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Nasrin Sotoudeh, la nota avvocatessa per i diritti umani iraniana, ha dichiarato lo sciopero della fame. La decisione di Nasrin, in carcere ormai dal mese di giugno, e’ stata annunciata dal marito Reza Khandan, sabato scorso.

Secondo quanto scritto da Reza, Nasrin ha scelto la protesta estrema, dopo la decisione del regime non solo di perseguitare nuovamente lei, ma anche la sua stessa famiglia, i parenti e addirittura gli amici. Il 18 agosto scorso, senza alcun preavviso, gli agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano – alle dirette dipendenze del Presidente Rouhani – sono entrati contemporaneamente nella casa di Nasrin, in quella di sua cognata Fatemeh Khandan e in quella di un suo amico – attivista per i diritti civili – Mohammad Reza Farhadpour.

Il 26 agosto scorso, incontrando il suo legale in carcere, Nasrin lo ha informato in merito alle accuse che il regime le contesta. Secondo Nasrin, il regime l’accusa di tre nuovi reati: 1- aver chiesto un referendum sul sistema islamista al potere; 2- aver organizzato manifestazioni di protesta; 3- aver assistito coloro che volevano creare delle “chiese domestiche”, ovvero i mussulmani che hanno abbandonato l’Islam per convertirsi al cristianesimo evangelico. A queste tre accuse, si sommano le cinque gia’ annunciate a Nasrin da tempo: insulto alla Guida Suprema, messa a rischio della sicurezza nazionale, aver creato gruppi contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo stato e spionaggio.

Ricordiamo che Nasrin Sotoudeh e’ stata gia’ arrestata una prima volta nel 2010 e condannata a sei anni di carcere per “propaganda e “cospirazione”. Nel 2013, quindi, e’ stata rilasciata.

Il 22 agosto scorso, 60 eurodeputati, hanno inviato una lettera al Presidente Rouhani chiedendo l’immediata liberazione di Nasrin Sotoudeh. Tra loro, una sola italiana, Barbara Spinelli. Dall’Italia, invece, silenzio totale. Silenzio dalla Farnesina, silenzio dai sindacati – che pure spesso amano dilettarsi in politica estera – e silenzio soprattutto da quelle tante buoniste progressiste, sempre pronte a finire sui giornali quando le telecamere sono accese.

 

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Si chiamava Sina Qanbari e aveva appena 22 anni. E’ questo il nome del manifestante iraniano deceduto il 6 gennaio scorso, nel carcere di Evin.  Sina e’ uno dei 400 studenti di Teheran, che sono stati arrestati durante la recente ondata di proteste anti-regime.

Secondo quanto si sa ad oggi, prima di morire, Sina si trovava in isolamento nel carcere di Evin, dove vengono rinchiusi la maggior parte dei detenuti politici (in bracci controllati direttamente dai Pasdaran).

Secondo il regime, il decesso di Sina Qanbari e’ stato classificato come “suicidio”. Ovviamente, nessuna commissione d’inchiesta e’ stata costituita per verificare le modalità del decesso e, nel caso venisse confermato il suicidio, le ragioni che hanno portato il giovane a togliersi la vita.

Secondo i dati dell’opposizione iraniana, sarebbero oltre 2000 i manifestanti arrestati nell’ondata di proteste che ha scosso il Paese (oltre 20 i morti). Il Capo dei Pasdaran Jafari ha pubblicamente affermato che “la sedizione e’ stata sconfitta”, derubricando le ragioni della protesta a mero complotto. Nonostante le parole di Jafari, le manifestazioni sono continuate soprattutto in città come Isfahan e nelle regioni dell’Ahwaz e del Khuzestan.

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Appena due giorni fa, sicuro di se, il capo dei Pasdaran Jafari ha dichirato finita la “sedizione”, ovvero le proteste anti-governative, considerate dall’establishment iraniano frutto di complotti contro il regime. 

Precisando che, anche dopo l’annuncio di Jafari, le proteste sono continuate in alcune aree, e’ un dato di fatto che – nelle ultime ore – non assistiamo ad immagini con centinaia di persone in piazza che, disperati, attaccano le forze Governative e le sedi clericali, intonando slogan come “Morte a Khamenei, Morte a Rouhani” o “No Gaza, No Damasco, No Beirut, la mia vita solo per l’Iran”.

Lo scontento e’ improvvisamente terminato? Chiaramente no. E’ semplicemente entrata in azione la macchina repressiva del regime che, come anche La Stampa riporta oggi, ha addirittura richiamato alcune milizie sciite impegnate in Siria e Iraq, per reprimere le manifestazioni.

In meno di dieci giorni, il regime ha ucciso 24 manifestanti, ne ha arrestati oltre 1200 e ha bloccato totalmente diversi social network (in primis Twitter e Telegram). Numeri che, indubbiamente, non indicano affatto la fine del malcontento, ma un’ondata repressiva assolutamente brutale. Nel carcare di Evin, come riferito da un detenuto, decine e decine di prigionieri sono stati ammassati in singole celle, per fare posto “nuovi arrivi”…Per la cronaca, visto che si dice che Teheran e’ rimasta calma, nella sola capitale in manette sono finite quasi 500 persone

Per quanto riguarda i social, quindi, improvvisamente il Governo ha deciso di sbloccare l’applicazione di messaggistica istantanea cinese WeChat, segno evidente che la censura punta a chiudere definitivamente Telegram, contando sul sostegno di Pechino nel filtraggio dei messaggi.

In queste ore, sei importanti avvocati per i diritti umani iraniani – Shirin Ebadi, Nasrin Sotoudeh,  Abdolkarim Lahiji, Mohammad Seifzadeh, Mohammad Olyaeifard e Mahmoud Rahmanifar Esfahani – hanno diffuso un comunicato ufficiale, in cui chiedono che i rappresentanti del regime che hanno incitato alla violenza contro i manifestanti, vengano perseguiti penalmente.

Una richiesta che, neanche a dirlo, difficilmente sara’ accolta in Iran e che – purtroppo – difficilmente sara’ sostenuta da quelle autorità politiche europee – Federica Mogherini in testa – che in questi giorni hanno taciuto per giorni, per poi diffondere vergognosi comunicati equidistanti, praticamente già superati prima di essere diffusi alla stampa…

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Vi mostriamo un video esclusivo, pubblicato da Freedom Messenger, che mostra l’abbraccio tra l’attivista iraniano Omid Alishenas e la madre – davanti alla porta d’ingresso del palazzo del giovane attivista – poco prima dell’ingresso di Omid nella macchina della polizia che lo porterà al carcere di Evin. Omid, attivista per i diritti dei bambini, è stato arrestato nel settembre del 2014, con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”.

Omid ha passato 16 mesi nel carcere di Evin, nel braccio 2A, per poi essere rilasciato su cauzione. Nell’ottobre scorso, quindi, la Corte ha deciso di confermare il carcere per Omid Alishenas, condannandolo definitivamente a sette anni di detenzione.

Insieme alla sentenza contro Omid, sono state confermate le sentenze per altri tre attivisti democratici iraniani: Atena (Fatimah) Daemi, Aso Rostami e Ali Noori (Hrana).

 

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Non sappiamo dirvi quale sia il nome della ragazza della foto che vi mostriamo alla fine di questo, triste, articolo. Ciò che sappiamo, però, è che si tratta di una giovane donna iraniana, che ha sofferto una pena medievale unicamente per essersi recata ad una festa con la presenza di uomini.

Come denuncia la pagina Facebook “My Stealthy Freedom” – la mia libertà rubata –  questa giovane ragazza iraniana è stata arrestata dalla polizia morale durante un raid con ad un “mixed party”, nient’altro che una festa con la presenza di ragazzi e ragazze insieme. Qualcosa che per i giovani Occidentali è normalissimo, ma che il regime islamista di Teheran vieta in nome della purezza della donna e della Sharia.

La foto, in particolare, appartiene ad una ragazza arrestata durante una raid ad una festa nella Provincia di Qazvin, nel Maggio del 2016 (ovvero sotto la Presidenza Rouhani). La festa era stata organizzata per festeggiare la fine degli studi dei ragazzi e il loro superamento degli esami liceali. Con la giovane vennero arrestati altre 35 persone, tra maschi e femmine, tutti poi condannati a 99 frustrate. Di quell’arresto, ovviamente, No Pasdaran aveva prontamente informato il suoi lettori.

Ecco il regime barbaro con cui, personaggi come la Mogherini, la Boldrini, la Bonino e la Serracchiani, intendono legarci a quattro mani…

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Doveva essere una presidenza all’insegna del riformismo. Purtroppo, al contrario delle aspettative, la Presidenza Rouhani si sta trasformando in una lotta senza quartiere tra fazioni politiche e, parallelamente, nell’aumento smirusato delle misure repressive contro la popolazione iraniana, particolarmente contro le donne.

Secondo quanto riporta il sito al-Arabiya, la polizia morale iraniana ha avviato una campagna per impedire alle donne di portare soprabiti senza bottoni. Nella Repubblica Islamica, lo ricordiamo, alle donne sono imposti numerosi divieti e normative sull’abbigliamento, a cominciare dall’hijab, il copricapo islamico. Con il loro coraggio, le donne iraniane hanno spesso sfidato questi divieti apertamente, a cominciare dalle manifestazioni di massa dopo contro il velo obbligatorio, organizzate pochi giorni dopo la rivoluzione del 1979.

La campagna della polizia morale contro i cappotti senza bottoni – ovvero dei classici trench – è partita da Isfahan, dopo sono stati sequestrati oltre 500 modelli di questo genere di abbigliamento. Secondo le forze di sicurezza, infatti, si tratta di una moda immorale, il cui solo scopo è quello di imitare il “perverso” stile Occidentale. La polizia ha anche minacciato i proprietari dei negozi di arresto, nel caso in cui decidano di vendere nuovamente cappotti senza bottoni…

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Ancora apartheid, ancora razzismo, ancora esclusione. Mentre la Comunità Internazionale celebrava la Festa dei Lavoratori il Primo Maggio scorso, nella Repubblica Islamica le forze di sicurezza hanno fatto strage di attività commerciali dei Baha’i (Fonte: Hrana).

Per la precisione, secondo le denunce degli attivisti (comprovate da fotografie), cinque attività commerciali Baha’i sono state chiuse presso Babolsar, davanti alle coste del Caspio, nella Provincia di Mazandaran. Tra le attività chiuse un negozio di ottica, gestito da Farshid Hekmat Sho’ar, un negozio di computer, gestito da Karen Momtazeyan, due sartorie , una gestita da Erfan Ma’sumeyan e l’altra da Afshin Azadi e uno studio di fotografia, gestito da Shahin Sana’i.

Nel distretto di Bahnamir, nella periferia di Babolsar, i Pasdaran hanno chiuso due attività: un centro di riparazione per biciclette gestito da Faizullah Nikunejad e un negozio di elettrodomestici gestito da Ahmad Nikunejad. Presso Fereydunkenar, vicino a Babolsar, e’ stato chiuso un altro negozio di ottica, appartenente a Babak Wada’i.

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Presso Tonekabon, altra città distante tre ore circa da Babolsar, le autorità iraniane hanno chiuso cinque business Baha’i: un negozio di allarmi di sicurezza gestito da Omid Qaderi, un negozio di elettrodomestici gestito da Armin Esma’ilpour, un centro per gli impianti di aria condizionata gestito da Ruhollah Eqani e un negozio di frigoriferi gestito da Michelle Esma’ilpour. Nei giorni precedente, quindi, due altre attività Baha’i erano state chiuse a Tonekabon: due negozi di elettrodomestici, uno gestito da Mehryan Lofti e l’altro da Soroush Garshasbi,

Infine, presso Babol, ad un’ora e mezza da Babolsar, le autorità iraniane hanno chiuso altre due attività Baha’i: una cartoleria gestita da Baha’addin Samimi e un negozio di allarmi gestito da Arash Keyan.

Come sempre, vogliamo ricordare che in Iran esiste un vero e proprio sistema di apartheid verso i Baha’i. Considerati una “setta” da eliminare, ai Baha’i sono negati numerosi diritti, tra cui quello di frequentare la pubblica istruzione. Non solo: le forze di sicurezza hanno emesso un vero e proprio “documento dell’apartheid” (No Pasdaran)in cui nero su bianco vengono elencate le attività a cui i membri della Comunità Baha’i non possono accendere. Infine, la parte peggiore, lo stesso Ali Khamenei ha pubblicato una fatwa – un editto islamico – che vieta agli “iraniani puri” di avere qualsivoglia contatto con i Baha’i (No Pasdaran).

Il tutto, nel pieno (o quasi) silenzio della Comunità Internazionale