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Riportiamo qui di seguito, brevemente, i nomi degli avvocati iraniani difensori dei diritti civili e umani, che sono attualmente detenuti nelle carceri iraniane, condannati a decine di anni di carcere e a punizioni brutali e medievali, quali le frustate. Questo articolo e’ parte di una serie di articoli che pubblicheremo prossimamente, relativamente ai crimini contro coloro che provano a far valere le ragioni dello Stato di Diritto in Iran.

In questo articolo presentiamo i primi quattro avvocati: Amir Salar Davoodi, Nasrin Sotoudeh, Mohammad Najafi e Farhad Mohammadi.

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1- Amir Salar Davoodi: condannato il 1 giugno 2019 a 30 anni di carcere e 111 frustate. Per lui l’accusa e’ quella di aver creato un canale su Telegram, aver insultato il regime e aver fatto propaganda contro lo Stato. La sua reale colpa e’ quella di aver concesso interviste al canale televisivo VOA, Voice of American, relativamente al suo lavoro di difensore di diversi detenuti politici;

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2- Nasrin Sotoudeh: caso notissimo nel mondo, Nasrin e’ stata arrestata il 13 giugno del 2018 nella sua abitazione. Condannata prima a 5 anni di carcere, e’ stata in seguito condannata anche a 33 anni di carcere e 148 frustate. Il che porta la sua pena totale a 38 anni di detenzione e 148 frustate (di questi 38 anni, Nasrin ne scontera’ sicuramente 12);

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3- Mohammad Najafi: condannato a 19 anni di carcere e 74 frustate. Anche lui accusato di insulto alla Guida Suprema, diffusione di false informazioni e propaganda contro lo Stato, per aver concesso interviste al canale VOA. Najafi e’ stato arrestato dopo che ha cominciato ad indagare sulla morte del detenuto Vahid Heydari, morto sotto custodia. Persino un parlamentare iraniano, Mahmoud Sadeghi, ha denunciato che le accuse contro Najafi sono pura fabbricazione;

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4- Farhad Mohammadi: arrestato il 2 gennaio 2019, Farhad e’ non solo un avvocato, ma anche un attivista per l’ambiente e il Segretario del Partito Nazionale di Unita’ del Kurdistan. Ad oggi, le ragioni del suo arresto sono ancora ignote

 

 

 

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Per la prima volta dalla nascita della Repubblica Islamica, una Corte iraniana ha deciso che “fare proselitismo in favore della fede Baha’i non rappresenta, di per se’, propaganda contro il regime”. La decisione e’ stata presa dal giudice Ali Badri, della Corte d’Appello della Provincia di Alboz. Il caso aperto era contro la giovane iraniana Lisa Tibanian, accusata di propaganda contro il regime, per aver fatto proselitismo religioso.

Leggere queste poche righe, per un Occidentale, non dice praticamente nulla. Fortunatamente, nei Paesi democratici e’ ovvio poter professare liberamente la propria fede e poterne discutere pubblicamente, non rappresenta un crimine. In Iran, purtroppo, la situzione e’ molto differente.

In Iran, sfruttando l’articolo 500 del Codice Penale Islamico, il regime arresta costantemente gli appartenenti alle minoranze religiose, accusandoli di propaganda contro il regime. Le prime vittime di questa persecuzione sono proprio i Baha’i, fede non riconosciuta dal regime, accusati di essere una setta deviata. Contro di loro, la Guida Suprema ha addirittura emesso una fatwa. Ai Baha’i e’ vietato l’accesso all’istruzione pubblica e a numerose professioni permettese agli “iraniani puri”. Ovviamente, nessuna festivita’ Baha’i e’ riconosciuta dal regime.

Ecco perche’ il verdetto della Corte d’Appello di Alboz e’ un verdetto storico. Un verdetto che arriva proprio mentre gli agenti del Ministero dell’Intelligence (MOIS) – sotto il diretto controllo del Presidente Rouhani – continuano ad arrestare in massa i Baha’i iraniani. Negli ultimi mesi, almeno 60 Baha’i sono stati arrestati, tutti per motivi religiosi.

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Almeno 114 cristiani arrestati nella Repubblica Islamica dell’Iran, in meno di un mese. E’ questo il dato terribile che e’ stato denunciato da Open Doors UK, sottolineando che si tratta di fedeli che hanno scelto di lasciare l’Islam, per abbracciare il cristianesimo.

Purtroppo, mentre nei Paesi ove viene rispettato lo Stato di Diritto la conversione e’ una cosa privata, parte del diritto del singolo a seguire la propria coscienza, in Iran e’ un peccato che puo’ – nei casi piu’ gravi – anche costare la pena capitale. L’abbandono dell’Islam, noto come apostasia, e’ considerato un peccato imperdonabile.

Secondo il Telepraph, gli arrestati sono stati accusati tutti di “proselitismo”, costretti a raccontare la loro attivita’ di fedeli cristiani e intimati ad abbandonare immediatamente la loro nuova fede per ritornare all’Islam.

Non solo: coloro che, dopo l’arresto sono stati rilasciati, sono stati informati che presto riceveranno una chiamata dal Ministero dell’Intelligence. Un Ministero che, per la cronaca, dipende direttamente dal Presidente iraniano Hassan Rouhani…

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L’avvocatessa per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, ormai detenuta da mesi, ha deciso di rinunciare alle visite famigliari, come forma di protesta contro la richiesta del Procuratore di indossare l’hijab durante gli incontri in carcere.

La notizia e’ stata data dalla figlia di Nasrin, Mehraveh Khandan, che ha dichiarato di aver ricevuto una lettera direttamente dal Procuratore, dopo aver incontrato la madre nel carcere di Evin a Teheran, il 16 settembre scorso.

Non solo: oltre ad aver rifiutato l’hijab, Nasrin ha anche rifiutato di firmare un impegno scritto, impegnandosi ad indossare lo chador, il velo islamico che lascia in mostra il volto e le mani.

Ricordiamo che Nasrin e’ stata arrestata nuovamente il 3 giugno 2018, per aver preso parte a proteste pacifiche contro il regime. Una volta arrestata, Nasrin ha dichiarato uno sciopero della fame di tre settimane, in protesta contro le persecuzioni del regime alla sua famiglia e ai suoi amici. Il 4 settembre scorso, quindi, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato anche Reza Khandan, il marito di Nasrin. Reza e’ stato arrestato da agenti del MOIS, ovvero del Ministero dell’intelligence iraniano, alle dirette dipendenze del Presidente Rouhani.

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Il regime iraniano ha condannato a cinque anni di carcere Shamiram Isavi, moglie del Pastore Victor Bet Tamraz, ex leader della chiesa Assira Pentecostale iraniana.

Secondo le informazioni che arrivano da Teheran, il regime ha ufficialmente condannato la Isavi con l’accusa di “spionaggio”. La ragione e’ diversa ed e’ legata alla repressione del cristianesimo in Iran.

Shamiram Isavi, come ha dichiarato durante gli interrogatori, ha rifiutato di continuare a praticare il cristianesimo dopo la chiusura della Chiesa Assira Pentecostale. Per continuare a pregare, Shamiram ha preso parte alle messe organizzate dalle cosiddette “Chiese domestiche”, di rito evangelico. Molte di queste chiese, sono segretamente frequentate da numerosi iraniani che abbandonano l’Islam e si convertono al cristianesimo. Un crimine definito nella Repubblica Islamica come “apostasia” e – nei casi peggiori – punibile anche con la morte.

Shamiram Isavi e’ stata arrestata nella sua abitazione, insieme al marito, al figlio e ad altri 12 cristiani convertiti, il 26 dicembre del 2014. Il marito e il figlio sono stati condannati a dieci anni di carcere e oggi attendono la sentenza di appello.

La condanna contro Shamiram Isavi e’ stata emessa dal giudice Ahmadzadeh che, secondo quanto denunciato dagli attivisti per i diritti umani, dal marzo del 2017 ha condannato ben 16 cristiani convertiti a pene detentive che vanno dai cinque ai quindi anni di carcere.

Ricordiamo che, secondo l’articolo del Coventant Internazionale per i diritti civili e politici, ratificato volontariamente dall’Iran nel 1975, “ognuno deve avere la libertà di pensiero, coscienza e religione”. Purtroppo, l’Iran vede questo articolo in maniera restrittiva, non riconoscendo a numerose minoranze religiose – tra cui i cristiani convertiti e i Baha’i – il diritto di esercitare liberamente la loro fede.

Nel marzo del 2017, vergognosamente, il diplomatico iraniano Kazem Gharibabadi – assistente per gli affari internazionali della divisione diritti umani della magistratura islamica iraniana – ha dichiarato che “in Iran nessuno e’ perseguitato per la sua fede”…

Secondo il report Open Doors USA, il regime iraniano e’ tra i primi dieci nel mondo per la persecuzione dei cristiani…

 

 

 

BBC-Persian

La BBC ha deciso di denunciare il regime iraniano alle Nazioni Unite, per la continua persecuzione dei suoi giornalisti – e delle loro famiglie – impiegati nella Repubblica Islamica per il canale BBC Persian.

Teheran ha da anni preso di mira il canale in farsi della BBC, accusandolo di essere al servizio “di agenti esterni” e di lavorare contro l’Iran. Neanche a dirlo, la reale ragione dietro questa accusa e’ legata al fatto che BBC Persian – al contrario della maggioranza dei media iraniani – pubblica notizie non gradite al regime, anche legate al drammatico status dei diritti umani nel Paese.

La protesta della BBC, in particolare, e’ stata indirizzata a David Kaye, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libertà di Opinione e di Espressione. Kaye, per la cronaca, ha appena presentato un report al Segretario ONU, denunciando le persecuzioni che il regime iraniano porta avanti contro giornalisti, bloggers, attivisti e artisti, incarcerati unicamente per aver criticato le politiche governative.

Rispondendo ad una domanda precisa concernente l’Iran, David Kaye ha rivelato di aver già protestato formalmente contro le politiche del regime islamista, chiedendo che Teheran fermi immediatamente le persecuzioni e le repressioni nei confronti dei giornalisti di BBC Persian e dei loro famigliari.

Ricordiamo che, come l’immagine sotto dimostra, recentemente la magistratura iraniana ha addirittura disposto il congelamento dei beni di 150 collaboratori di BBC Persian in Iran, accusandoli di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”.

 bbc persian

 

Riprendiamo un articolo pubblicato dal sito di Avvenire il 19 agosto scorso. Un pezzo che, colpevolmente, ci era sfuggito, intitolato “Iran, avamposto cristiano“. L’articolo, scritto da Anna Pozzi, intende promuovere l’uscita del testo “Iran. Guida storico-archeologica” delle edizioni Terrasanta, a firma di Elena Asero.

Con l’obiettivo di incoraggiare il lettore a comprare il testo – obiettivo legittimo – l’autrice dell’articolo inizia a descrivere un Iran inesistente: una specie di culla del cristianesimo in Medioriente ove, quotiamo il pezzo, “secondo fonti di Chiese evangeliche, il cristianesimo sarebbe la religione in più rapida crescita in Iran, con un ritmo del 19 per cento annuo e i cristiani sarebbero tra i 500 mila e il milione, in gran parte armeni, caldei e protestanti. “

Affermazione veritiera, peccato che non collegata alla parte più importante del discorso: le persecuzioni del regime iraniano contro i cristiani, particolarmente gli evangelici e primariamente contro i mussulmani che scelgono di abbandonare la loro fede per convertirsi al cristianesimo. Di tutto questo, drammaticamente e colpevolmente, nel pezzo non c’e’ minimamente traccia.

Sarebbe bastato alla Anna Pozzi, andarsi a fare una breve e facile ricerca su Google, per scoprire la verità in merito. Avrebbe scoperto che OpenDoors, classifica il livello di persecuzione dei cristiani in Iran come “extreme”, o che nelle carceri iraniane, in questo momento, ci sono almeno 90 cristiani detenuti per ragioni di fede (numero denunciato sia dalle Nazioni Unite, che dalla United States Commission on International Religious Freedom). Avrebbe scoperto la storia di Maryam Naghash Zargaran, detenuta iraniana arrestata per essersi convertita al cristianesimo, e che in nome della sua fede ha fatto giorni e giorni di sciopero della fame in carcere (No Pasdaran). Oppure avrebbe scoperto che, solamente qualche mese fa, Khamenei in persona ha accusato i cristiani evangelici di Karaj di lavorare per la CIA, allo scopo di sequestrargli le proprietà (No Pasdaran). Infine, avrebbe scoperto la figura del Pastore Ebrahim Firuzi, arrestato nel 2015 per motivi religiosi e condannato a cinque anni di carcere (Farsi Christian News Network). Potremmo andare avanti ancora molto, ma preferiamo fermarci per non annoiare i lettori.

Purtroppo, sia la Pozzi che Avvenire non hanno scelto di usare la Rete o altre fonti di informazione – ad esempio le Nazioni Unite – per scoprire lo stato dei cristiani nella Repubblica Islamica. Hanno preferito non sapere – o far finta di non sapere (che e’ peggio) – per poter vendere un libro in più. L’ennesimo silenzio assordante, sulle spalle di chi veramente in Iran porta la Croce…

P.S.: ultimo appunto per la Pozzi…l’Iran e’ un “monolite di fanatismo religioso e di politiche interne e internazionali oscurantiste e minacciose“. Non e’ solo descritto cosi troppo spesso…