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Il prigioniero politico Alireza Shirmohammadali e’ stato accoltato a morte nel Grande carcere di Teheran. Alireza e’ stato ucciso da due criminali comuni, imprigionati per reati connessi alla droga.

Arrestato il 15 luglio 2018 per un post su Telegram, Alireza Shirmohammadi e’ stato accusato di “insulto al sacro”, “insulto alla Guida Suprema” e “propaganda contro lo Stato”. Per queste accuse, nel febbraio 2019, Alireza e’ stato condannato a 8 anni di carcere, contro i quali ovviamente ha fatto appello.

Nonostante Alireza fosse chiaramente un prigioniero incarcerato per ragioni politiche, e’ stato rinchiuso nel Grande Carcere di Teheran, costruito nel 2015 per detenuti condannati per reati comuni, principalmente per droga. Purtroppo, il regime iraniano lo ha usato anche per incarcerare attivisti e dissidenti, nonostante la stessa legge iraniana obbligi a separare i prigionieri, in base al tipo di reato compiuto.

Una regola che, come suddetto, spesso non viene volutamente rispettata, per umiliare, fiaccare a persino eliminare i dissidenti politici. Cosi e’ stato per Alireza che, contro questa decisione, ha pubblicamente protestato, iniziando anche uno sciopero della fame tre mesi fa.

Dal 2003, sono almeno 29 i prigionieri politici morti sotto costodia. Un numero impressionante, che il regime iraniano non include tra quelli morti per esecuzione capitale.

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L’arresto di Aras Amiri, impiegata del British Council, incarcerata in Iran con l’accusa di spionaggio, sarebbe un nuovo caso Ahmadreza Djalali. Come Ahmadreza, infatti, Aras sarebbe stata arrestata per aver rifiutato di diventare un agente del MOIS – il  Ministero dell’Intelligence iraniano.

A denunciare questa versione dei fatti e’ il cugino di Aras, Mohasen Morani. Parlando con gli attivisti del Centro per i Diritti Umani in Iran, Morani ha affermato che Arash ha rifiutato la proposta di Teheran, affermando di non essere tagliata per quel genere di lavoro. Una volta arrestata, Aras ha dovuto raccontare tutto sul lavoro da lei svolto al British Council ed e’ stata costretta a scegliere un “avvocato difensore”, in una lista predisposta dagli agenti dell’intelligence.

Per la cronaca, l’arresto della Amiri risale al marzo del 2018, ma la notizia e’ stata tenuta sotto silenzio dalla famiglia, sperando in un rilascio della ragazza. Il regime, invece, ha deciso di confermare tutte le accuse, condannando la ragazza a dieci anni di carcere. Oggi la Amiri e’ detenuta nel braccio femminile del carcere di Evin, dove sono rinchiusi praticamente quasi tutti i detenuti e le detenute politiche. La Amiri era arrivata in Iran per rivedere sua nonna. Dopo essere arrestata, Aras e’ stata rilasciata su cauzione e poi riarrestata tra agosto e settembre 2018.

Purtroppo l’arresto e la condanna di Aras Amiri rientrano in una politica di persecuzione degli iraniani in possesso di doppia cittadinanza. E’ stato cosi per Nazanin Zaghari-Ratcliffe – anche lei cittadina britannica – e come suddetto per Ahmadreza Djalali, ricercatore medico, per anni impiegato della Universita’ del Piemonte Orientale. Oggi i cittadini iraniani con doppia cittadinanza rinchiusi nelle carceri del regime sono almeno undici. Per tutti loro la storia e’ piuttosto simile: accusa di spionaggio, mentre tornavano in Iran per motivi famigliari o di lavoro. Per tutti, la denuncia dei famigliari e’ la stessa: il regime ha proposto loro di diventare agenti dei servizi iraniani e loro hanno rifiutato…

Questi arresti di cittadini iraniani con doppia cittadinanza, sono la riprova dello stile mafioso del regime iraniano. Il regime praticamente fa come la criminalita’ organizzata: rapisce questi cittadini, allo scopo di chiedere un riscatto ai Governi occidentali. Secondo alcuni, infatti, l’accanimento verso i cittadini inglesi, sarebbe dovuto alla volonta’ di Teheran di recuperare un credito di 400 milioni di sterline da parte di Londra (figlio di un controverso accordo sugli armamenti stipulato nel 1976).

Il 10 aprile scorso, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato nuovamente Yasaman Aryani, attivista per i diritti civili e per i diritti delle donne. Ufficialmente, non sono note le ragioni del nuovo arresto.

A denunciare il fatto e’ stata Mnireh Arabshahi, la madre di Yasaman che, in un video postato sui social (vedere sotto), ha denunciato come le forze di sicurezza iraniane sono entrate nella loro casa, e hanno portato via la figlia. Nel raid, come sempre avviene, sono stati anche requisiti gli effetti personali della ragazza, tra cui il computer e il cellulare.

La stessa Mnireh Arabshahi, l’11 aprile scorso, e’ stata a sua volta fermata lei perche’ si e’ recata presso il centro detentivo di Vozara, per denunciare la detenzione illegale dalla figlia. E’ possibile che l’arresto della Arabshahi sia connesso a quanto accaduto in queste settimane in Iran, dopo i disastri causati dalle alluvioni.

Come denunciato, il regime sta arrestando tutti coloro che hanno denunciato il ritardo o l’assenza dei soccorsi e che hanno autonomamente portato conforto (cibo e coperte), alle vittime delle alluvioni. La donna si erano recate della Provincia del Lorestan – precisamente nella citta’ di Mamulan – per aiutare i sopravvissuti delle alluvioni.

Ricordiamo infine che Yasaman Aryani e’ stata arrestata la prima volta dal regime nel dicembre del 2018 e condannata ad un anno di carcere per essersi tolta il velo in pubblico, per protestare contro l’hijab obbligatorio.

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Alla vergogna non c’e’ mai fine, soprattutto quando la vergogna e’ rappresentata dalle Nazioni Unite, sempre di piu’ un forum schiavo dei processi burocratici e sempre meno una organizzazione capace di rispettare i valori espressi nella sua stessa carta fondatrice.

Ecco allora che, appena due giorni dopo la condanna a 38 anni di carcere e 148 frustate inflitta a Nasrin Sotoudeh, le Nazioni Unite hanno deciso di nominare la Repubblica Islamica dell’Iran, nella “Commissione Speciale per lo Status delle Donne”.

In altre parole, nella Commissione ONU che ha il compito di impegnare il mondo in favore dell’uguaglianza di genere e di valutare le violazioni dei diritti delle donne, siedera’ un rappresentante di un regime che, oltre a considerare legalmente le donne come esseri di secondo livello e oltre ad imporre di legge il velo obbligatorio, ha appena condannato una paladina dei diritti delle donne a quasi 40 anni di carcere…

Serve aggiungere altro?

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Nasrin Sotoudeh e’ stata condanna a 33 anni di carcere e 148 frustate, per la sua attivita’ di avvocato in favore dei diritti delle donne e dei diritti umani in generale.

Anni di carcere che si sommano ai cinque gia’ inflitti alla Sotoudeh, portando il totale della pena nei suoi confronti a 38 anni di carcere e, per l’appunto, 148 frustate (in pieno stile medievale).

Questa volta, l’ennesimo abuso dei diritti umani in Iran non e’ passato inosservato. La condanna della Sotoudeh e’ stata riportata da tutti i media Occidentali e condannata, miracolo divino, anche dalla portavoce della Mogherini.

In Italia, nonostante il clamore della notizia, dall’area di Governo le condanne sono state pochine. Chi non ha mancato di far sentire la sua voce e’ stato il Vice Premier Matteo Salvini che, in un tweet, ha giudicato la condanna come medievale e ha, giustamente, denunciato il silenzio delle “femministe” di casa nostra.

Prosegue invece l’imbarazzante e inquietante silenzio della Farnesina, teoricamente la voce ufficiale della politica estera italiana. Il silenzio di Moavero si somma a quelli del Premier Giuseppe Conte e dell’altro Vice Premier, Luigi di Maio. Silenzi che indicano o indifferenza o, peggio, passivita’.

Comunque la si metta, si tratta dell’ennesima vergogna italiana nelle relazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran. Questa volta, in piena continuita’ con i recenti Governi precedenti…

Arash Sadeghi – noto prigioniero politico iraniano condannato a 15 anni di carcere nel 2016 – sta molto male e rischia di perdere la funzionalita’ del suo braccio destro, per un brutto tumore.

In seguito alla biopsia, il dottore aveva prescritto che Arash facesse una visita mensile in ospedale, per capire l’evoluzione del suo tumore e provare a bloccarne l’ingrossamento. Purtroppo, il responsabile del carcere di Rajaee Shahr, dove Arash e’ rinchiuso, ha sempre negato al prigioniero politico il diritto di essere trasferito in ospedale.

Ora, come denunciato da attivisti dei diritti umani, Arash Sadeghi non controlla piu’ i movimenti del suo braccio destro e l’infezione sulla ferita dell’operazione subita, sta peggiorando ogni giorno di piu’. I dottori stessi dicono che Arash dovrebbe urgentemente essere trasferito in ospedale, fare nuovi controlli per il suo tumore e dovra’ fare la chemioterapia.

Per la cronaca, l’ultima visita in ospedale di Arash Sadeghi fuori dal carcere risale al Settembre 2018

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L’avvocato Mohammad Najafi cercava giustizia: cercava giustizia per Vahid Heydari, 22 anni, un suo cliente deceduto in custodia dopo essere stato arrestato ad Arak ed essere deceduto alla locale stazione di polizia, tra la fine del 2017 e il gennaio del 2018. Heydari era un giovane venditore ambulante di Arak che, una volta scoppiate le proteste popolare nella sua citta’, aveva coraggiosamente deciso di prenderene parte. Quando mori’, le autorita’ iraniane dissero che Vahid  era drogato e aveva commesso un suicidio.

L’avvocato Najafi non aveva accettato la versione del regime e aveva diffuso la notizia di numerosi report che dimostravano come, prima di morire, Vahid Heydari era stato picchiato dalle forze di sicurezza del regime. Segni di percosse e bruciature, infatti, erano presenti sul corpo del giovane, visionato dai famigliari dopo il decesso.

Peggio: l’avvocato Najafi si era permesso non solo di denunciare come falsa la versione ufficialmente diffusa sul decesso di Heydary, ma anche di mettere in dubbio i decessi in custodia di Sina Ghanbari e Kavous Seyed-Emami, due ambientalisti in possesso di passaporto canadese, arrestati sempre in quel periodo. Anche per loro, il regime parlo’ di suicidio…

Il coraggio e’ costato caro all’avvocato Najafi: Mohammad e’ stato arrestato a fine gennaio 2018 e trasferito poco dopo nel carcere di Arak. Dopo il suo arresto, persino un deputato iraniano – Mahmoud Sadeghi – pubblico’ un tweet denunciato l’arresto e parlando di fabbricazione a scopo politico.

A pochi mesi dall’arresto, e’ arrivata la sentenza: il Tribunale Rivoluzionario iraniano ha condannato Mohammad Najafi a tre anni di carcere e 74 frustate! In un processo che ha coinvolte anche altri 9 attivisti, Najafi e’ stato condannato per “aver diffuso informazioni false” e “disturbo allo Stato”. La notizia e’ stata diffusa dallo stesso Najafi, in un post pubblicato il 18 ottobre scorso. Nel post Najafi mostra le motivazioni della sua condanna.

mohammad najafi post