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ahmadreza djalali family

“Mi chiamo Ahmadreza Djalali e dal 1997 ho lavorato in Iran nella gestione delle crisi naturali, come ricercatore, docente e pianificatore”. Comincia cosi la lettera scritta dal ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali dal carcere di Evin, dove e’ detenuto dall’aprile del 2016, e pubblicata lo scorso ottobre dell’ONG Iran Human Rights.

In questa lettera, Ahmadreza Djalali ricorda gli anni di lavoro in Iran in questo settore ricevendo, sin dal 2012, la proposta di entrare a far parte di università legate ai Pasdaran iraniani. Proposte che Ahmadreza ha rigettato, scegliendo prima di emigrare in Svezia e poi in Italia per continuare la sua carriera accademica.

Nel periodo tra il 2012 e il 2016, anno dell’arresto, Ahmadreza ha continuato liberamente a viaggiare in Iran, venendo invitato per numerose conferenze accademiche, anche nella gestione delle crisi derivate da attentati terroristici. In questi anni, per ben due volte nel 2014 e nel 2015, Ahmadreza Djalali e’ stato avvicinato da agenti del servizio segreto, che gli anno proposto di diventare una spia, per informare l’intelligence iraniana in merito alle attività scientifiche dei Paesi europei che aveva modo di visitare.

Ad entrambe le proposte, Ahmadreza ha detto no, ricevendo come risposta assicurazioni in merito al fatto che – il suo rifiuto – non gli avrebbe provocato una ritorsione da parte del regime. Niente di piu’ falso: Ahmadreza, come noto, e’ stato arrestato nell’aprile del 2016, tenuto in isolamento, accusato di essere una spia (prima del Mossad, poi di un qualche Paese europeo, ancora non determinato), costretto a confessare un reato mai commesso e condannato a morte. Una sentenza che e’ stata da poco confermata dalla corte d’appello iraniana.

Ieri, dunque, la TV iraniana ha mandato in onda un lungo programma TV, in cui – nuovamente – ha costretto Ahmadreza Djalali a confessare le sue colpe, questa volta davanti alle telecamere (video). Purtroppo, per diverso tempo, media italiani di primo piano quali Ansa e Corriere, hanno riportato la notizia della confessione di Djalali, senza dire una parola sulle torture da lui subite per costringerlo a denunciarsi. Una vergogna assoluta, che li ha poi costretti a rettificare.

Noi, piuttosto che pubblicare in basso il video della confessione forzata di Djalali, preferiamo pubblicarvi quello di Vida Mehrannia , moglie di Ahmadreza, diffuso da Amnesty International qualche giorno fa. Le sue parole toccano il cuore.

 

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L’intelligence iraniana ha iniziato una campagna per portare alla condanna l’artista Parastou Forouhar. La campagna, ufficialmente, si basa su una foto in cui si vede l’avvocatessa per i diritti umani Shadi Sadr, con in mano un bicchiere di vino bianco, seduta su un sacco a pelo creato dalla Forouhar e foderato con delle scritte in arabo relative all’Islam sciita.

La foto, pubblicata in Rete, ha scatenato la rabbia dei fondamentalisti iraniani, che hanno accusato Parastou Forouhar di aver insultato il sacro. Questo perché nell’Islam bere vino e’ considerato haram, ovvero un peccato.

Dopo la pubblicazione della foto, la Forouhar e’ stata convocata per ben tre volte al Palazzo di Giustizia presente all’interno del carcere di Evin, al fine di spiegare le ragioni del suo comportamento. Parstou Forouhar ha reagito rifiutando l’accusa di aver insultato il sacro e la follia di usare una foto in cui lei stessa non compare, per punirla. Come rimarcato dall’artista iraniana: “la foto non ha nulla a che vedere con me e io non posso essere responsabile per ciò che le persone fanno con le mie opere d’arte“.

Parastou Forouhari vive da anni in Germania, ma visita annualmente l’Iran per ricordare i suoi genitori – Darioush e Parvaneh Forouhar – uccisi dagli agenti dell’intelligence il 21 novembre del 1998, in quella che e’ nota come la “catena degli omincidi” (una campagna decennale di uccisioni di oppositori politici iraniani, voluta direttamente dall’Ayatollah Khomeini dal 1988). Darioush e Parvaneh Fourhar avevano creato un partito che promuoveva la laicità e il secolarismo in Iran.

Il prossimo 25 novembre, Parastou Forouhari dovrà presentarsi davanti alla Corte Rivoluzionaria di Teheran, sezione 28, per rispondere delle accuse di “insulto al sacro” e “propaganda contro lo Stato”. La seconda accusa e’ stata aggiunta dopo che l’artista iraniana ha rilasciato interviste pubbliche, denunciato l’uccisione dei suoi genitori da parte del regime.

La Forouhari e’ sicura della sua innocenza e ha anche annunciato di voler denunciare l’ex Ministro dell’intelligence Ghorbanali Dorri-Najafabadi (1997-2000), per il suo ruolo nella campagna di uccisione degli oppositori politici iraniani. Notare, per rimarcare l’inesistenza reale del riformismo nell’establishment iraniano, che tutto questo e’ accaduto sotto la Presidenza di Khatami…

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La foto dell’avvocatessa Shadi Sadr sul sacco a pelo creato da  Parastou Forouhar

 

 

 

reza

Il regime iraniano ha condannato Reza Ekvanyan, poeta e attivista per i diritti civili, e’ stato condannato a tre anni di carcere e quaranta frustate con l’accusa di “propaganda contro lo Stato” e “insulto al sacro”. Ad emettere la condanna e’ stata la Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, presieduta dal giudice Mashallah Ahmadzadeh.

Ad accusare Reza Ekvanyan sono stati i Pasdaran e il Ministero dell’Intelligence, che accusano il poeta di essere stato in contatto con contatto con “organizzazioni anti-statali” (Iran Human Rights).

In realtà, le colpe di Reza Ekvanyan sono relative alla sua attività di poeta e a quando da lui pubblicato sul suo profilo Instagram, ora disattivato. Purtroppo, la condanna del poeta iraniano si inserisce anche nella guerra politica tra le fazioni politiche. A dimostrazione di quanto suddetto, va rimarcato che Reza Ekvanyan e’ stato condannato anche per dei poemi pubblicati con l’autorizzazione del Ministero della Cultura e della Guida Islamica, sotto la Presidenza di Hassan Rouhani. Tra le altre cose, sempre con autorizzazione del Ministero della Cultura e della Guida Islamica, Ekvanyan ha pubblicato due libri.

Nato a Dehdasht, Reza Ekvanyan ha 32 anni e nel passato e’ gia’ stato arrestato in passato per le sue idee politiche e il suo attivismo per i diritti civili. Un primo arresto e’ avvenuto nel 2010 ed ha portato alla condanna ad un anno di detenzione del poeta. In quella occasione, Reza Ekvanyan aveva dato il suo sostegno alla “One Million Signatures Campaign“, in favore dell’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna in Iran. Un secondo arresto e’ avvenuto nel 2013, in questo caso con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”.

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prigioniero curdo

Mohammad Nazari e’ il più “anziano” prigioniero politico iraniano: arrestato nel Maggio del 1994 dagli agenti del Ministero dell’Intelligence (MOIS), Mohammad e’ stato condannato a morte per essere un membro del partito curdo di opposizione PDKI. Nel 1999, quindi, la pena di Mohammad e’ stata trasformata in carcere a vita e da 23 anni ormai, Mohammad si trova rinchiuso nel carcere di Rajaee Shahr di Teheran.

Da mesi ormai, Mohammad sta lottando non per essere scarcerato, ma per ricevere il permesso ad un rilascio temporaneo per ricevere le cure mediche di cui ha bisogno e che il regime non gli autorizza. Tra le altre cose, secondo il nuovo codice penale iraniano, a Mohammad spetterebbe di diritto il rilascio, considerando che il crimine da lui commesso – teoricamente – e’ stato depenalizzato.

Purtroppo, pero’, il regime iraniano non ha alcuna pietà per i prigionieri politici. Per queste ragioni, Mohammad Nazari ha deciso di dichiarare lo sciopero della fame alla fine di luglio e le sue condizioni di salute oggi sono pessime (sta perdendo anche i denti).

Qualche mese fa, un rappresentante del MOIS ha fatto visita a Mohammad Nazari, promettendogli la libertà in cambio della rinuncia alla lotta politica. Mohammad ha accettato, ma ha condizionato la sua rinuncia solamente a scarcerazione avvenuta. Purtroppo, ad oggi, le parole di quell’agente del MOIS sono rimaste solo inutili promesse.

mohammad nazari

atena daemi amnesty

Quello che sta succedendo in Iran e gravissimo e richiede l’intervento delle massime autorità politiche internazionali, soprattutto quelle Occidentali.

Il regime iraniano sta negando alla nota attivista per i diritti umani e i diritti dei bambini, Atena Daemi, una operazione chirurgica di cui – secondo quanto dichiarato dagli stessi dottori – necessita il prima possibile. 

In realtà, il 25 settembre scorso, tutto era pronto per operare Atena presso l’ospedale Imam Khomeini di Teheran. La prigioniera politica era stata addirittura già trasportata in ospedale e aveva fatto tutte le pratiche di ammissione.

Poco dopo essere stata ricoverata, pero’, il Direttore della prigione di Evin, Ali Chaharmahali, ha ordinato al personale medico che Atena Daemi doveva essere ammanettata sia alle mani che ai piedi, durante la sua permanenza in ospedale. Venuta a conoscenza della richiesta, Atena ha dichiarato di essere una prigioniera politica e di non avere alcuna intenzione di usare l’occasione del suo ricovero per scappare via. La sua intenzione era solo quella di essere curata. Purtroppo, le autorità iraniane non hanno cambiato la loro opinione, Atena ha rifiutato le manette e, come conseguenza, e’ stata riportata in carcere senza essere operata!

A questo va aggiunto che, il giorno prima dell’operazione, il padre di Atena Daemi si era recato presso l’Assistente del Procuratore di Teheran, il Dott. Hajmoradi, che aveva solennemente promesso che la detenuta non sarebbe stata ammanettata durante il ricovero ospedaliero. Non solo: aveva anche assicurato che Atena avrebbe potuto ricevere visite. Dopo l’incidente in ospedale, il padre di Atena si e’ recato presso la Procura per lamentarsi, ma gli e’ stato detto che gli ordini del direttore del carcere non potevano essere revocati.

Ricordiamo che Atena Daemi, coraggiosa attivista di trent’anni, e’ stata condannata nel novembre del 2016 a sette anni di carcere, per aver criticato il regime, condannato il massacro dei prigionieri politici del 1988 e aver incontrato le famiglie degli oppositori al regime. 

In carcere, purtroppo, la salute di Atena Daemi e’ drammaticamente deteriorata: per ricevere attenzioni da parte del regime, Atena ha persino lanciato uno sciopero della fame durato quasi due mesi.

Nel luglio del 2017, sia Atena Daemi che la sua compagna di cella Golrokh Ebrahimi Iraee, anche lei prigioniera politica, hanno scritto una lettera aperta, descrivendo le condizioni della loro prigionia. La lettera venne scritta anche per reagire alla visita di alcuni Ambasciatori stranieri nel carcere di Evin: un “tour” organizzato dal regime e che non implicava la visita alle sezioni dei prigionieri politici!

Riteniamo che quanto stia accadendo ad Atena sia gravissimo e che sia dovere dell’Occidente, intervenire a garanzia della salute e della sicurezza di questa giovane e battagliera attivista iraniana!

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Il 23 maggio scorso, il regime iraniano ha permesso ai due fratelli Mehdi Rajabian e Hossein Rajabian, di lasciare il carcere di Evin per alcuni giorni, per ragioni mediche.

Come vi abbiamo raccontato in articoli pubblicati nei mesi passati, Mehdi e Hossein sono due produttori e musicisti, arrestati dal regime nell’Ottobre del 2013 per aver creato una etichetta musicale – la Barg Music – rea di aver diffuso musica considerata peccaminosa dalla Repubblica Islamica e di aver permesso a delle donne di cantare. Nel maggio del 2015, in un processo durato 15 minuti, i due sono stati condannati dal giudice Mohammad Moghiseh a pene tra i 3 e i 6 anni di carcere (poi ridotta a 3 anni in appello). La loro detenzione presso il carcere di Evin e’ iniziata nel giugno del 2016 (la foto sotto ritrae i fratelli Rajabian mentre si dirigono ad Evin).

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Nonostante i due fratelli Rajabian fossero stati condannati per motivi politici, si sono ritrovati nella stessa cella dei criminali comuni e Mehdi e’ stato anche duramente picchiato da alcuni compagni di cella.

Nel febbraio 2017, quindi, una speciale Commissione della Magistratura iraniana, ha scritto nero su bianco che Mehdi Rajabian non poteva essere tenuto in cella, perché malato di sclerosi multipla. Nonostante la decisione della Commissione, le autorità carcerarie hanno negato la libertà a Mehdi. Ricordiamo che, dal suo ingresso in carcere, Mehdi Rajabian e’ già stato ricoverato due volte, proprio per il grave deterioramento del suo stato di salute.

In queste ore, gli attivisti per i diritti umani hanno riportato la notizia che i due fratelli Rajabian, hanno rifiutato il ritorno ad Evin, dopo la fine del rilascio temporaneo concesso dal regime. Il rifiuto del ritorno in carcere, sarebbe proprio dovuto alla necessita’ di Mehdi di essere ricoverato nuovamente, per l’aggravarsi della malattia che lo colpisce.

 

 

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Dopo oltre un mese di sciopero della fame, il corpo di Atena Daemi sta cedendo. La prigioniera politica iraniana ha perso oltre 14 kg e in un paio di occasioni ha anche rimesso sangue.

Le autorità carcerarie di Evin, hanno trasferito Atena nella clinica del centro detentivo, somministrandole uno sciroppo che le permettesse di assorbire i liquidi e ridurre i dolori addominali. Nonostante queste prime cure, Atena necessita di essere trasferita urgentemente in una clinica. Il regime, pero’, ha rifiutato l’ospedalizzazione.

Ricordiamo che Atena Daemi, condannata a sei anni di carcere per le sue proteste in favore della democrazia e dei diritti umani in Iran, ha dichiarato lo sciopero della fame lo scorso 8 aprile, in protesta contro l’arresto di sua sorella e la persecuzione dei suoi famigliari.

Nel video sottostante, la storia di questa coraggiosa attivista iraniana.