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Ora persino coloro che hanno investito in Iran, sono costretti ad ammettere pubblicamente che si e’ trattato di un imbroglio e che i soldi sono andati persi. E’ il caso di molti imprenditori del Kuwait.

Secondo quanto riportato dal quotidiano del Kuwait al-Qabas,  gli imprenditori kuwaitiani che hanno deciso di investire nella Repubblica Islamica, hanno perso milioni di dollari! Le ragioni del fallimento sono semplici: come dichiarato da un esperto di riciclaggio di denaro al giornale arabo, le transazioni che avvengono con le banche iraniane – e con i loro intermediari – sono spesso non riconosciute ufficialmente e avvengono per “canali informali e metodi illegali”.

In questi anni, molti imprenditori dal Kuwait hanno investito in gruppi finanziari iraniani, senza avere dati certi sui loro partners e soprattutto senza essere coscienti che si trattava di realtà legate a quattro mani ai Pasdaran. Risultato: molti di questi gruppi finanziari sono falliti, perdendo i soldi sia dei piccoli risparmiatori iraniani, che di diversi investitori stranieri.

Ricordiamo che il collasso di alcuni istituti finanziari, e’ stato alla base delle recenti proteste popolari in Iran. Proteste che, a dispetto delle repressioni, stanno ancora continuando nel Paese.

 

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vice head iran judiciary

L’Hojatoleslam Hamid Shahriari, parlando all’agenzia di stampa ISNA, e’ stato chiaro: “l’Iran ha individuato tutti i capi della ‘sedizione’ (cosi il regime definisce le recenti proteste), che dovranno aspettarsi di ricevere la massima punizione”.

In Iran, come noto, vige la pena di morte che e’ la massima punizione che i giudici iraniani possono emettere. In altre parole, quindi, Shahriari ha affermato che molti di coloro che sono scesi in piazza contro il regime, saranno condannati alla pena capitale.

Neanche a dirlo, Shahriari ha ribadito che quanto accaduto nelle ultime due settimane in Iran e’ meramente frutto della propaganda – rea di aver corrotto i giovani – e ha annunciato che ci sara’ un incontro ad hoc per quanto concerne i social network, al fine di garantire che “vengano usati nel modo corretto”. Praticamente l’annuncio di una nuova forte censura di programmi come Telegram e Twitter.

Nel frattempo, dall’Iran arriva la notizia della morte in carcere di un secondo manifestante arrestato durante le proteste. Dopo il decesso dello studente Sina Qanbari nel carcere di Evin, adesso viene annunciata la morte di  Vahid Heidari, venditore di Arak, fermato durante le proteste il 31 dicembre scorso. Per il regime, sia Qanbari che Heidari si sarebbero suicidati.

arak vendor

nathalie tocci tweet

La Direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), Nathalie Tocci, non smette mai di stupire. Qualche mese addietro, intervistata dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim News, vicina ai Pasdaran, la Tocci si disse contraria all’idea di inserire le Guardi Rivoluzionarie nella lista delle organizzazioni terroristiche. Questo, nonostante il fatto che sia cosa stranota che, proprio i Pasdaran, finanziano e addestrano decine di gruppi armati, molti dei quali inseriti nelle blacklist non solo degli Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea.

In queste ore, quindi, la Tocci ha pubblicato un tweet di ritorno da un viaggio in Iran – forse lo stesso per cui e’ andato Massimo D’Alema… – in cui ha testualmente scritto “Just returned from trip to Iran. Disturbing mismatch btw internat media coverage & situation on ground over past weeks on “. In poche parole, secondo la Tocci, le proteste in Iran sono state esagerate, perche’ la realta’ sul terreno e’ ben diversa.

Ora, non sappiamo che realtà sul terreno abbia visto Nathalie Tocci, ma abbiamo alcuni numeri: proteste in oltre 100 città iraniane, milizie sciite richiamate dall’estero per essere schierate nelle piazze, oltre 20 morti (ma c’e’ anche chi parla di 50 manifestanti uccisi) e – secondo le parole di un parlamentare riformista – oltre 3700 arresti. Di questi, purtroppo, già due sono deceduti nelle carceri iraniane.

Secondo la Tocci, come spiegato in un altro tweet, se queste proteste fossero avvenute altrove, non avrebbero ricevuto la stessa attenzione mediatica. E’ abbastanza evidente che, per l'”esperta” dello IAI, per meritare l’attenzione internazionale, il popolo iraniano debba soffrire ancora di piu’ e magari essere represso in maniera ancora più brutale.

Che dire? Una parola sola: Vergogna!!!

Nathalie-Tocci

 

foto

Il Ministro Calenda, con il Ministro dell’Industria iraniano Mohammad Rezá Nematzadé 

Nella Legge di Bilancio 2018, come ormai stranoto, il Ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha fatto un bel favore agli industriali italiani, Confindustria in testa: una norma che trasforma Invitalia in una Sace del Tesoro, totalmente sostenuta da fondi pubblici, capace di garantire – in prima istanza – gli investimenti in Paesi ad alto rischio. Assicurazione che viene garantita non solo agli imprenditori italiani, ma anche alle controparti straniere. Una norma ad hoc per far partire gli investimenti in Iran, superando le opinioni contrarie di Cassa Depositi e Prestiti.

Nonostante questo regalino di fine anno del Governo, a neanche due settimane dallo scoppio delle proteste in Iran, Confindustria si smarca dall’Iran. Come riportato da un paginone de Il Messaggero – Gruppo Caltagirone – che sul tema ci fa anche il titolo di prima e successivamente riportato in inglese dall’AdnKronos, la Vice Presidente del Dipartimento internazionalizzazione di Confindustria, Licia Mattioli, ha dichiarato che le proteste in Iran certamente non faciliteranno gli investimenti italiani in quel Paese.

Appena un giorno prima, davvero interessante, sempre il Messaggero aveva dedicato un primo articolo sul tema, sottolineando che le proteste in Iran preoccupano l’intelligence italiana. Un “rumor” soffiato da qualcuno alla giornalista del quotidiano romano…

Concludiamo ribadendo che sono mesi che sottolineamo la follia di correre ad investire in Iran. Al di la’ delle posizioni politiche di chi scrive, chiaramente anti regime, queste proteste nella Repubblica Islamica, dimostrano per l’ennesima volta come il problema sia sistemico, ovvero una realtà in cui – dietro le istituzioni ufficiali – esistono quelle para statali, molto più potenti del Governo stesso.

Istituzioni come le fondazioni religiose (Bonyad) e il network finanziario dei Pasdaran, che non rispettano lo Stato di Diritto, che non rispettano la concorrenza leale (sono spesso esentate da tasse), che sono note nel mondo per la loro corruttibilità e per il ricilaggio di danaro che fanno, spesso anche a fini di finanziamento del terrorismo internazionale.

E’ davvero questo il Paese in cui gli imprenditori italiani possono investire in sicurezza? E’ davvero questo il Paese che merita di ricevere da Invitalia delle “assicurazioni di prima istanza”, anche ai clienti iraniani? E come si verificherà – formalmente – che questi famigerati clienti non sono solo front companies dei Pasdaran iraniani?

Rivoluzione o ennesima protesta, il consiglio resta sempre uno solo: da un Paese cosi, in preda costante ad una guerra in stile mafioso tra fazioni, scappate!

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E’ una rivoluzione? E’ solo una rivolta? I sauditi infiltrano le proteste? E’ opera del network clientelare e criminale di Ahmadinejad? E’ un complotto contro Rouhani?

Queste sono alcune delle domande che, in queste ore, gli esperti e  gli “esperti” di Iran e Medioriente, si fanno, in seguito all’inizio delle proteste nella Repubblica Islamica. Non abbiamo una risposta per tutto e ne riteniamo che, ad oggi, sia possibile avere una risposta definitiva.

Le ragioni della protesta: 

Ci sono pero’ alcuni dati di fatto che, per comprendere quanto sta accadendo, devono essere sottolineati. Li elenchiamo brevemente:

  • Scandali economici, soprattutto legati a gruppi finanziari legati spesso al network dei Pasdaran. Gruppi che hanno attirato i fondi dei cittadini, promettendo interessi esorbitanti e perdendo alla fine tutti questi risparmi;
  • Aumento del prezzo di alcuni beni alimentari di prima necessita’, quali uova e pane;
  • Miliardi di Rial spesi per finanziare le peggiori milizie terroriste sciite in Medioriente, in Paesi come il Libano, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Anche in questo caso, durante le proteste, tra i primi slogan c’e’ stato “No Gaza, No Beirut, la mia vita solo per l’Iran”. Soldi deviati alla popolazione, ovviamente;
  • Conflitto – mafioso – tra gruppi politici all’interno del Paese, soprattutto quello tra i sostenitori di Ahmadinejad e la potente famiglia Larijani, che controlla anche la Magistratura. In queste settimane, in particolare, Ahmadinejad ha accusato la figlia di Sadiq Larijani, capo della Magistratura, di essere una spia degli inglesi, mentre i Larijani hanno minacciato Ahmadinejad di aprire una indagine sugli scandali finanziari relativi alla sua Presidenza;
  • Delusione nei confronti di Rouhani, incapace di mantenere le promesse fatte sui diritti civili durante la campagna elettorale e ormai virato verso una linea più conservatrice, aumentando anche il budget dei Pasdaran nella legge di bilancio, con lo scopo di “comprare” il loro sostegno (in pieno stile clientelare del regime mafioso iraniano);
  • Delusione nei confronti di Rouhani, per quanto concerne la ripresa economica del Paese. I miglioramenti in alcuni numeri, non si sono tradotti in vantaggio verso le frange più povere del Paese, rimaste ai margini. Questo, nonostante i miliardi arrivati a Teheran da tutto il mondo, dopo la fine di molte delle sanzioni internazionali. La scusa della persistenza delle secondary sanctions americane regge, poco, dato che a Teheran non sono interessati solo gli europei, ma anche i cinesi e i russi, ben poco preoccupati dei rischi delle reazioni della Casa Bianca.

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(Forse) Un po’ più 1999 che 2009…

Queste sono solo alcune, forse le maggiori, ragioni della nuova protesta in Iran. Detto questo, quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica non può essere ad oggi comparato al 2009, ovvero alle proteste dell’Onda Verde. In quel caso esisteva una ragione preponderante – i brogli nella rielezione di Ahmadinejad – e una leadership della protesta – Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – ad oggi costretti agli arresti domiciliari.

Forse, con mille cautele, quanto sta accadendo e’ un pochino più comparabile alla protesta del 1999, quella degli studenti di Teheran, repressa nel sangue con la benedizione anche dello stesso Rouhani. Allora alla Presidenza c’era Khatami, un “riformista” che deludeva per la sua incapacita’ di tradurre le belle parole in fatti. All’epoca i Pasdaran inviarono una lettera a Khatami, minacciando che – davanti ad una sua inazione – avrebbero represso nel sangue la protesta. Cosi accadde e, di li a poco, Ahmadienjad arrivo’ al potere, sostenuto anche da Khamenei (che oggi lo odia).

Le proteste di questi giorni, pero’, per il regime sono peggio del 1999 e del 2009: dal 1979 ad oggi, davanti al malcontento della popolazione, l’establishment iraniano ha reagito come un camaleonte, cambiando colore a seconda di dove andava il vento. Il fallimento di Khatami, Ahmadinejad e Rouhani, pero’, dimostra che il problema e’ il sistema. Un sistema che, al fianco di organi istituzionali ufficiali, ha quelli paralleli (Bonyad, Pasdaran, Khamenei), che sono i veri perni del regime e sono capaci di modificare come preferiscono le decisioni governative.

Una diversa strategia del regime…ma con lo stesso scopo…

Attualmente, la strategia del regime iraniano davanti alle proteste e’ diversa dal 2009. Durante il periodo dell’Onda Verde, dopo il riconteggio dei voti, il regime inizio’ immediatamente a parlare di “sedizione” e avviare le repressioni. In questo caso, il regime punta a darsi un volto democratico, sostenendo il diritto della popolazione di manifestare e affiancando a questo il mantra della cospirazione.

C’e’ pero’ un “ma”: il grande “ma” e’ la ripetizione a manetta – in tutti gli articoli sulle proteste – dell’articolo 27 della Costutizione iraniana, quello che garantisce il diritto di protesta alla popolazione, ma con il limite di “non violare i principi cardine dell’Islam”. Con questa ultima postilla, il regime si lascia mano libera per reprimere le proteste quando vuole – i morti sono gia’ decine – accusando i manifestanti di essere contro la Velayat-e Faqih.

Quale (prima) conclusione

Rivolta o rivoluzione, la conclusione resta la stessa: l’Iran e’ ostaggio di un regime instabile che, costantemente, si ritrova a dove gestire drammatiche proteste di massa. Come suddetto, questa volta, a fallire e Rouhani ed e’ difficile vedere come il “camaleonte khomeinista” si colorerà nuovamente, per superare la crisi. Probabilmente, ad oggi, le proteste non minacciano la sopravvivenza del regime, ma siamo solo all’inizio.

Il messaggio che mandano, pero’, e’ ben peggiore, soprattutto per chi intende investire sull’Iran, sia economicamente che politicamente: e’ in atto una guerra senza quartiere che mischia discontento popolare a faide interne tra diverse fazioni. Qualcosa che sta tra la voglia dei giovani di un futuro libero e una vera e propria guerra di mafia. Per queste ragioni, se l’Occidente e’ furbo, da un Paese simile scappa…

protest iran

Le immagini che vi mostriamo in basso arrivano da Mashhad, una delle principali città iraniane e non necessitano di tanti commenti: da mesi ormai – nonostante il silenzio dei media italiani – avvertiamo i lettori che l’Iran bolle, fortunatamente non nel senso culinario del termine.

Da tempo, infatti, centinaia di iraniani sono scesi in piazza nelle principali città del Paese – Teheran in testa – per protestare contro il regime, soprattutto contro la corruzione elevatissima, il coinvolgimento dei Pasdaran nelle attività finanziarie e l’assenza di ogni minima regola di stato di diritto.

Ieri, quindi, si e’ raggiunto il culmine: migliaia di persone hanno affollato le strade di Mashhad, al grido “Morte a Rouhani”, “La Repubblica Islamica e’ stata uno sbaglio” e “No Gaza, No Libano, la nostra vita solo per l’Iran”. Secondo alcuni osservatori, nuovamente, si sono sentiti anche slogan in lode allo Shah. Proteste ci sono state anche in Arak, Urumiya e Arak.

Mentre tutto questo accadeva, il Governo italiano lavorava attivamente per superare le giuste ritrosie di Cassa Depositi e Prestiti, in merito agli investimenti in Iran. Peggio, mentre tutto questo accadeva, su proposta del Ministro Calenda l’esecutivo approvava un articolo della Legge di Bilancio (151, ex 32) che, senza vergogna, snaturava l’agenzia Invitalia, trasformandola in una specie di SACE pubblica, per assicurare – in prima istanza – gli investimenti italiani in “Paesi ad alto rischio”, leggasi Iran…un articolo ad hoc per gli interessi di pochi industriali italiani, consapevoli dei rischi di investimento in Iran e quindi disposti a rischiare…solo con i soldi del contribuente…

Per la cronaca, il regime ha riportato che “solo” 52 manifestanti sono stati fermati durante le proteste. La verità e’ che, purtroppo, il numero e’ ben più alto e si parla id almeno 100 fermati.

Come suddetto, l’Iran bolle e la popolazione ne ha piene le scatole ormai di un regime che – al di la’ delle promesse di uguaglianza in nome dell’Islam – ha solo diffuso corruzione, misoginia, fondamentalismo e speso i soldi principalmente per finanziare il terrorismo internazionale.

Concludendo, consigliamo vivamente agli imprenditori italiani di scappare dall’Iran. Soldi pubblici o meno, in quel Paese gli investitori troveranno principalmente gli interessi economici dei Pasdaran, pretoriani armati pronti ad usare le manette, tutte le volte che qualcuno non rispetta i loro codici…non scritti…

Iran's Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei meets Italian Prime Minister Matteo Renzi in Tehran

C’e’ un Iran che vive, un Iran che protesta contro le storture drammatiche di un establishment fondamentalista. Un Iran che, nonostante le leggi e le repressioni, scende in piazza senza paura e grida forte “morte al regime”. Di questo Iran, purtroppo, i media principali italiani – e Occidentali – attualmente non raccontano quasi nulla.

Troppo schiacciati sugli interessi politici, questi media si ricordano del nero del regime iraniano, solamente quando si arriva ai casi più drammatici, come ad esempio quello del ricercatore medico Ahmadreza Djalali. Dell’Iran che resiste alla corruzione del potere clericale e miliziano dei Pasdaran, si e’ smesso ormai di raccontare nel 2009, anno delle famose proteste dell’Onda Verde.

Dell’Iran che resiste, quindi, si e’ completamente persa traccia dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza della Repubblica Islamica, nell’illusione che un bel sorriso cambiasse la natura perversa della Velayat-e Faqih. Cosi non poteva essere, cosi non e’ stato.

In questi giorni le strade della capitale Teheran si sono riempite di migliaia di persone che, stanche della corruzione e del potere finanziario dei Pasdaran, hanno manifestato tutta la loro rabbia. Persone comuni che hanno messo da parte la paura, forse perché spinti dalla disperazione, e’ hanno gridato “Marg Bar” (Morte al) dittatore (Khamenei) e al regime islamista, considerato alla stregua di Isis.

Ora questa protesta sociale si e’ spostata di nuovo nelle università. I primi a manifestare sono stati gli studenti dell’Università di Teheran, spinti anche dalla scelta di Hassan Rouhani di voler nominare a nuovo Ministro Mansour Gholami, considerato uno di coloro che favorirono le repressioni contro gli studenti dell’Ateneo Bu Ali Sina.

Eppure di questo Iran quasi non si sente parlare. Meglio organizzare delegazioni di imprenditori in accordo col regime, rinchiuderli in hotel e portarli a vedere solo ciò che piace agli alleati di Khamenei.

Le stesse cose che l’iraniano medio odia…