Posts contrassegnato dai tag ‘Prigionieri Politici’

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Il regime iraniano ha nuovamente arrestato Nasrin Sotoudeh, famosa avvocatessa impegnata da sempre nella difesa dei diritti umani.

A dare notizia del nuovo arresto di Nasrin, e’ stato il marito Reza Khandan, con un post pubblicato sulla sua pagina Facebook. Nel post, Khandan ha anche scritto che – ricevendo gli agenti incaricati in casa – ha affermato: “Con tutte le cose che il Governo dovrebbe fare per il Paese, la sola cosa che fa e’ arrestare persone”.

Ricordiamo che Nasrin e’ stata gia’ arrestata nel 2010 e condannnata a sei anni di carcere per “propaganda contro lo Stato” e “cospirazione”. Nel 2012 Nasrin ha dichiarato lo sciopero della fame, che duro’ addirittura 50 giorni, per protestare contro le persecuzioni alla sua famiglia.

Alla fine la Magistratura scelse di liberarla nel settembre del 2013, ma da anni le e’ pratiamente impedito di  svolgere liberamente la sua professione di avvocato. Ultimamente Nasrin ha preso parte anche al movimento di protesta per i diritti delle donne, contro l’obbligatorieta’ di portare il velo.

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Il Ministro degli Esteri iraniano Zarif, ha rilasciato una lunga intervista al canale americano CBS, per il programma “Face the Nation”. Di questa intervista, cio’ che ha fatto notizia – particolarmente in Italia – e’ la minaccia di Zarif di far ripartire l’arricchimento dell’uranio, se gli Stati Uniti dovessero decidere di cancellare l’accordo nucleare.

Ben pochi hanno invece notato quanto affermato da Zarif in merito allo scambio di prigionieri. Il Ministro degli Esteri iraniano ha infatti affermato che, un simile scambio con gli Stati Uniti, sara’ possibile “per ragioni umanitarie”, solamente davanti ad un “cambio di atteggiamento” verso Teheran, da parte di Washington.

Le parole di Zarif dovrebbero essere condannate dall’intera Comunita’ Internazionale. Sono l’ennesima dimostrazione del fatto che – gli arresti di cittadini iraniani in possesso di doppia cittadinanza, avvenuti in questi anni – hanno seguito una strategia molto chiara: la strategia del ricatto.

Con l’accusa di spionaggio per una “nazione nemica”, accusa sempre buona per ogni stagione, Teheran ha condannato ad anni di galera diversi cittadini iraniani con doppia cittadinanza, tra questi anche americani (come Siamak Namazi, Baquer Namazi e  Karan Vafadari), inglesi (come Nazanin Zaghari-Ratcliffe e Kamal Foroughi) e canadesi (come Saeed Malekpour).

C’e’ un caso poi che, indirettamente, riguarda anche l’Italia: si tratta del caso di Ahmadreza Djalali, in possesso di cittadinanza svedese, ma per anni residente a Torino, dove ha lavorato presso l’Universita’ del Piemonte Orientale. Purtroppo Ahmadreza e’ stato condannato addirittura a morte!

In totale 13 cittadini iraniani, che oggi marciscono nelle galere del regime, in attesa che uno Stato Occidentale paghi per le loro vite. Cosi come nel 2016, durante la Presidenza Obama, gli Stati Uniti pagarono omilioni di dollari per liberare il Pastore cristiano Saeed Abedini e il giornalista del Washington Post Jason Rezaian.

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La pagina della rappresentanza italiana alle Nazioni Unite, ha dato notizia della visita di Francesco Rocca – Presidente della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – in Iran. Una visita che precede l’arrivo di Rocca in Iraq, per una conferenza internazionale.

Secondo quanto si puo’ leggere nell’articolo di ONU Italia, ma anche secondo quanto riportato dalle agenzie iraniane, il viaggio di Rocca in Iran e’ stato incentrato sulle priorita’ umanitarie, non solo nelle aree terremotate della Repubblica Islamica (come il terremoto di Kermanshah nel novembre del 2017), ma anche in territori in guerra come la Siria e lo Yemen.

Ovviamente, non serve neanche dirlo, si tratta di temi di assoluta importanza. Nonostante tutto, si rimane senza parole nel vedere che il tema dei diritti umani non sia assolutamente stato toccato. In particolare, il Presidente Rocca avrebbe dovuto sollevare la questione dei prigionieri politici iraniani e del loro stato detentivo. Come noto, nelle carceri iraniane sono detenuti decine e decine di prigionieri politici, a cui sistematicamente vengono negate le necessarie cure mediche. Prigionieri che, proprio per riuscire ad ottenere i loro diritti, spesso iniziano estenuanti scioperi della fame, che rischiano molto spesso di portarli alla morte (lo stesso Ahmadreza Djalali, in carcere ha perso decine di chili, dopo aver iniziato uno sciopero della fame per protesta).

Visitando l’Iran, Rocca ha incontrato direttamente il Vice Presidente del regime islamista sciita, Eshaq Jahangiri. Come suddetto, almeno pubblicamente, il tema dei prigionieri politici e’ stato totalmente dimenticato. Ci auguriamo che, almeno a telecamere spente, il Presidente Rocca abbia compiuto il suo dovere, sollevanto l’argomento e pretendendo che i rappresenti della Mezzaluna Rossa, ottengano il permesso di visitare le carceri iraniane dove sono rinchiusi gli oppositori politici.

Un documentario su Atena Daemi, prigioniera politica in Iran

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Il cantante metal iraniano Nikan Khosravi, fondatore del gruppo “Confess”, ha lasciato l’Iran. Anzi, per meglio dire, Nikan e’ scappato dalla Repubblica Islamica, per evitare una condanna a sei anni di carcere, inflittagli dal giudice Mohammad Moghisseh.

Nikan e il suo amico Arash Ilkhan sono stati arrestati dai Pasdaran iraniani il 9 novembre del 2015, pochi giorni dopo la pubblicazione del loro secondo album “In Pursuit of Dreams”. Come suddetto, i due vennero subito accusati di produzione di musica satanica. Durante gli interrogatori, i due musicisti sono stati accusati di “lavorare per Satana” e di “negare l’esistenza di Dio”.

Il 17 marzo del 2017, Moghisseh ha condannato Nikan Khosravi ha sei anni di carcere per “insulto al sacro” e “propaganda contro lo Stato”. Sicuro della sua condanna, Nikan ha deciso di lasciare l’Iran, per evitare di essere sbattuto in carcere. Arash Ilkhani, invece, si trova ancora nella Repubblica Islamica, in attesa della sentenza del giudice.

Nikan Khosravi, giunto in Turchia, si e’ immediatamente rivolto all’agenzia delle Nazioni Unite UNHCR per chiedere asilo politico, anche in un Paese terzo. Descrivendo il suo arresto, Khosravi ha che tra i sei e gli otto Pasdaran sono entrati nella sua casa, senza alcun mandato, hanno perquisito ovunque la stanza, confiscato gli effetti personali e l’hanno portato fuori incappucciato. Arash invece, e’ stato fermato mentre andava all’università. Durante gli interrgatori, Nikan Koshravi ha dichiarato di aver temuto di essere condannato a morte.

Fortunatamente, grazie al suo avvocato, Nikan e’ riuscito a dimostrare che le sue canzoni non contenevano alcun contenuto satanico, ma che erano riferite solamente a Dio e alla natura. Spiegazioni che, nonostante tutto, non sono bastate per evitargli la condanna al carcere. Una condanna decisa dal giudice Moghisseh in soli 15 minuti…

 

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Oggi e’ il compleanno di Atena Daemi, attivista per i diritti umani e contro la pena di morte, incarcerata dal regime sin dal novembre 2016. Atena e’ stata condannata a sette anni di carcere per aver criticato il regime e aver sostenuto sul suo profilo Facebook, la condanna degli artefici del massacro del 1988 contro gli oppositori politici (oltre 30,000 morti).

Da quando e’ stata rinchiusa in carcere, le condizioni di salute di Atena sono drasticamente peggiorate. Prima, in protesta contro la persecuzione dei suoi famigliari, Atena ha dichiarato lo sciopero della fame. Uno sciopero che l’ha totalmente sfiancata e ha drammaticamente deteriorato il suo stato fisico. Tanto che i medici hanno detto che Atena necessita di una operazione urgente, che ovviamente il regime le ha negato. Il 9 marzo scorso, Amnesty International ha denunciato che Atena Daemi e Golrokh Ebrahimi Iraee, altra prigioniera politica, sono state picchiate nel carcere di Shahr-e Rey, vicino Teheran.

In questi anni, purtroppo, in Occidente pochissime voci si sono levate per la liberazione di Atena Daemi. Soprattutto, assordante e’ stato il silenzio delle cosiddette “femministe”, in primis di quelle italiane. Donne che pretendono di esser riconosciute come “voci libere”, ma che in realtà in questi anni sono corse a Teheran tutte velate e non hanno proferito verbo sugli abusi dei diritti umani da parte della Repubblica Islamica.

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Ancora un decesso in carcere di un manifestante arrestato durante le proteste popolari, scoppiate alla fine di dicembre dell’anno scorso.Questa volta, a morire misteriosamente e’ lo studente Taleb Basati, 26 anni, arrestato il 18 febbraio 2018 nella Provincia di Ilam con l’accusa di aver filmato le proteste anti-regime.

Secondo quanto si apprende, dopo il suo arresto, Taleb e’ prima interrogato numerose volte, poi trasferito in un carcere. Qui, davanti a 18 altri detenuti, Taleb e’ morto improvvisamente. Per la cronaca, la data del decesso non e’ mai stata resa nota ufficialmente.

Cio’ che sappiamo, grazie al racconto di alcuni amici di Taleb, e’ che il corpo del giovane iraniano e’ stato restituito alla famiglia il 25 febbraio scorso e il regime ha minacciato i suoi cari di non chiedere alcuna autopsia ufficiale e di non parlare con alcun media di quanto accaduto.

Con il decesso di Taleb Basati, sono cinque i manifestanti arrestati durante le proteste popolari e deceduti in custodia. Tre di questi decessi, quello di Sina Ghanbari, di Vahid Heydari e di Kavous Seyed-Emami, sono stati classificati ufficialmente come “suicidio”.

Quattro importanti ONG per i diritti umani – Amnesty International, Human Rights Watch, Center for Human Rights in Iran e Justice for Iran – hanno firmato un comunicato congiunto, chiedendo la fine della persecuzione dei famigliari che chiedono di avere notizie dei loro cari arrestati e giustizia per coloro che sono morti in detenzione.

 

 

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Il noto accademico iraniano Sadegh Zibakalam, professore di scienza politica all’Università di Teheran, e’ stato condannato a 18 mesi di carcere, per una intervista ad un giornale straniero, sgradita al regime.

Zibakalam, infatti, aveva parlato con il Deutsche Welle, quotidiano tedesco anche in lingua farsi, in merito alle proteste popolari scoppiate alla fine di dicembre in Iran. In quella occasione, l’accademico iraniano aveva affermato che – se potessero votare oggi in un referendum sulla repubblica islamica – gli iraniani voterebbero assolutamente contro il modello teocratico.

Sadegh Zibakalam non e’ nuovo a coraggiose posizioni di contrasto alle scelte del regime iraniano. Durante la Presidenza del negazionista Ahmadinejad, Zibakalam aveva  partecipato in un dibattito in cui aveva attivamente criticato gli slogan del regime “Morte ad Israele” e “Morte all’America”. Anche in quel caso, purtroppo, il coraggio costo’ all’accademico iraniano la condanna a 18 mesi di carcere.