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Il 22 ottobre scorso, lo Special Rapporteur ONU per i diritti umani in Iran, Javaid Rehman, ha presentato la nuova relazione davanti alla stampa. La sua relazione è praticamente impietosa.

Dopo aver ricordato che, ad oggi, non ha avuto alcun permesso di accedere in Iran, Rehman ha denunciato:

  • le intimidazioni e gli arresti contro tutti coloro che esprimono idee diverse da quelle del regime, compresi attivisti, membri delle minoranze e avvocati;
  • il numero record di pene capitali, comparate al numero di abitanti nel Paese (nonostante sia stato rilevato un calo rispetto al 2017. Nel 2018, le esecuzioni sono state almeno 253. Ad oggi, nel 2019, le esecuzioni note sono state 173);
  • continua l’esecuzione capitale contro minorenni. Nel 2019 i condannati sono stati due (di 17 anni), mentre nel 2018 sono stati 7. Restano ben 90 detenuti condannati alla pena capitale in età minorile, restano oggi nel braccio della morte nelle carceri del regime;
  • continua la drammatica persecuzione contro tutti coloro che protestano contro il velo obbligatorio (almeno 32 arresti da gennaio 2018, con pesanti condanne non solo al carcere, ma anche a pene medievali quali le frustate). Qui è stato ricordato anche l’arresto del fratello della giornalista Masih Alinejad, ovvero colei che ha lanciato la campagna anti-hijab “My Stealthy Freedom“;
  • assenza per i detenuti ad un processo equo, con condanne emesse per mezzo di prove fabbricate ad hoc e senza un accesso reale ad una difesa legale opportuna (peggio, molto spesso gli avvocati dei prigionieri politici vengono a loro volta perseguitati e arrestati (almeno 8 avvocati arrestati tra settembre 2018 e luglio 2019). Qui è stato ricordato l’arresto della pluripremiata avvocatessa Nasrin Sotoudeh;
  • l’aumento delle persecuzioni contro artisti e intellettuali nel Paese e l’aumento delle persecuzioni contro gli esponenti delle minoranze etniche e religiose (in particolare i Baha’i e i convertiti dall’Islam al Cristianesimo. Per quanto riguarda i cristiani convertiti dall’Islam, considerati criminali in Iran, si parla di una comunità composta da 350.000 – 500,000 persone, costantemente perseguitate dal regime);
  • l’aumento della persecuzione contro la Comunità ebraica in Iran, direttamente correlata con la politica antisionista e negazionista del regime khomeinista. Rehman ha denunciato l’aumento dell'”hate speech” da parte dei media, con effetti diretti sulla Comunità ebraica nel Paese;
  • l’aumento delle persecuzioni contro coloro che manifestano per motivi sindacali, come accaduto durante le proteste al zuccherificio Haft Tappeh, in cui decine di manifestati sono stati arrestati con l’accusa di minaccia alla sicurezza nazionale, e sette di loro sono stati condannati a pene dai 6 ai 19 anni di carcere (fortunatamente ci sono possibilità che le pene vengano riviste);

Come denuncia Rehman, nonostante piccoli cambiamenti positivi, il disegno generale purtroppo resta lo stesso e non è affatto incoraggiante: un disegno di persecuzione e abuso dei diritti umani drammaticamente diffuso nel Paese. Rehman ha concluso la sua conferenza stampa rimarcando che, indubbiamente le sanzioni americane hanno un effetto anche sulla popolazione civile, ma la maggior parte degli abusi dei diritti umani nel Paese precedono le sanzioni americane e non possono essere giustificate con la scusa delle sanzioni stesse.

 

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La vergogna in Iran ha raggiunto il suo apice: Nasrin Sotoudeh, avvocatessa impegnata nella difesa dei diritti umani, e’ stata condanna per minaccia alla sicurezza nazionale, in due diversi processi nei suoi confronti. Ora, considerato il sistema penale iraniano, Nasrin rischia fino a 34 anni di carcere e 148 frustate.

Come noto, la Sotoudeh (55 anni) e’ stata arrestata nel giugno del 2018, fermata per il suo lavoro di avvocatessa in sostegno delle donne che, in questi mesi hanno protestato contro il velo obbligatorio (tra le accuse anche quella di aver formato un gruppo che si batte contro la pena di morte). Il processo contro Nasrin e’ cominciato nel dicembre del 2018, sotto la responsabilita’ del giudice Moghiseh, noto per i suoi abusi dei diritti umani.

Nasrin e’ stata condannata senza la sua presenza fisica al processo, perche’ la prigioniera politica ha rifiutato di comparire, in protesta contro il diritto negatole di scegliere liberamente il suo avvocato difensore.

Ricordiamo che Nasrin e’ stata gia’ arrestata nel 2016 e condannata a cinque anni di carcere, dalla Corte Rivoluzionaria di Teheran. Anche in quel caso, un verdetto emesso senza la presenza di Nasrin, perche’ accusata dalla Corte di non portare il velo in maniera adeguata. In quel caso, la condanna fu per “propaganda contro il sistema” e “crimini contro la sicurezza nazionale”.

Concludiamo ricordando che, anche il marito di Nasrin Sotoudeh – Reza Khandan – e’ stato condannato a sei anni di carcere, per aver difeso la moglie su Facebook. Se verra’ fisicamente portato in carcere, a breve i due figli piccoli della coppia, rischeranno di trovarsi senza genitori.

Purtroppo la nomina di Ebrahim Raisi a capo della Magistratura iraniana non aiuta la situazione. Raisi e’ coinvolto direttamente nei peggiori massacri compiuti negli anni dal regime, tra cui l’eliminazione di migliaia di oppositori nel 1988 e la repressione del movimento dell’Onda Verde nel 2009.

E’ tempo quindi che l’Italia la smetta di farsi illusioni sull’Iran e che rimandi l’Ambasciatore del regime clerico-fascista a casa sua!

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Il regime iraniano ha rifiutato di far ricoverare in ospedale il prigioniero politico Ahmadreza Djalali, perche’ – volendo tutelare la sua dignita’ – Ahmadreza ha rifiutato di essere ospedalizzato vestito da carcerato.

Il ricovero di Ahmadreza era stato previsto da un medico del carcere di Evin che, dopo avergli fatto le analisi del sangue, aveva rilevato una alta possibilita’ di leucemia. Per questo, Ahmadreza avrebbe dovuto essere ammesso in ospedale per ulteriori controlli e per una visita specialistica.

L’ammissione in ospedare era prevista per il 5 febbraio, ma le autorita’ del carcere – come suddetto – hanno cancellato tutto perche’ Ahmadreza, ha rifiutato di indossare la divisa da detenuto. Come mostrato dalle foto e come denunciato dalla moglie di Ahmadreza, il prigioniero politico sta diventando sempre piu’ debole e magro. Date le sue condizioni di salute, dopo le insistenze dei famigliari, Ahmadreza e’ stato ammesso nel reparto di emergenza nel novembre 2018 ed e’ stato anche operato allo stomaco. Nonostante tutto, ha ancora bisogno di molte cure.

Ricordiamo che Ahmadreza Djalali e’ stato arrestato nell’aprile del 2016, mentre si trovava in Iran per una conferenza alla Universita’ di Teheran. Ahmadreza e’ un ricercatore medico e per anni ha lavorato anche alla Universita’ del Piemonte Orientale, da dove – tra le altre cose – e’ partita la campagna per la sua liberazione dopo l’arresto.

Arrestato con l’accusa di spionaggio, Ahmadreza e’ stato condannato a morte (condanna a cui ha fatto appello). Ahmadreza ha sempre rigettato le accuse contro di lui, denunciando di essere stato arrestato per aver rifiutato di lavorare per il MOIS, il Ministero dell’Intelligence iraniano. Purtroppo, sotto pressioni e vergognosamente, Ahmadreza Djalali e’ stato anche costretto a fare una confessione pubblica, mandata in onda dalla TV del regime.

Per la sua liberazione hanno firmato 121 Nobel, inviato una lettera direttamente all’Ayatollah Khamenei. In Italia, per la liberazione di Ahmadreza Djalali si sono impegnati l’Universita’ del Piemonte Orientale, l’ex Presidente della Commissione bicamerale del Parlamento sui diritti umani, Senatore Manconi, la Senatrice a vita Elena Ferrari e diverse ONG, prime fra tutti Nessuno Tocchi Caino e la Federazione Italiana dei Diritti Umani.

Aggiungiamo che, incontrando il neo Ambasciatore iraniano in Italia, il Presidente della Camera Roberto Fico ha chiesto pubblicamente la liberazione di Ahmadreza Djalali.

 

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Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa iraniana ISNA, un uomo di 31 anni e’ stato impiccato in pubblico il 20 dicembre scorso, per “sodomia”, ovvero – detta in termini semplici – per omosessualita’.

Secondo la ISNA, i fatti sono accaduti presso la citta’ di Kazeroon e l’uomo e’ stato condannato per aver avuto rapporti con due quindicenni (per questo l’uomo e’ stato accusato anche di rapimento).

La sentenza e’ stata emessa dalla Quarta Sezione della Corte Penale di Kazeroon e confermata dalla Sezione 42 della Corte Suprema iraniana.

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In una lettera aperta indirizzata alla Guida Suprema Ali Khamenei, 121 premi Nobel hanno pubblicamente chiesto l’immediato rilascio del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Djalali, lo ricordiamo, e’ stato arrestato a Teheran nel 2016 e accusato di spionaggio. Venne fermato mentre si trovava nella capitale iraniana per partecipare ad una conferenza all’Universita’ di Teheran. Nell’ottobre del 2017, Djalali e’ stato quindi condannato a morte e la sua sentenza alla pena capitale e’ stata confermata nel Dicembre dello stesso anno. Fortunatamente, nel febbraio del 2018, la Corte Rivoluzionaria iraniana ha accettato di riaprire il caso Djalali, ma ad oggi nessuna revisione della sentenza e’ arrivata.

Nel frattempo le condizioni di salute di Ahmadreza continuano drammaticamente a peggiorare. In questi anni di carcerazione, il ricercatore iraniano – in possesso anche di passaporto svedese – ha perso decine di chili e si sospetta possa addirittura avere un tumore. Il regime, ovviamente, non concede ad Ahmadreza di lasciare il carcere per essere ricoverato in una struttura ospedaliera.

Il dramma di Ahmadreza Djalali riguarda anche l’Italia: dal 2011 al 2015, infatti, Ahmadreza ha lavorato in Italia, all’Universita’ del Piemonte Orientale. In una lettera resa pubblica tempo addietro, Ahmadreza ha denunciato che il suo arresto e’ direttamente connesso al suo rifiuto di lavorare per l’intelligence iraniana. Un rifiuto che sta pagando a caro prezzo…

Fortunatamente, proprio qualche settimana fa, il Presidente della Camera Roberto Fico ha pubblicamente chiesto il rilascio di Ahmadreza Djalali, durante un incontro con il neo Ambasciatore del regime islamista iraniano a Roma.

 

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Finalmente! Finalmente il tema dei diritti umani torna ad essere al centro dell’agenda, nelle relazioni tra Iran e Italia. Di questo passo avanti, bisogna ringraziare il Presidente della Camera Roberto Fico che, incontrando l’Ambasciatore iraniano in Italia Hamid Bayat, ha cosi commentato su Facebook:

“Il dialogo è sempre l’unica chiave per risolvere le controversie, ma è necessario che sia un dialogo aperto e franco su tutti i dossier e su tutte le questioni che come Italia e come Europa riteniamo irrinunciabili. Per questo ho voluto parlare con l’ambasciatore anche del tema dei diritti umani, sia in generale sia con riferimento a casi specifici come quello di Ahmadreza Djalali, da mesi oggetto di grande attenzione da parte dell’opinione pubblica a livello internazionale.”

Merito del Presidente Fico e’ stato non solo quello di aver sollevato la questione dell’abuso dei diritti umani in Iran, ma anche di aver fatto riferimento ad un caso specifico, ovvero quello di Ahmadreza Djalali. Ahmadreza, come noto, e’ un ricercatore medico che ha lavorato anche in Italia, presso l’Universita’ del Piemonte Orientale. Arrestato in Iran nel 2016, e’ stato condannato a morte con l’accusa di spionaggio.

Come denunciato ormai da tempo, Ahmadreza e’ stato costretto ad una confessione forzata e la vera ragione dietro alla sua condanna e’ il suo rifiuto a diventare un collaboratore dei servizi segreti iraniani. Complimenti ancora al Presidente Fico e speriamo che altri seguiranno il suo esempio!

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La Corte Suprema iraniana ha confermato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour, 25enne curdo, accusato di aver preso parte ad uno scontro a fuoco tra i Pasdaran, e il movimento separatista curdo DPIK, di stanza nel nord dell’Iraq.

La follia di questa condanna e’ che, secondo quanto dichiarato dall’avvocato del condannato, Hossein Amadiniaz, un giudice della Corte Suprema iraniana ha esplicitamente ammesso che Hedayat e’ innocente e che non ha avuto nulla a che vedere con lo scontro a fuoco. Nonostante cio’, la conferma della pena capitale e’ frutto – avremme ammesso lo stesso giudice – delle pressioni delle forze militari e di sicurezza iraniane.

Inizialmente, infatti, la Corte Suprema aveva cancellato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour. Il 18 gennaio scorso, pero’, Abdollahpour e’ stato nuovamente condannato a morte dalla Sezione 2 del Tribunale Rivoluzionario di Oroumiyeh. Per lui, l’accusa era sempre quella di “cooperazione con un gruppo di opposizione curdo”. La Corte Suprema, stavolta, ha confermato la condanna alla pena capitale con una sentenza emessa il 7 ottobre scorso.

Per la cronaca, Hedayat e’ un meccanico ed e’ stato chiamato dalle parti del villaggio di Oshnavieh, per riparare una automobile. Arrivato li, si e’ trovato nel mezzo di uno scontro a fuoco, in cui non ha in alcun modo preso parte.