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ahmadreza djalali

Sono settantacinque i Premi Nobel che hanno deciso di firmare un appello pubblico all’Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Gholamali Khoshroo, chiedendo il rilascio immediato del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Come noto, Ahmadreza Djalali e’ stato arrestato nel 2016 mentre si trovava in Iran per motivi di lavoro, accusato di contatti con un “paese nemico”, ed infine recentemente ufficialmente condannato a morte come “spia del Mossad”. Ahmadreza ha sempre negato le accuse nei suoi confronti, rimarcando come sia stato costretto a firmare due confessioni forzate. Recentemente, si e’ venuto a sapere che qualche anno addietro, il regime iraniano propose ad Ahmadreza di essere reclutato, ma il ricercatore accademico rifiuto’, pagando per questo un prezzo altissimo.

La campagna per la liberazione di Ahmadreza Djalali coinvolge direttamente anche l’Italia. Ahmadreza, in possesso anche della cittadinanza svedese, ha infatti per anni lavorato come ricercatore presso l’università del Piemonte Orientale (tra le prime ad impegnarsi per la sua liberazione).

I settantacinque Premi Nobel che hanno firmato l’appello all’Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, sono stati rappresentati da Sir Richard Roberts, biochimico e biologo inglese, Premio Nobel per la medicina nel 1993. I 75 Nobel firmatari, hanno anche annunciato il loro sostegno alla petizione internazionale per la liberazione di Ahmadreza Djalali, lanciata su Change. org.

 

 

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L’articolo che Shirin Ebadi ha recentemente pubblicato su Politico, non e’ un pezzo qualunque, ma una vera e propria j’accuse nei confronti dell’Europa, per le modalità con cui sta gestendo le aperture politiche – ma soprattutto economiche – al regime iraniano (Politico.eu).

Piccola premessa: l’avvocatessa Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace nel 2003, e’ ormai da anni rifugiata all’estero, dopo aver passato una vita di esclusione sociale e persecuzione in Iran. Presidente di una sezione del Tribunale di Teheran prima delle Rivoluzione iraniana, la Ebadi ha dovuto lasciare il lavoro perché donna nel 1979 e ha potuto esercitare nuovamente la professione forense solamente nel 1992. Dedicatasi soprattutto a difendere gli attivisti per i diritti umani, la Ebadi e’ stata insignita del Premio Nobel nel 2003. Purtroppo, come noto, l’assegnazione del prestigioso riconoscimento le e’ costata solamente una maggiore persecuzione da parte del regime. Dal 2009, quindi, si e’ rifugiata a Londra, dopo che le forze di sicurezza sono penetrate nel suo appartamento di Teheran, sequestrandole anche lo stesso Premio Nobel.

Nell’articolo scritto per Politico, la Ebadi sottolinea come – mentre la Repubblica Islamica diventa per l’Europa un “Open for Business” – il regime continua senza limiti ad impiccare prigionieri, incarcerare giornalisti, discriminare socialmente e professionalmente le donne e abusare dei diritti umani. 

Molto spesso, denuncia la Ebadi, le stesse società Occidentali sono indettamente responsabili degli abusi dei diritti umani. Il Premio Nobel iraniano, a tal proposito, ricorda il ruolo avuto dalla Nokia nel fornire ai Pasdaran i mezzi tecnologici per intercettare gli attivisti dell’Onda Verde – protagonisti delle proteste popolari del 2009/2011 – molto spesso ancora oggi detenuti e torturati dal regime. Non solo: il business con il regime iraniano favorisce la corruzione interna e spesso legittima norme discriminatorie, come quelle che impediscono ai Baha’i di esercitare una serie di professioni (No Pasdaran).

Il regime iraniano, denuncia la Ebadi, usa gli organismi internazionali come l’ONU e il dialogo bilaterale con la UE, per isolare il tema dei diritti umani rispetto agli altri argomenti. Cosi facendo, il regime astutamente avvia dialoghi filosofici sulla questione dei diritti umani che, concretamente, sono destinati al fallimento e non rafforzano in alcun modo gli attivisti presenti all’interno della Repubblica Islamica (molto spesso in carcere, nella piena indifferenza Occidentale). Un caso esemplare e’ quello di Narges Mohammadi, arrestata per aver incontrato la ex Mrs Pesc Lady Ashton a Teheran e su cui l’attuale Mrs. Pesc Mogherini – tanto amica del Ministro degli Esteri iraniano Zarif – non ha mai accennato minimamente (No Pasdaran).

L’Italia stessa, sin dai tempi dell’ex Ministro degli Esteri Emma Bonino, ha avviato con il regime iraniano un dialogo anche sui diritti umani, per mezzo di alcune conferenze organizzate a Siracusa con la presenza dello stesso Javad Larijani, Segretario del Consiglio per i Diritti Umani dell’Iran. Non solo quelle conferenze non hanno portato a nulla, ma hanno contribuito allo sdoganamento del regime, nello stesso momento in cui le condanne a morte aumentavano e gli attivisti finivano in celle di isolamento senza processi legali. In altre parole, quelle conferenze sono servite unicamente per legittimare il nuovo business con uno Stato autoritario, senza porre delle reali condizioni a Teheran (No Pasdaran).

Tutto ciò senza dimenticare che, sin dal 2002, l’Unione Europea ha avviato con l’Iran un dialogo bilaterale sui diritti umani. Dialogo fallito drammaticamente e che non ha impedito a Teheran di schiacciare senza alcuna pietà le proteste popolari iniziate nel 2009, con la illegale rielezione del negazionista Ahmadinejad a Presidente dell’Iran.

Shirin Ebadi descrive quindi quattro condizioni fondamentali che l’Europa deve porre nel nuovo dialogo con il regime iraniano:

  1. mantenere un focus sull’Iran alle Nazioni Unite;
  2. integrare gli sforzi multilaterali con il dialogo bilaterale strategico;
  3. lavorare a stretto contatto con la società civile iraniana, in Iran e all’estero;
  4. stabilire degli standard per il business, legati alla responsabilità sociale delle imprese.

Il quarto punto, per la Ebadi, e’ fondamentale. Lo e’ soprattutto considerando le parole pronunciate da Hassan Rouhani in un discorso alla nazione trasmesso ieri dalle TV nazionali in Iran. Rouhani ha detto che Teheran oggi non punta a scambiare petrolio con prodotti finiti, ma a costruire delle joint venture tra la Repubblica Islamica e le compagnie internazionali. Un progetto che, senza delle chiare condizioni politiche, rischia seriamente di rendere le società estere complici degli abusi dei diritti umani in Iran. 

Per questo, e’ fondamentale che l’appello della Ebadi sia accolto dai Governi europei, primo fra tutti quello italiano. Non solo perché l’Italia si vanta di essere in prima fila per la Moratoria Internazionale sulla Pena di Morte, ma anche perché Rouhani ha scelto proprio Roma come “porta d’ingresso” verso l’Europa. Una decisione che, chiaramente, pone il Governo Italiano davanti al dovere di non essere complice degli abusi commessi da un regime fondamentalista, misogino e razzista. 

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Libera subito Omid Kokabee”! Questo il messaggio che 18 premi Nobel hanno voluto inviare direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei, proprio in occasione del discorso di Hassan Rouhani alle Nazioni Unite e, soprattutto, dei negoziati sul programma nucleare in corso in queste settimane. Chi è Omid Kokabee? La sua storia, purtroppo, non è molto conosciuta in Europa, ma rappresenta perfettamente il comportamento del regime iraniano e, in particolare, del Ministro dell’Intelligence e della Difesa. Omid è un brillante scienziato: laureato in Fisica Applicata ed Ingegneria Meccanica presso l’Università di Sharif nel 2000, Omid ha conseguito il suo primo Dottorato di ricerca in Ottica Quantistica presso l’Istitito delle Scienze Fotoniche di Barcellona. Nel 2010, quindi, ha inziato il suo secondo Dottorato di ricerca presso l’Università di Austin in Texas. Qui, importante ricordarlo, si è distinto per diverse pubblicazioni di primo livello per la rivista scientifica Optics Letters.

Nel gennaio del 2011, mentre ritornava negli Stati Uniti dopo una visita alla famiglia in Iran, Omid Kokabee è stato arrestato all’aeroporto di Teheran. In pochi giorni, il regime lo ha accusato di contatti con “paesi ostili” e “spionaggio”. Omid ha rifiutato tutte le accuse a suo carico, denunciato di essere vittima di un complotto. Per quale ragione? Semplice: come denunciato da Omid stesso in una lettera inviata dal carcere nel 2013, la vera ragione del suo arresto è direttamente legata al programma nucleare iraniano. Omid, infatti, ha rifiutato di collaborare con i Pasdaran, rigettando l’idea di offrire la sua mente e i suoi studi per la realizzazione della bomba nuclare. Una mente come quella di Omid Kokabee, chiaramente, esperta sopratutto sul tema dei laser, non poteva passare inosservata agli agenti dei Mullah. In particolare, come denunciato dall’American Physical Society nel 2013, non potevano sfuggire al regime gli studi fatti da Omid sui laser, uno dei mezzi attraverso il quale è possibile ottenere l’arricchimento dell’uranio sino alle percentuali necessarie per realizzare l’ordigno atomico.

Nella Repubblica Islamica l’accusa di spionaggio va per la maggiore contro chi decide di opporsi al regime. Le pene, ovviamente, sono molto dure: Omid è stato condannato a dieci anni di carcere e torturato diverse volte. Nonostante questo incubo, lo scienziato iraniano ha rifiutato diverse volte l’offerta del regime “libertà immediata in cambio di collaborazione”. Un coraggio che è valso ad Omid l’assegnazione del premio Andrei Sakharov nel 2014, un importante riconoscimento internazionale assegnatogli in nome dell’immane sforzo di unire la saggezza scientifica, alla difesa dei diritti umani.

Restando in tema di diritti umani e nucleare, vogliamo ricordare che – proprio in queste ore – la sorella di uno scienziato iraniano assassinato nel febbraio del 2007. il Dottor Ardeshir Hosseinpour, ha accusato il regime di aver ucciso suo fratello, come ritorsione per il suo rifiuto di collaborare alla costruzione della bomba atomica. Parlando con The Media Line, Mahmoobeh Hosseinpour ha rivelato che, nel Novembre del 2004, degli emissari di Khamenei contattarono direttamente Ardeshir, offrendogli una posizione all’interno dei Pasdaran, in cambio del suo aiuto nel programma nucleare e nella supervisione del lavoro degli scienziati russi e nordcoreani, al servizio della Repubblica Islamica. Davanti alla mancata collaborazione di Ardeshir, il regime ha deciso di ucciderlo, accusando Israele dell’omicidio. Nella stessa conversazione, Mohmoobeh Hosseinpour ha anche rivelato che i Pasdarnan hanno rubato un DVD contenente le ricerche portate avanti dai Ardeshir sull’arricchimento dell’uranio.

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Verrebbe da dire…solo in Iran…Ci spieghiamo meglio: ieri l’agenzia stampa Mehr News ha pubblicato un interessante articolo in merito all’altissimo livello di giovani donne che abusano di droge nella Repubblica Islamica. I dati, per la cronaca, venivano forniti direttamente dalla bocca di Zahra Bonyanian, Vice Segretario Generale del Dipartimento per il Controllo della Droga tra le Donne e nelle FamiglieLa rappresentante del regime, è stata costretta ad ammettere che il numero di donne iraniane che fanno uso di sostanze stupefacenti è drammaticamente aumentato e colpisce tutte le classi sociali, indipendentemente dal loro status economicoLa Signora Bonyanian, quindi, ha rivelato che l’età in cui le donne in Iran cominciano a drogarsi è scesa a 15 anni e che, coloro che hanno tra i 20 e i 35 anni, rappresentano la fascia d’età più colpita dall’abuso di droge (in pratica coloro che dovrebbero essere lavorativamente più attive.

Dopo aver spiegato quali sono le droge maggiormente usate dalle donne iraniane (oppio, cocaina e crack afgano in testa), il giornalista di Mehr News chiede al Vice Segretario Bonyanian una spiegazione di questo terribile fenomeno che colpisce la Repubblica Islamica. Bene, la risposta lascia a dir poco stupefatti: secondo la rappresentante del regime, l’aumento dell’uso di droge da parte delle donne iraniane andrebbe fatto coincidere con il fascino generato nel gentil sesso dalle “TV satellitari, in particolare da quei programmi che si propongono pillole per combattere l’obesità o proteggere la pelle…”

Proprio non viene in mente a Zahra Bonyanian che, quanto sta accadendo alle donne iraniane, sia direttamento frutto di quella che il dissidente Akbar Ganji ha definito una vera e propria “apartheid di genere“. Le donne iraniane, infatti, sono legalmente considerate inferiori, praticamente valgono metà di un uomo. Nella società, come noto, le donne iraniane sono costrette portare il velo e non avere pubblici contatti “moralmente riprovevoli” con l’altro sesso (ovvero stare a contatto solamente con padri e mariti). All’interno della famiglia, poi, la donna non può ottenere un passaporto o lasciare il Paese senza il consenso del padre o del marito. Nei casi di crisi matrimoniale, quindi, le possibilità delle donne di ottenere il divorzio o l’affidamento dei figli senza il consenso dell’uomo sono praticamente minime. Nel mondo del lavoro, infine, ad una donna è proibito lavorare fuori di casa senza il consenso del marito ed è praticamente impossibile guadagnare quanto un suo pari di sesso maschile.

Proprio per promuovere i diritte delle donne è nata la famosa campagna “One Million Signature” anche nota come “change for equality. L’eco di questa lotta delle donne iraniane, ha raggiunto tutto il mondo e provocato la veemente reazione del regime. In pochi anni, infatti, gli Ayatollah hanno ordinato la carcerazione di coraggiose attiviste come Deleram Ali, Fariba Davoodi Mohajer, Noushin Ahmadi Khorasani, Parvin Ardalan, Shahla Entesari, Sussan Tahmasebi, Azadeh Forghani, Esha Momeni e Bahareh Hedayat. Tra le sostenitrici della lotta civile, quindi, va annoverato anche il Premio Nobel Shirin Ebadi, costretta dal regime a lasciare l’Iran per andare a vivere a Londra.

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Ben si capisce, perciò, che il vero problema delle donne iraniane è il regime che le perseguita e le umilia costantemente. Un sistema di controllo, che nega a tutto il popolo – minoranze in testa – ogni aspirazione di libertà. E’ per questo che, accoratamente, ci appelliamo al Ministro della Giustizia italiana Anna Maria Cancellieri, affinchè non intensifichi la collaborazione legale con la Repubblica Islamica. L’Italia, la cui Costituzione è stata scritta con il sangue di coloro che lottarono per la fine del nazifascismo, non può e non deve assimilare nulla dei principi legali che governano la repubblica Islamica. Al contrario, riteniamo che tutto il mondo democratico, debba rifiutare di stringere la mano a terroristi che approvano quotidinamente decine di condanne a morte,  pubbliche umiliazioni e discriminazioni di ogni genere.

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