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Qui sotto vi mostriamo un video esclusivo, caricato ieri su Youtube da attivisti iraniani. Il video, diviso in tre parti, mostra diversi modi in cui la polizia iraniana tortura gli attivisti per i diritti umani e i giovani che non si conformano ai dettami della Repubblica Islamica. Vedrete un ragazzo arrestato perchè portava dei capelli più lunghi di quanto consentito dal regime: la polizia gli mette sui capelli una polvere infiammente e accennde il fuoco. Vedrete poi un giovane attivista a terra, bastonato senza alcuna pietà. In questa parte, purtroppo, sentirete le sue grida di dolore e la sua richiesta di essere lasciato in pace. Infine, nell’ultima parte, vedrete un altro giovane picchiato a sangue con dei bastoni, questa volta con le mani legate per impedirgli di potersi ribellare. I video, come vedrete, sono sfocati perchè sono stati girati in maniera amatoriale da attivisti, per essere poi segretamente diffusi in Rete aggirando la censura.

Tutto questo, neanche a dirlo, alla Fiera di Roma dedicata all’Iran nessuno vi mostrerà mai un video simile. Purtroppo per i propagandisti filo regime, però, la sola realtà dell’Iran khomeinista è questa. A dispetto di tutta la finta narrativa che le lobby al servizio di Teheran stanno diffondendo, nessuno potrà mai cancellare la realtà dei fatti… 

 

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Quello che vedete nel video qua sotto e’ Sadegh Zibakalam, professore di Scienze Politiche all’Università di Teheran. Il professor Zibakalam è la dimostrazione concreta che, con tutte le avversità e davanti a tutte le repressioni, un Iran diverso può esistere.

Nel video che potrete vedere di seguito, si vede il Professor Zibakalam entrare nell’Università di Mashhad per un dibattito con un clerico conservatore. Come vedrete, superato l’ingresso, il professore fa qualcosa di rivoluzionario per la Repubblica Islamica dell’Iran: nonostante le difficoltà pratiche, il Professore riesce a non calpestare le bandiere di Israele e degli Stati Uniti, appositamente poste a terra da alcuni studenti fondamentalisti.

Il Professor Zibakalam non è nuovo ad azioni controcorrente: riformista, da sempre sostiene che l’Iran non debba invocare la distruzione di Israele e gridare “morte all’America”. Non solo: nel 2014, davanti al mancato rispetto delle promesse elettorali, il Professore ha inviato una lettera al Presidente Rouhani, chiedendo la liberazione dei leader dell’Onda Verde Mehdi Karroubi, Mir Hossein Mousavi e Zahra Rahnavard (tutti agli arresti domiciliari dal 2011, senza alcun processo e accusa formale). Sempre nel 2014, il Professor Zibakalam venne condannato a 18 mesi di carcere per aver criticato il programma nucleare (al Monitor). Il carcere non ha messo a tacere il professore che, nel 2015, ha criticato pubblicamente il regime per non aver accettato il report sullo stato dei diritti umani in Iran, dell’inviato speciale ONU Ahmad Shaheed (Iran Human Rights).

Per queste sue posizioni coraggiose, il Professore è stato, ovviamente, ostracizzato politicamente dal regime e nel 2000 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura al Parlamento.

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In questi giorni il tema dei canali satellitari e delle antenne paraboliche è stato al centro del dibattito politico in Iran. Come noto, in Iran possedere una antenna parabolica è un reato. Averla, infatti, permette al cittadino iraniano di accedere a canali satellitari in lingua farsi, ottenendo quindi una informazione diversa da quella promossa dal regime. Nonostante il divieto, il 70% degli iraniani possiede una antenna parabolica illegalmente, raggiungendo decine e decine di canali capaci di fornire una informazione contraria alla propaganda dei Mullah.

Per questa ragione, numerose volte, i Basij decidono di avviare dei veri e propri raid, sequestrando centinaia di antenne paraboliche e distruggendole in eventi aperti alla stampa. Solamente la scorsa settimana, sono state distrutte oltre 1000 antenne paraboliche a Teheran. In quella occasione, il capo dei Basij Mohammad Naqdi ha sostenuto – comicamente – che le antenne paraboliche sono la prima causa dei divorzi e della tossicodipendenza in Iran (Good Morning Iran). Non solo, Naqdi ha anche indirettamente minacciato il Ministro della Cultura Ali Jannati, accusandolo di avere una posizione non islamica in merito alle antenne paraboliche. Jannati, pochi giorni prima, si era detto non contrario a rivedere la legge contro le antenne paraboliche perchè, secondo il Ministro, non era possibile considerare quasi tutti gli iraniani dei criminali (Equality Italia).

Ancora una volta, però, nel braccio di ferro tra conservatori e pragmatici, sembrano averla avuta vinta i primi. Parlando alla stampa, infatti, il Portavoce del Ministero della Cultura Hossein Noushabadi ha ribadito l’illegalità dei canali satellitari, sottolineando che gli attori iraniani che accettano di lavorare per questi canali, mettono in atto un comportamento “proibito e controrivoluzionario” (Fars News). Si tratta di una vera e propria minaccia, soprattutto perchè nella Repubblica Islamica essere accusato di agire contro la rivoluzione khomeinista, può mandare un artista in carcere per lungo tempo o constringerlo a lasciare il Paese.

Si avvicinano piano piano, una ad una, vicino al braciere con le loro bambole Barbie in mano. Una volta arrivate davanti al fuoco dell’odio, le bimbe (velatissime) – incitate e aiutate dalle loro “maestre” – rompono la Barbie e la gettano nel fuoco. Il tutto, accompagnato con il classico slogan “Marg Bar Amrika, ovvero “Morte all’America”. Uno slogan che non vuole sottolineare unicamente l’odio verso gli Stati Uniti, ma l’odio verso tutta la cultura Occidentale. La stessa insegnante che parla nel video, molto chiaramente afferma che “Barbie e’ un agente di propaganda della Cultura Occidentale e per questo noi la distruggiamo in questa cerimonia” (Iran Wire).

La scena appena descritta, purtroppo, non e’ andata in onda a Raqqa o Musul, non e’ il frutto dell’ennesimo crimine di Daesh. Si tratta, al contrario, di una scena andata in onda in Iran, precisamente sulla TV iraniana alle 20, 30, in pieno picco di ascolto. Obiettivo del regime, come suddetto, era dimostrare il rigetto da parte del popolo iraniano della cultura Occidentale e dei suoi tentativi “loschi” di infiltrazione all’interno della Repubblica Islamica.

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La “battaglia delle bambole” non e’ nuova in Iran. Da tempo le forze di sicurezza iraniane hanno minacciato i commercianti, promettendo forti punizioni a chi continuerà a vendere l’odiata bambola prodotta dal “nemico”. In sostituzione, dal 2002, il regime ha invitato i commercianti a vendere “Sara e Dara” [foto sopra], due bambole prodotte dal regime che hanno la pretesa di rappresentare opportunamente la cultura islamica (ovviamente, neanche a dirlo, sono fabbricate ad Hong Kong…). Purtroppo per i Mullah, nonostante le minacce, le bimbe iraniane continuano a preferire l’odiata Barbie.

Questo triste video dimostra, ancora una volta, l’ipocrisia di chi propone di combattere Daesh per mezzo di una alleanza preferenziale con l’Iran. E’ molto chiaro chi ha fatto da padrino ideologico a gruppi criminali come Isis…

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Solamente la scorsa settimana, abbiamo denunciato la condanna a sei anni di carcere e 223 frustate, emessa dal regime iraniano contro il regista curdo Keyvan Karimi. La sta colpa e’ quella di non aver agito secondo le regole del regime islamico e di aver mostrato quell’Iran che il mondo non deve conoscere (No Pasdaran). Karimi e’ solo l’ultimo caso nella lunga lista delle personalità iraniane perseguitate dal regime per la loro – non allineata – attività artistica. Potremmo infatti parlare del notissimo caso di Jafar Panahi, regista pluripremiato oggi costretto agli arresti domiciliari a Teheran, o di Mohammad Nourizad, ex giornalista conservatore, oggi regista e attivista per la democrazia in Iran. La sua dissidenza, ovviamente, gli e’ costata anni di detenzione.

Ovviamente, ai registi perseguitati, potremmo aggiungere decine di altri artisti – come Atena Farghadami, Fateme Ekhtesari o Mehdi Moosavi – detenuti per aver disegnato una vignetta di satira politica ai Parlamentari iraniani o per scritto delle poesie scomode. Potremmo quindi parlare dell’attivista Omid Alishenas, arrestato nel settembre 2014 con l’accusa di possedere un impianto satellitare e 700 film “osceni”. Per 700 film osceni non si deve pensare a materiale pornografico, ma semplicemente 700 DVD di film e documentari di successo internazionale, sgraditi al regime per motivi culturali o politici (Iran Wire). Tra i DVD trovati in possesso del povero Omid, anche il film “To Light a Candle“, girato dal giornalista Maziar Bahari, per denunciare la persecuzione dei Baha’i all’interno dell’Iran (Iran Wire).

Eppure, nonostante tutte queste persecuzioni e nonostante l’uso politico e propagandistico che il regime iraniano fa del cinema e dell’arte, il Ministero della Cultura italiano continua ad aprire le sue porte unicamente ai rappresentanti dei Mullah. Lo fa firmando speciali Memorandum con il Ministro iraniano Ali Jannati (Press TV), lo fa con la visita del Ministro Franceschini in Iran e lo fa ricevendo una delegazione iraniana, proprio allo scopo di approfondire le relazioni tra Roma e Teheran nel settore cinematografico.

E’ di queste ore, infatti, la notizia dell’arrivo dell’ennesima delegazione da Teheran composta dal Parlamentare Ali-Reza Tabesh e dal Direttore Generale dell’Organizzazione per gli Studi Cinematografici Ruhollah Hosseini, accompagnati dall’attache’ culturale del regime iraniano in Italia, Ali Purmarjan. I tre sono stati ricevuti da Nicola Borrelli, Direttore Responsabile Cinema del Ministero della Cultura. Ovviamente, secondo quanto riporta la stampa iraniana, invece di affrontare le repressioni messe in atto nella Repubblica Islamica contro gli artisti e i cineasti, al centro della discussione e’ stato messo unicamente l’approfondimento delle relazioni tra Italia e Iran nel settore cinematografico (Isna).

Riteniamo che la scelta di sostenere unicamente la propaganda culturale proveniente dall’establishment iraniano, serva unicamente gli interessi del Governo iraniano e dei Mullah. Le stesse figure che promuovono la persecuzione degli artisti e non muovono un dito per sostenere seriamente i necessari cambiamenti sociali e politici necessari nella Repubblica Islamica.

Crediamo che la migliore risposta a questa unilateralità, sia quella di offrire ai lettori la possibilità di scoprire l’Iran che il regime non vuole far conoscere. Ecco perché vi invitiamo a cliccare sul link che segue e guardare voi stessi il documentario di Maziar Bahari, “To Light a Candle“. Per vederlo gratuitamente, dopo l’accesso al sito, cliccare sull’icona “Buy” (sulla vostra destra). Una volta apertasi la finestra per il metodo di pagamento, inserire la parola “omid” (senza virgolette), per vedere il film gratuitamente.

Linkhttps://vimeo.com/ondemand/tolightacandle/117160700

Codice Promo: omid

Trailer

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Secondo quanto riporta The Art Newspaper, Miuccia Prada sarebbe in prima linea nella promozione della diplomazia culturale tra Italia e Iran. In questo contesto, grazie all’omonima Fondazione, la Signora Prada porterà una serie di antiche sculture al Museo Nazionale di Teheran (The Art Newspaper). Si tratta di una esibizione parte del Memorandum of Understanding firmato tra il Ministro della Cultura iraniano Ali Jannati e quello Italiano Franceschini nel marzo del 2015 (Press TV). Come sempre, almeno teoricamente, le collaborazioni bilaterali tra due Paesi nel campo culturale devono essere sempre viste come un fattore positivo. Il problema e’ che, come noto, nei sistemi non democratici la cultura e’ la prima forma di propaganda dei regime e la prima forma di opposizione dei dissidenti.

Per quanto concerne la Repubblica Islamica, la cultura che il regime khomeinista promuove e’ volta a rappresentare l’attuale Iran come una continuazione storica dell’antica Persia. Una pura falsità, utile solo ai fini della propaganda, soprattutto in questo contesto di appeasement internazionale. Purtroppo, la rivoluzione del 1979 e’ stata completamente snaturata dal regime clericale e il suo effetto diretto e’ stata la creazione di una Repubblica teocratica che, in pochi anni, ha cancellato tutta una serie di diritti civili ottenuti dal popolo iraniano, nonostante la dittatura dello Shah. Mentre espone fieramente statue greche (sfruttando la collaborazione di realtà come la Fondazione Prada), il regime iraniano nasconde completamente il lavoro di molti giovani artisti iraniani, non allineati con il volere dei clerici. Peggio, quando necessario, le forze di sicurezza intervengono arrestando gli artisti e condannandoli a decine di anni di carcere.

Sono decine i casi di artisti iraniani non allineati perseguitati dal regime. Per citarne alcuni, possiamo parlare del regista Jafar Panahi – oggi rinchiuso agli arresti domiciliari e costretto a girare film di nascosto –  di Mohammad Nourizad, di Mostafa Azizi (The Guardian), di Shahriar Siroos – artista Baha’i recentemente imprigionato per ragioni religiose (Payvand) – o degli artisti curdi Salar Sablaghyee e Hazhar Hadadi – arrestati nel marzo del 2015 per aver partecipato ad una celebrazione del Nowrouz, l’antico capodanno Persiano (Kurdish Human Rights). Oggi, pero’, possiamo soprattutto parlare di Atena Farghadani, giovane artista iraniana, condannata a 12 anni di carcere per aver pubblicato sul suo Facebook una vignetta sgradita al regime (No Pasdaran). Atena ha appena ricevuto un premio internazionale per il suo coraggio e le sofferenze che sta patendo in carcere.

Senza contare che, proprio il Ministero della Cultura e della Guida Islamica, e’ il primo responsabile della censura culturale presente all’interno della Repubblica Islamica. E’ questo il Ministero che impone la censura alla letteratura, al cinema, al teatro e alla musica in tutto l’Iran (a tal proposito, consigliamo alla Signora Prada la lettura dell’opuscolo “Cultural Censorship in Iran“). Non solo: e’ sempre il Ministero della Cultura e della Guida Islamica a gestire la censura dei media e quella di Internet, impedendo ai giovani iraniani il libero accesso al diritto di informazione (Iran Human Rights).

In tutta questa storia, spiace dover vedere che proprio la Fondazione Prada abbia deciso di prestarsi alla collaborazione culturale con il regime iraniano. Spiace, perché sappiamo che per anni la Signora Miuccia Prada si e’ battuta per i diritti delle donne e dei lavoratori, ottenendo anche importanti riconoscimenti internazionali (Il Sole 24 Ore). Rattrista, quindi, dover ricordare proprio alla Signora Prada che, nella Repubblica Islamica, la vita delle donne vale meta’ di quella degli uomini, il velo e’ obbligatorio, i matrimoni forzati ancora molto diffuso e la segregazione di genere imposta in molti posti di lavoro. Senza contare che, a dispetto della propaganda del Governo Rouhani, alle donne continua ad essere negato l’accesso agli stadi e il diritto di cantare liberamente in pubblico. 

Concludiamo citando proprio le parole di Miuccia Prada. Una volta la Signora Prada ha affermato: “quello che indossi rappresenta il modo di presentarsi al mondo – soprattutto oggi, quando i contatti umani sono veloci. La moda e’ un linguaggio istantaneo. Come non concordare. Se quello che si indossa rappresenta il modo di presentarsi al mondo, riteniamo allora che la Signora Prada dovrebbe lottare per il diritto delle donne iraniane – e di tutto il popolo – di scegliere autonomamente e indipendentemente come presentarsi all’esterno. Perché per il popolo iraniano, rattrista ricordarlo, la moda e’ ancora un “linguaggio di regime”.

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Twitter si conferma la piattaforma social dove i rappresentanti iraniani diffondono maggiormente la loro propaganda. Lo stesso mezzo che aveva unito i manifestanti di Teheran contro il regime nel 2009, e’ oggi usato da personaggi come Rouhani e Khamenei per “predicare il verbo”, ovvero promuovere una nuova immagine della Repubblica Islamica. Peccato che, buona parte dei tweet che vengono postati, non abbiano un reale riscontro in Iran. Ieri, ad esempio, il Presidente iraniano ha twittato in favore dell’uguaglianza di genere, relativa in particolare all’occupazione e all’educazione. Qui sotto il tweet di Rouhani:

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Davvero delle belle parole, se non fosse per il fatto che rappresentano una delle più grandi bugie mai sentite. Nella Repubblica Islamica, infatti, non solo la donna e’ discriminata, ma la discriminazione e’ anche legge. La stessa Costituzione iraniana (art. 21), toglia alla donna ogni tipo di caratterizzazione umana indipendente. E’ infatti demandato al Governo (e non alla legge) la protezione dei diritti della donna e la dignità delle madri e la creazione di Corti che “proteggano e preservino la famiglia”. Le stesse Corti presiedute da religiosi che promuovono la Sharia, l’obbligatorietà del velo e che valutano la testimonianza di una donna la meta’ di quella dell’uomo. Non solo, le stesse Corti che, applicando l’articolo 147 del Codice Penale, considerano le bambine dai “9 anni lunari in su” responsabili sotto il profilo criminale (i maschi dai 15 anni lunari in su).

Peggio: nel Codice Penale iraniano, sempre seguendo la legge Islamica, esiste un concetto chiamato “dyya“, ovvero una compensazione monetaria pagata alle vittime (o alle loro famiglie), in casi di omicidio o danno fisico e materiale. Secondo l’articolo 544 del nuovo Codice Penale iraniano, “la Dyya per l’uccisione di una donna e’ pari alla meta’ di quella dovuta ad un uomo“. In poche parole, la legge iraniana considera legalmente la vita della donna inferiore a quella dell’uomo. Cosi, secondo questo perverso principio, avviene che se un uomo mussulmano uccide una donna mussulmana, la famiglia di quest’ultima può richiedere la ritorsione nei confronti dell’assassino (il qisas), ma deve pagare al killer una cifra pari alla meta’ del valore della vita dell’uomo…davvero assurdo. Sempre secondo il Codice Penale iraniano, quindi, viene legittimato il “delitto d’onore” (articolo 630) e sancita l’obbligatorietà del velo. Per quanto concerne il velo, l’articolo 683 afferma che: “le donne che appaiono per strada e in posti pubblici senza l’hijab islamico, possono essere condannate ad una pena che varia da 10 giorni a 2 mesi di galera e punite con una ammenda che varia da 50 a 5000 Rial“. In questo periodo le donne iraniane si stanno ribellando all’obbligatorietà del velo, inviando le loro foto con i capelli al vento alla pagina Facebook “My Stealthy Freedom“.

Anche per quanto concerne i diritti di famiglia, le donne sono totalmente discriminate. La legislazione iraniana, infatti, legalizza il matrimonio dei minori: secondo la legge, infatti, e’ legare per una bambina essere data in sposa dall’età di 13 anni (per i maschi 15).  Recentemente la questione dell’eta’ minima del matrimonio e’ stata al centro di uno scontro tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani: il Parlamento aveva infatti modificato l’articolo del Codice Civile che permetteva il matrimonio delle bambine dell’eta’ di 9 anni, innalzando l’eta’ minima ai 15 anni. Il Consiglio dei Guardiani ha opposto resistenza e, solamente dopo una mediazione tra i due rami del potere, l’eta’ minima e’ stata alzata a 13 anni. Sempre secondo il Codice Civile iraniano, quindi, alle donne e’ permesso avere un solo marito, mentre per gli uomini e’ autorizzata la poligamia (articolo 942 del Codice Civile). Anche per quanto concerne il divorzio e l’affidamento dei figli, la legge iraniana favorisce nettamente il marito rispetto alla moglie. 

Le donne hanno bisogno di un permesso scritto dei loro “protettori” (padri, mariti), anche per quanto concerne il diritto ad ottenere un passaporto per lasciare il Paese (art.18 relativo al rilascio dei Passaporti, del 1973) e per trovare un lavoro. Un marito  in Iran può infatti rifiutare alla moglie il diritto di lavorare, quando questo diritto “non e’ compatibile con l’interesse della famiglia o la sua dignita’ o la dignita’ di sua moglie” (articolo 1117 del Codice Civile). Non solo: per quanto riguarda le cariche pubbliche, la legge iraniana mette in chiaro come alcune posizioni debbano essere appannaggio unicamente dell’uomo. Nessuna donna infatti può diventare Presidente dell’Iran (articolo 115 della Costituzione), capo della Magistratura o Procuratore Generale (articolo 162 della Costituzione).

Concludiamo, ricordano che alle donne non e’ permesso l’accesso libero agli stadi (e per ora nulla sembra realmente cambiare in tal senso, nonostante il caso Ghoncheh Ghavami)) e che, proprio sotto la Presidenza di Rouhani, l’emittente di Stato IRIB ha imposto la segregazione di genere per i dipendenti delle radio e che, numerose donne attiviste dei diritti umani, si trovano oggi in carcere per le loro idee progressiste e democratiche. Tra loro ricordiamo Narges Mohammadi, Atena Farghadani e Atena Daemi.

Per maggiori informazioni in merito alla discriminazione della donna nella Repubblica Islamica, invitiamo a leggere il report “Gender Inequality and Discrimination: The Case of Iranian Women“, scritto dal Centro di Documentazione per i Diritti Umani in Iran.

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