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Anche questa volta la condanna, netta e senza appello e arriva direttamente dal Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Nel nuovo report rilasciato dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, lo stato dei diritti umani nella Repubblica Islamica viene delineato in tutta la sua drammaticità. In particolare, il report Onu denuncia l’altissimo numero di esecuzioni capitali (oltre 1000 dall’elezione di Rouhani a Presidente), e l’uso frequente della pena di morte per eliminare i dissidenti politici (il report descrive i casi del poeta Arzhang Davoodi, della povera Reyhaneh Jabbari e le possibili imminenti esecuzioni di tre prigionieri curdi, Hamed Ahmadi, Kamal Malaee, Jahangir Dehghani e Jamshed Dehghani). Una sezione a parte, quindi, è dedicata all’uso della pena di morte contro coloro che hanno commesso un reato da minorenni: almeno 160 prigionieri rientranti in questa categoria sono in attesa di finire sul patibolo, mentre 8 sono stati già ammazzati. Il Segretario Ban Ki Moon ha pubblicamente denunciato questa pratica come illegale, contraria alla Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici e alla Convenzione per i Diritti dei Bambini (di cui, per entrambi, l’Iran è volontariamente firmatario).

All’uso illegale della pena di morte, si aggiunge la repressione quotidiana degli attivisti per i diritti umani, in particolare coloro che collaborano con le Nazioni Unite. Il report ricorda gli arresti degli attivisti Saeed Shirzad e Mohammad Reza Pourshajari. Per entrambi, incredibilmente, la loro attività nella difesa dei diritti degli iraniani è considerata un pericolo alla sicurezza nazionale…

Anche per quanto concerne il capitolo dello status delle donne, la situazione è veramente pessima. Solamente il 16% delle donne è inserito minimamente nel sistema lavorativo della Repubblica Islamica, un dato che inserisce l’Iran al 137° posto (su 142), nella classifica del Global Gender Gap Index. Non solo: anche quando lavorano, denuncia l’Onu, le donne guadagnano quasi cinque volte meno degli uominiLa discriminazione delle donne, d’altronde, è parte stessa dei Codici iraniani: secondo il codice civile, articolo 1117, una moglie può essere privata del diritto di lavorare da suo marito, se quest’ultimo ritiene che questa occupazione danneggi la dignità della famiglia. Senza contare il fatto che, sempre secondo la legge, la vita della donna vale metà di quella dell’uomo e alle donne è vietato cantare da sole in pubblico. La Repubblica Islamica, quindi, permette il matrimonio delle “donne” dall’età di 13 anni e in determinati casi anche a 9 anni (praticamente una legalizzazione della pedofilia). Il report ricorda il caso di Razieh Ebrahimi, arrestata con l’accusa di aver ucciso suo marito quando aveva 17 anni. Razieh era stata data in sposa ad un uomo brutale e violento all’età di 14 anni, da cui era stata violentata e aveva partorito un figlio all’età di 15 anni. La povera donna ha ammesso di aver ucciso il marito durante il sonno perchè stanca di subire i continui abusi del marito.

Ancora per quanto riguarda le donne, quindi, Ban Ki Moon denuncia l’arresto di Ghocheh Ghavami, fermata per aver tentato di assistere ad una partita di pallavolo. Oggi, grazie alle pressioni internazionali, Ghocheh è stata rilasciata con la condizionale, ma non può ancora lasciare il Paese. Alle donne continua ad essere vietata la possibilità di assistere ad eventi sportivi in pubblico. Le azioni della polizia morale contro le donne che vestono male il velo continuano ad essere sempre più vessatorie. Non solo: alla polizia morale venno aggiunti i miliziani di Hezbollah Iran che, in nome del codice islamico, hanno attaccato oltre 300 donne con l’acido. solamente perchè vestivano male il velo.

Senza appello è anche la condanna contro l’Iran, per quanto concerne la libertà di parola e di assemblea. Ban Ki Moon denuncia l’arresto dei giovani che hanno girato il video Happy in Teheran, la pena di morte per Soheil Arabi – accusato di aver pubblicato un post offensivo contro il regime su Facebook – la detenzione del giornalista del Washington Post Jason Rezaian e quella dei leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi.

Una ultima sezione, infine, è dedicata alle minoranze religiose, in particolare agli abusi che la Repubblica Islamica commette contro i Baha’i – contro i quali la Guida Suprema Ali Khamenei ha emesso anche una specifica fatwa – contro i sunniti (oltre 150 di loro sono oggi in carcere per motivi religiosi) e contro i crisitiani, particolarmente contro coloro che lasciano l’Islam per abbracciare la fede Protestante (49 detenuti sinora, accusati di apostasia).

Vi invitiamo a leggere il report pubblicato dalle Nazioni Unite e a denunciare l’appeasement Occidentale verso il regime iraniano.

Qui il link per scaricare e diffondere il nuovo report delle Nazioni Unite sullo stato dei Diritti Umani in Iran:

http://www.iranhumanrights.org/wp-content/uploads/A_HRC_28_26_ENG.pdf

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=Q30GzakLOhw%5D

 

 

 

 

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L’Iran, ancora una volta, non mantiene fede alle promesse fatte nel Novembre 2013, in occasione della firma dell’accordo temporaneo sul programma nucleare (the ora JPA). L’ultimo report rilasciato in queste ore dalla AIEA parla chiaro: non solo Teheran non ha rispettato quanto scritto nel JPA, ma restano aperte ancora tutte le questioni relative alla militarizzazione del programma nucleare. Peggio, a tal proposito, Teheran sta ancora lavorando nella base militare di Parchin per cancellare le prove degli avvenuti esperimenti sull’innesto di un ordigno atomico. Andiamo per gradi e analizziamo tutte le mancanze del regime iraniano. Vediamo prima i nodi salienti dell’ultimo report AIEA:

  • Uranio arricchito: secondo il JPA del Novembre 2013, Teheran avrebbe dovuto trasformare in ossido tutto l’esafloruro di uranio (UF6) arricchito al 3,5%. Orbene, secondo quanto riportato dall’AIEA, Teheran ha inserito 2750 chilogrammi di Uf6 arricchito al 3,5% nella linea di conversione in ossido ma…sorpresa, dall’altra parte della linea non è ancora noto cosa sia uscito…In poche parole, il regime ha avviato il processo di trasformazione, ma non lo ha completato, non dando alcuna informazione in merito alla ragione della mancata conversione. Ricordiamo che, per produrre un ordigno atomico, è necessario arricchire l’uranio oltre il 90%, ma la vera difficoltà dell’arricchimento sta solo nella prima fase, ovvero nell’arricchimento al 3,5%. In poche parole, se l’Iran sta continuando ad arricchire liberamente uranio al 3,5% facendo solo finta di trasformarlo in ossido, molto presto avrà di nuovo a disposizione la quantità di Uf6 necessaria per produrre una bomba nucleare (con la benedizione internazionale);
  • Natanz: per non specificati motivi, Teheran ha aumentato la quantità di esafloruro di uranio (Uf6) inserita nelle centrifughe di arricchimento IR2, ovvero quelle piu’ avanzate. La quantita di Uf6 allo stadio naturale inserita tra il 20 gennaio 2015 e il 1 febbraio 2015 è maggiore rispetto ai precedenti tre report dell’AIEA. Anche qui, resta il mistero;
  • Aspetto militare del programma nucleare iraniano: nel report AIEA del Novembre 2011, l’Agenzia Internazionale dimostrava come l’Iran avesse eseguito diversi esperimenti per la produzione di una bomba nucleare. In tal senso, come si legge nel report del 2011 (pagina 8), l’Iran aveva lavorato per ottenere materiale dual-use, per ottenere un la tecnologia per costruire la bomba atomica dall’estero e anche il know how per costruirla all’interno dell’Iran. In particolare, in questo ultimo caso, al centro l’attenzione dell’Agenzia Onu c’era il lavoro dello scienziato ucraini Vyacheslav Danilenko e le attività nella base militare di Parchin. Nell’ultimo report AIEA, quindi, le preoccupazioni sull’aspetto militare del programma nucleare iraniano restano intatte e Teheran non ha ancora fornito alcuna spiegazione in merito;
  • Parchin: come suddetto, è nella base militare di Parchin che Teheran ha svolto gli esperimenti sull’innesto di un ordigno atomico e sulla miniaturizzazione dell’ordigno stesso allo scopo di caricarlo sul vettore (ovvero i missili balistici). Come noto, il regime iraniano nega da anni l’accesso agli ispettori internazionali nella base di Parchin e, secondo quanto fotografato dai satelliti, sta continuando a lavorare per cancellare le prove presenti nell’area.

 

Le drammatiche falle del JPA

L’accordo temporaneo del Novembre 2013, inziato per fermare il programma nucleare iraniano, si è ormai trasformato in un’opera di mero contenimento che, parafrasando Kissinger, non farà che determinare una proliferazione nucleare in tutta la regione Mediorientale. Peggio, è ormai chiaro che la strategia dei negoziatori è quella di assicurare unicamente una cosa sola: che, se l’Iran decidesse in qualsiasi momento di costruire una bomba nucleare, necessiterebbe di almeno un anno per ottenerla. In questo tempo, si crede, la Comunità Internazionale riuscirà ad agire contro la Repubblica Islamica. Come ormai chiaro, si tratta di una pura invenzione, dimostrata dai mesi che sono intercorsi tra il Novembre 2013 ad oggi. In questo periodo, infatti, nonostante le sanzioni internazionali, l’Iran è diventata la meta preferita di politici e rappresentanti commerciali, pronti a mettere soldi al portafoglio non appena l’accordo definitivo sul nucleare verrà firmato. In poche parole, quando e se questo accordo sarà concluso, l’intero impianto delle sanzioni internazionali – approvato con fatica e con il sostegno anche di allati dell’Iran come la Russia – cadrà su se stesso. Rialzarlo in tempi brevi, se necessario, sarà quindi impossibile, soprattutto in considerazione degli interessi economici che si creeranno.

Peggio, da questo negoziato internazionale (ormai un negoziato bilaterale USA – Iran), è escluso un attore centrale e un argomento fondamentale: l’attore centrale escluso è proprio l’AIEA. L’Agenzia Internazionale dell’Onu, infatti, non è parte del tavolo del P 5+1 con la Repubblica Islamica. Una esclusione che sa di beffa, soprattutto in considerazione del fatto che sono proprio i report dell’AIEA che fungono da prova delle violazioni iraniane al Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP). L’argomento centrale escluso dal negoziato, invece, è quello del programma missilistico dell’Iran. Un programma che non è in alcun modo toccato dall’Accordo Temporaneo del Novembre 2013 e che quindi è stato praticamente accettato dall’intera Comunità Internazionale. Peccato che, proprio questo programma missilistico, è ancora oggetto di preoccupazione dell’ultimo report AIEA e delle stesse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Onu che, non a caso, ha approvato sanzioni contro le compagnie iraniane o le personalità che direttamente collaborano allo sviluppo dei missili balistici iraniani.

Vogliamo concludere riportandovi il discorso fatto dall’ex Sindaco di New York Rudy Giuliani davanti alla Comunità iraniana in Arizona. Del suo discorso, che potrete ascoltare integralmente qui sotto, vogliamo riportare solamente un invito che all’attuale Presidente americano: “Mr. President Wake Up”

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=E0hUtumtQpA%5D

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L’appello dei sette leader politici senza arte ne parte, tra cui Emma Bonino, in favore di un accordo nucleare con l’Iran, suona sempre di piu’ come una ridicola farsa. Questa affermazione è vera soprattutto alla luce del nuovo report dell’AIEA sul programma nucleare iraniano. Un report che non lascia dubbi sulla volontà del regime iraniano di non collaborare seriamente con la Comunità Internazionale. Secondo quanto riportato nel paper rilasciato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Teheran “non ha dato alcuna spiegazione che permetta all’Agenzia di chiarificare la situazione o ha proposto nuove pratiche misure” per rispondere alle domande degli ispettori internazionali. Non solo: secondo quanto contenuto nel report AIEA, il regime iraniano ha anche violato l’accordo temporaneo firmato con la Comunità Internazionale nel Novembre del 2013 (noto come JPA). Infatti:

  • Il quantitativo di uranio arricchito al 3,5% è continuato a crescere di almeno 230 chilogrammi al mese. L’Iran ha oggi un ammontare di 12,945 chilogrammi di uranio arricchito al 3,5%;
  • La quantità di uranio arricchito al 20% e trasformata in ossido in possesso di Teheran rimane alta, abbastanza per poter essere riconvertita in poco tempo al fine di costruire una bomba nucleare;
  • In piena violazione del JPA, Teheran ha caricato con esafloruro di uranio UF6 la sola centrifuga di tecnologia avanzata IR5 nell’impianto di Natanz.

C’è poi di peggio: come riportato dal report AIEA, nessun passo avanti è stato fatto per chiarire quanto succede all’interno della base militare di Parchin ove l’Iran ha testato, in una apposita area, gli effetti di una esplosione nucleare. In tal senso, bisogna riportare che proprio il 7 novembre, negli Stati Uniti, l’opposizione iraniana facente capo ai Muhjadin del Popolo (MeK), ha rivelato nuovi importanti particolari in merito a Parchin. Secondo quanto denunciato dal MeK, nella base di Parchin sarebbero presenti non una ma due camere per testare esplosivo ad alto potenziale, sotto il diretto controllo dell’ “AzarAb Industries”, gruppo industriale dei Pasdaran. A gestire questo programma segreto c’è un uomo fidato di Mohsen Fakhrizadeh, anche noto come il padre dell’atomica iraniana. L’ufficiale dei Pasdaran responsabile dell’area si chiama Saeed Borji, laureato all’università di Sharif (controllata direttamente dalle Guardie Rivoluzionarie). Sotto di lui ha lavorato sia l’ingegnere ucraino V. Danilenko, che Vladimir Padalko, parente dello stesso Danilenko. Entrambi hanno permesso a Teheran di avere la tecnologia necessaria per testare gli effetti di una espolosione nucleare. Qui di seguito potrete rivedere la conferenza stampa completa dei rappresentanti de MeK negli Stati Uniti, relativa al sito di Parchin. Vogliamo ricordare che, nel 2002, furono proprio i rappresentanti del MeK a denunciare per primi il programma clandestino nucleare del regime dei Mullah.

Conferenza stampa della resistenza iraniana in merito alla base militare di Parchin (7 Novembre 2014)

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Nonostante le condanne internazionali contro l’Iran (non solo sul nucleare, ma anche sui diritti umani come dimostra l’ultimo report dell’inviato speciale ONU Shaheed), non si arresta il viavai di imprenditori europei verso la Repubblica Islamica. Favoriti dal clima di appeasement internazionale, numerosi industriali sono atterrati in questi mesi a Teheran, con la speranza di ottenere qualche ben contratto economico, fregandose altamente se questi accordi favoriscono un regime repressivo come quello dei Pasdaran. Questo week end, quindi, è toccato nuovamente ad una delegazione di imprenditori italiani: benedetti dalla Camera di Commercio Iran Italia, sono arrivati nella Repubblica Islamica un gruppo di rappresentanti di aziende italiane. Secondo le prime informazioni fatte trapelare solo dalla stampa iraniana, gli imprenditori sarebbero particolarmente interessati ad investire nella Provincia di Fars. Insomma, come suddetto, tutto va bene pur di fare soldi. Cosi, mentre i soliti pochi si continueranno ad arricchire all’interno del regime, la maggior parte della popolazione iraniana continuerà a subire l’effetto tragico e perverso di questo sostegno economico: la sopravvivenza della Repubblica Islamica.

L’inviato ONU A. Shaheed denuncia gli abusi del regime (28 Ottobre 2014)

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=z4oyk_ptRjc%5D

 

 

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Ahmad Shaheed, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, ha presentato il 28 ottobre il suo ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani all’interno della Repubblica Islamica. Il suo report, durissimo, sarà oggetto di diversi articoli che pubblicheremo sul nostro sito. In questo primo articolo, vogliamo denunciare lo stato drammatico dei cristiani iraniani. Secondo quanto denunciato dall’inviato speciale dell’ONU, nelle carceri iraniane mietono abbandonati 49 cristiani, dimenticati dalla Comunità Internazionale. In particolare, denuncia Shaheed, sempre piu’ dura si è fatta la repressione delle autorità contro i fedeli cristiani protestanti, i cui siti Internet vengono bloccati e le chiese vengono chiuse. Nell’aprile 2014, ricorda l’inviato internazionale, le forze di sicurezza hanno arrestato sei cristiani nel sud di Teheran, con un blitz nella casa di un fedele, trasformata segretamente in Chiesa. I loro nomi sono Ehsan Sadeghi, Nazy Irani, Maryam Assadi, Ali Arfa’e, VahidSafi e Amin Mazloomi. Negli ultimi 3 anni, quindi, la mano criminale del regime si è abbattuta in maniera durissima contro i convertiti, ovvero coloro che hanno abbandonato l’Islam per abbracciare il cristianesimo. Per loro, i Mullah non hanno alcuna pietà e la pena per apostasia può anche essere la pena di morte. Tra coloro che languiscono in carcere per questo motivo, vogliamo ricordarlo, c’è il Pastore Farshid Fathi, a cui di recente sono state anche negate le cure mediche…

Facciamo appello a Papa Francesco, in quanto capo della Chiesa di Roma, per ottenere la liberazione dei cristiani iraniani e il loro diritto inalienabile a professare il Credo liberamente e senza la minaccia del Terrore!

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Hassan Rohani è divenuto Presidente dell’Iran soprattutto grazie alle sue promesse di creare un Iran diverso, basato anche sul rispetto delle minoranze presenti nella Repubblica Islamica. Di quelle promesse, che illusero anche gli oltre 700000 cristiani presenti in Iran, oggi resta ben poco. Dal primo report sulla condizione dei cristiani in Iran dopo l’elezione di Rohani, infatti, emerge una situazione drammatica, addirittura peggiore di quella della Presidenza Ahmadinejad. Sotto il “moderato” Hassan Rohani, infatti, il regime iraniano ha dato solo l’illusione del cambiamento riuscendo, in tal modo, a spostare l’attenzione della Comunità Internazionale su temi diversi dai diritti umani.

Solamente negli ultimi sei mesi, numerose chiese legate all’Assemblea di Dio – ovvero le chiese evangeliche in Iran – sono rimaste chiuse o costrette praticamente a funzioni meramente marginali, sotto il controllo dei miliziani dell’intelligence. Le chiese evangeliche di Teheran (Centrale e Jannat Abad), di Ahvaz, di Shahin Shahr presso Esfahan e la chiesa Pentecostale di Kermanshah, sono rimaste chiuse nonostante il permesso di apertura ottenuto dalle autorità locali. Tutte queste chiese erano già state chiuse da Ahmadinejad e con Rohani, come si vede, la situazione non è mutata. Non soltanto: presso Esfahan e Orumiyeh, le persecuzioni degli scagnozzi del regime, hanno costretto tutti Pastori evangelici locali ad abbandonare l’Iran per paura di finire in carcere.

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Nelle chiese evangeliche e presibiteriane che, con fatica, riescono a rimanere aperte (ad esempio presso Esfahan e Shiraz) le restrizioni del regime sono tali da non permettere una normale attività religiosa. Secondo quanto denunciato dai fedeli all’interno della Repubblica Islamica, infatti, le chiese sono costrette a:

  • fornire al Ministero dell’Intelligence una lista dei fedeli che frequentano la Chiesa, con nomi e documenti allegati;
  • servire messa solamente la domenica, ovvero in un giorno lavorativo nella Repubblica Islamica. Al contrario, durante il giorno di riposo il venerdi, alle chiese è proibito servire messa. Questa restrizione, tra l’altro, viene estesa anche alle chiese armene e assire;
  • pronunciare la messa obbligatoriamente non in lingua farsi. Negli ultimi sei mesi, in particolare, le restrizioni ai cittadini iraniani che conoscono solamente la lingua Farsi, sono state pesantemente ristrette. Le messe, quindi, debbono essere svolte in lingue diverse, come l’armeno o l’assiro;
  •  impedire l’insegnamento della fede cristiano evangelica
  • vietare la vendita dei testi letterari cristiani.

Insieme alle restrizioni verso le chiese, anche gli persecuzioni dei fedeli si sono fatti più ingenti. Prima del suo viaggio a New York per l’apertura dei lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Rohani aveva strategicamente concordato la liberazione di due cristiani, ormai prossimi alla fine naturale della loro pena detentiva. Nel frattempo, però, numerosi altri cristiani sono stati fermati e diversi processi contro importanti Pastori iraniani sono andati avanti. E’ impossibile fare una lista completa delle persecuzioni, basti qui ricordare che:

  • il Pastore Saeed Abedini, in possesso anche della cittadinanza americana, è stato definitivamente condannato ad 8 anni di carcere. Trasferito presso la prigione di Karaj, ha subito pesanti maltrattamenti;
  • il Pastore Behram Irani, condannato a cinque anni di carcere, è stato costretto ad una operazione urgente per le sue drammatiche condizioni di salute. Il regime gli aveva negato, a più riprese, l’accesso ai trattamenti medici;
  • due blogger iraniani, Kiavosh Sotoodeh e Jamshid Jabbari, sono stati arrestati di fronte all’Università di Kerman e accusati di propagandare i valori della fede cristiana. La loro situazione, ad oggi, resta ignota;
  • il 9 agosto del 2013, un giorno dopo l’insediamento di Rohani, i Pasdaran hanno fatto irruzione in una chiesa domestica nella parte occidentale di Teheran, arrestando quattro persone: Parham Farzmand, Sara Sardisian, Sedigheh Kiyani e Mona Fazali. Anche di loro non si hanno notizie;
  • nell’ottobre del 2013, quattro cristiani sono stati condannati a 60 frustate per aver bevuto vino. Il loro arresto è avvenuto nel nordest dell’Iran. Vogliamo ricordare che, teoricamente, in Iran ai cristiani iraniani, non è proibito bere vino (il divieto vale solo per i mussulmani, almeno in teoria);
  • poco prima di Natale, il 24 dicembre in piena vigilia, gli agenti del regime hanno fatto irruzione nella casa di un uomo chiamato Hussein presso Teheran, arrestando lui  e altre quattro persone di nome Ahmad Bazyar, Faeghe Nasrollahi, Mastaneh Rastegar e Amir Hussein Ne’matullahi.

Insomma, mentre l’Occidente fieramente “cristiano” invia quotidiamente delegazioni di imprenditori a fare affari con i Pasdaran, i veri cristiani in Iran vengono perseguitati, arrestati o costretti al silenzio e all’esilio. Tutto questo, sotto il regime di Hassan Rohani, falsamente moderato, buono solo a garantire la sopravvivenza della velayat-e faqih e proteggere gli interessi economici degli Ayatollah dei Pasdaran.

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Il 12 febbraio del 2013, per la terza volta, la Corea del Nord testa un ordigno nucleare. Questa volta, però, il test è diverso dai due precedenti: secondo gli analisti, infatti, la bomba esplosa non era stata prodotta attraverso plutonio 239, ma per mezzo dell’arricchimento dell’uranio. Una novità assoluta per il programma nucleare nordcoreano, completamente conforme però alle caratteristiche relative al programma nucleare iraniano. Il programma nucleare iraniano, infatti, è quasi totalmente incentrato sull’arricchimento dell’uranio. Secondo quanto riportato da fonti giapponesi ed occidentali, in occasione del nuovo test nordcoreano del febbraio 2013 erano presenti anche tecnici iraniani. A quanto pare, quindi, siamo di fronte ad un vero e proprio scambio tra i due regimi: fuori da ogni controllo internazionale e grazie al sostegno indiretto della Cina, Pyongyang avrebbe testato un ordigno prodotto per mezzo dell’arricchimento dell’uranio. Una tecnica, certamente, importata anche e soprattutto grazie alla collaborazione con i tecnici iraniani. Nel report che abbiamo scritto per voi, ripercorreremo brevemente i momenti chiave che hanno segnato la nascita di questo “asse del male” asiatico e capiremo perché l’Iran ha, praticamente, già ottenuto la bomba atomica, nonostante i tentativi della diplomazia internazionale di fermare i Pasdaran.

Clicca sul titolo qui sotto per scaricare il report integrale in PDF:

COREA DEL NORD-IRAN: L’AMICIZIA COL BOTTO!!!