Posts contrassegnato dai tag ‘Parlamento’

Image-en-5-1024x467

Il regime iraniano ha rifiutato di far ricoverare in ospedale il prigioniero politico Ahmadreza Djalali, perche’ – volendo tutelare la sua dignita’ – Ahmadreza ha rifiutato di essere ospedalizzato vestito da carcerato.

Il ricovero di Ahmadreza era stato previsto da un medico del carcere di Evin che, dopo avergli fatto le analisi del sangue, aveva rilevato una alta possibilita’ di leucemia. Per questo, Ahmadreza avrebbe dovuto essere ammesso in ospedale per ulteriori controlli e per una visita specialistica.

L’ammissione in ospedare era prevista per il 5 febbraio, ma le autorita’ del carcere – come suddetto – hanno cancellato tutto perche’ Ahmadreza, ha rifiutato di indossare la divisa da detenuto. Come mostrato dalle foto e come denunciato dalla moglie di Ahmadreza, il prigioniero politico sta diventando sempre piu’ debole e magro. Date le sue condizioni di salute, dopo le insistenze dei famigliari, Ahmadreza e’ stato ammesso nel reparto di emergenza nel novembre 2018 ed e’ stato anche operato allo stomaco. Nonostante tutto, ha ancora bisogno di molte cure.

Ricordiamo che Ahmadreza Djalali e’ stato arrestato nell’aprile del 2016, mentre si trovava in Iran per una conferenza alla Universita’ di Teheran. Ahmadreza e’ un ricercatore medico e per anni ha lavorato anche alla Universita’ del Piemonte Orientale, da dove – tra le altre cose – e’ partita la campagna per la sua liberazione dopo l’arresto.

Arrestato con l’accusa di spionaggio, Ahmadreza e’ stato condannato a morte (condanna a cui ha fatto appello). Ahmadreza ha sempre rigettato le accuse contro di lui, denunciando di essere stato arrestato per aver rifiutato di lavorare per il MOIS, il Ministero dell’Intelligence iraniano. Purtroppo, sotto pressioni e vergognosamente, Ahmadreza Djalali e’ stato anche costretto a fare una confessione pubblica, mandata in onda dalla TV del regime.

Per la sua liberazione hanno firmato 121 Nobel, inviato una lettera direttamente all’Ayatollah Khamenei. In Italia, per la liberazione di Ahmadreza Djalali si sono impegnati l’Universita’ del Piemonte Orientale, l’ex Presidente della Commissione bicamerale del Parlamento sui diritti umani, Senatore Manconi, la Senatrice a vita Elena Ferrari e diverse ONG, prime fra tutti Nessuno Tocchi Caino e la Federazione Italiana dei Diritti Umani.

Aggiungiamo che, incontrando il neo Ambasciatore iraniano in Italia, il Presidente della Camera Roberto Fico ha chiesto pubblicamente la liberazione di Ahmadreza Djalali.

 

Risultati immagini per iran fatf

E siamo a due: il Consiglio dei Guardiani – organo supremo iraniano – ha cassato ancora la legge approvata dal Parlamento, relativa alla riforma del settore bancario.

La normativa, richiesta espressamente dal Financial Action Task Force, recepiva alcune condizioni essenziali per evitare la collusioni tra il settore bancario e il riciclaggio di denaro a fini di finanziamento al terrorismo internazionale. La legge approvata dal Parlamento iraniano – seppur molto lacunosa – rappresentava un passo avanti in questa direzione. Purtroppo, pero’, il Consiglio dei Guardiani l’ha rigettata, sottolineando che andava contro gli interessi nazionali della Repubblica Islamica.

In pratica, la seconda bocciatura, dimostra nuovamente la pochezza e la debolezza del Governo Rouhani, incapace assolutamente di influenzare i nodi centrali della politica estera e militare iraniana. Si tratta di settori completamente nelle mani della Guida Suprema e dei Pasdaran, ovviamente assolutamente non interessanti a terminare il loro sostegno ai gruppi terroristici, primo fra tutti Hezbollah.

Ennesima riprova di come, per un imprenditore Occideentale, fare affari con la Repubblica Islamica sia impossibile e del rischio altissimo di trovarsi – inconsapevolmente – a fare affari con rappresentanti dei Pasdaran, collusi col terrorismo internazionale. Con la naturale conseguenza di finire direttamente nella lista delle sanzioni americane…

Noble-en-1-768x471

In una lettera aperta indirizzata alla Guida Suprema Ali Khamenei, 121 premi Nobel hanno pubblicamente chiesto l’immediato rilascio del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Djalali, lo ricordiamo, e’ stato arrestato a Teheran nel 2016 e accusato di spionaggio. Venne fermato mentre si trovava nella capitale iraniana per partecipare ad una conferenza all’Universita’ di Teheran. Nell’ottobre del 2017, Djalali e’ stato quindi condannato a morte e la sua sentenza alla pena capitale e’ stata confermata nel Dicembre dello stesso anno. Fortunatamente, nel febbraio del 2018, la Corte Rivoluzionaria iraniana ha accettato di riaprire il caso Djalali, ma ad oggi nessuna revisione della sentenza e’ arrivata.

Nel frattempo le condizioni di salute di Ahmadreza continuano drammaticamente a peggiorare. In questi anni di carcerazione, il ricercatore iraniano – in possesso anche di passaporto svedese – ha perso decine di chili e si sospetta possa addirittura avere un tumore. Il regime, ovviamente, non concede ad Ahmadreza di lasciare il carcere per essere ricoverato in una struttura ospedaliera.

Il dramma di Ahmadreza Djalali riguarda anche l’Italia: dal 2011 al 2015, infatti, Ahmadreza ha lavorato in Italia, all’Universita’ del Piemonte Orientale. In una lettera resa pubblica tempo addietro, Ahmadreza ha denunciato che il suo arresto e’ direttamente connesso al suo rifiuto di lavorare per l’intelligence iraniana. Un rifiuto che sta pagando a caro prezzo…

Fortunatamente, proprio qualche settimana fa, il Presidente della Camera Roberto Fico ha pubblicamente chiesto il rilascio di Ahmadreza Djalali, durante un incontro con il neo Ambasciatore del regime islamista iraniano a Roma.

 

Javad-Zarif-attacks-on-money-laundering

La politica iraniana – per chi la segue veramente – e’ spesso un libro aperto, dove le risposte sui crimini del regime, arrivano spesso dall’interno del Paese. Il problema e’ che, molti analisti e politici Occidentali, non osservano veramente quanto accade nella Repubblica Islamica, ma preferiscono parlare per slogan. Cosi, per chiarirci, fa la Mogherini…

Un esempio su tutti e’ quanto accaduto in Iran in merito alla legge contro il riciclaggio di denaro. Si tratta di una norma richiesta dal Financial Action Task Force (FATF), come precondizione per togliere la Repubblica Islamica dalla lista nera dei Paesi non affidabili per le transazioni finanziarie. Tale norma, gia’ estremamente debole, e’ stata quindi approvata dal Parlamento iraniano e poi cassata dal Consiglio dei Guardiani, che l’ha ritenuta contraria agli interessi nazionali (perche’ renderebbe piu’ difficile il finanziamento del terrorismo internazionale da parte di Teheran).

Dopo la decisione del Consiglio dei Guardiani, il Ministro degli Esteri iraniano Zarif – ribadiamo: il Ministro degli Esteri iraniano Zarif – ha affermato in una intervista che “molte persone beneficiano del ricilaggio di denaro in Iran” e che “il riciclaggio di denaro in Iran e’ una realta‘”. Apriti cielo: dopo le parole di Zarif sono arrivate le proteste da parte della Magistratura iraniana e i parlamentari iraniani hanno chiesto di convocare subito il Ministro per chiarimenti. I piu’ radicali chiedono direttamente l’impeachment di Zarif.

Di tutto questo dibattito, come suddetto, non c’e’ traccia sulla stampa Occidentale, ne nelle parole della Mogherini quando incontra o parla al telefono con Zarif. Ne, tantomeno, c’e’ stata traccia durante i dialoghi romani del MED, troppo impegnati a propagandare la validita’ del JCPOA e la cattiveria di Washington…Tanto poi, se l’Iran continuera’ a finanziare il peggior terrorismo internazionale, si potra’ sempre dire che “ha stato Trump”…

Sepah-En-768x471

Dopo vari dinieghi da parte delle autorita’ iraniane, alla fine – davanti alla prova dei fatti – il regime e’ stato costretto ad ammettere la verita’: esiste una proposta di legge che potrebbe essere presto presentata al Parlamento iraniano, per porre definitivamente sotto controllo dei militari, la Rete Internet.

Secondo la proposta di legge – composta da 33 articoli e 4 paragrafi – intende porre tutta la Rete Internet del Paese sotto il controllo dello Stato Maggiore delle Forze Armate (GSAF), che opera sotto il controllo della Guida Suprema Ali Khamenei.

Se questa proposta di legge passasse, alle Forze Armate iraniane verrebbe garantita la possibilita’ di censurare definitivamente tutto il materiale online e monitorare totalmente l’attivita’ degli utenti, impedendo agli utenti di accedere a contenuti digitali non approvati dallo Stato. Questa proposta di legge si unisce alla decisione del regime di lanciare, nel 2016, una Rete Internet Nazionale, che ha gia’ incrementato notevolmente il potere degli apparati di sicurezza di censurare la Rete.

Il progetto di legge nel secondo capitolo, prevede che tutta la protezione dei dati privati, passi sotto il controllo della TIC, la Compagnia di Telecomunicazione, ufficialmente sotto il controllo del Ministero delle Telecomunicazioni, ma in realta’ alle dirette dipendenze non solo della Guida Suprema, ma degli stessi Pasdaran (come lo schema in basso dimostra).

Il terzo e il quarto capitolo della legge, quindi, si propongono di promuovere una rete di messaggistica istantanea nazionale, ovviamente a scapito delle applicazioni sinora usate dagli utenti iraniani per sfuggire alla censura (soprattutto Telegram). Per chi continuera’ ad usare applicazioni di messaggistica istantanea proibite, secondo l’articolo 27, e’ prevista la reclusione da sei mesi a due anni.

Cosi, mentre personalita’ come la Mogherini continuano a discutere su come salvare Teheran dalle nuove sanzioni americane, in Iran il regime lavora indisturbato per chiudere definitivamente ogni minimo spiraglio di liberta’ per la popolazione civile.

internet ban

salman-khodadadi-en-380x300

Salman Khodadadi e’ un deputato iraniano, ormai membro del Parlamento di Teheran da oltre quattro legislature. Prima di finire in Parlamento, Kodadari ha lavorato per gli apparati di sicurezza del regime. In particolare, ha lavorato nella sopressione dei dissidenti nella regione dell’Azerbaijan Orientale. E’ stato quindi Direttore dell’Ufficio Intelligence di Ardabil e Comandante Pasdaran presso Malekan.

La storia di Khodadadi pero’, oltre ad essere una storia di reppressioni politiche, e’ anche una storia di violenze: da anni, infatti, Khodadadi e’ accusato da diverse donne di molestie sessuali. Accuse che gli hanno causato importanti problemi con la stessa giustizia iraniana.

Durante il mandato Parlamentare 2000-2004, Khodadadi e’ stato convocato dal Magistrato e accusato di “relazione illecita”: due donne, tra cui la sua ex segretaria, lo avevano accusato di averle violentate. Grazie alla sua ri-elezione in Parlamento, pero’, la Magistratura lo rilascio’ su cauzione e chiuse il caso. Negli anni, pero’, il numero di denunce a suo carico e’ aumentato. Il suo nuovo mandato parlamentare, pero’, non fu senza problemi: due donne elette in Parlamento protestarono contro di lui e il Majles fu costretto ad avviare una inchiesta interna. Inchiesta che, pur non arrivando ad espellere Khodadadi dal Parlamento, riusci’ ad bloccare la sua rielezione per l’ottavo Parlamento (2008-2012). 

Peccato che, a salvare il violentatore Khodadari arrivo’ proprio Hassan Rouhani. Rouhani, infatti, conosce Khodadari da quando entrambi erano membri della Commissione per la Sicurezza Nazionale. Grazie a questa relazione personale, Khodadari fu considerato per essere un possibile candidato a Governatore di Busher, per poi ottenere il posto di Consigliere del Ministro degli Esteri Zarif, dopo la vittoria alle Presidenziali di Rouhani nel 2013.

Per la sua situzione controversa, a Khodadari fu inizialmente negata anche la candidatura anche alle recenti elezioni Parlamentari. Grazie a Rouhani, pero’, il Consiglio dei Guardiani presso’ il Consiglio di Sorveglianza Parlamentare, permettendo a Khodadari di partecipare alle elezioni ed essere eletto. Oggi, e’ addirittura a capo della Commissione Parlamentare per gli Affari Sociali. 

In queste ore, quindi, l’agenzia iraniana HRANA – impegnata nella denuncia della violazione dei diritti umani in Iran – ha pubblicato gli audio delle telefonate fatte da Khodadari alle vittime dei suoi abusi sessuali: in queste telefonate, Khodadari invita le vittime a non provare a rovinarlo. Peggio, Khodadadi dice loro che nessuno le avrebbe credute, che sarebbero morte insieme ai loro parenti e che la magistratura avrebbe considerato le loro relazioni come “matrimoni temporanei” – legali in Iran – metodo vergognoso attraverso il quale il regime fondamentalmente permette lo sfruttamento della prostituzione.

 

 

 

JO iran

Mohammad Kalhor aveva quindici anni quando e’ stato arrestato nel novembre del 2014. Mohammad e’ stato fermato per omicidio, per aver accoltellato il suo insegnante di fisica.

La prima condanna per Mohammad, infatti, e’ stata a tre anni di carcere e al pagamento del cosiddetto “Diyeh“, ovvero di una cifra alla famiglia commisurata al reato commesso. In quella occasione, un controllo medico ad hoc aveva anche dichiarato Mohammed non mentalmente maturo per comprendere la gravita’ del suo gesto.

Nonostante tutto, a dispetto della prima sentenza, un’altra Corte ha deciso di riaprire il caso e ha condannato a morte Mohammad Kalhor. La condanna e’ stata quindi confermata dalla Corte Suprema. Secondo quando denunciato da Sara Najimi e Hassan Aghakhani, i legali di Kalhor, all’origine della decisione di riaprire il caso, ci sarebbero le pressioni del Vice Ministro della Cultura iraniana e Alaeddin Boroujerdi, importante deputato iraniano a capo della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Majlis.

Come noto, secondo le normative internazionali – sottoscritte volontariamente dallo stesso Iran – un detenuto arrestato in eta’ minorile, non può essere condannato alla pena capitale. Tra le altre cose, lo stesso articolo 91 del codice penale islamico in vigore in Iran, vieta la condanna a morte di una persona sotto i 18 anni, se quest’ultima non realizza la natura del reato commesso o se vengono riscontrati dei problemi mentali.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, solamente nel gennaio 2018, Teheran ha impiccato tre detenuti – due maschi e una donna – per dei reati commessi in eta’ minorile.