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L’agenzia di stampa iraniana ISNA ha annunciato l’avvenuto arresto del giovane manifestante che, durante le proteste dello scorso 12 gennaio, si e’ arrampicato per colpire e staccare un manifesto celebrativo del Generale Qassem Soleimani.

Come il video diffuso in rete dimostra, il giovane manifestante ha espresso la sua rabbia verso l’immagine dell’ex comandante della Forza Qods, mentre la folla intorno non solo lo esaltava, ma gridava a gran voce “Marg Bar Diktator“, ovvero “Morte al Dittatore”. Un video fortissimo che dimostrava tutta le bugie della propaganda iraniana e che ha fatto il giro del mondo.

Ieri, quindi, il capo della Polizia di Teheran Hossein Rahimi, ha annunciato l’arresto di questo ragazzo che, sempre secondo le informazioni delle autorita’, risulta essere minorenne. Davanti alla polizia, sotto pressione e minacce, il ragazzo pare essere stato costretto a chiedere scusa e per ora rilasciato su cauzione in vista del processo.

Nel frattempo, mentre il regime continua ad arrestare coloro che hanno manifestato la loro rabbia in seguito alla notizia dell’abbattimento dell’aereo ucraino, il Governo iraniano continua a rifiutare di inviare le scatole nere a Kiev.

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Secondo le informazioni che giungono da Beirut, potrebbe essere l’ex Ministro dell’educazione Hassan Diab potrebbe essere nominato come nuovo premier libanese. Dopo il ritiro della candidatura dell’ex Premier Hariri, a quanto pare Diab potrebbe prevalese, grazie al sostegno di Hezbollah, di Amal, del Free Patriotic Movement (FPM) e dello stesso Presidente libanese Michel Aoun – fondatore del FPM – oggi alleato del Partito di Dio.

Con questo appoggio, una volta ottenuta l’investitura da parte del Presidente Aoun, Diab dovrebbe essere confermato da almeno 70 dei 128 parlamentari libanesi.  Purtroppo per il Libano, quella di Diab – se confermata – non sara’ una candidatura capace di risolvere le problematiche del Paese, quelle che hanno portato alle proteste popolari di queste settimane e alle dimissioni di Saad Hariri.

La candidatura di Diab, oltre alla retorica di circostanza, si caratterizza infatti per essere meramente di parte, non sostenuta per nulla dalle opposizioni unite nella coalizione , se non per il fatto che anche Diab e’ sunnita, unicamente perché secondo l’accordo gli accordi di Ta’if del 1989, il Presidente in Libano deve essere cristiano, il Premier sunnita e lo speaker del parlamento sciita.

Peccato che, oltre a questa assurda divisione fissa delle tre cariche principali in base alla fede, quegli stessi accordi di Ta’if prevedevano anche il disarmo totale delle milizie armate presenti in Libano. Una richiesta reiterata anche dalle Nazioni Unite con le Risoluzioni 1559 e 1701, ove non solo viene richiesto nuovamente lo smantellamento delle milizie armate, ma anche la necessita’ che il governo centrale libanese riesca ad avere un controllo totale del territorio nazionale, l’eliminazione di tutte le forze straniere dal Libano e l’embargo internazionale sulla vendita delle armi e materiali al Libano, se non su autorizzazione del Governo.

Purtroppo, da anni, gli accordi di Ta’if e le Risoluzioni ONU sono rimaste lettera morta. A farle rimanere tali, per eccellenza, sono stati il regime iraniano e il suo proxy libanese Hezbollah, ovvero coloro che nel Paese dei Cedri hanno creato un vero e proprio Stato nello Stato, con un esercito parallelo a quello ufficiale libanese.

La nomina di Hasan Diab, sostenuta proprio da coloro che rispondono agli ordini diretti di Teheran, difficilmente risponderà alle richieste della piazza libanese, ovvero la necessita’ di debellare la corruzione, superare il settarismo e cancellare l’interferenza di Teheran negli affari interni di Beirut. Più facile che ottenga l’effetto contrario, ovvero quello di esacerbare le divisioni interne e di aumentare la distanza tra la piazza e il potere centrale. Per questo sarebbe opportuno che i Paesi esteri direttamente coinvolti nella stabilita’ libanese, come l’Italia con Unifil 2, si oppongano, pretendendo non solo la nomina di un personaggio meno divisivo, ma anche e soprattutto il rispetto delle Risoluzioni ONU.

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Come avrebbero detto Ale e Franz in un loro programma TV famoso “buona la prima”. Ieri il sostituto della Mogherini, il neo Mr. PESC Josep Borrell, ha rilasciato una durissima condanna del regime iraniano, per le repressioni delle manifestazioni popolari avvenute in questa settimana.

Nel comunicato, riportato anche dal sito della Farnesina, Borrell ha condannato gli omicidi e i numerosi feriti, ha parlato di uso sproporzionato della forza, ha denunciato il blocco totale di Internet nel Paese e ha chiesto a Teheran di permettere l’accesso alle carceri per visitare i detenuti arrestati in questi giorni e di condannare i responsabili delle violenze.

Le parole di Borrell, notoriamente non anti-iraniano (anzi), vanno accolte con soddisfazione e con la speranza che la posizione europea resti, nel merito, sempre la stessa. Una posizione molto dura, che speriamo segni un cambio di passo radicale rispetto alla pessima gestione precedente di Federica Mogherini, quasi sempre silente sugli abusi del regime iraniano e praticamente prona ai desideri di Zarif.

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In un messaggio rilasciato dalla sua prigionia e pubblicato dal sito Kalame, il leader del movimento di protesta Onda Verde Mir Hossein Mousavi, ha reso pubblico il suo sostegno alle proteste popolari in corso in Iran in questi giorni.

Mousavi ha affermato che la decisione del Governo di aumentare il costo della benzina e’ totalmente irragionevole e che, le repressioni delle manifestazioni di piazza, sono assolutamente inaccettabili.

Per questa ragione, Mousavi ha paragonato la Guida Suprema Ali Khamenei allo Shah quando, nel 1978, egli diede l’ordine di reprimere le manifestazioni in Piazza Jadeh a Teheran (in Iran e’ noto come il Venerdì Nero). Mousavi ha esteso le sue condoglianze a tutte le famiglie delle vittime della repressione del regime iraniano.

Una posizione simile a quella di Mousavi e’ stata presa dall’altro leader dell’Onda Verde, Mehdi Karroubi che, sempre dalla sua prigionia, ha dichiarato che i manifestanti non sono nemici al servizio degli Occidentali, ma disperati che protestano contro la corruzione, le diseguaglianze e le umiliazioni che gli infligge il regime. Karroubi ha aggiunto che le dichiarazioni sulla “guerra economica” dei leader dell’Iran, sono solo una scusa per non affrontare i veri problemi del Paese.

Ricordiamo, come suddetto, che Mir Hossein Mousavi, sua moglie Zahra Rahnavard e Mehdi Karroubi si trovano agli arresti domiciliari dal febbraio del 2011, per aver guidato il movimento di protesta Onda Verde, nato dopo la rielezione farsa di Mahmoud Ahmadinejad alla Presidenza dell’Iran.

 

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Protesters blocking a road on the second day of protests in Iran. November 16, 2019

Nello stesso momento in cui il regime iraniano e i Generali Pasdaran riempiono le agenzie di stampa iraniane (e non solo) con comunicati in cui annunciano di aver sconfitto un complotto esterno contro il loro Paese e nello stesso momento in cui il regime organizza manifestazioni a favore del Governo, nelle sale chiuse del Parlamento iraniano, la verità dei fatti e’ ormai chiara a tutti.

Qualche giorno fa, infatti, si e’ tenuta una riunione a porte chiuse della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano. La riunione, teoricamente, era a porte chiuse e hanno partecipato anche i responsabili dell’unita’ di intelligence dei Pasdaran e dello stesso MOIS, il Ministero dell’intelligence iraniano.

Durante la riunione, secondo quanto lasciato trapelare successivamente dal Portavoce della Commissione Hossein Naqavi Hosseini, i responsabili dell’intelligence iraniana hanno ammesso che, coloro che sono scesi in piazza contro il Governo dopo l’annuncio dell’aumento del costo della benzina, non erano dei “pericolosi complottisti”, ma dei poveri disoccupati, che da tempo vivono ai margini della società, provenienti da città spesso praticamente dove molti giovani sono ormai non solo senza lavoro, ma anche senza speranza.

Tra l’altro, sempre nella stessa riunione, e’ emerso come le stessi unita’ di intelligence avevano da tempo messo in guardia il Governo su possibili nuove manifestazioni popolari, per motivi economici. Cosi come, per quanto concerne il futuro, l’intelligence iraniana non esclude che nuove manifestazioni potrebbero scoppiare presto.

Ad oggi sono quasi 5000 le persone fermate durante le manifestazioni. Le vittime della repressione, invece, sembrano essere almeno 154 (questi sono quelli a cui si e’ riusciti a dare un nome). La vittima più giovane, Nikta Esfandani, aveva appena 14 anni…

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Hassan Rouhani, politicamente parlando, è un “dead man”. Premessa: in Iran il Presidente conta di suo poco e niente. Eletto direttamente dal popolo, detiene nelle sue mani un potere di carta, che è utile di facciata per diffondere nel mondo la novella che la Repubblica Islamica è un sistema democratico.

La realtà è ben diversa e nulla viene deciso in Iran se non ottiene il permesso della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, dell’Assemblea degli Esperti e dei Pasdaran. Tutte “istituzioni” che non vengono elette dal popolo (tranne l’Assemblea degli Esperti, la cui composizione però è rigidamente controllata dal Consiglio dei Guardiani).

Ergo, nel sistema iraniano il Presidente conta quando ha una sua moral suasion e ha una qualche benedizione da parte di chi veramente ha il potere nel Paese, in primis la Guida Suprema. Fatte queste premesse, possiamo assolutamente dire che oggi Rouhani – politicamente parlando – è un fantasma che cammina, la cui influenza nel sistema istituzionale è pari a zero, o quasi.

Rouhani, infatti, ha perso ogni sorta di appeal verso la Guida Suprema, cosi come ha perso ogni sorta di appeal verso la fascia elettorale che l’aveva sostenuto, sia nel 2013 che nel 2017. Questo perchè, ben prima delle nuove sanzioni americane, Rouhani non è stato capace di mantenere le sue promesse verso la popolazione civile, non riuscendo a combattere realmente la presenza delle Guardie Rivoluzionarie nell’economia nazionale e non migliorando realmente la situazione finanziaria del Paese, troppo intrappolata in una spirale di corruzione e mancanza di trasparenza. In questo contesto, quindi, l’arrivo di Trump e la morte de facto del JCPOA, hanno dato a Rouhani la “mazzata” definitiva.

Politicamente disperato, Rouhani sta ora provando a recuperare terreno, sposando acriticamente tutte le folli posizioni di Khamenei e dei Pasdaran. Solamente ieri, quindi, Rouhani ha elogiato il regime per aver evitato il golpe interno delle potenze imperialiste, reprimendo nel sangue le manifestazioni popolari contro il caro vita (oltre 140 morti…). Peggio, per salvare il JCPOA, piuttosto di sottolineare i vantaggi che (teoricamente) potrebbe apportare alla politica estera iraniana e all’economia nazionale, Rouhani ha evidenziato come, il mantenimento dell’accordo di Vienna per ancora un anno, garantirà all’Iran di poter eliminare l’embargo contro la compravendita delle armi, permettendo a Teheran di comprare e vendere armi liberamente. Affermazioni che, indubbiamente, non possono essere inserite nel quadro del “moderatismo”.

Purtroppo per Rouhani, nonostante i tentativi disperati, probabilmente è troppo tardi. Il solo che può salvarlo, infatti, sta alla Casa Bianca e si chiama Donald Trump. Solo un incontro con Trump e un affievolimento delle sanzioni americane, potrebbero infatti dare a Rouhani un gancio per riprendere fiato. Il problema per Rouhani, però, è quello suddetto, ovvero che lui non conta nulla e che l’unico che potrebbe benedire questo incontro – ovvero Khamenei – non ha alcuna intenzione permettere questo nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran.

La sola che continua a restare zitta sui crimini iraniani, sperando di favorire Rouhani, è Federica Mogherini. Ovvero, colei che di Iran non ha mai capito nulla – cosi come il think tank IAI, diretto dalla numero 2 della Mogherini, Nathalie Tocci – e che ha contribuito a diffondere una narrativa sul regime iraniano non solo falsa, ma totalmente inventata. Proprio per questo, nel contesto della crisi iraniana, la UE contava poco o nulla, cosi come oggi conta praticamente niente…

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Dure condanne internazionali stanno arrivando contro l’Iran, per le repressioni delle manifestazioni popolari in corso nel Paese, dopo l’annuncio del Governo di innalzare il costo della benzina.

Secondo Amnesty International, le repressioni hanno causato almeno 100 morti. Un numero impressionante, in un tempo strettismo, che ha portato anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Michelle Bachelet a diramare un pubblico cominciato di condanna verso il regime iraniano.

Purtroppo, ancora una volta, Teheran sembra volersene fregare di quanto il mondo intorno pensa delle sue azioni criminali. Solamente ieri, il quotidiano Kahyan, vicinissmo alla Guida Suprema, ha praticamente scritto che i leader della protesta arrestati potrebbero essere condannati a morte. Stamattina, quindi, Khamenei ha ribadito che quanto accaduto in Iran è unicamente il frutto dell’ingerenza delle potenze straniere e che, ancora una volta, la Repubblica Islamica ha “respinto il nemico” (un nemico che esiste ormai solo nella testa dei clerici e dei pasdaran al potere…).

Nonostante le minacce e le repressioni, proprio i clerici sembrano diventati gli obiettivi principali della rabbia popolare. Ieri è stato sventato un attacco contro l’Ayatollah Nasiry Yazdi, rappresentante di Khamenei nella città di Yazd e un seminario religioso è stato attaccato nella città di Isfahan.

Tutto questo però, mi raccomando, non ditelo al Sottosegretario agli Esteri (sic) grillino Manlio di Stefano, troppo impegnato a stringere le mani dell’Ambasciatore iraniano in Italia, Hamid Bayat. Lo stesso che ieri, in una comica conferenza stampa – in cui probabilmente c’era solamente Alberto Negri o chi per lui…- giustificava le repressioni delle manifestazioni popolari in corso nel suo Paese…