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Maryam Mombeini – vedova di Kavous Seyed-Emami, sociologo irano-canadese, morto nelle carceri iraniane nel febbraio del 2018 – ha denunciato di aver riconosciuto il suo aguzzino durante la visione di un documentario alla TV di stato iraniana.

Maryam, infatti, venne arrestata con il marito e guardando il documentare alla TV, ha immediatamente detto al figlio Ramin, di aver riconosciuto colui che l’ha interrogata dopo l’arresto. Secondo quanto denunciato dalla donna, l’uomo interrogandola pretendeva di farle confessare che il marito era una spia.

L’uomo mostrato nel video alla TV iraniana veniva fatto passare per un giornalista, in un documentario che appunto riguardava proprio l’arresto del gruppo di ambientalisti iraniani, dal titolo “I soliti sospetti”. Il documentario e’ stato per pochissimo trasmesso dalla TV il 10 novembre scorso, ma fermato dopo appena due minuti di trasmissione, ufficialmente per “motivi tecnici” (e mai ritrasmesso).

Purtroppo, la IRIB ha una nota storia di collaborazione con i Pasdaran e l’intelligence iraniana. Una collaborazione che ha portato spesso l’IRIB a trasmettere i video degli interrogatori dei prigionieri politici e delle loro confessioni forzate, violando ogni convenzione internazionale relativa al rispetto dei diritti umani. Nello stesso parlamento iraniano, oggi, c’e’ una proposta di legge per impedire che la TV pubblica mostri questo genere di video. Proposta di legge ovviamente bloccata (proposta presentata dal parlamentare riformista Mahmoud Sadeghi).

Qui sotto vi riproponiamo i pochi minuti del documentario trasmesso dalla IRIB, dove si vede l’aguzzino dell’intelligence dei Pasdaran, che il regime pretende ora di far passare come giornalista.

 

US Now Cribbing Iran Policy From Nigerian Email Scammers ...

Mentre il mondo discute, giustamente, della sospensione della vendita delle armi alla Turchia, sta passando quasi inosservato il fatto che, esattamente tra un anno – il prossimo 18 ottobre – scadrà l’embargo previsto dalle Nazioni Unite alla vendita di armamenti all’Iran.

Non solo: per chi ancora ufficialmente si sente legato all’accordo nucleare di Vienna del 2015 – il famoso JCPOA – entro 4 anni scadrà il bando posto all’Iran sui test di missili balistici capaci di trasportare una ogiva nucleare (bando mai rispettato da Teheran) e, in 6 anni, tutte le clausole previste dalla Risoluzione ONU 2231 – che ha recepito il JCPOA – saranno mera carta straccia.

Come ha sottolineato l’inviato speciale americano per l’Iran Brian H. Hook davanti alla Commissione Esteri del Senato, la fine dell’embargo militare ONU verso Teheran, potrebbe causare una vera e propria guerra. Senza quell’embargo, infatti, non solo l’Iran sarebbe libero di comprare missili e droni, ma anche di smerciarli nella regione e di far girare liberamente terroristi oggi sotto sanzioni, come il Generale Qassem Soleimani. Non che oggi Teheran non aggiri tutte queste sanzioni ONU, ma la loro esistenza rende comunque la vita difficile alla Repubblica Islamica.

Nella sua testimonianza al Senato, Hook ha rimarcato come la strategia di massima pressione del Presidente Trump, sta portando i suoi frutti. Al di là della propaganda iraniana, infatti, la Repubblica Islamica vive un momento economico drammatico, che l’ha costretta a tagliare parte del sostegno economico ai suoi proxy regionali. Non a caso, sia Hamas che Hezbollah sembrano aver varato piani di austerity economica, per riuscire a gestire la situazione. In Libano, Nasrallah è dovuto andare direttamente in TV, per chiedere la continuazione del sostegno popolare.

Non solo: per l’Iran è oggi difficile anche sostenere le sue stesse spese militari. Dal 2014, infatti, le spese annuali di Teheran nel settore della difesa erano costantemente cresciute, raggiungendo quasi 14 miliardi di dollari. Dal 2017 però, le spese per la difesa hanno iniziato a calare e nel budget approvato dal Governo nel marzo del 2019, le spese per la difesa sono state tagliate del 28%, con un taglio di finanziamenti ai Pasdaran del 17%.

La crisi, ovviamente, coinvolge tutta l’economia iraniana, anche per drammatici problemi interni, oltre che per le sanzioni americane. L’economia nazionale ha avuto una contrazione del 5% l’anno scorso, e del 10% quest’anno. Se nulla cambierà, il prossimo anno l’economia iraniana si contrarrà del 14%, con effetti diretti sulla stabilità politica e sociale del regime.

Quanto suddetto dimostra che, se veramente c’è la seria intenzione, la continuazione della massima pressione verso Teheran, può davvero sortire frutti positivi, per un nuovo accordo che risponda ai 12 punti richiesti dal Segretario americano Mike Pompeo. Chiaramente l’Iran sta reagendo, sia con minacce che con attacchi violenti, come quello contro le due petroliere nel Porto di Fujairah o quello contro la raffineria saudita di Abqaiq. La strada intrapresa dall’amministrazione americana è però, guardando ai numeri, quella giusta. La sola condizione necessaria è quella di non farsi spaventare dal regime iraniano, capace di comportamenti terroristici e mafiosi, ma in realtà estremamente fragile.

Ci riuscirà la Comunità Internazionale? Vogliamo sperarlo!

 

 

Kurdish Labour Activists Summoned for Protest Against Turkish Army Incursion Into North, East Syria

Ufficialmente il regime iraniano ha condannato l’azione turca in Siria. Ufficialmente, perché nei fatti, all’interno della Repubblica Islamica, è assolutamente vietato esprimere ogni forma di solidarietà verso i curdi.

A dimostrazione di quanto affermato, arriva la notizia della convocazione di tre sindacalisti curdi iraniani, per aver pubblicamente attaccato l’intervento di Ankara nel nord-est della Siria, anche noto come Rojava.

I tre – Seyed Ali Hosseini, Mahmoud Salehi e Osman Ismaili – sono stati trasportati il 13 ottobre scorso nell’ufficio dell’unità d’intelligence dei Pasdaran, presso la città di Saqqez. Come suddetto, il fermo dei tre sindacalisti curdi è direttamente legato alle proteste organizzate dai curdi iraniani, nelle città di Khoy, Orumiyeh, Mahabad, Piranshahr, Sardasht, Bukan, Saqqez, Baneh, Marivan, Sanandaj, Dehgolan, Divandareh, Kermanshah, Javanrood, Paveh, Ravansar, Ilam e Ivan.

Quanto accaduto contro i tre attivisti curdi dimostra che, dietro l’apparenza, Turchia e Iran condividono l’obiettivo di schiacciare la questione curda e di spartirsi il controllo della Siria, per realizzare i loro obiettivi imperialisti e islamisti.

NATO’s Trojan Horse Rolls Toward Washington | HuffPost

 

soleimani

Parlando il 7 ottobre ad una conferenza con comandanti Pasdaran – trasmessa dalla TV iraniana – il Generale Qassem Soleimani ha spavaldamente affermato che le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso la resistenza islamica dai 2000 km del Libano, a mezzo milione di chilometri quadrati in tutto il Medioriente.

Ovviamente, con queste parole, il capo della Forza Qods intedeva riferirsi alla diffusione ormai ovunque di milizie sciite paramilitari al servizio di Teheran. Dalla sola Hezbollah in Libano, infatti, ora siamo passati a decide e decine di gruppi armati jihadisti sciiti, sparsi tra Siria, Iraq e lo stesso Yemen.

Non a caso, in un secondo passaggio del suo discorso, Soleimani parla direttamente del fatto che la Repubblica Islamica ha creato una “continuità territoriale della resistenza” – tradotto, dei gruppi armati terroristici filo-iraniani – che connette Iran, Iraq, Siria e Libano.

E’ davvero un discorso che deve preoccupare la Comunità Internazionale, anche perché rientra in un periodo di forte protagonismo mediatico dello stesso Soleimani, che non può passare inosservato. Prima con una intervista speciale sulla guerra del Libano del 2006 pubblicata sul sito della Guida Suprema Khamenei, poi con la notizia del supposto tentativo di attentato allo stesso Soleimani svelata dalla TV iraniana qualche giorni addietro, il comandante della Forza Qods si sta imponendo sempre di più come una figura pubblica centrale nella vita politica della Repubblica Islamica. Un protagonismo che non può che far riflettere e che rischia di portare l’Iran definitivamente nelle mani dei Pasdaran, con conseguenze nefaste per l’intera regione Mediorientale.

L’imperialismo iraniano, infatti, non potrà che esacerbare gli scontri regionali, con effetti diretti (contro Israele e arabi sunniti) e indiretti (con la Turchia e la Russia), davvero imprevedibili. Nessuno infatti, ufficialmente o non ufficialmente, permetterà che sia Teheran il solo master della regione e, in questo contesto, l’instabile Iraq rischia davvero di diventare il centro definitivo dello scontro per fermare l’avanzata iraniana…

 

 

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Prima c’e’ stata la nomina del nuovo capo dei Pasdaran, Hossein Salami, che ha preso il posto di Ali Jafari. Hossein Salami e’ noto per essere un oltranzista, uno che non ha mai mancato di fare discorsi estremisti, predicando lo scontro diretto con i valori Occidentali e con gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia Saudita.

Oggi, quindi, Khamenei – che e’ il Capo dei Pasdaran – ha deciso di fare altri due cambi al vertice dei Pasdaran: ha promosso l’ex Capo della Marina Pasdaran Ali Fadavi a Tenente Comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie – praticamente il vice di Salami – e Mohammad Reza Naqdi a Vice Comandante IRGC per il coordinamento.

Sono due mosse importanti: Fadavi e’ noto per aver sempre affermato che era necessario cacciare gli americani dal Golfo Persico, sostendendo di essere disposto ad un confronto diretto nel caso in cui le forze USA avessero violato le acque territoriali iraniane. Una affermazione che va vista non solo strettamente nel limite delle classiche acque territoriali nazionali, ma in maniera larga, visto che l’Iran praticamente considera lo Stretto di Hormuz come un suo possesso esclusivo.

La promozione di Naqdi al coordinamento, invece, ha un significato interno: Naqdi e’ stato per anni il capo dei Basij, la milizia volontaria agli ordini dei Pasdaran, responsabile per reprimere il dissenso interno e sfruttabile per azioni suicide all’esterno. La scelta di Naqdi al coordinamento, indica quindi che il regime si aspetta possibili scenari di proteste popolari, che verranno affrontate con l’arma della repressione. Peggio, l’obiettivo principale ora deve essere quello di evitare nuove proteste in stile 2009, 2011 o anche quelle contro la corruzione finanziaria del 2017. L’obiettivo vero e’ anticiparle, reprimendo il dissenso prima che questo arrivi alla piazza. Naqdi, in questo senso – alleato di giudici dei Tribunali Rivoluzionari come Mohammad Moghiseh e del nuovo capo della Magistratura Raisi (possibile successore di Khamenei) – e’ putroppo la personalita’ ideale. Ovviamente, nel pacchetto delle repressioni possibili, va calcolato anche quello contro leader politici nazionali non allienati, come avvenne per Mousavi e Karroubi nel 2009. A buon intenditor, poche parole direbbe Khamenei…

tasnim

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Come riportato dai media, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Americana Bolton, ha annunciato che gli Stati Uniti hanno deciso di schierare la portaerei Abraham Lincoln nell’area Mediorientale, in risposta alle minacce provenienti dall’Iran.

Ancora una volta, quella che alcuni analisti alla Alberto Negri cercano di far passare come aggressione americana a Teheran, e’ figlia di una risposta alle minacce della Repubblica Islamica. Per intenderci: Trump non avrebbe ritirato gli USA dal JCPOA se l’accordo avesse funzionato. Al contrario, l’Iran ha sfruttato l’accordo per espandere il suo potere fuori dai confini nazionali e aumentare le minacce missilistiche verso i vicini, alleati degli Stati Uniti; Trump non avrebbe messo i Pasdaran nelle liste delle organizzazioni terroristiche, se i Pasdaran – dalla loro creazione ad oggi – non avessero fatto altro che lasciare scie di sangue alle loro spalle, colpendo centinaia di volte gli obiettivi americani fuori dai confini iraniani.

Per quanto riguarda la Lincoln, Trump non avrebbe deciso di schierarla in Medioriente, se i Pasdaran non avessero in questi giorni minacciato direttamente di chiudere lo Stretto di Hormuz. A farlo, si badi bene, e’ stato il 22 aprile Alireza Tangsiri, capo del Corpo Navale delle Guardie Rivoluzionarie. L’Iran, infatti, vede tutto lo Stretto di Hormuz come una zona sotto il suo diretto controllo. Questo nonostante il fatto che la maggior parte del traffico marittimo passa attraverso le acque territoriali dell’Oman e nonostante la Convenzione ONU  sul Mare (“UNCLOS”), che tutela espressamente la libera circolazione marittima e garantisce il libero passaggio attraverso gli Stretti (articolo 37). Ergo, va detto chiaro: minacciare di chiudere lo Stretto di Hormuz e’ gravissimo e farlo concretamente rappresenta addirittura un vero e proprio casus belli.

Per quanto concerne Hormuz, quindi, l’amministrazione americana prende seriamente le minacce iraniane. L’Iran e’ conscio del rischio che correrebbe se chiudesse totalmente Hormuz. Per questo, le minacce di chiusura totale dello Stretto, sono qusi vuote. Cio’ che invece e’ terribilmente possibile – a cui sembra che i vertici militari iraniani stiano pensando – non e’ di chiudere totalmente Hormuz, ma di rallentarne il traffico commerciale. Questo provocherebbe un aumento generale dei prezzi, con un effetto negativo sull’economia globale. Di questo aumento dei prezzi beneficerebbe direttamente il regime iraniano – e non solo – perche’, pur esportando meno petrolio, lo farebbe ad un prezzo al barile piu’ alto. 

Ancora una precisazione: chi sostiene che Trump vuole un regime change in Iran, sbaglia alla grande. Se l’effetto delle sanzioni americane e della politica di “massima pressione” verso Teheran fosse un regime change, sicuramente nessuno piangerebbe a Washington. Ma il principale obiettivo del Presidente americano con Teheran, e’ costringere il regime iraniano ad un nuovo negoziato – pubblico – con la Casa Bianca, per inserire nel JCPOA, tutto cio’ che Obama ha colpevolmente lasciato fuori, ovvero: missili, attivita’ regionali iraniane e assenza di scadenza all’accordo nucleare. Come suddetto, l’Iran ha usato l’accordo di Vienna per aumentare le interferenze regionali, portare avanti il programma nucleare clandestinamente e intensificare le minacce ai vicini. Ancora una volta, intendiamoci: se l’Iran fosse stato al suo posto, a quest’ora niente sarebbe cambiato.

Conclusioni: il peggior nemico dell’Iran non e’ Trump, ma il regime che lo governa e i suoi puppet internazionali!

Infographic: Strait Of Hormuz Shipping Lanes

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Ora c’e’ la prova, dalla voce stessa di un rappresentante di primo piano del regime iraniano: la Mezzaluna Rossa iraniana (IRCS) e’ solamente di facciata una organizzazione umanitaria, ma in realta’ e’ una realta’ al servizio della Forza Qods, unita’ speciale dei Pasdaran comandata da Qassem Soleimani.

In una intervista televisiva, l’ex Generale Pasdaran Saeed Ghasemi ha pubblicamente dichiarato di aver visitato la Bosnia negli anni ’90, indossando la divisa della IRCS, unicamente al fine di addestrare i combattenti islamisti in Bosnia coperto diplomaticamente da una “uniforme umanitaria”. Nella stessa intervista, quindi, Ghasemi sostiene che gli americani hanno gia’ scoperto quanto da lui ammesso solamente oggi.

Nella stessa intervista, Ghasemi ammette che in Bosnia ha combattuto al fianco di al-Qaeda e che i terroristi di Bin Laden “hanno imparato da noi”. L’ennesima conferma di quanto si dice da anni, ovvero che i legami tra Iran-Hezbollah e al-Qaeda, nonostante le differenze teologiche tra sciiti e sunniti, sono antichi e consolidati.

Ovviamente, poco dopo la messa in onda dell’intervista, sia il portavoce dei Pasdaran Ramazan Sharif che il Presidente Rouhani, si sono affrettati a negare tutto. C’e’ pero’ poco da negare, anche perche’ quanto affermato da Ghasemi, fa il paio con un altro documento esclusivo – che vi mostriamo in basso – che dimostra come, nel 2003, il regime iraniano abbia usato la Mezza Luna Rossa, per coprire le azioni della Forza Qods in Iraq.

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Nel documento, firmato dal potente Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (di cui Rouhani stesso era parte) e firmato il 19 aprile 2003, e’ scritto chiaro e tondo che “al fine di aiutare la popolazione , le necessita’ urgenti degli iracheni devono essere coordinati con la Forza Qods…”. Come noto, qualche anno dopo ci fu una nota telefonata del terrorista Qassem Soleimani al Generale americano Petraeus in cui Soleimani dichiarava senza mezzi termini che lo stesso Ambasciatore iraniano in Iraq, era un uomo della Forza Qods.