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Centinaia di iraniani hanno inviaso le strade in una decina di citta’ iraniane, tra cui Teheran, Isfahan, Mashhad, Shiraz, Ahvaz e Karaj. Le nuove proteste, come le precedenti, sono scoppiate per manifestare contro la situazione economica della Repubblica Islamica e la corruzione imperante ai massimi livelle delle gerarchie del Paese.

Nonostante lo schieramento delle forze di sicurezza del regime e a dispetto delle parole del Portavoce della Magistratura – che ormai minaccia la pena di morte per i manifestanti quotidianamente – i dimonstranti sono scesi in piazza gridando slogan contro il carovita, contro la disocupazione, ma anche contro i rappresentanti del regime (in primis la Guida Suprema Khamenei). A Teheran, la capitale, la folla ha gridato ancora “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”.

I Pasdaran e la polizia iraniana hanno provato a disperdere le folle lanciando gas lacrimogeni e attaccando i manifestanti inermi. Tentantivi che, davanti alla disperazione degli iraniani in piazza, non sono serviti a nulla.

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Da giorni non si hanno piu’ notizie di Maryam Faraji, 33 anni, una studentessa nota per le sue coraggiose posizioni contro il regime. Maryam aveva preso parte alle proteste popolari organizzate in diverse citta’ iraniane tra la fine di dicembre 2017 e gennaio 2018.

Secondo il legale di Maryam, l’avvocato Mohamad Aghasi, la ragazza potrebbe essere stata rapita e uccisa dopo aver lasciato la sua casa di Teheran qualche giorno fa. L’avvocato Aghasi ha denunciato la sparizione di Maryam anche sul suo account twitter e immediatamente sono arrivate le accuse di numerosi attivisi alle forze di sicurezza del regime.

Maryam Faraji e’ una studentessa di Management e lavora nel campo finanziario per una compagnia privata. E’ stata arrestata nel gennaio del 2018 – come suddetto – per aver preso parte alle proteste anti-regime nella capitale. Condannata a tre anni di carcere e al divieto di lasciare il Paese, e’ stata successivamente rilasciata su cauzione.

Ricordiamo che durante le proteste popolari di fine 2017, almeno 3,700 persone sono state arrestate e almeno 22 sono stati i decessi.

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Ieri e’ stato il terzo giorno di manifestazioni popolari in Iran contro il caro vita. Manifestazioni che, questa volta, sono partite dalla capitale Teheran e hanno visto protagonista la classe dei Bazari – i noti mercanti tradizionali iraniani – la cui adesione alle proteste del 1978 – 1979, provoco’ la caduta dello Shah e la vittoria della rivoluzione khomeinista.

Le manifestazioni contro il caro vita, si sono immediatamente trasformate in manifestazioni anti regime. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della capitale gridando slogan contro Khamenei, denunciando che il vero nemico del popolo iraniano non sono gli Stati Uniti, ma il regime e chiedendo la fine immedita di tutti i soldi che la Repubblica Islamica spende per finanziare il terrorismo in Siria, Libano, Yemen e Territori Palestinesi.

Ovviamente, neanche a dirlo, il Procuratore di Teheran ha accusato i manifestanti di essere al soldo di padroni stranieri. Nel corso delle manifestazioni – che da Teheran si sono estese praticamente in tutto il Paese, coinvolgendo nuovamente anche gli studenti universitari – sono state arrestati dozzine di dimostranti.

Per loro, purtroppo, sono attese punizioni molto dure. Il capo della Magistratura iraniana, Sadeq Amoli Larijani, ha addirittura affermato che “il disturbo delle attivita’ economiche potra’ comportare pene che vanno dai 20 anni di carcere alla la pena di morte” (video in basso).

Nel frattempo e’ guerra tra le fazioni iraniane. Gli integralisti, soprattutto in Parlamento, iniziano a raccogliere le firme per sfiduciare il Presidente Rouhani. Da parte sua, la fazione di Rouhani accusa i radicali di soffiare sul fuoco delle proteste, allo scopo di colpire il Governo.

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Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ieri nella capitale Teheran. Le ragioni della protesta sono le stesse che provocarono le proteste anti-regime avvenute tra il Dicembre 2017 e i primi mesi dell’anno successivo: la drammatica situazione finanziaria nel Paese.

Con l’arrivo di Trump al potere negli Stati Uniti, per il regime iraniano e’ finita la cuccagna: quella che aveva permesso all’Iran di firmare l’accordo nucleare, godere dei vantaggi della sospensione delle sanzioni internazionali, ma non dare nulla di concreto in cambio. In particolare, Teheran aveva approfittato dell’accordo nucleare per espandere il programma missilistico e aumentare, in maniera incontrollata, il suo potere fuori dalla Repubblica Islamica, in particolare in Siria, Iraq, Yemen, Libano e Striscia di Gaza.

Trump, apriti cielo, ha messo fine a questa cuccagna, abbandonando il JCPOA dopo la non disponibilita’ di Teheran a rivedere i parametri dell’accordo firmato da Obama. Con il ritiro di Washington dall’accordo e l’annuncio del prossimo ripristino delle sanzioni secondarie, e’ iniziata la caduta verso il baratro per l’establishment clericale iraniano. Una caduta, si badi bene, in corso da anni, da ben prima dell’arrivo dell’attuale Presidente americano.

Come dimenticare infatti che, negli anni in cui Obama ha promosso la fine di importanti sanzioni all’Iran – e chiuso persino gli occhi davanti al narcotraffico di Hezbollah – nessun istituto finanziario Occidentale si e’ reso disponibile ad assicurare i numerosi accordi commerciali che le varie delegazioni firmavano visitando l’Iran? Come dimenticare che, per sopperire a questo rifiuto delle banche Occidentali i Governi, tra cui quello italiano, hanno dovuto approvare garanzie pubbliche per provare a far partire il business con Teheran? E come dimenticare che, neanche in questo modo, i Governi Occidentali hanno trovato banche compiacenti a fare da controparte agli istituti di credito finanziario?

Il perche’ e’ semplice: l’Iran e’ una grande opportunita’ economica, ma non questo Iran. Questo Iran e’ corrotto, non garantisce alcuna trasparenza negli affari, non rispetta i minimi parametri dello Stato di Diritto, arresta persone senza reali motivazioni e soprattutto usa buona parte del denaro che riceve per finanziare il terrorismo internazionale, le fondazioni religiose e le compagnie dei Pasdaran, incapaci di fare realmente business.

Le proteste di ieri sono figlie dirette di tutto questo. A provocare la scintilla finale e’ stato il drastico calo del valore del Rial al mercato nero iraniano. Ormai per un dollaro, e’ necessario addirittura pagare 90,000 Rial! Purtroppo per il regime – e per fortuna per il mondo civile – ad unirsi alla protesta sono stati anche i potenti Bazari della capitale. Grazie al loro sostegno a Khomeini nel 1978-1979. fu possibile abbattere il regime autoritario dello Shah.

Neanche a dirlo, il Procuratore Generale di Teheran ha accusato “agenti esterni” di aver provocato le proteste popolari. Neanche a dirlo, le sue parole intendevano minacciare i manifestanti di arresti di massa. La fame, si sa, conta pero’ piu’ della paura delle manette. Ecco la ragione per cui, senza cambiamenti drastici da parte del regime, le proteste non si fermeranno. Potranno essere represse, ma prima o poi riprenderanno sempre fiato.

Il perche’ e’ negli slogan della folla arrabbiata ieri nelle strade di Teheran: “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, “Marg Bar Falestine” (Morte alla Palestina), “Marg Bar Diktator” (Morte al Dittaore), “Non abbiamo bisogno di Khamenei”. Il popolo ne ha piene le scatole di un regime che passa il suo tempo a finanziare il peggior terrorismo internazionale, nel nome dell’Islam. Il popolo iraniano vuole un Paese che rispetti l’Islam, ma che si confronti con la grandezza della cultura persiana. Una cultura fatta di accoglienza e rispetto, da anni ormai violentata da un regime che pretende di usarne l’eredita’ cancellandone i valori.

Marg Bar Diktator!

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Come ogni anno, l’ultimo venerdi del Ramadan, il regime iraniano ha celebrato il “Quds Day”, ufficialmente la giornata per Gerusalemme, ma in realta’ il giorno in cui il regime esprime il suo viscerale odio verso Israele, gli Stati Uniti e praticamente tutto l’Occidente. Anche quest’anno, oltre ai soliti slogan “Morte ad Israele, Morte all’America”, sono state bruciate nelle strade numerose bandiere di Paesi considerati nemici e impiccati fantocci di leader come Trump e Netanyahu.

Quest’anno, pero’, e’ successo anche qualcosa di diverso, sintomo chiaro che la pazienza verso il regime da parte della popolazione sta raggiungendo il limite. Ad Isfahan, nota citta’ iraniana, invece di gridare slogan contro i “nemici della Repubblica Islamica”, i manifestanti anno gridato slogan anti regime. In particolare, si e’ sentito forte il canto “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran“.

A questo eclatante gesto di protesta avvenuto ad Isfahan, vanno aggiunti quelli meno eclatanti avvenuti in altre citta’. Nella stessa Teheran, ad esempio, la nota Azadi Street, simbolo della capitale, era praticamente vuota e chi sfilava lo faceva in silenzio.

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La scorsa settiamana e’ venuto a mancare in Iran  Nasser Malek Motiee, famosissimo attore dell’epoca dello Shah. Motiee aveva 88 anni. Con la Rivoluzione Khomeinista del 1979, numerose celebrita’ famose durante il regime precedente, furono bandite, tra loro anche Motiee, a cui fu persino negato di dirigere dei film.

La censura del regime contro Nasser Malek Motiee e’ durata oltre quarant’anni ed e’ stata revocata solamente quando l’attore si e’ ammalato, poco tempo prima della sua morte.

I funerali di Motiee a Teheran, si sono trasformati quindi non solo in un momento di dimostrazione di affetto popolare verso un grande artista, ma anche in una esplosione di rabbia contro il regime. Migliaia di persone si sono riunite per gridare slogan contro la TV di Stato, contro il Governo e persino contro la Guida Suprema. Come il video sotto dimostra, e’ risuonato forte a Teheran lo slogan “Marg Bar Diktator” – Morte al Dittatore – riferito in questo caso a Khamenei.

La folla di manifestanti, neanche a dirlo, e’ stata circondata e spesso aggredita dalla polizia. Il potente giudice Gholamhossein Mohseni Ejei ha addirittura fatto pubblicare un avviso sul sito della Magistratura iraniana, invitando i partecipanti al funerale a “non cadere nella guerra psicologica messa in atto dai nemici, specialmente dai sionisti e dagli americani”.

Nonostante le minacce, la folla non ha indietreggiato e durante il funerale sono stati pronunciati discorsi molto duri contro il regime. Il figlio di Nasser Malek Motiee ha condannato le televisioni che hanno annunciato la morte del padre. Le stesse che per anni non lo hanno mai menzionato. Parviz Parastui, noto attore iraniano, ha criticato la TV di Stato IRIB e ribadito che Malek Motiee non aveva commesso alcun crimine per subire le ingiustizie che patite.

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Il regime iraniano ha arrestato sei manifestanti durante la Festa dei Lavoratori il primo maggio. I sei fermati, hanno coraggiosamente sfidato il divieto di protestare e si sono riuniti davanti al Parlamento iraniano a Teheran, chiedendo il miglioramento delle condizioni dei lavotori nella Repubblica Islamica.

Come i video che giungono dall’Iran dimostrano, centinaia di persone hanno sfidato il divieto e hanno protestato il Primo Maggio contro il drammatico stato economico del Paese. Un Paese che spende miliardi per finanziare il terrorismo internazionale, togliendo risorse fondamentali per la creazione di posti di lavoro in Iran e il sostegno al welfare della popolazione.

Ricordiamo che dopo la rivoluzione del 1979, il regime iraniano (in piena pratica fascista) ha bandito ogni sindacato autonomo. Nonostante il bando, l’attivismo della popolazione civile ha portato alla creazione di numerose organizzazioni autonome di rappresentanza dei lavoratori, che chiaramente sono state immediatamente represse dalle forze di sicurezza (con arresto conseguente dei sindacalisti).