Posts contrassegnato dai tag ‘Peshmerga’

aaaaa

Nonostante il fatto che la guerra in Siria sia ben lungi dal terminare, ad oggi – militarmente parlando – ci sono due realtà che stanno perdendo: le forze di opposizione (jihadiste e non) e il regime iraniano. Per quanto riguarda Teheran, apparentemente la Repubblica Islamica pare essere tra i vincenti momentanei della partita. E’ solo apparenza: i Pasdaran mesi fa hanno dovuto pregare Mosca per intervenire direttamente al fianco di Assad e oggi sono costrette a subire da osservatori l’accordo tra Putin ed Erdogan su Aleppo. Gli iraniani, infatti, non avrebbero voluto sentir parlare di tregua, preferendo una strategia dell’accerchiamento e dello sterminio ad Aleppo Est. Non va dimenticato, a tal proposito, che sono state proprio le milizie sciite filo-iraniane a far fallire la prima tregua ad Aleppo, accerchiando i civili in fuga e sparando sui camion dei profughi.

L’Iran è consapevole di non avere un allineamento strategico totale con Putin. Con l’elezione di Trump poi, la Repubblica Islamica rischia di rimanere totalmente isolata. Se Putin e Trump trovassero veramente una intesa sul Medioriente (da verificare…), gli iraniani rischierebbero di essere lasciati al loro destino anche da Mosca. Se a questo si aggiungesse la fine de facto dell’accordo nucleare e nuove sanzioni contro i Mullah, l’economia iraniana andrebbe definitivamente a picco con conseguenze interne potenzialmente devastanti per il regime (una delle ragioni per cui i Basij e i Tribunali Rivoluzionari stanno aumentando le repressioni contro gli attivisti e le minoranze etniche).

Khamenei e la sua cricca, sono consapevoli di avere una sola via d’uscita: prolungare i conflitti in Siria e Iraq sino allo stremo. A tal fine, i Pasdaran puntano a trasformare anche Mosul in una Aleppo, imponendo al governo di al Abadi di chiudere ogni via d’uscita per gli abitanti della città sunnita irachena sotto attacco. Allo stesso tempo, gli iraniani sanno che, per prolungare il conflitto, hanno bisogno di allargarlo. Come? Semplice: creando le basi per un nuovo scontro settario senza limiti, quello tra sciiti e curdi.

Ecco allora che arrivano le parole dello Sceicco sciita Qais al Khazali, leader del gruppo paramilitare Asa’ib Ahl al-Haq (AAH) finanziato e addestrato dalla Forza Qods. Al Khazali ha dichiarato in una intervista alla TV irachena che – una volta sconfitto Isis – si aprirà il problema curdo, particolare quello di Massoud Barzani (ovvero dei Peshmerga). Khazali ha quindi aggiunto che, sul Kurdistan, non accetterà il fatto compiuto, ovvero l’autonomia della regione del Kurdistan iracheno (Exclusive Magazine).

suleimani-al-khazali-300x

Lo sceicco al Khazali con Qassem Soleimani, capo della Forza Qods

Il messaggio è chiaro: le forze paramilitari sciite, riunite nella Forza di Mobilitazione Popolare (di cui la AAH è parte), sono pronte ad aprire un conflitto con i curdi, trovando una sponda nei nemici di Barzani, ovvero nelle forze curde legate al PUK di Jalal Talabani (vicino all’Iran e da sempre nemico del Presidente del Kurdistan iracheno). A queste affermazioni va aggiunto il progetto iraniano di riportare al Maliki a capo del potere politico a Baghdad (No Pasdaran). Al Maliki è colui che, escludendo totalmente i sunniti dal potere su ordine di Teheran, ha provocato la rinascita di al Qaeda in Iraq e la conseguente trasformazione in Stato Islamico.

Una simile guerra, significherebbe trascinare nel conflitto – ancora più approfonditamente – la Turchia di Erdogan, da anni ormai grande protettrice dell’indipendenza de fact del Kurdistan iracheno. Inoltre, significherebbe anche costringere la Russia a scegliere da che parte stare, creando le basi per uno scontro tra Washington e Mosca. La dirigenza del Kurdistan iracheno, ha condannato le parole di al Khazali, sottolineando che lo sceicco sciita e i suoi jihadisti, sono autori di massacri settari e dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità (Rudaw.net).

E’ bene che l’Occidente rifletta approfonditamente su quello che potrebbe presto accadere in Iraq perchè, proprio i piani iraniani, potrebbero affossare ogni speranza – già flebile – di grande intesa tra Mosca e Washington. Se questo pericolo venisse sottovalutato e non si decidesse di mutare la sua strategia di sostegno a Teheran, l’Occidente potrebbe essere trascinato ancora più pesantemente nei drammi del Medioriente, con effetti sulla sicurezza e sull’immigrazione davvero imprevedibili e pericolosi.

Per appronfondire:

No Pasdaran, “Almeno Ascoltate i curdi: ‘L’Iran recluta jihadisti sciiti per combatterci’

No Pasdaran, “Iraq, Barzani avverte Baghdad e l’Occidente: ‘Non vogliamo milizie sciite filo-iraniane in Kurdistan e Sinijar’

12076171_g

Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

Servizi dalla TV del regime iraniano Press TV

want-independence_web

L’Iran ha paura del Kurdistan iracheno, particolarmente dei piani del Presidente della Regione autonoma curda, Massoud Barzani. Particolarmente, a far paura a Teheran, sono i piani per l’indipendenza del Kurdistan Iracheno che Barzani sta portando avanti e il sostegno che sta ricevendo da diversi Paesi Occidentali (recentemente Barzani si e’ recato in Europa – Ungheria e Repubblica Ceca – e negli Stati Uniti). Nella visita di maggio negli USA, in particolare, Barzani ha ricevuto un forte sostegno dal Congresso e, pare, la neutralità del Presidente Obama rispetto al piano di organizzare un referendum per l’autodeterminazione dei curdi nel Kurdistan iracheno. Una neutralità, letta dai curdi come una implicita’ “green line”.

I piani di Barzani spaventano la Repubblica Islamica per tre motivi:

1- l’effetto domino che l’indipendenza del Kurdistan iracheno avrà sulle aree curde iraniane;

2- gli interessi energetici iraniani nell’area del Kurdistan iracheno;

3- il sostegno dell’Arabia Saudita all’indipendenza del Kurdistan.

Partiamo dall’inizio: Massoud Barzani e’ un uomo scaltro, che ama giocare più partite contemporaneamente. Per questo, sin dal 2013, Barzani ha portato avanti con la Repubblica Islamica diversi negoziati. Come noto, Barzani ha sottoscritto diversi accordi con Teheran per quanto concerne le risorse energetiche, con l’obiettivo di importare gas iraniano, far raffinare da Teheran il petrolio curdo e re-importarlo per fini domestici. Il problema per Teheran, pero’, e’ che Barzani non ha alcuna intenzione di farsi risucchiare nel nuovo “Impero Safavide”. Cosi’, nello stesso modo in cui il Kurdistan Iracheno promuove relazioni economiche con l’Iran, inizia a rigettare duramente le ingerenze politiche e militare: se all’inizio della guerra contro Isis, Barzani aveva aperto al sostegno iraniano, con il tempo questa presenza si e’ fatta asfissiante. Per questo motivo, le milizie curde Peshmerga hanno cominciato a denunciare duramente le azione dei gruppi armati Sciiti finanziati dall’Iran e l’uso dei fondi pubblici dello Stato iracheno per finanziare queste milizie. Un tira e molla che, proprio la scorsa settimana, ha raggiunto l’apice, con un vero e proprio scontro armato tra i Peshmerga curdi e la milizia sciita Hashd al-Shaabi: lo scontro armato si e’ risolto con l’espulsione dei jihadisti sciiti dalla citta’ di Jalawla. Nello stesso tempo, quindi, i Peshmerga hanno aumentato del 40% il controllo interno all’area della città irachena di Kirkuk, considerata dai curdi la loro Gerusalemme. Proprio nell’area di Kirkuk, vogliamo ricordarlo, l’Iran ha ordinato il rapimento di un alto comandante curdo, membro del Partito Democratico del Kurdistan.

Lo scoppio della rivolta curda presso Mahhabad, l’inizio della guerra saudita in Yemen e l’annuncio da parte americana della costruzione di una base militare per addestratori nella Provincia dell’Anbar in Iraq, hanno aumentato le preoccupazioni iraniane. La rivolta curda in Iran, ha dimostrato la fragilità dell’area e il rischio di una vera e propria Primavera Curda. La guerra dell’Arabia Saudita ai ribelli Houthi in Yemen, ha rimesso al centro della geopolitica mediorientale l’Arabia Saudita che, ormai pubblicamente, ha iniziato a sostenere la necessita’ di creare un Kurdistan indipendente (i curdi, tra l’altro, sono sunniti e non sciiti). La decisione americana di costruire una base militare per addestratori nell’area dell’Anbar – se pur ufficialmente diretta contro Isis – rappresenta il riconoscimento americano della necessita’ di riportare i sunniti al centro della politica irachena.

2

La risposta dell’Iran a tutte queste preoccupazioni, e’ stata la scelta di attivare una strategia per dividere i curdi, sfruttando le fratture politiche tra i diversi partiti. Nel Kurdistan iracheno, quindi, Teheran ha iniziato a complottare contro Massoud Barzani, provando a promuovre un putsh contro i lui e cercando di portare al potere un rappresentante del rappresentante dell’Unione Patriottica Curda (PUK). In un incontro con i leader curdi del PUK, il Generale iraniano Soleimani avrebbe richiesto loro di iniziare una campagna di attacco mediatico contro Barzani. A sua volta, quindi, il rappresentante iraniano presso Erbil, avrebbe chiesto agli organi di stampa curdi – vicini al PUK – di fare la stessa cosa. Il piano di Soleimani sarebbe fallito per l’opposizione di Kosrat Rasul Ali, Vice Presidente del Kurdistan iracheno. In queste ore, quindi, dall’Iran e’ stata diffusa sui media iracheni e sui social networks, la falsa notizia della morte di Massoud Barzani, prontamente smentita dai collaboratori del Presidente curdo.

1

Nel Kurdistan iraniano, quindi, l’intelligence iraniana ha iniziato ad usare il PJAK (Party of Free Life of Kurdistan) – braccio del PKK turco – contro il principale partito curdo iraniano, ovvero il PDKI (Kurdistan Democratic Party of Iran). Poco dopo le rivolte scoppiate nella città iraniana di Mahhbad, i leader del KDPI hanno dichiarato di essere pronti a riprendere le armi contro il regime clericale iraniano. Caso strano, proprio successivamente a questa dichiarazione, il 24 maggio scorso, e’ avvenuto uno scontro armato tra i combattenti del PDKI e quelli del PJAK nell’area di frontiera di Kelashin. La crisi, ha fatto fallire – almeno per il momento – il progetto di organizzare una grande conferenza nazionale di tutti i partiti curdi del Medio Oriente (ben 39…).  In questo contesto, va ricordato che un anno fa, il PJAK ha annunciato la nascita di un nuovo soggetto politico denominato KODAR – Organization of Free and Democratic Society for East Kurdistanorientato a promuovere il dialogo con Teheran. Lo scontro tra i due partiti curdi, ovviamente, ha fatto il gioco del regime iraniano, tanto che il PDKI ha addirittura denunciato la presenza di Pasdaran iraniani – vestiti con uniformi del PJAK- all’interno del commando “curdo”, durante lo scontro nell’area di frontiera di Kelashin. Tra le altre cose, nonostante lo scontro, armato, il PDKI si e’ comunque offerto di inviare i suoi Peshmerga in aiuto ai curdi siriani (legati al PKK), nella lotta contro Isis (a patto, pero’, che la guerra fosse su due fronti, ovvero anche contro Bashar al Assad). Ieri, quindi, i Peshmerga del PDKI hanno ucciso sei Pasdaran – tra loro il comandante Jabbar Gul Mohammadi – in uno scontro sul Mount Shaho, nel Nord-Est dell’Iran.

Nell’epoca in cui la geografia del Medio Oriente si sta ridisegnando, la questione del Kurdistan e’ vitale per la Comunità Internazionale. I curdi, infatti, sono i soli che veramente stanno combattendo contro il Califfato Islamico, promuovendo allo stesso tempo una politica laica, non settaria e orientata alla protezione delle minoranze etniche e religiose. Contro l’autodeterminazione curda, pero’, sono attivi attori molto meschini, in primis la Turchia a e la Repubblica Islamica dell’Iran. Stati che, guardando alla Siria, portano teoricamente avanti scelte politiche diverse, ma che sono uniti nella volontà di impedire ai Curdi di ottenere uno Stato indipendente, pluralista e secolare. Se davvero la diplomazia Occidentale intende avere in futuro un partner stabile e affidabile in Medio Oriente, sostenere il diritto democratico dei Curdi di autodeterminarsi, deve rappresentare una priorità assoluta.

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=Uv5-q_9fpro%5D

[youtube:https://youtu.be/00ft4KWZyF4%5D

1429273205037.cached

Lo abbiamo sempre scritto e detto chiaro: la strategia Occidentale di combattere Isis alleandosi con il regime iraniano – in particolare con le milizie sciite pagate da Teheran – e’ fallimentare e sbagliata. Lo abbiamo sempre detto, non solo per la nostra posizione di opposizione al regime iraniano, ma anche sotto il profilo strategico. Abbiamo sempre detto che questa tattica, forse “razionale” a breve termine, avrà conseguenze deleterie, non soltanto per la trasformazione del conflitto contro Isis in un conflitto settario, ma anche perché la Repubblica Islamica (e Bashar al Assad), non hanno alcuna vera intenzione di sconfiggere il jihadismo sunnita, funzionale ai loro interessi politici e geografici. 

Oggi, dopo mesi di parole, possiamo provare quello che diciamo con le immagini, più precisamente con una mappa che testimonia – molto chiaramente – come l’azione militare dell’Iran non sia affatto improntata alla sconfitta di Isis e del jihadismo sunnita, ma unicamente all’espansione dell’imperialismo iraniano, nelle aree di interesse dei Pasdaran. La mappa, pubblicata da The Business Insider, e’ stata realizzata da Michel Pregent, analista di intelligence dell’esercito americano. Pregent, usando i colori, ha delineato le zone in cui i vari eserciti e milizie presenti tra Siria e Iraq, hanno concentrato la loro azione militare. Come la mappa mostra, molto chiaramente, la zona di azione delle milizie sciite (colore verde) e’ assolutamente diversa da quella sotto il controllo di Isis (colore nero). Dove Isis ha perso territorio, infatti, ciò e’ stato dovuto unicamente ai bombardamenti aerei della coalizione internazionale, ovvero dai bombardieri americani e dei Paesi arabi sunniti, impegnati nella guerra al Califfato. Sul terreno, poi, i veri scontri di terra sono avvenuti tra le forze curde e i jihadisti di Isis, ma anche in questo caso – come sottolinea Pregent – negli ultimi tempi i Peshmerga sono stati maggiormente impegnati a contenere l’espansione dei jihadisti sciiti – sostenuti dal Governo centrale di Baghdad – nella zona di petrilifera Kirkuk, piuttosto che in nuove aree di conflitto contro Daesh. La stessa offensiva contro Tikrit, in cui sono stati compiuti terribili massacri contro i sunniti, era funzionale alla conquista di un’area strategica verso Kirkuk e Irbil.

foto 1

In poche parole, quindi, il solo interesse del regime iraniano e’ quello di conservare il suo potere nell’area di Damasco (con focus con il confine libanese, per preservare il potere di Hezbollah) e nell’area di Baghdad, ovviamente in una fascia che arriva sino al confine iraniano. D’altronde, come sappiamo, recentemente un agente di Assad – tale George Haswani – e’ stato inserito dall’Unione Europea nella lista delle sanzioni, proprio per il suo ruolo di intermediario tra il regime di Damasco e il Califfato Islamico. Il ruolo settario delle milizie sciite pro Iran e’ stato denunciato persino da Moqtada al Sadr, il noto clerico sciita per parecchio tempo controllato da Teheran, che ha chiesto di isolare i miliziani della Forza di Mobilitazione Popolare, proprio per il loro tentativo di trasformare la guerra ad Isis in un conflitto settario favorevole solo alla Repubblica Islamica.

Speriamo, purtroppo con la certezza di restare delusi, che questa mappa aiuterà la cieca e sorda diplomazia Occidentale a divincolarsi dai legami con il regime iraniano, prima che questi diventino un peso insostenibile.

foto 2

oi__2015_04_20_h20m46s14__LB-650x320

L’Occidente vede nei curdi Iracheni (anche noti come Peshmerga), la principale forza di opposizione al fondamentalismo islamico e alle atrocità di Isis. Questa idea, ovviamente, si e’ giustamente rafforzata dopo l’eroica resistenza delle forze curde a Kobane, citta’ siriana divenuta il simbolo della lotta contro il Califfato islamico. Orbene, se l’Occidente intende seriamente prendere sul serio la guerra dei curdi e il grido di dolore degli Yazidi, farebbe bene ad ascoltare totalmente – e non solo parzialmente – le richieste e gli avvertimenti che arrivano dai leader al potere nel Kurdistan iracheno.

Proprio in questi giorni, infatti, il Presidente curdo Barzani ha diverse volte espresso molto chiaramente la volontà di non vedere le milizie sciite, al servizio del regime iraniano, calpestare il territorio del Kurdistan iracheno. Questo avvertimento, molto chiaro, e’ stato lanciato una prima volta il 21 aprile scorso, quando il Presidente Barzani ha incontrato i rappresentanti di tutte le altre fazioni curde presso Erbil. Durante l’incontro – come rimarcato dal portavoce del gruppo Komal, Muhammad Hakim – tutti i delegati curdi sono convenuti sulla necessita’ di impedire che la milizia sciita Hashd al-Shaabi, proxy dell’Iran, potesse estendere il suo potere all’interno del Kurdistan iracheno. La milizia sciita Hashd al-Shaabi, vogliamo ricordarlo, sfruttando la guerra contro Isis, si e’ resa autrice di terribili massacri settari contro i sunniti, soprattutto presso Tikrit. Molto significativamente, la riunione dei leader curdi si e’ svolta nello stesso periodo in cui Barzani annunciava un suo prossimo viaggio a Washington.

Dopo questo primo avvertimento, proprio ieri, il Presidente curdo Barzani e’ tornato sull’argomento. Questa volta, come rivelato dal parlamentare iracheno Sheikh Shamo, Massoud Barzani ha aggiunto che le milizie sciite devono restare fuori non soltanto dal Kurdistan iracheno, ma anche da Sinjar, piccola cittadina irachena al confine con la Siria. Anche questa città rappresenta il simbolo della lotta curda contro il fondamentalismo di Daesh. Rispetto a Kobane, pero’, Sinjar racchiude anche la sofferenza della minoranza Yazidi, costretta a trovare rifugio sulle montagne per non essere massacrati o costretti alla conversione dai terroristi di al Baghdadi. Come sottolineato da  Sheikh Shamo, la volontà da parte del Governo centrale di Baghdad – proxy dell’Iran – di creare una milizia sciita in Kurdistan e Sinjar e’ “politicamente motivata” e mira a dividere le popolazioni locali. 

Vogliamo aggiungere, a riprova della settarietà della milizia Hashd al-Shaabi – anche nota come Forza di Mobilitazione Popolare – che il capo di questo gruppo e’ Jamal Jaafar Mohammad, ex membro della milizia sciita “Badr” e collaboratore diretto di Qassem Soleimani, Generale iraniano a capo della Forza Qods. Nonostante il fatto che la milizia sia stata costituita con la benedizione dell’Ayatollah iracheno al Sistani, contrario al conflitto settario e al regime della Velayat-e Faqih, con il tempo Teheran e’ riuscito a prendere il potere all’interno della milizia, imponendo il culto dell’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema iraniana. Oggi, all’interno dell’Iraq, la Forza di Mobilitazione Popolare e’ vista solamente come l’ennesimo gruppo al servizio dei Pasdaran. A tal proposito si legga l’articolo di Bill Roggio per il Long War Journal: Shiite militias, Iraqi forces surround Tikrit.

Per questo, e’ bene che l’Occidente ripensi seriamente la sua strategia di alleanza preferenziale con la Repubblica Islamica nella guerra contro Daesh. Come abbiamo sempre detto, senza il supporto delle tribù sunnite, la speranza di eliminare il Califfato resterà sempre e solo una illusione. Allo stesso tempo, nessuna importante forza sunnita si ribellerà seriamente al Califfo, fino a quando il regime iraniano – con la complicità Occidentale – continuerà ad imporre la sua legge a Baghdad e la volontà di fare dell’Iraq una succursale della Repubblica Islamica.

[youtube:https://youtu.be/y1c6omFxDlY%5D

 

GIANNI VERNETTI NO PASDARAN

No Pasdaran ha l’onore di intervistare  nuovamente l’Onorevole Gianni Vernetti, uomo politico conosciuto per la sua strenua difesa dei principi liberali e dei valori della democrazia. Più volte Parlamentare della Repubblica, Gianni Vernetti ha ricoperto l’incarico di Sottosegretario agli Affari Esteri durante il secondo Governo di Romano Prodi (2006-2008), coordinando le politiche italiane in Asia e occupandosi in particolare di molte aree di crisi a cominciare dall’Afghanistan. Con la delega ai Diritti Umani ha rappresentato l’Italia nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite e nella Community of Democracies. Durante il suo mandato da Sottosegretario agli Esteri l’onVernetti ha coordinato la campagna per l’approvazione della “Moratoria universale della pena di morte”, conclusasi con l’approvazione di una risoluzione ad hoc da parte della Nazioni Unite nel 2007. Iscritto al Pd, Gianni Vernetti fa parte della corrente renziana all’interno del Partito Democratico. Dopo l’intervista dell’agosto 2013, abbiamo chiesto all’Onorevole Vernetti di fare un follow up sull’attuale situazione mediorientale e, soprattutto, alla questione iraniana. Ecco cosa ci ha detto.

Egregio Onorevole Vernetti, dalla Sua prima intervista con No Pasdaran nell’agosto del 2013 le cose, purtroppo sono peggiorate. Nessuna no fly zone e’ stata imposta sulla Siria e l’appeasement verso l’Iran e’ diventato un dato di fatto. Ormai Teheran e’ sdoganata a livello internazionale e i suoi jihadisti sciiti girano per mezzo Medioriente piu’ o meno liberamente. L’Occidente, senza strategia contro Assad e contro Daesh, ha lasciato agli uomini di Soleimani campo libero senza pensare alle conseguenze.

1- Prima di entrare nei dettagli, ci da una breve visione – ovviamente generale – per fare una quadratura d’insieme sull’attuale situazione geopolitica mediorientale?

La geopolitica mediorientale è nuovamente cambiata con grande velocità.
In sintesi a mio giudizio, questi sono gli elementi più salienti:
a. Errato ritiro degli USA da un Iraq lungi ancora dall’essersi stabilizzato, che ha permesso a nuovi attori (ISIS e Iran) di occupare il vuoto politico e militare lasciato.
b. Nascita, espansione e consolidamento dello Stato Islamico che occupa ancora oggi un vasto territorio fra Siria e Iraq, attrae migliaia di jihadisti anche dall’occidente, stringe alleanze dall’Africa Sub-Sahariana al Sud-Est asiatico, minaccia direttamente l’esistenza di Siria, Iraq e Libano.
c. Nuovo protagonismo iraniano che oggi esercita una inedita, forte e diretta influenza in almeno 4 capitali: San’a, Beirut, Baghdad e Damasco. La presenza delle milizie iraniane di Soleimani nell’assedio di Tikrit sono la certificazione più evidente di tale novità, che si aggiunge all’alleanza militare con Assad, alla presenza di Hezbollah in Libano ed al recente colpo di stato Houtni a San’a.

2- Come suddetto, l’appeasement verso Teheran e’ ormai consolidato, ben prima dell’accordo sul nucleare. I jihadisti sciiti – o comunque i proxy di Teheran – come lei dice, ormai occupano diversi Paesi. Quali conseguenze avra’ la scelta Occidentale di combattere Isis alleandosi con lo sciismo khomeinista?

ISIS e Sciismo Khoeminista sono entrambi nemici dell’occidente. Non ci potrà mai essere un’alleanza, per quanto strumentale, con Teheran per sconfiggere ISIS. Purtroppo i regimi genocidi interpretano la mano tesa dell’occidente (in particolare degli USA oggi) come un segno di debolezza. ISIS verrà sconfitto solo con un incremento dell’azione militare occidentale, con il consolidamento di forti alleanze locali (a cominciare dai Curdi Iracheni e Siriani), attaccando i canali finanziari e di reclutamento in Occidente.

3- Ali Younesi, consigliere di Rouhani, ha detto che l’Iran ormai e’ un impero e la sua capitale sta a Baghdad. Il solo a reagire e’ stato al Sistani, mentre dall’Occidente nessuna voce importante si e’ levata contro l’imperialismo iraniano. Cosa ne pensa?

Quando gli USA si accorgeranno che l’accordo sul nucleare iraniano è solo un miraggio, l’Occidente tornerà a parlare con una voce sola ed a mettere in atto ulteriori misure di contenimento dell’Iran.

4- Capitolo Siria: Assad e’ ancora al suo posto, De Mistura promuove un piano di “pace” che riabilita il dittaore e Kerry lo segue a ruota. Nel frattempo, Assad continua con i barili bomba sui civili e con gli attacchi chimici. Stavolta, pero’, nessuna diplomazia occidentale sembra avere il coraggio di attaccare Assad?

Assad è il problema in Siria, non certo la soluzione. Una volta sconfitta ISIS, rafforzati i curdi, sostenuta una credibile opposizione moderata siriana, si porrà il problema del cambio di regime a Damasco.

5- Come valuta le nuove relazioni tra Hamas e l’Iran anche nell’ottica del Governo egiziano di al Sisi?

Al Sisi non è giunto al potere per una via democratica, ma sta assumendo posizion molto condivisibili nel contrasto al jihadismo in Sinai e nel contenimento di Hamas. A mio giudizio Hams rimane un’organizzazione terroristica e basta ascoltare qualche sermone del suo leader Meshaal contro gli ebrei ed Israele per rendersene conto

6- Esiste una via politica per arrivare alla pacificazione in Siria senza rilegittimare Assad e l’occupazione iraniana?

Credo di si. Ma oggi questa via passa inevitabilmente per un incremento dell’azione militare: solo con ISIS sconfitto sul terreno e con Curdi e opposizioni moderate più forti sara possibile costruire un processo di pacificazione.

7- L’occupazione iraniana e’ arrivata in Yemen. Come valuta il futuro delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, anche nell’ottica di un accordo tra Teheran e Washington?

Non credo che alla fine ci sara nessun accordo sul nucleare fra USA e Iran. L’Arabia Saudita rimarrà un partner Occidentale e dovremmo lavorare per fare in modo che si evolva politicamente.

8- In questo quadro, anche considerando la situazione egiziana, che parte gioca la Turchia di Erdogan? Non allineata a Riyadh, contro Assad, ma sempre piu’ vicina politicamente a Teheran

Credo che la Turchia sia uno dei problemi più seri dell’occidente in Medio Oriente. La svolta islamista di Erdogan la ha allontanata dall’Europa, tutti gli standard delle libertà politiche e civili son peggiorati e nonostante sia un membro NATO non sta dando praticamente alcun contributo all’azione militare contro ISIS. Perdere la Turchia sarebbe una tragedia per l’Occidente e bisogna evitarlo in ogni modo.

9- I rapporti tra Iran e Italia sono sempre piu’ forti. Recentemente, il Ministro Gentiloni si e’ recato a Teheran e non ha detto una parola sui diritti umani. Il Ministro Jannati, quindi, e’ arrivato a Roma accolto con tutti gli onori da rappresentanti come la Presidente Boldrini e il Senatore Casini. Non le sembra una contraddizione per un Paese, come l’Italia, fondato su una costituzione anti-fascista e, teoricamente, in prima linea per la Moratoria Universale contro la Pena di Morte?

Una parte delle cultura politica e diplomatica italiana ha sempre ritenuto che il dialogo fosse l’unica arma per trattare anche con i peggiori regimi. Io credo che si possa dialogare anche con l’Iran, ma solo da una posizione di forza, con un occidente unito nella denuncia forte e chiara di un Iran nucleare, che rappresenterebbe una sfida esistenziale per Israele, ed una minaccia alla stabilita di tutta l’Europa e il Medio Oriente.

10- Ultima domanda: il nuovo rapporto dell’Inviato ONU per i diritti umani in Iran, Ahmad Shaheed, descrive una situazione drammatica. In questo contesto, la persecuzione dei cristiani in Iran e’ aumentata drasticamente sotto il potere di Rouhani. Anche in questo caso, l’Occidente (Italia in testa) tace. Non lo trova profondamente triste? Cosa possiamo fare?

L’Iran è il paese, con la Cina, che detiene il record di esecuzioni capitali che includono anche minorenni, omosessuali, giornalisti, difensori dei diritti umani, oppositori. La persecuzione dei cristiani è in crescita in Iran come in altri paesi della regione. Credo che Italia, Europa, USA e tutto l’occidente dovrebbero promuovere politiche più attive per sostenere le opposizioni democratiche, denunciare le clamorose violazioni dei diritti umani, aumentare la pressione politica e diplomatica nei confronti del regime.

Ringraziamo sinceramente l’Onorevole Vernetti per le Sue preziose risposte che, speriamo sinceramente, possano essere ascoltate e recepite dai politici, dai diplomatici e dai giornalisti, soprattutto in Occidente.