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Continuano le proteste nell’Universita’ di Teheran, contro le repressioni del regime. Qui, gli studenti hanno manifestato chiedendo il rilascio di Marzieh Amiri, Leila Hosseinzadeh e altri studenti arrestati per le loro idee politiche in questi mesi.

Marzih Amiri e’ una studentessa – reporter del quotidiano Shargh – che e’ stata arrestata per aver preso parte ad una protesta davanti al Parlamento iraniano, in occasione della giornata del Primo Maggio. Per la sua liberazione, si sono spesi 30 accademici iraniani, che hanno firmato una lettera aperta. Leila Hosseinzadeh, invece, e’ anche lei una studentessa, che e’ stata arrestata in seguito alle proteste di gennaio 2018 e che e’ stata condannata a 2 anni e mezzo di carcere il 24 giugno 2019.

Riportiamo qui sotto alcune immagini delle manifestazioni, applaudendo il coraggio di questi studenti che, nonostante il rischio di essere arrestati e condannati al carcere, hanno scelto di non restare in silenzio e lottare per i loro diritti. Spiace l’indifferenza di molti leader Occidentali davanti a queste battaglie per i diritti umani. Leader evidentemente troppo impegnati a contrastare Trump, per accorgersi di quanto accade quotidianamente in Iran.

alavi

Parlando a Qom davanti ad una pletora di clerici sciiti, il Ministro dell’Intelligence iraniano Mahmoud Alavi ha ‘denunciato’ che “il cristianesimo si sta diffondendo”. Secondo Alavi, a converstirsi al cristianesimo sarebbero “persone ordinarie i cui lavori sono vendere panini o simili attivita’”

Considerando il fenomeno in atto, Alavi ritiene che l’Iran non abbia alternativa: e’ necessario convocare queste persone presso il Ministero dell’Intelligence e chiedere loro le ragioni della conversione. E’ necessario quindi dire loro che l’Islam e’ una religione di pace e fratellanza. Alavi quindi ha affermato che, ogni volta che questo e’ stato fatto, le persone interrogate hanno risposto che quello che vedevano erano solo discussioni tra i clerici (sottointendendo che, quello che serve, e’ la pace e la cordialita’ tra i clerici sciiti…).

Infine, Alavi ha rimarcato come sia fondamentale il ruolo della propaganda che deve servire sia come forma di educazione, sia come strumento per la crescita delle nuove generazioni (nelle peggiori forme praticamente dell’indottrinamento di massa). Questo allo scopo di “vaccinare” il popolo contro l’influenza nemica (ovvero la cultura Occidentale).

Ricordiamo che in Iran abbandonare l’Islam e’ un reato (“apostasia”) punibile, nei casi peggiori, con la condanna alla pena di morte. Sono sempre di piu’ pero’ in Iran le persone che abbandonano l’Islam per il cristianesimo, soprattutto per il cristianesimo evangelico. Ovviamente, con l’aumento delle conversioni, aumentano anche le repressioni.

Arash Sadeghi – noto prigioniero politico iraniano condannato a 15 anni di carcere nel 2016 – sta molto male e rischia di perdere la funzionalita’ del suo braccio destro, per un brutto tumore.

In seguito alla biopsia, il dottore aveva prescritto che Arash facesse una visita mensile in ospedale, per capire l’evoluzione del suo tumore e provare a bloccarne l’ingrossamento. Purtroppo, il responsabile del carcere di Rajaee Shahr, dove Arash e’ rinchiuso, ha sempre negato al prigioniero politico il diritto di essere trasferito in ospedale.

Ora, come denunciato da attivisti dei diritti umani, Arash Sadeghi non controlla piu’ i movimenti del suo braccio destro e l’infezione sulla ferita dell’operazione subita, sta peggiorando ogni giorno di piu’. I dottori stessi dicono che Arash dovrebbe urgentemente essere trasferito in ospedale, fare nuovi controlli per il suo tumore e dovra’ fare la chemioterapia.

Per la cronaca, l’ultima visita in ospedale di Arash Sadeghi fuori dal carcere risale al Settembre 2018

Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif gestures as he talks with journalist from a balcony of the Palais Coburg hotel where the Iran nuclear talks meetings are being held in Vienna,

Qualche giorno fa il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e’ stato ospite di un programma della TV di Stato, ove ha risposto sulla situazione economica nel Paese, sulle nuove sanzioni americane e sulla Repubblica Islamica. Ad un certo punto, fiero di se, il Ministro ha affermato: “noi (iraniani), abbiamo scelto da soli il nostro percorso!”.

Immediatamente, l’affermazione di Zarif e’ diventata oggetto di critica e scherno da parte di molti iraniani attivi su Twitter. Con l’hashtag “Io non ho scelto”, giovani iraniani – soprattutto le ragazze iraniane – hanno attaccato Zarif, denunciando che no, al contrario di quanto affermato da Zarif, il sistema in cui vivono non e’ quello che hanno scelto, ma quello che e’ stato loro imposto.

Banafsheh Jamali, ad esempio, ha scritto un tweet in cui ha attaccato Zarif, ribadito di non aver avuto il diritto di scegliere e che, a suo parere, il 97% degli iraniani non hanno scelto: non hanno scelto la religione, il tipo di vestiario, lo stile di vita e numerose altre cose. Banafsheh chiudeva il suo tweet affermando “io odio veramente questo tipo di vita”.

jamali

Shima Tadrisi, una ragazza di Teheran, ha scritto invece un tweet in cui ha denunciato che, come donna, lei non ha scelto di essere coinvolta solamente per il 16% nella vita economica del Paese. di essere considerata parte di un genere di secondo livello, di portare l’hijab, di non poter essere candidata alle elezioni presidenziali e di non poter entrare allo stadio.

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Le proteste pero’ non sono arrivate solo da donne. Shahin Milani, ad esempio, ha scritto un tweet: “Signor Zarif, noi non abbiamo diritto di scegliere come vestirci. Un mese all’anno, non abbiamo diritto a bere acqua in pubblico. Di quale scelta parla?”. Milani fa riferimento al duro codice, anche nell’abbigliamento, previsto durante il mese di Ramadan.

Milani

Masoud Kazemi ha invece scritto: “Signor Repubblica Islamica, l’attuale situazione economica che voi avete creato alla popolazione per mezzo delle vostre scelte, e’ deplorevole. Questa condizione economica ha messo la mia vita praticamente al collasso. Grazie per i risultati di questi 40 anni. La vergogna e’ una virtu'”.

masoud kazemi

Il ricercatore Hassan Assadi Zeidabadi invece ha scritto: “Mi creda, io non ho scelto l’isolamento internazionale e l’umiliazione dei miei connazionali, in fila davanti alle ambasciate” (per ottenere il visto per lasciare il Paese). Hassan ha passato diversi anni incarcere in Iran, per la sua attivita’ in favore dei diritti umani.

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Dure reazioni sono arrivate anche da utenti iraniani di fede Baha’i. Come noto i Baha’i iraniani sono soggetti ad un duro regime di discriminazioni e considerati una setta peccaminosa. Atish ha scritto: “Io non ho scelto le pressioni che subisco dal nostro establishment. Non ho scelto di essere espulso dall’universita’, di essere privato dei miei diritti fondamentali, ne lo ha scelto mio padre o i miei amici. Questa vita ci e’ stata imposta da voi e dall’establishment islamico”.

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Infine alcuni utenti, come Mori, hanno sfidato Zarif, invitandolo – se e’ davvero sicuro delle sue affermazioni – ad organizzare un referendum, per dare il diritto agli iraniani di scegliere se davvero vogliono ancora vivere in una Repubblica Islamica.

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Il regime iraniano ha arrestato sei manifestanti durante la Festa dei Lavoratori il primo maggio. I sei fermati, hanno coraggiosamente sfidato il divieto di protestare e si sono riuniti davanti al Parlamento iraniano a Teheran, chiedendo il miglioramento delle condizioni dei lavotori nella Repubblica Islamica.

Come i video che giungono dall’Iran dimostrano, centinaia di persone hanno sfidato il divieto e hanno protestato il Primo Maggio contro il drammatico stato economico del Paese. Un Paese che spende miliardi per finanziare il terrorismo internazionale, togliendo risorse fondamentali per la creazione di posti di lavoro in Iran e il sostegno al welfare della popolazione.

Ricordiamo che dopo la rivoluzione del 1979, il regime iraniano (in piena pratica fascista) ha bandito ogni sindacato autonomo. Nonostante il bando, l’attivismo della popolazione civile ha portato alla creazione di numerose organizzazioni autonome di rappresentanza dei lavoratori, che chiaramente sono state immediatamente represse dalle forze di sicurezza (con arresto conseguente dei sindacalisti).

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Il regime iraniano ha arrestato l’Ayatollah Sayyid Hussein al-Shirazi, con l’accusa di “propaganda contro il regime”.

L’Ayatollah Sayyd Hussein al-Shirazi, figlio del noto Grande Ayatollah Sayyid al-Husseini al-Shirazi di Qom, durante una sua lezione, ha paragonato il potere della Guida Suprema Ali Khamenei, a quella dei faraoni egiziani.

L’Ayatollah Sayyid Hussein al-Shirazi, in passato, e’ stato diverse convocato diverse volte dall’intelligence iraniana (MOIS), per la sua indipendenza verso il potere. L’Ayatollah al-Shirazi, in particolare, ha diverse volte accusato il sistema della Velatay-e Faqih di essere un illegittimo, affermando che il solo scopo di questo regime politico e’ quello di opprimere la popolazione.

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L’intelligence iraniana ha arrestato Raheleh Rahemipour, coraggiosa donna iraniana che da anni chiede di avere notizie sul fratello e sul nipote, neonato, uccisi dal regime anni fa e i cui corpi sono stati fatti sparire!

Dei suoi famigliari Raheleh ha perso le tracce da quando, nel 1984, il fratello Hossein – fu arrestato con la moglie e rinchiuso nel carcere di Evin. Sia Hossein che la moglie erano accusati di essere membri del partito Rah-e Karegar – partito dei Lavoratori – un gruppo vicino ideologicamente al maoismo. La storia di Hossein, dopo l’arresto, diventa quindi inquietante.

Non solo Hossein viene impiccato nel 1984 e il corpo non verrà mai restituito alla famiglie, ma i parenti non avranno neanche mai più notizie della piccola Golrou, la figlia di Hossein, nata proprio durante la detenzione della coppia. La famiglia sa solamente che Golrou e’ nata due giorni dopo l’arresto di Hossein e la moglie ed e’ stata immediatamente separata dalla madre. Una settimana dopo, quindi, il regime ha comunicato la morte della neonata, ma anche in questo caso il corpo della piccola e’ sparito. La madre di Golrou, ovviamente, e’ stata colpita da una fortissima depressione.

Raheleh Rahemipour non si e’ mai arresta e ha sempre cercato giustizia sia per i famigliari uccisi dal regime, sia per le miglia di prigionieri politici iraniani, massacrati nel 1988 (oltre 30,000), su ordine di Khomeini. Purtroppo, la caparbieta’ di Raheleh le e’ costata l’arresto e il carcere.

I massacratori di allora, siedono oggi nel Governo di Rouhani nonostante gli abusi che hanno commesso! Tra loro ricordiamo il precedente Ministro della Giustizia di Rouhani, Mostafa Pourmohammadi, e quello attuale, Alireza Avayi, sono entrambi implicati in terribili abusi dei diritti umani!