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Qualche giorno addietro, avevamo denunciato come i nuovi contratti petroliferi approvati dal Governo iraniano (e confermati dal Parlamento ), nonostante l’intento di attirare investimenti esteri, stessero in realtà favorendo gli interessi economici di Khamenei e dei Pasdaran.

I primi contratti firmati con i nuovi IPC, infatti, sono stati sottroscritti dalla NIOC con compagnie quali la Persia Oil and Gas Industry Development Company, controllate dalla holding come la SETAD, riconducibile direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei. Si legga: “Se il Governo Rouhani vende petrolio a Khamenei, No Pasdaran, 4 November 2016“.

Non basta: quello con la Persia Oil and Gas Industry Development Company non è il solo contratto firmato dalla NIOC dell’era Rouhani, con settori dell’economia iraniana legata alle frange più estremiste. Secondo quanto riporta al-Arabiya, infatti, la NIOC ha firmato altri importanti contratti petroliferi con compagnie legate alle Guardie Rivoluzionarie.

Tra queste, il sito menziona la compagnia “L’Ultimo Profeta” – compagnia sussidiaria dei Pasdaran, con un nome a chiaro riferimento millenaristico all’Imam Mahdi – che ha firmato con il Ministero del Petrolio un accordo per l’espansione dell’oleodotto di Azadegan, nella regione a maggioranza araba dell’Ahwaz. Nell’oleodotto di Azadegan è coinvolta anche la francese Total, a dimostrazione di come sia facile per le compagnie Occidentali ritrovarsi a dover convivere con quelle dei Pasdaran (Reuters).

Ancora una volta, il Presidente Rouhani sta apparentemente combattendo la fazione dei Pasdaran e di Khamenei, ma praticamente rifornendo le loro casse di vantaggiosi e lucrosi contratti nel settore pertrolifero. Lo scopo è chiaro: corrompere le Guardie Rivoluzionarie e la Guida Suprema, allo scopo di riottenere la benedizione per un secondo mandato presidenziale (le elezioni sono previste per la fine del 2017).

Per non dimenticare #FreeIran

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Il regime iraniano ha da poco annunciato l’approvazione dei nuovi contratti petroliferi (IPC). Per mezzo di questi contratti, Teheran intende attirare le grandi compagnie del settore, in primis quelle Occidentali. I nuovi IPC, quindi, sono stati approvati dal Parlamento iraniano nel mese di settembre (Iran Project). Tutto questo, in teoria.

In teoria per due motivi: in primis i contratti non sembrano cosi appetibili per le grandi compagnie Occidentali. Nonostante si tratti di contratti estendibili a 20 anni e con maggiori incentive, per ora la Repubblica Islamica mantiene piu’ interrogativi che certezze. Nonostante la propaganda, infatti, gli investitori sono ben consapevoli dell’altissimo livello di corruzione all’interno del regime, del riciclaggio di denaro volto al finanziamento del terrorismo e del rischio arresto per i cittadini con doppia cittadinanza (attivi nel nuovo business con Teheran).

Poco importa a Rouhani perche’, almeno nel breve termine, il suo piano e’ diverso. Cio’ a cui punta ora il Presidente iraniano non e’ l’efficienza del sistema economico e finanziario iraniano, ma la sua rielezione. Le prossime elezioni saranno nel Maggio del 2017 e Rouhani sa bene che, per ottenere un altro mandato, ha bisogno di corrompere Khamenei e i Pasdaran. A questo scopo, non c’e’ di meglio del petrolio per ottenere successo.

Ecco allora che, poco dopo aver approvato i nuovi IPC, la compagnia di Stato NIOC ha chiuso un accordo con la Persia Oil and Gas Industry Development Company. Secondo l’accordo, la Persia Oil sviluppera’ quattro siti petroliferi (e le reserve) nel Sud dell’Iran. Un accordo da almeno 2,2 miliardi di dollari (Reuters).

Cosa c’e’ di strano? Semplice: la Persia Oil and Gas Industry Development Company è di proprietà della cosiddetta SETAD, o meglio in farsi “Setad Ejraiye Farmane Hazrate Emam”, Si tratta di una holding nata per gestire i beni dismessi dello Stato e che fa capo direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei. Una holding dal valore di quasi 100 miliardi di dollari…ovviamente dentenuti dal cerchio di Khamenei in segreti conti esteri (Reuters). Per questa ragione, la SETAD e tutte le sue controllate, sono state inserite nella lista delle sanzioni da parte del Dipartimento del Tesoro Americano. Tra le controllate, appunto, la Persia Oil and Gas Industry Development Company (link).

In altri termini, ciò che Rouhani sta facendo, non è nient’altro che assicurare a Khamenei e ai Pasdaran i loro interessi economici, sperando di appianare parte del loro malcontento, in vista del 2017. Peggio, sfruttando i nuovi contratti e il silenzio della diplomazia Occidentale, Rouhani sta aumentando il potere del cerchio intorno alla Guida Suprema, allo scopo chiaramente di ottenere la benedizione per un altro mandato (Middle East Brieafing).

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Il regime iraniano sta proponendo alle compagnie petrolifere Occidentali i nuovi modelli contrattuali, al fine di attrarre maggiori investimenti. I nuovi contratti, secondo quanto dichiarato dal Ministro del Petrolio Bijan Namdar Zangeneh saranno denominati Iran Petroleum Contract (IPC) e verranno annunciati questa estate.

Secondo quanto previsto da questa nuova forma contrattuale, gli IPC sostituiranno gli accordi sul modello buyback iraniano, ovvero il modello in cui l’investitore straniero sostiene tutte le spese dell’investimento iniziale per poi ricevere una remunerazione con le quote fisse della produzione. Un contratto che oggi non attrae nessuno, considerando le alte spese iniziali e l’incertezza del guadagno finale (soprattutto senza beneficiare degli aumenti della produzione).

La nuova forma contrattuale IPC, quindi, prevede che la National Iranian Oil Company (NIOC), creera’ delle joint-venture con le compagnie internazionali, remunerata con le quote della produzione. A differenza del modello buyback, questa volta ogni fase ad esplorazione di un oleodotto e di un gasdotto (e di sviluppo e produzione), corrispondera’ un nuovo contratto e nuovi incentivi.

Per l’Iran, la centralita’ dell’accordo sta proprio nella costruzione di joint-venture, ovvero l’unione di diverse imprese che costruiscono un nuovo soggetto giuridico, indipendente dalle imprese che l’hanno costituito. Come ammesso dagli stessi media iraniani, lo scopo di questo modello e’ quello non permettere alle compagnie occidentali di ritirarsi dall’investimento, nel caso in cui nuove sanzioni venissero imposte contro l’Iran (Iran Business News).

In poche parole, se l’Iran viola l’accordo nucleare o lo considera nullo per qualsiasi ragione, anche compagnie come ENI rischierebbero di trovarsi complici di un regime assai pericoloso. Ricordiamo anche che la stessa NIOC, e’ praticamente una controllata dei Pasdaran, ovvero di coloro che controllano il programma nucleare e missilistico del regime  (UANI). Ricordiamo che, in Italia ad esempio, la Saipem ha gia’ firmato MoU con l’Iran nel settore del gas.

Infine, ricordiamo che l’Iran non riconosce l’intera risoluzione ONU 2231, soprattutto rigetta l’allegato B relativo alla fine dei test missilistici capaci di trasportare una ogiva nucleare (tutti i missili balistici iraniani). Khamenei ha esplicitamente detto che qualsiasi altra sanzione imposta contro l’Iran, anche nel settore dei diritti umani e del terrorismo, equivale alla fine dell’accordo nucleare (Memri).

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La notizia rimbalza dalla stampa internazionale: la compagnia petrolifera italiana ENI, avrebbe firmato un Memorandum of Understanding, con la National Iranian Drilling Company (NIDC). Secondo quanto riportato dichiarato dal vice Presidente della NIDC, Mohammad Reza Taaykadi, il MoU sarebbe finalizzato “allo sviluppo della cooperazione bilaterale nel settore industriale della perforazione e dell’esplorazione” (Arabian Industry).

Dove sta il problema? Presto detto: la NIDC e’ una delle succursali della NIOC, la National Iran Oil Company, in teoria compagnia statale sotto il controllo del Ministero del Petrolio iraniano, ma in realtà una vera e propria holding sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie (UANI). A riprova di quanto diciamo, non ci sono solamente numerosi articoli scritti da esperti internazionali, ma anche le sanzioni sinora approvate a livello internazionale. La NIOC, infatti, e’ inserita nella lista delle sanzioni del Governo  americano (link), ma anche nella lista dell’Unione Europea e del Giappone. Peggio: la NIOC e’ stata sanzionata dal Governo britannico per il suo collegamento con il programma nucleare militare della Repubblica Islamica (link). Proprio per il collegamento con la NIOC – o meglio per essere una succursale – anche la NIDC e’ stata inserita nella lista delle sanzioni internazionali – dalla stessa Unione Europea nel 2012. Anche in questo caso, per le connivenze tra la NIDC e il programma nucleare clandestino della Repubblica Islamica dell’Iran (HFW).

L’accordo firmato a Vienna il 14 luglio scorso e la risoluzione ONU che ne e’ seguita – la 2231 – hanno inserito la National Iranian Drilling Company tra le compagnie che godranno del  lifting delle sanzioni internazionali (UNSC resolution 2231). Ci sono pero’ due problemi in merito, uno di tipo procedurale e un secondo relativo alle opportunità:

  1. per quanto concerne l’aspetto procedurale, le sanzioni internazionali contro il regime iraniano non sono state ancora sospese. Peggio: secondo quanto denunciato dagli stessi Stati Uniti e dalla Francia, l’Iran ha già violato l’accordo nucleare, testando un missile balistico solamente poche settimane fa. Tutto ciò, senza contare che il regime iraniano – per bocca della Guida Suprema Ali Khamenei – rigetta la risoluzione ONU 2231, la stessa che permetterebbe alla NIDC di godere della sospensione della sanzione internazionale (No Pasdaran);
  2. la questione dell’opportunità riguarda sia l’aspetto morale di un accordo con i Pasdaran, sia la sicurezza del business. Per quanto riguarda l’aspetto morale – non sappiamo se importa ad ENI – denunciamo il fatto che finanziare il network economico dei Pasdaran, significa finanziare indirettamente la repressione degli attivisti iraniani per i diritti umani, l’esistenza di una milizia di regime che ne garantisce il fanatismo religioso e lo stesso terrorismo internazionale (basti qui menzionare il coinvolgimento iraniano nell’instabilità del Libano e nel dramma della Siria). A proposito di Siria, vogliamo far presente che l’ex CEO della NIOC, il Pasdaran Rostam Ghasemi – foto in alto a sinistra – e’ oggi l’uomo chiave che gestisce il sostegno economico dell’Iran a Bashar al Assad (SANA). Anche per quanto concerne l‘opportunità di business, e’ bene che (se confermata la notizia dell’accordo), che l’ENI e tutte le compagnie Occidentali pensino bene se l’Iran significa veramente un paradiso per gli affari. Il regime iraniano e’ frazionato al suo interno e le Guardie Rivoluzionarie sono disposte ad aprire all’Occidente, fino a quando queste non pestano eccessivamente i piedi. Ergo, considerando anche il fatto che l’Iran e’ pronto in ogni momento a rompere gli accordi sottoscritti sul nucleare, presto o tardi potrebbe aprirsi una nuova crisi politica con l’Occidente e l’aria a Teheran potrebbe tornare ad essere irrespirabile…

Invitiamo tutti i lettori e coloro che pensano di investire in Iran, a visionare l’audizione svoltasi alla Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti USA, in merito alla sospensione delle sanzioni internazionali verso la Repubblica Islamica. In questa audizione (link), infatti, gli esperti descrivono chiaramente in mano a chi andranno i soldi del sanction lifting e le conseguenze drammatiche sulla stabilita’ dell’intero Medioriente.

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L’Iran ha paura del Kurdistan iracheno, particolarmente dei piani del Presidente della Regione autonoma curda, Massoud Barzani. Particolarmente, a far paura a Teheran, sono i piani per l’indipendenza del Kurdistan Iracheno che Barzani sta portando avanti e il sostegno che sta ricevendo da diversi Paesi Occidentali (recentemente Barzani si e’ recato in Europa – Ungheria e Repubblica Ceca – e negli Stati Uniti). Nella visita di maggio negli USA, in particolare, Barzani ha ricevuto un forte sostegno dal Congresso e, pare, la neutralità del Presidente Obama rispetto al piano di organizzare un referendum per l’autodeterminazione dei curdi nel Kurdistan iracheno. Una neutralità, letta dai curdi come una implicita’ “green line”.

I piani di Barzani spaventano la Repubblica Islamica per tre motivi:

1- l’effetto domino che l’indipendenza del Kurdistan iracheno avrà sulle aree curde iraniane;

2- gli interessi energetici iraniani nell’area del Kurdistan iracheno;

3- il sostegno dell’Arabia Saudita all’indipendenza del Kurdistan.

Partiamo dall’inizio: Massoud Barzani e’ un uomo scaltro, che ama giocare più partite contemporaneamente. Per questo, sin dal 2013, Barzani ha portato avanti con la Repubblica Islamica diversi negoziati. Come noto, Barzani ha sottoscritto diversi accordi con Teheran per quanto concerne le risorse energetiche, con l’obiettivo di importare gas iraniano, far raffinare da Teheran il petrolio curdo e re-importarlo per fini domestici. Il problema per Teheran, pero’, e’ che Barzani non ha alcuna intenzione di farsi risucchiare nel nuovo “Impero Safavide”. Cosi’, nello stesso modo in cui il Kurdistan Iracheno promuove relazioni economiche con l’Iran, inizia a rigettare duramente le ingerenze politiche e militare: se all’inizio della guerra contro Isis, Barzani aveva aperto al sostegno iraniano, con il tempo questa presenza si e’ fatta asfissiante. Per questo motivo, le milizie curde Peshmerga hanno cominciato a denunciare duramente le azione dei gruppi armati Sciiti finanziati dall’Iran e l’uso dei fondi pubblici dello Stato iracheno per finanziare queste milizie. Un tira e molla che, proprio la scorsa settimana, ha raggiunto l’apice, con un vero e proprio scontro armato tra i Peshmerga curdi e la milizia sciita Hashd al-Shaabi: lo scontro armato si e’ risolto con l’espulsione dei jihadisti sciiti dalla citta’ di Jalawla. Nello stesso tempo, quindi, i Peshmerga hanno aumentato del 40% il controllo interno all’area della città irachena di Kirkuk, considerata dai curdi la loro Gerusalemme. Proprio nell’area di Kirkuk, vogliamo ricordarlo, l’Iran ha ordinato il rapimento di un alto comandante curdo, membro del Partito Democratico del Kurdistan.

Lo scoppio della rivolta curda presso Mahhabad, l’inizio della guerra saudita in Yemen e l’annuncio da parte americana della costruzione di una base militare per addestratori nella Provincia dell’Anbar in Iraq, hanno aumentato le preoccupazioni iraniane. La rivolta curda in Iran, ha dimostrato la fragilità dell’area e il rischio di una vera e propria Primavera Curda. La guerra dell’Arabia Saudita ai ribelli Houthi in Yemen, ha rimesso al centro della geopolitica mediorientale l’Arabia Saudita che, ormai pubblicamente, ha iniziato a sostenere la necessita’ di creare un Kurdistan indipendente (i curdi, tra l’altro, sono sunniti e non sciiti). La decisione americana di costruire una base militare per addestratori nell’area dell’Anbar – se pur ufficialmente diretta contro Isis – rappresenta il riconoscimento americano della necessita’ di riportare i sunniti al centro della politica irachena.

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La risposta dell’Iran a tutte queste preoccupazioni, e’ stata la scelta di attivare una strategia per dividere i curdi, sfruttando le fratture politiche tra i diversi partiti. Nel Kurdistan iracheno, quindi, Teheran ha iniziato a complottare contro Massoud Barzani, provando a promuovre un putsh contro i lui e cercando di portare al potere un rappresentante del rappresentante dell’Unione Patriottica Curda (PUK). In un incontro con i leader curdi del PUK, il Generale iraniano Soleimani avrebbe richiesto loro di iniziare una campagna di attacco mediatico contro Barzani. A sua volta, quindi, il rappresentante iraniano presso Erbil, avrebbe chiesto agli organi di stampa curdi – vicini al PUK – di fare la stessa cosa. Il piano di Soleimani sarebbe fallito per l’opposizione di Kosrat Rasul Ali, Vice Presidente del Kurdistan iracheno. In queste ore, quindi, dall’Iran e’ stata diffusa sui media iracheni e sui social networks, la falsa notizia della morte di Massoud Barzani, prontamente smentita dai collaboratori del Presidente curdo.

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Nel Kurdistan iraniano, quindi, l’intelligence iraniana ha iniziato ad usare il PJAK (Party of Free Life of Kurdistan) – braccio del PKK turco – contro il principale partito curdo iraniano, ovvero il PDKI (Kurdistan Democratic Party of Iran). Poco dopo le rivolte scoppiate nella città iraniana di Mahhbad, i leader del KDPI hanno dichiarato di essere pronti a riprendere le armi contro il regime clericale iraniano. Caso strano, proprio successivamente a questa dichiarazione, il 24 maggio scorso, e’ avvenuto uno scontro armato tra i combattenti del PDKI e quelli del PJAK nell’area di frontiera di Kelashin. La crisi, ha fatto fallire – almeno per il momento – il progetto di organizzare una grande conferenza nazionale di tutti i partiti curdi del Medio Oriente (ben 39…).  In questo contesto, va ricordato che un anno fa, il PJAK ha annunciato la nascita di un nuovo soggetto politico denominato KODAR – Organization of Free and Democratic Society for East Kurdistanorientato a promuovere il dialogo con Teheran. Lo scontro tra i due partiti curdi, ovviamente, ha fatto il gioco del regime iraniano, tanto che il PDKI ha addirittura denunciato la presenza di Pasdaran iraniani – vestiti con uniformi del PJAK- all’interno del commando “curdo”, durante lo scontro nell’area di frontiera di Kelashin. Tra le altre cose, nonostante lo scontro, armato, il PDKI si e’ comunque offerto di inviare i suoi Peshmerga in aiuto ai curdi siriani (legati al PKK), nella lotta contro Isis (a patto, pero’, che la guerra fosse su due fronti, ovvero anche contro Bashar al Assad). Ieri, quindi, i Peshmerga del PDKI hanno ucciso sei Pasdaran – tra loro il comandante Jabbar Gul Mohammadi – in uno scontro sul Mount Shaho, nel Nord-Est dell’Iran.

Nell’epoca in cui la geografia del Medio Oriente si sta ridisegnando, la questione del Kurdistan e’ vitale per la Comunità Internazionale. I curdi, infatti, sono i soli che veramente stanno combattendo contro il Califfato Islamico, promuovendo allo stesso tempo una politica laica, non settaria e orientata alla protezione delle minoranze etniche e religiose. Contro l’autodeterminazione curda, pero’, sono attivi attori molto meschini, in primis la Turchia a e la Repubblica Islamica dell’Iran. Stati che, guardando alla Siria, portano teoricamente avanti scelte politiche diverse, ma che sono uniti nella volontà di impedire ai Curdi di ottenere uno Stato indipendente, pluralista e secolare. Se davvero la diplomazia Occidentale intende avere in futuro un partner stabile e affidabile in Medio Oriente, sostenere il diritto democratico dei Curdi di autodeterminarsi, deve rappresentare una priorità assoluta.

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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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Iran's empty gas pump

Khamenei twitta pensando alla Crimea

Ancora una volta Twitter è protagonista della propaganda del regime iraniano. Questa volta, sotto la lente dei media internazionali, sono finiti due tweets di Khamenei relativi a possibili sanzioni economiche che Teheran intenderebbe approvare contro l’Occidente, per quanto concerne il settore di gas (leggere i tweets in basso). Come vedremo, però, ancora una volta si tratta di minacce inconsistenti, determinate dalla volontà della Guida Suprema iraniana di sfruttare, a proprio interesse, la crisi in Ucraina. Partiamo da alcuni dati: attualmente, come noto,  il grosso del fabbisogno di gas importato dall’Europa, arriva proprio dalla Russia. Il gas di Mosca raggiunge l’Europa attraverso il gasdotto NordStream (tra Russia e Germania), ma soprattutto per mezzzo dei gasdotti che passano per il territorio ucraino (l’80% del gas russo passa attraverso Kiev). Il messaggio di Khamenei quindi è chiaro: se non fate come diciamo noi, sognatevi il gas iraniano. Nei fatti, però, si tratta di una minaccia inconsistente.  

Attualmente, l’Iran non ha alcuna “sanzione” da approvare come vendetta nei confronti delle sanzioni Occidentali. Si tratta di un bluff: la percentuale di gas che attualmente arriva in Europa dall’Iran, infatti, è bassa e passa prevalentemente attraverso l’instabile gasotto che collega Tabriz con Ankara. Si tratta di un gasdotto non solo soggetto alle altalenanti relazioni diplomatiche tra Iran e Turchia, ma è anche ai continui attacchi dei guerriglieri curdi del PKK.

La minaccia di sanzioni su cui si fondano i tweets di Khamenei, va letta quindi a lungo termine ed è direttamente connessa, come suddetto, alla crisi ucraina. Con lo scoppio del conflitto in Crimea, l’Europa ha fatto capire di voler ridurre la dipendenza energetica da Mosca. L’Iran, perciò, ha immediatamente fiutato l’affare, a dimostrazione che nel business non esistono amici. Già nel maggio del 2014, come ricorderete, Teheran aveva offerto all’Europa di sostituire il fabbisogno proveniente dalla Russia. Il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh, aveva anche incontrato diversi rappresentanti di importanti compagnie petrolifere europee, tra cui anche Eni.

Il progetto del TAP

Da dove passerebbe il gas iraniano? Se il progetto del gas iraniano andasse in porto, il gas iraniano potrebbe affluire in Europa attraverso il gasdotto denominato TAP (Trans Adriatic Pipeline). Un gasdotto che, secondo quanto progettato, partendo dalla frontiera greco-turca, arriverebbe in Italia passando per Grecia e Albania. Il solo problema di tutta questa storia, tralasciando per un momento il fondamentale accordo sul nucleare, è il fatto che – come suddetto – per il ora il TAP resta ancora un progetto sulla carta. Nel 2007 la compagnia svizzera EGL ha firmato un contratto con l’iraniana Nigec, ma negli anni non si è tradotto in nulla di concreto.

La debolezza del settore energetico iraniano

Al di là delle sanzioni e dell’accordo nucleare, però, a svelare il bluff della Guida Suprema iraniana è la stessa situazione interna della Repubblica Islamica. Nonostante le enormi risorse di cui dispone, la Repubblica Islamica non è mai stata in grado di apportare i necessari investimenti per rappresentare un partner credibile nel settore energetico. La stessa scusa delle sanzioni, infatti, non regge alla prova dei fatti: come rilevato da importanti esperti internazionali, almeno sino al 2010 le sanzioni internazionali hanno intaccato in maniera modesta il settore energetico del regime.

Ad aver da sempre bloccato lo sviluppo del settore energetico iraniano, piu’ che le sanzioni, è stata la scarsità di investimenti apportati negli anni – legata anche alla corruzione interna e al fazionalismo – la necessità di rispondere in maniera massiccia alla domanda di fabbisogno interno e soprattutto i forti sussidi statali al settore energetico. Non è un caso quindi che, allo stato attuale, l’Iran esporta solo l’1% del fabbisogno di gas globale e i maggiori Paesi importatori di gas iraniano sono al confine con la Repubblica Islamica (Turchia, Armenia e Azerbaijan). Peggio, nonostante le ricchezze interne, l’Iran è anche un Paese importatore di gas dal Turkmenistan e dallo stesso Azerbaijan.

Rouhani smentisce Khamenei

Proprio in considerazione di queste mancanze del sistema iraniano, qualche mese fa, fu lo stesso Presidente Rouhani ad ammettere che, nonostante la volontà, l’Iran non è assolutamente pronto per soddisfare il fabbisogno di gas richiesto dall’Unione Europea per sostituire le importazioni dalla Russia. Ciò, ha sottolineato Rouhani nell’ottobre del 2014, anche nel caso di un accordo nucleare e di un alleviamento (o cancellazione) delle sanzioni internazionali.

Dall’elezione alla Presidenza, Hassan Rouhani ha provato ad apportare delle modifiche all’interno del sistema energetico del regime. Al centro del dibattito, soprattutto, ci sono gli alti sussidi statali che il regime mantiene da sempre, allo scopo di tenere artificialmente basso il prezzo del gas. Negli ultimi mesi, il prezzo del gas interno in Iran ha subito un netto rialzo, provocando il malcontento di una popolazione ove, il tasso di disoccupazione, sfiora ufficialmente il 12% (non ufficialmente oltre il 20%) e l’inflazione il 21%.

La vera posta in gioco del gas iraniano

Sul settore energetico, quindi, il regime iraniano non gioca solamente la partita diplomatica con l’Europa, ma anche lo stesso scontro interno tra le fazioni. La Khatam al-Anbia, ovvero la società principale che gestisce l’impero economico dei Pasdaran, è praticamente l’unico contraente operativo nel settore del gas iraniano. Secondo quanto dichiarato dagli stessi Pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie gestiscono centinaia di progetti in questo settore, praticamente un monopolio. Senza contare, che proprio la Khatam al-Anbia detiene le fasi di sviluppo 15 e 16 dell’impianto di South Pars, il giacimento enorme condiviso tra Iran e Qatar, da cui proviene il gas iraniano. In poche parole, chiunque farà affari nel settore del gas iraniano, automaticamente andrà ad arricchire le casse dei Pasdaran…

Concludendo, quindi, tra sottosviluppo delle infrastrutture interne iraniane, i sussidi statali ancora forti, gli interessi economici dei Pasdaran (e di Khamenei stesso), le minacce della Guida Suprema di approvare sanzioni energetiche contro l’Europa, suonano ridicole. Piuttosto, appare chiara la voglia di Khamenei di sfruttare la crisi ucraina per rafforzare la posizione diplomatica iraniana e la sua stessa posizione interna contro il rivale Rafsanjani. Come si dice, “can che abbaia non morde…”

Sul settore energetico iraniano si legga: The Iran Primer

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