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Nonostante il fatto che la guerra in Siria sia ben lungi dal terminare, ad oggi – militarmente parlando – ci sono due realtà che stanno perdendo: le forze di opposizione (jihadiste e non) e il regime iraniano. Per quanto riguarda Teheran, apparentemente la Repubblica Islamica pare essere tra i vincenti momentanei della partita. E’ solo apparenza: i Pasdaran mesi fa hanno dovuto pregare Mosca per intervenire direttamente al fianco di Assad e oggi sono costrette a subire da osservatori l’accordo tra Putin ed Erdogan su Aleppo. Gli iraniani, infatti, non avrebbero voluto sentir parlare di tregua, preferendo una strategia dell’accerchiamento e dello sterminio ad Aleppo Est. Non va dimenticato, a tal proposito, che sono state proprio le milizie sciite filo-iraniane a far fallire la prima tregua ad Aleppo, accerchiando i civili in fuga e sparando sui camion dei profughi.

L’Iran è consapevole di non avere un allineamento strategico totale con Putin. Con l’elezione di Trump poi, la Repubblica Islamica rischia di rimanere totalmente isolata. Se Putin e Trump trovassero veramente una intesa sul Medioriente (da verificare…), gli iraniani rischierebbero di essere lasciati al loro destino anche da Mosca. Se a questo si aggiungesse la fine de facto dell’accordo nucleare e nuove sanzioni contro i Mullah, l’economia iraniana andrebbe definitivamente a picco con conseguenze interne potenzialmente devastanti per il regime (una delle ragioni per cui i Basij e i Tribunali Rivoluzionari stanno aumentando le repressioni contro gli attivisti e le minoranze etniche).

Khamenei e la sua cricca, sono consapevoli di avere una sola via d’uscita: prolungare i conflitti in Siria e Iraq sino allo stremo. A tal fine, i Pasdaran puntano a trasformare anche Mosul in una Aleppo, imponendo al governo di al Abadi di chiudere ogni via d’uscita per gli abitanti della città sunnita irachena sotto attacco. Allo stesso tempo, gli iraniani sanno che, per prolungare il conflitto, hanno bisogno di allargarlo. Come? Semplice: creando le basi per un nuovo scontro settario senza limiti, quello tra sciiti e curdi.

Ecco allora che arrivano le parole dello Sceicco sciita Qais al Khazali, leader del gruppo paramilitare Asa’ib Ahl al-Haq (AAH) finanziato e addestrato dalla Forza Qods. Al Khazali ha dichiarato in una intervista alla TV irachena che – una volta sconfitto Isis – si aprirà il problema curdo, particolare quello di Massoud Barzani (ovvero dei Peshmerga). Khazali ha quindi aggiunto che, sul Kurdistan, non accetterà il fatto compiuto, ovvero l’autonomia della regione del Kurdistan iracheno (Exclusive Magazine).

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Lo sceicco al Khazali con Qassem Soleimani, capo della Forza Qods

Il messaggio è chiaro: le forze paramilitari sciite, riunite nella Forza di Mobilitazione Popolare (di cui la AAH è parte), sono pronte ad aprire un conflitto con i curdi, trovando una sponda nei nemici di Barzani, ovvero nelle forze curde legate al PUK di Jalal Talabani (vicino all’Iran e da sempre nemico del Presidente del Kurdistan iracheno). A queste affermazioni va aggiunto il progetto iraniano di riportare al Maliki a capo del potere politico a Baghdad (No Pasdaran). Al Maliki è colui che, escludendo totalmente i sunniti dal potere su ordine di Teheran, ha provocato la rinascita di al Qaeda in Iraq e la conseguente trasformazione in Stato Islamico.

Una simile guerra, significherebbe trascinare nel conflitto – ancora più approfonditamente – la Turchia di Erdogan, da anni ormai grande protettrice dell’indipendenza de fact del Kurdistan iracheno. Inoltre, significherebbe anche costringere la Russia a scegliere da che parte stare, creando le basi per uno scontro tra Washington e Mosca. La dirigenza del Kurdistan iracheno, ha condannato le parole di al Khazali, sottolineando che lo sceicco sciita e i suoi jihadisti, sono autori di massacri settari e dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità (Rudaw.net).

E’ bene che l’Occidente rifletta approfonditamente su quello che potrebbe presto accadere in Iraq perchè, proprio i piani iraniani, potrebbero affossare ogni speranza – già flebile – di grande intesa tra Mosca e Washington. Se questo pericolo venisse sottovalutato e non si decidesse di mutare la sua strategia di sostegno a Teheran, l’Occidente potrebbe essere trascinato ancora più pesantemente nei drammi del Medioriente, con effetti sulla sicurezza e sull’immigrazione davvero imprevedibili e pericolosi.

Per appronfondire:

No Pasdaran, “Almeno Ascoltate i curdi: ‘L’Iran recluta jihadisti sciiti per combatterci’

No Pasdaran, “Iraq, Barzani avverte Baghdad e l’Occidente: ‘Non vogliamo milizie sciite filo-iraniane in Kurdistan e Sinijar’

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Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

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