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Secondo quanto riportano i media, il regime iraniano ha ritirato ieri il passaporto al regista Muhammad Rasoulof, recentemente premiato a Cannes.

Non sono note le ragioni della decisione del regime, ma e’ noto che da anni Rasoulof e’ sotto il mirino, per il suo non allineamento alla volontà del regime. Nel 2010 Rasoulof era stato arrestato e condannato a sei anni di carcere per propaganda contro lo Stato. Alla fine la sentenza fu ridotta ad un anno. Nel 2013, quindi, Teheran decise di ritirare una prima volta il passaporto al regista, di ritorno da un viaggio estero.

Ricordiamo che altri registi si trovano oggi agli arresti in Iran. Il più famoso di loro e’ Jafar Panahi, condannato agli arresti domiciliari e all’interdizione dall’esercizio della sua professione. Nonostante i divieti, Panahi e’ riuscito comunque a far uscire dal Paese alcuni nuovi lavori, tra cui “Taxi”, premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.

 

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Il regista iraniano Keyvan Karimi, rinchiuso nelle carceri iraniane dal novembre del 2016, sta molto male. Nonostante le sue pessime condizioni di salute, il regime rifiuta di consentirgli l’uscita dal carcere di Evin, per essere trasferito in una struttura ospedaliera esterna (Iranhumanrights.com).

Come si ricorderà, il regista curdo iraniano Karimi venne condannato al carcere con l’accusa di “aver insultato il sacro”, dopo aver pubblicato un documentario dal titolo “Scrivere sulla città”, relativo ai murales sui muri della capital Teheran. In realtà, Karimi non ha in alcun modo offeso l’Islam sciita, ma solamente denunciato gli abusi del regime, soprattutto dopo le repressioni dell’Onda Verde nel 2009.

Inizialmente, il giudice Mohammad Moghisseh aveva condannato Karimi a sei anni di dentenzione e 223 frustrate (No Pasdaran). Fortunatamente, anche grazie alle pressioni interne e internazionali, in appello la condanna è stata ridotta ad un anno di carcere e al pagamento di 20 milioni di rial (700 dollari).

Una settimana la condanna di Karimi, ben oltre 130 registi e documentaristi iraniani, decisero di scrivere un appello pubblico, chiedendo alla magistratura iraniana di cancellare la condanna contro il regista curdo (comunicato in farsi). La stessa cosa, a livello internazionale, fecero numerosi registi dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia. Per l’Italia, la solidarietà al Keyvan Karimi venne dall’associazione “100 autori” (km-studio.net).

Keyvan Karimi ha anche vinto importanti premi internazionali – anche in Italia – grazie ai suoi documentari di denuncia sulle condizioni sociali della Repubblica Islamica dell’Iran.

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Condannato a 6 anni di carcere e 223 frustate!!! Questa la pena medievale inflitta al regista curdo-iraniano Keyvan Karimi. La sua colpa? Ufficialmente, “aver insultato il sacro”, aver “fatto propaganda contro il regime” e “relazione illecita” (per aver stretto la mano di una donna a cui non era sentimentalmente legato). Ovviamente, come sempre, dietro l’arresto di Karimi c’e’ una ragione politica: Keyvan Karimi e’, come suddetto, di etnia curda ed e’ anche un regista socialmente impegnato (Journalist is not a Crime). Il suo CV (link), mostra il lavoro di un cineasta – conosciuto anche a livello internazionale – da sempre in prima fila nel denunciare i problemi sociali all’interno del regime iraniano.

Nei suoi racconti Karimi descrive le problematiche reali all’interno dell’Iran. Nel film “Broken Borders“, Karimi racconta la pratica del contrabbando vista dalla parte di chi e’ costretto a farlo per poter sopravvivere; in “Children in Depth“, il regista iraniano racconta come funziona la giustizia minorile nella Repubblica Islamica; in “The Adventure of the Married Couple“, infine, Karimi riadatta una storia di Italo Calvino alla vita quotidiana di una giovane coppia iraniana. Come suddetto, grazie ai suoi lavori, Keyvan Karimi ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali: tra le altre cose, nel 2012 ha anche ottenuto una menzione speciale in Italia, da parte del Festival Internazionale del Cortometraggio di Tolfa!

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L’ultimo lavoro che Keyvan Karimi stava preparando, quello che ha concretamente causato il suo arresto, era un documentario intitolato “Writing over the City“, dedicato ai graffiti in Iran, al loro significato politico e sociale. Tra le altre cose, secondo quanto denuncia l’avvocato Amir Raeesian, il film aveva ottenuto tutti i permessi richiesti dalle autorità iraniane ed era stato prodotto addirittura dall’università di Teheran. Si pensi solamente che, per realizzare il documentario, Karimi si era addirittura recato nella biblioteca del Parlamento iraniano! Incredibilmente, tra le accuse mosse a Karimi, e’ uscita anche quella di aver “prodotto un video musicale per un cantante iraniano in esilio”…

Per la cronaca, l’avvocato Raeesian ha denunciato che il giudice competente del caso, Mohammad Moghiseh, aveva da mesi emesso la sentenza, anche senza il regolare completamento del processo. Per la cronaca, il giudice Mohammad Moghiseh e’ inserito dalla UE nella lista delle persone sanzionate per il suo ruolo nell’abuso dei diritti umani in Iran (Justice for Iran).

Ancora una volta il regime iraniano – sotto il ‘moderato Hassan Rouhani – abusa vergognosamente dei diritti umani colpendo la creatività e l’arte. Il chiaro scopo e’ quello di impedire ancora ogni forma di libera espressione e di critica politica e sociale. Il tutto, come sbagliarsi, con il pieno silenzio delle diplomazie Occidentali…

I documentari di Keyvan Karimi

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Mohammad Nourizad, il famoso regista iraniano, è stato nuovamente perseguitato dal regime iraniano. Convocato presso il Ministero dell’Intelligence a Teheran, Mohammad Nourizad è stato pestato a sangue dagli agenti di Khamenei. Anche questa volta però, coraggiosamente, Mohammad Nourizad ha deciso di non rimanere in silenzio e ha diffuso in rete l’immagine della sua faccia ferita immediatamente dopo l’interrogatorio. La foto è stata resa pubblica per dei social network, usati finamente per dare la vera immagine del brutale regime iraniano e non come megafono per la charm diplomacy di Rohani e Khamenei.

Mohammad Nouriza, è noto, è un regista iraniano che – dopo le proteste del 2009 – ha deciso di prendere una posizione dura contro le repressioni messe in atto contro l’Onda Verde. In una coraggiosa lettera indirizza ad Ali Khamenei, l’ex giornalista del giornale conservatore Kahyan, ha chiesto alla Guida Suprema di chiedere scusa al popolo iraniano per la brutale soppressione del movimento di protesta scaturito dopo la rielezione truffa di Mahmoud Ahmadinejad. Per tutta risposta, come sempre, il regime lo ha arrestato e ed incarcerato ad Evin. Quando, nel 2010, Nourizad ha dichiarato uno sciopero della fame per le violenze ricevute in carcere, il regime ha risposto ancora con disumanità, arrestato parte della sua famiglia come ritorsione.

Non basta: dalla lettara del 2009, la lotta per un Iran diverso di Mohammad Nourizad è andata avanti con azioni in aperta sfida al sistema razzista che governa oggi l’Iran. In aperta critica contro le discriminazioni dei delle minoranze, Nourizad ha baciato i piedi di un bambino di fede Baha’i di nomer Artin, il cui padre si trovava in arresto nella prigione di  Raja’i-Shahr. La fotografia con il bacio, che vi riportiamo sotto, è stata pubblicata quindi in Rete, provocando la rabbia del regime. Il padre del bambino, al contrario, dal carcere ha scritto una lettera di ringraziamento a Mohammad Nourizad, augurandosi però che presto in Iran nessuno dovrà inginocchiarsi a baciare i piedi di un altro essere umano.

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Nella denuncia fatta attraverso Facebook, Nourizad ha detto di essere stato prelevato dagli agenti del MOIS – il Ministero dell’Intelligence iraniano – domenica scorsa e di essere stato brutalmente picchiato da un agente di nome Sar Be Din. Questo criminale, ha riempito di calci la faccia di Mohammad Nourizad e gli ha poggiato il ginocchio vicino agli occhi, rischiano di rompergli in faccia gli occhiali. Nonostante le botte e le minacce, alla provocativa domanda dell’agente iraniano “Volevi arrivare a questo?”, la risposta di Mohammad Nourizad è stata una sola: “Io sarò qui anche domani…”

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In una lettera tradotta dal sito Tavaana, il pluripremiato registra iraniano Jafar Panahi ha invitato Rohani a non instaurare nella Repubblica Islamica un nuovo sistema di censura, peggiore di quello vigente durante l’epoca di Ahmadinejad. Panahi, vogliamo ricordarlo, è stato premiato al Festival di Cannes, al Festival di Venezia e al Festival di Berlino per i suoi bellissimi film ed ha ricevuto il prestigioso Premio Sakharov dal Parlamento Europeo, per la libertà di pensiero da sempre espressa. Putroppo, si tratta di una libertà che è costata cara a Jafar Panahi: il regime prima lo ha arrestato due volte per il suo sostegno all’Onda Verde e, successivamente, lo ha condannato a sei anni di carcere nel 2010, con l’accusa di aver fatto “propaganda contro lo stato”. Come se non bastasse, dopo aver servito la sua pena (che potrebbe iniziare in qualsiasi momento), Panahi è stato anche condannato a non poter esercitare la professione di regista per i prossimi 20 anni.

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La lettera che Panahi ha indirizzato ad Hassan Rohani, è stata direttamente ispirata dal discorso populista fatto dal Presidente davanti agli artisti iraniani in occasione dell’apertura del Fajr Film Festival. In quel giorno, assicurandosi di veder poi pubblicato tutto su Twitter, Hassan Rohani ha parlato di libertà di espressione per gli artisti, di necessaria indipendenza nel loro lavoro e di voler rivedere il popolo iraniano tornare al cinema con felicità. Purtroppo, sottolinea Panahi nella sua coraggiosa missiva, le parole del Presidente non rappresentano niente altro che mera propaganda. Rohani, scrive Panahi, è infatti ben consapevole che il 95% dei film prodotti in Iran sono basati su copioni asserviti alla volontà del regime. Del 5% rimanente, ovvero di quei registi che producono film davvero rappresentanti la realtà della Repubblica Islamica, solamente un piccolo 10% riceve il permesso di girare il film e di proiettarlo nelle sale. Nello stesso festival Fajr, ove Rohani ha parlato in pompa magna, il direttore non ha permesso la trasmissione di film considerati critici verso l’establisment al potere.

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Nel settembre del 2013, il regime si è vantato di aver riaperto la Casa del Cinema. Pochi sanno, però, che questa struttura è stata riaperta cambiando completamente la dirigenza e mettendone a capo “artisti” considerati fedeli alla velayath-e faqy. Per questo, Panahi ricorda ad Hassan Rohani che anche nella stessa Casa del Cinema (in farsi Khaneh-ye Cinema), un regista considerato pericoloso dal regime, ha bisogno del permesso del Ministero dell’Intelligence-MOIS, anche solo per mostrare la sua opera agli altri colleghi. Tra l’altro, appena un mese dopo la riapertura della Casa del Cinema, nell’ottobre del 2013, il regime ha condannato al carcere la bellissima attrice Pegah Ahangarani, considerata troppo vicina ai riformisti. Oltre alla condanna 18 anni di carcere, i Pasdaran le hanno imposto anche il divieto di viaggiare all’estero…

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Per tutti questi motivi, Jafar Panahi denuncia come false le parole di Hassan Rohani e rimarca come queste rischino di instaurare un regime di censura anche peggiore di quello stabilito dal negazionista Ahmadinejad. Il Precedente Presidente, infatti, andava avanti per pericolosi slogan che ben evidenziavano il suo lato oppressivo. Con Rohani il rischio è quello di credere ad un sistema capace di cambiare e di ritrovarsi, al contrario, sempre più controllati dal potere. Invece di cercare di indirizzare l’audience nella direzione che gli Ayatollah vogliono, Jafar Panahi ha invitato il Presidente iraniano a realizzare almeno un 1% delle promesse fatte durante le elezioni. Purtroppo siamo molto molto lontanti da questo, minimo, risultato…

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