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A pochi giorni dalle elezioni iraniane, il regime di Teheran ha lanciato una nuova provocazione. Per la terza volta dalla firma degli accordi sul nucleare del luglio 2015 – ergo neanche un anno fa – i Pasdaran hanno svolto una esercitazione militare, lanciando missili balistici. Nell’ultimo test di queste ore – ovvero la fase finale dell’esercitazione denominata Eqtedar-e-Velayat – le Guardie Rivoluzionarie hanno testato missili balistici con una gittata variabile da 300 a 2000 chilometri, lanciando i missili da silo – ovvero delle strutture sotterranee – sparse in varie parti del Paese.

Tra i vettori testati durante l’esercitazione, c’erano anche i Qadr-H e Qadr-F (Tasnim News), missili balistici MIRV – con testate multiple e indipendenti – mostrati dalla Repubblica Islamica per la prima volta nel 2014 (Missile Threat) e lanciati ieri dal nord dell’Iran. Il Qadr H ha una gittata di 1700 chilometri, mentre il Qadr F di 2000 (secondo quello che sostiene il regime (The Iran Project).

Un test contro le Nazioni Unite

Il nuovo test missilistico – per la terza volta in pochi mesi, lo ribadiamo – contraddice evidentemente la Risoluzione delle Nazioni Unite 2231, approvata il 20 luglio del 2015 (Testo). La risoluzione ha un Allegato B, espressamente dedicato alla questione della minaccia missilistica. Secondo quanto scritto e quanto accettato dallo stesso regime iraniano, Teheran viene invitato a non mettere in atto nessun attività legata ai missili balistici, capaci di trasportare una bomba nucleare (Un.org).

Subito dopo il nuovo test missilistico, gli Stati Uniti hanno dichiarato che reagiranno alla nuova provocazione iraniana, ma non e’ ancora chiaro come. Difficile credere che, considerando gli interessi economici e politici dietro l’accordo nucleare, Washington arriverà sino alla richiesta di nuove sanzioni ONU contro la Repubblica Islamica. Il Presidente Obama si e’ più modestamente limitato a mantenere lo “stato di emergenza” nei riguardi dell’Iran, una misura in vigore negli USA sin dal 1995 (The Iran Primer).

Una nuova minaccia ad Israele

Ovviamente, come dichiarato dallo stesso Pasdaran Hossein Salami, il primo obiettivo contro cui il regime iraniano intende mostrare i muscoli e’ Israele. Non e’ un caso che, secondo quanto scritto dai media, sui missili balistici c’era riportato in ebraico la scritta “Israele sara’ cancellato dalle mappe” (Rudaw.net). Alle parole di Salami, si aggiungono quelle del capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, che ha orgogliosamente dichiarato che “Israele rientra all’interno della capacita’ di gittata di quasi tutti i missili in possesso dell’Iran” (Press TV).

Ad aver paura però sono soprattutto i Paesi Arabi

Nonostante la minaccia sicuramente concreta e le parole di Jafari, i primi a dover temere il programma missilistico del regime iraniano, restano i Paesi arabi. Questo per almeno due motivi:

  • Israele ha un esercito e una forza deterrente capace di colpire in ogni momento l’Iran;
  • Israele ha un sistema anti-missile – anche noto come Arrow 3 – capace di reagire in brevissimo tempo nel caso la minaccia iraniana si concretizzi.

Ai Paesi Arabi questo manca. Secondo uno studio pubblicato di recente, nel caso in cui l’Iran lanciasse un missile contro i Paesi Arabi, a questi servirebbero almeno quattro minuti per reagire. Considerato in termini pratici, un tempo infinito. Non solo: i Paesi Arabi – alcuni di questi – sono difesi da sistemi antimissile forniti dagli USA, primariamente i sistemi MIM-104 Patriot (Egitto, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania) e THAAD (per ora acquistato dagli Emirati nel 2011 e dall’Oman nel 2013, ma di interesse anche dell’Arabia Saudita e del Kuwait).

Il problema e’ che, al contrario di quanto avviene nella Nato, questi sistemi di difesa anti-missile, pur avendo tutti la stessa tecnologia, non sono coordinati tra loro! Per questo, in questo periodo, Washington sta lavorando per convincere i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo a creare un unico sistema di difesa anti-missile, capace di integrare i sistemi radar e i missili intercettori (Defense One).Purtroppo per gli USA e per la sicurezza regionale, le diverse politiche di sicurezza e di difesa dei Paesi del GCC, non sembra permetteranno di arrivare presto a questo risultato. Da tempo, inoltre, e’ noto che i Paesi Arabi del Golfo stanno cercando di acquisire da Israele il sistema Iron Dome, contro la minaccia dei missili a corto raggio (Missile Threat).

Conclusioni

Nonostante l’accordo del luglio scorso, non c’e’ nulla di veramente concreto che permette alla Comunità Internazionale di avere sufficienti garanzie sullo sviluppo del programma nucleare e missilistico dell’Iran. Quanto finora affermato da chi sostiene l’accordo, e’ basato su vaghe speranze, rassicurate in parte dai controlli dell’AIEA.

Peccato che, lo stesso ultimo report rilasciato dall’AIEA sull’Iran, sia considerato da molti esperti, in primis Olli Heinonen – ex Vice Direttore Generale dell’AIEA – come troppo vago e incompleto (FDD). Una considerazione silenziosamente condivisa da buona parte delle diplomazie Occidentali.

Senza una linea chiara che metta il regime iraniano immediatamente davanti alle sue responsabilità, ovvero senza l’approvazione di nuove sanzioni contro Teheran, il risultato di questa colpevole mancanza sara’ semplicemente la proliferazione nucleare in Medioriente e l’aumento del caos generalizzato, particolarmente nelle aree più della regione (quali la Siria, lo Yemen e il Libano). Il caso Corea del Nord docet…

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Lo abbiamo sempre scritto e detto chiaro: la strategia Occidentale di combattere Isis alleandosi con il regime iraniano – in particolare con le milizie sciite pagate da Teheran – e’ fallimentare e sbagliata. Lo abbiamo sempre detto, non solo per la nostra posizione di opposizione al regime iraniano, ma anche sotto il profilo strategico. Abbiamo sempre detto che questa tattica, forse “razionale” a breve termine, avrà conseguenze deleterie, non soltanto per la trasformazione del conflitto contro Isis in un conflitto settario, ma anche perché la Repubblica Islamica (e Bashar al Assad), non hanno alcuna vera intenzione di sconfiggere il jihadismo sunnita, funzionale ai loro interessi politici e geografici. 

Oggi, dopo mesi di parole, possiamo provare quello che diciamo con le immagini, più precisamente con una mappa che testimonia – molto chiaramente – come l’azione militare dell’Iran non sia affatto improntata alla sconfitta di Isis e del jihadismo sunnita, ma unicamente all’espansione dell’imperialismo iraniano, nelle aree di interesse dei Pasdaran. La mappa, pubblicata da The Business Insider, e’ stata realizzata da Michel Pregent, analista di intelligence dell’esercito americano. Pregent, usando i colori, ha delineato le zone in cui i vari eserciti e milizie presenti tra Siria e Iraq, hanno concentrato la loro azione militare. Come la mappa mostra, molto chiaramente, la zona di azione delle milizie sciite (colore verde) e’ assolutamente diversa da quella sotto il controllo di Isis (colore nero). Dove Isis ha perso territorio, infatti, ciò e’ stato dovuto unicamente ai bombardamenti aerei della coalizione internazionale, ovvero dai bombardieri americani e dei Paesi arabi sunniti, impegnati nella guerra al Califfato. Sul terreno, poi, i veri scontri di terra sono avvenuti tra le forze curde e i jihadisti di Isis, ma anche in questo caso – come sottolinea Pregent – negli ultimi tempi i Peshmerga sono stati maggiormente impegnati a contenere l’espansione dei jihadisti sciiti – sostenuti dal Governo centrale di Baghdad – nella zona di petrilifera Kirkuk, piuttosto che in nuove aree di conflitto contro Daesh. La stessa offensiva contro Tikrit, in cui sono stati compiuti terribili massacri contro i sunniti, era funzionale alla conquista di un’area strategica verso Kirkuk e Irbil.

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In poche parole, quindi, il solo interesse del regime iraniano e’ quello di conservare il suo potere nell’area di Damasco (con focus con il confine libanese, per preservare il potere di Hezbollah) e nell’area di Baghdad, ovviamente in una fascia che arriva sino al confine iraniano. D’altronde, come sappiamo, recentemente un agente di Assad – tale George Haswani – e’ stato inserito dall’Unione Europea nella lista delle sanzioni, proprio per il suo ruolo di intermediario tra il regime di Damasco e il Califfato Islamico. Il ruolo settario delle milizie sciite pro Iran e’ stato denunciato persino da Moqtada al Sadr, il noto clerico sciita per parecchio tempo controllato da Teheran, che ha chiesto di isolare i miliziani della Forza di Mobilitazione Popolare, proprio per il loro tentativo di trasformare la guerra ad Isis in un conflitto settario favorevole solo alla Repubblica Islamica.

Speriamo, purtroppo con la certezza di restare delusi, che questa mappa aiuterà la cieca e sorda diplomazia Occidentale a divincolarsi dai legami con il regime iraniano, prima che questi diventino un peso insostenibile.

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