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La storia che vi stiamo per raccontare e’ semplicemente folle. In Iran, un insegnante di arte e’ stato esiliato per un anno, per aver cantato – su richiesta degli studenti – una canzone popolare durante la sua lezione.

Secondo quanto riporta Iran Human Rights, il Dipartimento Educazione di Gilan ha ordinato al Maestro Aziz Ghasamzadeh di trasferirsi un anno da Roudbar ad Anzali. Un ordine d’esilio arrivato dopo la pubblicazione in Rete di un video che mostra il Maestro Ghasamzadeh, mentre canta ai suoi studenti una canzone popolare iraniana, una ballata intitolata “Chera Rafti” (Perché te ne vai), del cantante Homayoun Shajarian.

Nonostante non ci sia alcune regolamento che ufficialmente proibisce di cantare – esiste la proibizione per le donne, invece – il Dipartimento Educativo di Gilan ha considerato l’atto come una violazione delle norme religiose e ha scelto di punire il bravo Maestro.

Aziz Ghasamzadeh, oltre ad essere un insegnate di arte, e’ anche un musicista e un cantante in un gruppo che si chiama Sepehr. Come suddetto, la musica non e’ ufficialmente bandita nella Repubblica Islamica, ma i musicisti sono costantemente soggetti a restrizioni e pressioni da parte della frangia più estremista del regime, che intende applicare la Sharia rigorosamente. 

 

Il Ministero dell’Intelligence iraniano, ha rifiutato la richiesta di trasferire in ospedale il detenuto Jamaloddin Khanjani, 83 anni, arrestato nove anni fa insieme ad altri sei rappresentanti della Comunità Baha’i iraniana. Khanjani ha bisogno di una operazione urgente alla prostata e, ovviamente, le strutture mediche del carcere dove è rinchiuso non sono assolutamente adatte. Non solo: come denuncia Siavash Khanjani, nipote del prigioniero politico, a Jamoladdin Khanjani viene anche negata la libertà su cauzione, nonostante la stessa legge iraniana lo consenta (MEI).

Ricordiamo, come suddetto, che nel 2008, sette leader della Comunità Baha’i iraniana sono stati arrestati dal regime iraniano per motivi religiosi. I loro nomi sono Jamaloddin Khanjani, Behrouz Tavakkoli, Saeid Rezaie, Fariba Kamalabadi, Vahid Tizfahm, Afif Naeimi, e Mahvash Sabet. Tutti sono stati inizialmente condannati a 20 anni di carcere, con l’accusa di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. La pena, in seguito, è stata ridotta a 10 anni di detenzione.

Sempre per quanto concerne i Baha’i, in carcere è finito nel 2012 anche un nipote di Jamaloddin Khanjani. Si tratta di Navid Khanjani, condannato a 12 anni di carcere per aver “diffuso il falso” e “disturbato l’opinione pubblica”. La sua colpa, oltre al fatto di essere Baha’i, è stata quella di aver fondato una Associazione contro le discriminazioni e l’educazione per i membri della minoranza Baha’i, a cui è negato persino l’accesso all’istruzione pubblica. Navid, per la cronaca, è stato arrestato mentre si trovava come volontario nella provincia dell’Azerbaijan Orientale, in seguito al devastante terremoto del 2012 (Iran Human Rights).

Nella Repubblica Islamica i Baha’i sono considerati una setta peccaminosa, da estromettere completamente dalla società civile. A loro non solo è negato l’accesso all’educazione pubblica e il diritto di celebrare le loro festività, ma anche la possibilità di svolgere numerosi lavoro (No Pasdaran). Contro di loro, lo stesso Ayatollah Khamenei ha emesso una fatwa, negando agli “iraniani puri” il contatto con i Baha’i (No Pasdaran).

Purtroppo, nel 2011, la moglie di Jamaloddin Khanjani, la Signora Ashraf, è deceduta. Al suo funerale, erano presenti oltre 5000 persone (Iran Press Watch). In quella terribile occasione, il regime iraniano – spietatamente – negò ad Jamaloddin Khanjani di lasciare il carcere per partecipare al funerale dell’amata moglie. La coppia è stata sposata per oltre 50 anni…(Baha’i World News Service).

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Il regime iraniano ha deciso di sospendere il calciatore Mehdi Rahmati, portiere della nazionale e della squadra di Teheran, lo Esteghlal. La ragione è la diffusione di una foto che lo ritrae in Armenia, accanto ad una giovane ragazza senza velo ed in minigonna (Khabar One).

Non è la prima volta che accade qualcosa di simile: nel gennaio del 2016, il portiere del Persepolis Sosha Makani fu addirittura incarcerato con una motivazione simile, ovvero per la pubblicazione di alcune foto che lo ritraevano mentre ballava e abbracciava una ragazza senza velo (No Pasdaran).

A quanto pare, però, le regole sono diverse per i leader iraniani. Questi, infatti, non solo possono avere account social senza paura della censura, ma anche farsi fotografare con leader politici donne occidental, senza il velo. Un esempio è la foto scattata a New York, durante l’assemblea ONU, tra il Premier britannico Theresa May e Hassan Rouhani. Neanche a dirlo, al Presidente iraniano nessuno ha chiesto conto di questo “scatto haram”.

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Anche di questa donna, come nel caso precedente, non sappiamo il nome e cognome. Ciò che sappiamo, però, è quello che lei ci mostra e che ci racconta. Per quanto concerne quello che ci mostra, l’immagine non lascia spazio a commenti: ancora una volta, si tratta della schiena tumefatta di una giovane ragazza iraniana, frustata dal regime dopo aver compiuto qualcosa di “haram” (peccaminoso secondo l’Islam).

Questa volta, sempre grazie alla pagina Facebook “My Stealthy Freedom” – la mia libertà rubata – riusciamo ad avere una intervista diretta con la povera ragazza che ha subito questa punizione medievale. E’ lei, infatti, a raccontare di avere 28 anni e di essere andata ad un compleanno di un amico a Mashhad. Qui, è stata arrestata dale forze di sicurezza del regime, per aver bevuto dell’alcol, ufficialmente proibito in Iran. Poco dopo essere stata arrestata, la giovane ventotenne è stata portata in una clinica, dove è stata sottoposta all’alcol test, per vedere quanto aveva bevuto. Solo in seguito, quindi, la ragazza è stata trasferita in un centro detentivo ove è rimasta due giorni. Qui, una donna l’ha costretta a spogliarsi, trattandola come una poco di buono.

Dopo 48 ore detenzione, la ragazza è stata liberata. Sembrava tutto finito, ma non era cosi. Il regime non aveva dimenticato la sua “colpa”, ma solamente momentaneamente sospeso la questione. Due anni dopo il fatto, infatti, la ragazza è stata chiamata a pagare il prezzo di quel “crimine”: 80 frustrate sulla schiena. Rinchiusa in una piccola stanza del carcere, la ragazza è stata nuovamente costretta a spogliarsi e frustata senza alcuna pieta. Nonostante il dolore, le urla e il pianto, racconta la giovane, le frustrate continuavano sempre più forti. Mentre la frustava, la carceriera ordinava alla ragazza di chiedere perdono a Dio.

Chiudendo la sua intervista, la giovane fa una domanda, a cui noi non vogliamo dare risposta; “in quale parte del mondo, si subisce questo trattamento inumano, solamente per aver voluto festeggiare il compleanno di un amico?”

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Continua in Iran la persecuzione dei Baha’i in Iran. Questa volta le forze di sicurezza hanno demolito completamente un antico cimitero Baha’i, situato nella Provincia del Kurdistan (precisamente a Qolveh).

Il cimitero e’ stato distrutto il 14 luglio scorso, alle cinque di mattina. Le forze di sicurezza hanno dissacrato molte delle tombe presenti, all’interno delle quali c’erano i resti di 30 Baha’i, condannati a morte dalla Repubblica Islamica dopo la Rivoluzione del 1979. Insieme alle tombe, e’ stati anche abbattuti trecento alberi e degli edifici usati dai Baha’i come luoghi di culto (Hrana).

Non contente del lavoro fatto, le forze di sicurezza iraniane hanno convocato un fedele Baha’i, Khalil Eqdameyan, accusato di aver denunciato la demolizione del cimitero al Dipartimento per lo Sviluppo agricolo. L’anziano Khalil e’ stato detenuto per diverse ore prima di essere rilasciato su cauzione (ergo dovra’ subire un processo).

Ricordiamo che in Iran i Baha’i sono considerati una setta peccaminosa, non hanno accesso all’istruzione pubblica, non godono del diritto all’istruzione pubblica e non possono esercitare numerose professioni (No Pasdaran). Contro di loro Ali Khamenei ha emesso una fatwa in cui vieta agli “iraniani puri” di avere contatti sociali con i Baha’i (No Pasdaran).

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Il 25 dicembre scorso il Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni twittava orgoglioso un augurio ai Cristiani d’Oriente, mai come oggi martoriati dalle persecuzioni religiose. Peccato che, in tutti questi mesi, tutto l’Occidente e’ rimasto silenziosamente a guardare mentre il regime iraniano – non diversamente da Daesh – continuava a incarcerare decine e decine di cristiani. Gli ultimi drammatici episodi sono accaduti proprio il 23 dicembre e il 25 dicembre scorso.

Il 23 dicembre, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato Maysam Hojati, musulmano convertito al cristianesimo, portato via dagli agenti dei Mullah dalla sua casa di Isfahan. Gli agenti, come già accaduto in occasione del primo arresto nel 2012, sono entrati nella casa di Maysam Hojati senza avviso, lo hanno incappucciato davanti ai parenti e hanno requisito computer, testi religiosi e l’albero di Natale addobbato per la festa. Prima di andare via, le forze di sicurezza hanno minacciato la famiglia di Maysam Hojati non avvisare nessuno dell’arresto del loro caro (Mohabat News).

Purtroppo, le brutte notizie non sono finite. In pieno Natale, il 25 dicembre scorso, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato 9 cristiani presso Shiraz, nel Sud del Paese. Di seguito, otto dei nomi degli arrestati (uno resta ancora sconosciuto): Mohsen Javadi, Elaheh Izadi, Ahmad Golshani-Nia, Reza Mohammadi, Mahmoud Salehi, Moussa Sari-Pour, Alireza Ali-Qanbari e Mohammad-Reza Soltanian. Si tratta, ancora una volta, di musulmani convertiti al cristianesimo (Iran News Update).

Viene da chiedersi che significato ha augurare Buon Natale ai cristiani d’Oriente (e alle minoranze religiose perseguitate), mentre l’intero mondo democratico guarda passivamente alle quotidiane violazioni dei diritti umani da parte della Repubblica Islamica dell’Iran. Viene da chiedersi soprattutto se, davanti a questo ennesimo crimine avvenuto in pieno periodo Natalizio, l’Occidente democratico resterà ancora silenziosamente a guardare…

Foto di Moysam Hojati, arrestato il 23 dicembre scorso in Iran

Foto di Moysam Hojati, arrestato il 23 dicembre scorso in Iran

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Invochiamo aiuto per i Baha’i iraniani, preda ancora una volta della bieca repressione del regime dei Mullah. Domenica 15 Novembre, infatti, i Pasdaran hanno agito senza alcuna pieta’ e hanno arrestato 20 Baha’i a Teheran, Isfahan e Mashhad. Non contenti, si sono anche recati presso Mazandaran, dove hanno chiuso tutte le attivita’ commerciali di proprieta’ Baha’i (Iran Wire).

La nuova repressione del regime clericale, arriva poco dopo una festività religiosa Baha’i e la decisione, coraggiosa, dei fedeli Baha’i di chiudere le loro attività commerciali nonostante il divieto delle autorità. Nella Repubblica Islamica, infatti, i Baha’i sono considerati degli infedeli e la loro fede una apostasia. Per questa ragione, contro la Comunita’ Baha’i iraniana esiste una vera e propria apartheid, nella piena indifferenza internazionale (GaiaItalia.com). Il regime iraniano, lo stesso con il quale l’Occidente intende ristabilire relazioni preferenziali, impedisce ai Baha’i di accedere alle università pubbliche e di svolgere numerose attività professionali. Non solo: lo stesso Ali Khamenei, ha emesso una fatwa contro i Baha’i vietando qualsiasi relazione sociale tra un “mussulmano puro” e gli “infedeli” (No Pasdaran).

Tra i Baha’i arrestati, secondo quanto si puo’ apprendere, c’e’ Nakisa Hajipour, fermata dall’intelligence alla stazione di Mashhad, dove stava per salire su un treno. Sempre a Mashhad, tra gli arrestati ci cono anche Nika Pakzadan, Faraneh Daneshgari, Sanaz Eshaghi e Naghmeh Zabihian, tutti fermati con un raid nelle loro case. Ad Isfahan, invece, i Pasdaran hanno arrestato Yeganeh Agahi, Adib Janamian, Keyvan Nikaeen, Parvin Nikaeen, Vahid Karami, Arshia Rouhani e Zarin Agha-Babaee. Nella capitale Teheran, invece, gli arrestati sono Helia Moshtagh, Negar Bagheri-Tari, Sahba Farnoush, Nava Monjazeb, Yavar Haghighat e Navid Aghdasi. Navid e’ la cugina di Attaollah Rezvani, ucciso due anni fa nel porto di Bandar Abbas e per la cui morte nessuno ha mai pagato un prezzo.

Per il momento, non abbiamo notizie in merito alla situazione degli arrestati e alle accuse formali nei loro confronti. Si ritiene che siano detenuti in centri sotto il diretto controllo del MOIS, il Ministero dell’Intelligence. Chiediamo ai lettori di condividere questo articolo e denunciare l’apartheid e la persecuzione della Comunita’ Baha’i iraniana. Una repressione che non ha, purtroppo, nulla da invidiare alle barbarie imposte da Daesh contro le minoranze presenti all’interno dell’area controllata dal Califfato.

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