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A quanto pare, secondo le agenzie iraniane uscite dopo la visita di Gentiloni e Guidi a Teheran, l’Iran pare aver scelto l’Italia come primo partner internazionale dopo l’accordo nucleare. Sebbene dubitiamo del fatto che Teheran sceglierà veramente un partner privilegiato – non ha motivi ne ragioni per porre limitazioni ad altri investitori – rileviamo che le compagnie italiane sembrano molto attive nella loro intenzione di approfittare della corsa verso l’Imam Khomeini Airport. Uno dei settori in cui l’Italia potrebbe inserirsi e’ quello automobilistico, dove la Fiat sembra aver già negoziato alcuni affari importanti.

La stampa iraniana riporta non solo la notizia della possibile apertura di una fabbrica presso Khomein (IRNA), ma anche della possibilità che le compagnie americane del settore possano ritornare nella Repubblica Islamica grazie ad “un passaporto italiano” (Fars News): in poche parole, considerando che gli Stati Uniti vietano ancora alle loro compagnie di creare joint-ventures con quelle iraniane, la FIAT potrebbe fungere da intermediario tramite la Fiat Chrysler Automobiles (FCA), attualmente in grado di operare grazie alle due sussidiarie FCA Italy e FCA US. L’articolo della Fars News, tra le altre cose, sottolinea che in caso di “green line” da parte delle compagnie automobilistiche italiane, le macchine delle compagnie americane Chrysler, Dodge e Jeep potrebbero già cominciare ad apparire per le strade di Teheran anche prima che le “sanzioni vengano rimosse”.

Ora, prendendo con le molle tutto quanto viene pubblicato dalla stampa iraniana, e’ indubbio che l’Italia “vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran”. Tentando di vincerla, pero’, Roma deve considerare gli effetti indiretti – e talvolta perversi – che il business con la Repubblica Islamica cela. Uno degli effetti perversi e’ proprio legato al settore automobilistico. Le sanzioni internazionali approvate da Stati Uniti ed Unione Europea in questo settore (Forbes) non erano affatto campate in aria: tramite il settore automobilistico, infatti, il regime iraniano non solo ha prodotto materiali e tecnologia dual-use per il programma nucleare e missilistico, ma ha anche pesantemente contribuito a finanziare il Pasdaran, le fondazioni religiose e l’élite politica del regime.

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Il settore automobilistico iraniano e’ totalmente dominato dai Guardiani della Rivoluzione. Le due principali compagni in questo settore – il Gruppo Khodro e il Gruppo Saipa – sono tutte e due sussidiarie dell’Organizzazione Iraniana per lo Sviluppo e il Rinnovamento (IDRO), una istituzione governativa che controlla a sua volta diverse compagnie legate al programma nucleare e missilistico del regime. Per questa ragione, infatti, la IDRO e’ stata posta sotto sanzioni nel 2010 non solo dagli Stati Uniti, ma anche dall’Unione Europea (Iran Watch). La terza importante compagnia automobilistica iraniana e’ invece il Gruppo Bahman, una società controllata al 45.5% direttamente dai Pasdaran. Il resto del Gruppo e’ controllato da altre società anch’esse sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie (Iran Focus). Pochi ricordano, tra le altre cose, che proprio il Gruppo Bahman fu al centro di uno scandalo che coinvolse la Germania nel 2013: il Gruppo, infatti, controllava una fabbrica denominata MCS Technologies presso Dinslaken, producendo materiale per le centrifughe usate per l’arricchimento dell’uranio (Washington Post).

Non solo: pochi lo comprendono direttamente, ma il settore automobilistico ha aiutato direttamente l’abuso dei diritti umani in Iran. Non soltanto macchinari come le gru vengono usati dal regime per impiccare i condannati a morte (solo con Rouhani, l’Iran ha impiccato più di 1400 detenuti in due anni), ma i mezzi forniti da compagnie europee e non come come Volvo, Iveco (Gruppo Fiat) e Hundai, sono stati usati durante le parate militari dei Pasdaran (Iran Watchlist) e come mezzi di trasporto dei miliziani Basij, durante le repressioni delle proteste popolari scoppiate nella Repubblica Islamica nel 2009. Per queste ragioni, nel marzo del 2012, il gruppo di pressione americano United Against Nuclear Iran – UANI, aveva lanciato la “Auto Campaign”, una campagna politica tesa a sensibilizzare le multinazionali del settore automobilistico sugli effetti indiretti del business con la Repubblica Islamica. Proprio grazie a questa campagna, molte società – tra cui la Fiat – avevano interrotto i loro affari con l’Iran (UANI).

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Il 22 luglio scorso, la Farnesina ha ospitato un evento denominato “Promuoviamo e Proteggiamo i Diritti Umani” (Tweet Gentiloni). Se davvero l’Italia intende portare avanti questo obiettivo, la strada le business – diretto e indiretto – con i Pasdaran certo non aiuta. Al contrario, Roma dovrebbe porre come precondizione per la ripartenza del business con l’Iran la fine del sostegno al terrorismo internazionale (legato ai Pasdaran), il rispetto delle libertà fondamentali del popolo iraniano e il rilascio dal carcere di molti attivisti ingiustamente (e illegalmente) detenuti. Tra questi ricordiamo Narges Mohammadi, Hossen Ronaghi Maleki, Atena Daemi, Atena Farghadani, l’Ayatollah Boroujerdi e i tre leader dell’Onda Verde – Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard e Mehdi Karroubi – costretti da anni agli arresti domiciliari senza aver mai subito alcun processo formale.

Miliziani Basij investono con un camion i manifestanti iraniani

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Il tema di maggiore discussione in questi giorni sul nucleare iraniano, e’ quello dell’accesso ai siti militari del regime. Al contrario di quanto sostiene Khamenei e l’establishment a Teheran, la richiesta di accesso ai siti militari iraniani non ha nulla a che vedere con l’intenzione di “rubare segreti” alla Repubblica Islamica, ma di verificare fattivamente che il regime non lavori alla costruzione di un ordigno atomico. Al centro dell’attenzione, in particolare, c’e’ la base militare di Parchin: qui, infatti, non solo i Pasdaran hanno portato avanti la maggior parte del processo di sviluppo dei missili balistici – i vettori per trasportare materialmente la bomba – ma hanno soprattutto hanno testato gli effetti di una esplosione nucleare, grazie alle ricerche dello scienziato ucraino Vyacheslav Danilenko (fonti AIEA).

Peccato che, da anni, Teheran impedisce agli ispettori dell’Agenzia Atomica Internazionale di accedere nei siti chiave del programma nucleare. Allo stesso tempo pero’, come testimoniano le immagini del satellite DigitalGlobe, l’Iran lavora dal 2012 nella base militare di Parchin, per cancellare tutte le tracce delle ricerche illegali sulla bomba atomica, fatte nel corso degli anni. Proprio in queste ore, il think tank americano Isis – Institute for Science and International Security – ha rilasciato le ultime immagini diffuse dal satellite: rispetto alle precedenti, raccolte e diffuse nel gennaio del 2015, si vede chiaramente la presenza di nuovi detriti sul terreno, segno evidente di lavori in corso. Lo stesso tipo di detriti che il satellite DigitalGlobe ha rilevato sin dal 2012.

Come sottolinea l’istituto americano Isis, quindi, nessun tipo di accordo nucleare con Teheran può essere considerato accettabile, senza la possibilità degli ispettori di accedere in tutti gli impianti nucleari e nelle basi militari sotto accusa di collaborazione alla costruzione della bomba. Inoltre, considerando le modifiche apportate negli anni dal regime per cancellare le prove, lo stesso ingresso degli ispettori nelle aree modificate, senza la possibilità di approfondire le motivazioni stesse delle modifiche, rischia di ridursi ad una mera visita senza alcun risultato concreto. Per questo, conclude il prestigioso istituto americano, la piena collaborazione iraniana in tal senso, deve rappresentare la precondizione per l’alleggerimento delle sanzioni contro l’Iran approvate, con estrema fatica, dagli USA e dall’UE.

Di seguito le ultime immagini rilasciate dal sarellite DigitalGlobe (18 Maggio) sull’impianto di Parchin e diffuse dal think tank americano Isis il 26 Maggio (Fonte: http://www.isis-online.org/).

Immagini Parchin, satellite DigitalGlobe, 18 Maggio 2015

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Immagini Parchin, DigitalGlobe, 31 gennaio 2015

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Immagini Parchin, satellite DigitalGlobe, 12 Agosto 2014

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