stato ricevuto dalla Commissione per gli Affari militari del Senato (Commission Armed Service), presieduta dal Senatore John MacCain. Obiettivo della sua audizione, era quello di parlare della situazione generale della politica estera e di sicurezza americana, in particolare delle attuali aree di crisi. Tra gli argomenti toccati da Kissinger, quindi, c’è stata anche la questione del negoziato sul nucleare tra l’Iran e la Comunità Internazionale.

 Affrontando questo tema delicato, Kissinger ha affermato: “il negoziato nucleare con l’Iran è cominciato come uno sforzo interazionale, fondato su sei risoluzioni delle Nazioni Unite, per impedire all’Iran la capacità di sviluppare l’opzione nucleare. Oggi, questo dialogo si è trasformato essenzialmente in un negoziato bilaterale (Iran-Stati Uniti). con lo scopo di ottenere un ipotetico accordo che ponga un limte ipotetico di un anno rispetto al breakout ipotizzato. L’impatto di questo approccio sarà quello di passare da una strategia di prevenzione della proliferazione nucleare, alla semplice gestione della proliferazione stessa“. A tal proposito, l’ex Segretario di Stato di Nixon ha aggiunto: “Se gli altri Paesi della regione concludessero che l’America ha approvato lo sviluppo di una capacità di arricchimento che potrebbe portare (l’Iran) alla costruzione di una una bomba nucleare entro un anno, e se questi insisteranno a loro volta per sviluppare la stessa capacità, noi vivremo presto in un mondo di proliferazione nucleare in cui tutti – anche se l’accordo dovesse essere mantenuto – saranno vicini al “punto di innesco”.

Lo stesso timore, quindi, è stato espresso e rafforzato anche dall’esperto militare Antony H. Cordesman. In un articolo pubblicato per la Reuters, Cordesman ha concentrato la sua attenzione sul programma missilistico iraniano, totalmente ignorato dal negoziato internazionale (nonostante le risoluzioni Onu) e direttamente collegato al programma nucleare. “L’Iran” – scrive Cordesman – “ha già una capacità missilistica capace di colpire tutta l’area del Golfo e il Medioriente. Questa forza, però, manca di precisone e per questo, la sua letalità può causare enormi danni ai Paesi Arabi del Golfo o agli Stati vicini…Se l’Iran riuscirà ad acquisire la bomba nucleare, questo cambierà radicalemente l’equilibrio verso gli Stati Arabi, privi di questa capacità nucleare. Perciò, ciò avrà un influenza diretta sulla capacità dei vicini Arabi di usare la forza aerea come deterrente verso Teheran. E’ questa la ragione per la quale l’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo, sono così preoccupati del negoziato tra il P5+1 e l’Iran. I loro Governi non vedono la minaccia iraniana contro il programma nucleare di Israele. Loro vedono la minaccia nucleare Iraniana contro il mondo Arabo…Queste, quindi, sono i motivi per cui l’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo stanno comprando oltre 50 miliardi di dollari di nuovi armamenti…L’Iran pone un complesso di minacce che vanno oltre le sue capacità nucleari e la maggior parte di queste minacce resterà in piedi indipendentemente dai risultati del negoziatiato del 5+1“.

Nelle stesse ore in cui le agenzie battevano le parole di Kissinger, quindi, dal  Cairo giungeva una interessante notizia: durante la visita in Egitto, Putin ha firmato con il Presidente al Sisi un accordo per sviluppare il programma nucleare egiziano. Secondo l’accordo, grazie al sostegno di Mosca, l’Egitto costruirà presto il suo primo impianto nucleare presso la città di El Dabaa. A questa cooperazione nucleare, quindi, si affiancherà anche quella puramente militare. Ora, se è vero che un indizio non fa una prova…certamente deve almeno far riflettere profondamente…

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In Iran il termine “economia di resistenza” è molto conosciuto. Venne coniato per la prima volta durante la guerra contro l’Iraq, in un momento in cui la popolazione iraniana era direttamente colpita dalle bombe irachene e il regime di Khomeini sembrava per crollare. All’epoca, in pieno conflitto, quello slogan fu direttamente funzionale alla necessità di unire il popolo iraniano in un momento drammatico. Nonostante la fine della guerra – ricordiamo che il conflitto poteva terminare nel 1982, ma Khomeini in persona rifiutò la tregua con Baghdad – il concetto di economia di resistenza è ancora oggi usato dall’establishement iraniano. Questa volta, però, l’unione del popolo è solo la scusa per creare un modello ecomico basato sul potere della Guida Suprema Khamenei e su quello dei Pasdaran. Oggi, infatti, sono loro a controllare praticamente l’intera economia della Repubblica Islamica grazie a centinaia di società e attraverso una dilagante corruzione.

Nel 2010, fu Khamenei in persona a rispolverare l’economia di resistenza. Cogliendo l’occasione dello scontro internazionale con l’Occidente, la Guida Suprema Khamenei sostenne che solamente per mezzo dell’autosufficienza l’Iran avrebbe sconfitto i suoi nemici e ottento il progresso. Usando come giustificazione le sanzioni internazionali, Khamenei e l’allora Presidente Ahmadinejad, inserirono le società dei Pasdaran in ogni settore economico. Nel 2012, lo stesso comandante dei Basij Mohammad Reza Naqdi, ammise che “le sanzioni sono la più grande benedizione per la nostra economia e noi dobbiamo pregare quotidianamente che loro [l’Occidente, N.d.A.], le aumentino sempre di più”.

Oggi, a dispetto dell’accordo sul nucleare raggiunto a Ginevra e dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali, l’economia di resistenza sembra ancora l’unico modello che gli Ayatollah intendono imporre all’Iran. Nonostante l’alto numero di disoccupati tra la popolazione giovanile (tra il 15% e il 24%), il regime iraniano non sembra avere alcuna intenzione di aprire se stesso all’esterno. Al contrario, nel febbraio del 2014 Khamenei ha rilasciato un piano economico di 24 punti, interamente fondato sul concetto di “economia di resistenza” e sulla riduzione della dipendenza dal petrolio. A dispetto dei suoi stessi obiettivi politici e delle promesse fatte durante la campagna elettorale, lo stesso Presidente Rohani ha elogiato il piano proposto da Ali Khamenei.

Cambiano le parole, quindi, ma il risultato resta lo stesso: il regime iraniano perpetua a non tenere conto delle esigenze della popolazione e continua a lavorare per indirizzare tutti i proventi verso i pretoriani. Khamenei, da parte sua, controlla un impero da 95 miliardi di dollari, attraverso conti bancari e proprietà sparsi per l’intero globo.  Per quanto concerne le Guardie Rivoluzionarie, per capire la forza del loro impero economico, consigliamo la lettura di un report del 2009 pubblicato dalla Rand Corporation, intitolato “The Rise of Pasdaran“.

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Secondo una esclusiva della Reuters, l’Iran avrebbe firmato un accordo con l’Iraq per la vendita di armi al Governo di Baghdad. L’accordo, sempre secondo i documenti ottenuti dall’agenzia di stampa, sarebbe stato firmato nel novembre 2013 e varrebbe ben 195 millioni dollari. Se confermata, la notizia sarebbe preoccupante per diverse ragioni: 1) la compravendita scavalcherebbe completamente le sanzioni Onu che, come noto, proibiscono di comprare armi da Teheran; 2) la natura prettamemente etnica del Governo di al Maliki, sbilanciato in favore degli sciiti iracheni, determinerebbe un pericoloso approfondimento dello scontro etnico in Iraq, rappresentando una chiara provocazione per la maggioranza sunnita; 3) la scelta di Baghdad, rappresenterebbe una sfida aperta a Washington e un chiaro indirizzo del posizionamento che l’Iraq intende avere nel prossimo futuro, favorevole all’asse Teheran – Mosca. E’ bene ricordare che, dalla sua rielezione nel 2010; 4) l’asse Teheran-Baghdad, rafforzandosi, aumentarebbe anche la forza di Bashar al Assad in Siria. Il territorio iracheno, infatti, è quello usato dall’Iran per rifornire il dittatore siriano di soldi, armi e combattenti stranieri.

C’è di peggio: mentre la Reuters diffondeva la notizia dell’accordo militare tra Iran e Iraq, a Teheran il Ministro della Difesa Hossein Dehqantra i fondatori dell’organizzazione terrorista Hezbollahpresentava alle televisioni una nuova testata per missili “intelligente”, capace di essere montata su missili balistici da crociera e di garantire una maggiore precisione contro il bersaglio. Molto significativamente, la nuova testata è stata presentata in occasione di un evento organizzato a Teheran il 24 febbraio e dedicato alla figura di Salman al-Farsi, uno dei compagnio del profeta Maometto, venerato come uno dei dodici Imam nel mondo sciita. In tal senso, va ricordato che Salman al-Farsi è venerato come il perfetto sciita da sette estremiste come Nusayriyya, fondata da Ibn Nusayr nel IX secolo d.C. e molto attiva nell’attuale Siria.

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Come si capisce, si tratta di diretta alle forze navali americane nel Golfo e alle monarchie sunnite, Arabia Saudita in testa: la nuova testata, infatti, potrebbe essere caricata di missili come il Qader – testato nel dicembre scorso – programmati per un colpire bersagli in un range di 200 chil0metri. Anche per questo, gli Stati arabi stanno lavorando per reagire alla offensiva imperialista iraniana. Tra le ipotesi più pericolose, spesso annunciate da Riyadh, c’è la possibità che il regno Wahhabita si doti di un programma nucleare, solo teoricamente civile ma facilmente trasformabile in militare.

L’Arabia Saudita, ormai è di dominio pubblico, è rimasta delusa dalla reazione americana alle Primavere arabe, tanto da considerare in pericolo la sua stessa sicurezza nazionale. Per questo, come reazione, la diplomazia saudita ha clamorosamente rifiutato un posto all’interno del Consiglio di Sicurezza Onu nell’ottobre del 2013. Negli ultimi anni, quindi, Riyadh ha deciso di intensificare la sua controffensiva, non solo in Siria, ma anche nel settore missilistico e nucleare. Secondo una articolo pubblicato da Newsweek, infatti, la monarchia saudita avrebbe comprato dalla Cina i missili balistici terra-terra CSS-5 (anche noti come a Pechino come Dong Feng – 21), capaci di raggiungere un range di 1700 chilometri e di trasportare una testata militare di oltre 600 chilogrammi. Questi missili, secondo il popolare magazine, sarebbero stati comprati da Riyadh con il beneplacito americane e permetterebbero ai sauditi di colpire, con precisione, obiettivi strategici all’interno dell’Iran.

Questi missili, va chiarito, sarebbero designati per trasportare testate militare convenzionali, ma nulla impedirebbe in futuro all’Arabia Saudita di caricare anche testate nucleari. Ciò, soprattutto se si considera la collaborazione tra Riyadh ed Islamabad in questo settore: nel novembre del 2013, vogliamo ricordarlo, la BBC scrisse che la monarchia saudita aveva investito enormi cifre nel programma nucleare del Pakistan, già in possesso della bomba nucleare. Nel 2009, durante una visita in Arabia Saudita dell’inviato speciale americano Dennis Ross, il re Abdullah disse chiaramente che se Teheran avesse varcato la soglia, Riyadh si sarebbe immediatamente dotata della bomba atomica.

L’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano è stato visto dalla monarchia saudita come un inaccettabile appeaseament occidentale. Per questo, oggi il rischio di una corsa agli armamenti nucleari nella regione del Golfo è sempre più concreto. L’unica via d’uscita per evitare questa catastrofe, rimane una sola: lo smanetallamente reale del programma nucleare iraniano, fonte primaria della destabilizzazione di tutta l’area mediorientale. Altre vie di compromesso, come queste notizie dimostrano, risulteranno unicamente fallaci palliativi dalle conseguenze imprevedibili.

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I commentatori internazionali non fanno che riportare come Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, sostenga il Presidente Rohani nelle sue scelte politiche. Sicuramente si tratta di una parte di verità, considerando soprattutto che Rohani non è un rivoluzionario, ma un esponente da sempre parte del regime iraniano, sostenitore e promotore delle politiche criminali degli Ayatollah. Ciononostante, il sostegno della Guida Suprema a Rohani incontra un limite che non ha nulla a che fare con la politica o il negoziato nucleare, ma riguarda unicamente l’economica. Khamenei, come dimostrato in questi giorni da una inchiesta della Reuters, è ricchissimo e non ha alcuna intenzione di rinunciare a nessuno dei suoi introiti finanziari. Altrettando ricco, però, è il falco Rafsanjani, ex Presidente e sostenitore fondamentale di Rohani durante la campagna elettorale. I due leader , in poche parole, competono per il controllo di numerosi asset e si spartiscono una buona fetta dell’economica iraniana.

Sarà forse per questa rivalità economica con Rafsanjani, che Khamenei ha deciso di riabilitare Ahmadinajad e la sua fazione politica. Negli ultimi mesi del Governo Ahmadinejad, lo ricordiamo, la Guida Suprema aveva sconfessato il Presidente e molti clerici avevano accusato i supporters di Ahmadinejad di deviazionismo. Nonostante il passato, nel giorno dell’Ashura – ricorrenza islamica che per gli sciiti ricorda soprattutto il martirio dell’Imam Ali – la Guida Suprema si è mostrata in pubblico proprio al fianco dell’ex Presidente conservatore. Una mossa inusuale che, considerando il regime iraniano, ha sicuramente un chiaro significato politico che potrebbe suonare in questo modo: “Caro Rohani, sebbene ti sostengo in pubblico, stai attento a non toccare i miei interessi, perchè il passato è sempre pronto a riemergere…

Vogliamo ricordare anche che, solamente pochi mesi fa, Ali Khamenei aveva già inserito proprio Ahmadinejad nel Consiglio del Discernimento, organo incaricato diredimere le controversie tra il Parlamento ed il Consiglio dei Guardiani. L’uscita pubblica nel giorno dell’Ashura, quindi, rafforza il processo messo in atto dalla Guida Suprema già poche settimane dopo l’elezione di Rohani a presidente.

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“L’Iran potrebbe costruire una bomba nucleare in un mese o al massimo due ed ha già raggiunto, in un certo senso, lo stato di non ritorno”, con queste parole Olli Heinonen – già Vice Segretario dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – ha descritto lo stato attuale del programma nucleare iraniano. Come vi ricorderete, vi abbiamo già parlato di Olli Heinonen come del diplomatico che, nel 2008, convocò la riunione di altissimo vertice dell’AIEA nel quale venne descritto . nel dettaglio – il progetto attraverso il quale gli Ayatollah intendevano costruire l’ordigno nucleare. La previsione di Olli Heinonen, per la cronaca, è stata pienamente confermata dal think tank americano ISIS, fonte assoluta per quanto concerne la proliferazione nucleare.

La denuncia di Olli Heinonen

La denuncia di Olli Heinonen

Quindi, mentre l’Iran riprende i negoziati con l’AIEA, gli ingegneri iraniani continuano ininterrottamente ad arricchiere l’uranio al 20%. Senza contare che, proprio in questi giorni, il Capo dell’Agenzia Atomica Iraniana Ali Akbar Salehi, ha annunciato l’intenzione del regime di costruire nuove centrali nucleari, soprattutto lungo la costa che affaccia sul Golfo Persico (in questo modo, un eventuale incidente nucleare, colpirebbe anche i Paesi arabi sunniti della regione…). Per la cronaca, Teheran ha reso noto di aver già esamito 34 siti, ove poter costruire nuove centrali nucleariQuello a cui puntano i diplomatici iraniani, come vi abbiamo già detto, è un accordo che permetta alla Repubblica Islamica di congelare il programma nucleare, cancellando in breve tempo le sanzioni internazionali. Tutto ciò, chiaramente, senza perdere il know-how e il materiale sinora accumulato. Insomma, una tattica win-win che lascerebbe l’Iran libero, nel prossimo futuro, di riprendere la strada verso la bomba nucleare liberamente. 

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Nella Comunità Internazionale, purtroppo, sono ormai numerosi i diplomatici che – per ragioni meramente strumentali – sembrano disposti a firmare un accordo al ribasso con gli Ayatollah. Per convincere il pubblico della fondatezza di un accordo simile, quindi, sono diverse le notizie false che vengono diffuse in Rete: in queste ore, ad esempio, qualcuno ha parlato della già avvenuta sospensione dell’arricchimento dell’uranio al 20% da parte dell’Iran. Poco dopo, però, è stato lo stesso regime iraniano, per bocca del potente Alaeddin Boroujerdi, Presidente della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera, a negare lo “scoop” bollandolo come una invenzione mediatica.

Fonte Reuters

Fonte Reuters

Vogliamo ricordare, ancora una volta, che arricchire l’uranio dallo 0,7% al 3,5% è molto difficile, ma il passaggio dal 3,5% al 90% – il cosidetto weapon grade enrichment – è assai più facile e veloce. L’Iran, nelle centrali di Qom e Natanz, ha già iniziato l’arricchimento dell’uranio al 20% dal febbraio del 2010. Secondo le stime dell’ISIS, l’Iran potrebbe decidere di costruire la bomba passando per un livello di arricchimento dell’uranio intermedio, ovvero al 60%. A tal proposito va ricordato che circa un anno fa, il deputato iraniano Mansour Haqiqatpour – Vice Presidente della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera – disse che, nel caso in cui i negoziati tra l’Iran e il gruppo del 5+1 fossero falliti. la Repubblica Islamica avrebbe avviato immediatamente l’arricchimento dell’uranio al 60%.

A buon intenditor, poche parole…

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