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Il ministro del Tesoro italiano, Pier Carlo Padoan

Cambia il mondo intorno all’Italia, cambia radicalmente la posizione degli Stati Uniti sull’accordo nucleare con l’Iran, cambiano soprattutto coloro che guideranno la politica estera a Washington, ma una cosa purtroppo sembra non smuoversi: la volontà del Governo italiano di garantire gli investimenti italiani nella Repubblica Islamica, con 5 miliardi di euro.

Come si ricorderà, nella legge di stabilita’ approvata dal Governo Gentiloni, fu inserito un articolo ad hoc, per gli investimenti in Iran. Stante la non disponibilità di Cassa Depositi e Prestiti ad esporsi nella garanzia di quegli investimenti – troppo rischiosi e troppo esposti a nuove sanzioni americane – il Governo italiano ha passato la palla ad Invitalia, agenzia pubblica. Secondo la Legge quindi, sara’ la newco di Invitalia, Invitalia Global, ad assicurare gli investimenti italiani in Iran con un fondo di 5 miliardi di euro – soldi pubblici – e con una garanzia addirittura di prima istanza. A copertura di queste garanzie praticamente a perdere, il Tesoro ha anche creato un fondo di garanzia di 120 milioni di euro che, incredibilmente, verranno presi da un budget che era destinato a promuovere l’imprenditoria giovanile.

Secondo quanto scrive Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano di oggi, Padoan intende far approvare il decreto di attuazione di quanto stabilito in Legge di Bilancio, proprio in queste ore. Il decreto richiede solamente una votazione positiva del Governo che, considerando i viaggi di Renzi e Gentiloni in Iran e considerando il numero di imprese italiane esposte, sembra praticamente scontato.

Il problema e’ che, al di la’ dell’aspetto morale di fare affari con un regime fondamentalista, e’ in questi mesi la situazione internazionale e’ radicalmente mutata. Obama ha lasciato la Casa Bianca e al suo posto e’ arrivato Trump, un presidente che ha già deciso approvare la “decertification” del JCPOA. A questa mossa, Trump ha aggiunto la nomina di Pompeo a Segretario di Stato e dell’Ambasciatore John Bolton a Consigliere per la Sicurezza nazionale.

Il punto su cui verte la strategia economica italiana con l’Iran, ma non solo dell’Italia, e’ di non esporre gli istituti finanziari nazionali a possibili sanzioni americane, come accaduto con Banca Intesa. Per questo, l’assicurazione agli investimenti a Teheran, sara’ pubblica e in euro. Ma tutto il castello, si regge su una montagna di sabbia: come dimostrato dal recente caso Skrypal, davanti ad una crisi internazionale che vede protagoniste alcune potenze Nato – prime alleate anche dell’Italia – lo stesso Governo italiano ha dovuto prendere delle misure di ritorsione. Tanto più che, proprio in Europa, Macron sta spingendo per l’approvazione di nuove sanzioni europee contro la Repubblica Islamica.

Concludiamo ricordando che, oltre meta’ dell’economia iraniana, e’ controllata dai Pasdaran, le cui compagnie sono già’ per la maggior parte inserite nella lista delle sanzioni internazionali. Peggio, il regime iraniano e’ primo al mondo per riciclaggio di denaro, per mancanza di trasparenza e per corruzione interna. Non sembra certo un Paese con i parametri adatti per ricevere una garanzia di prima istanza agli investimenti esteri…

 

 

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La Fiera di Roma dedicata al regime iraniano, a quanto pare leggendo sui media, sembra procedere senza alcuna parola di critica al regime iraniano da parte delle autorità italiane. Peggio, durante l’inaugurazione del 22 Novembre (un giorno solo dopo la notizia di tre cristiani frustati pubblicamente in Iran per aver bevuto vino), il Ministro italiano Calenda ha rigettato ogni idea di maggiore accortezza nelle relazioni economiche tra Roma e Teheran. Minimizzando pericolosamente i possibili cambiamenti che il neo eletto presidente Usa Donald Trump potrebbe apportare all’accordo nucleare, Calenda ha anche annunciato un suo prossimo viaggio a Teheran, in compagnia del Ministro dell’Economia Padoan. Un viaggio previsto per l’inizio del prossimo anno (Ansa), con lo scopo di “far funzionare i canali di finanziamento”, segno evidente che – a dispetto della propaganda fatta sinora per investire in Iran – i businessmen italiani e il sistema bancario nazionale, non sembra guardare alla Repubblica Islamica con grande fiducia (giustamente…).

Purtroppo, mentre Calenda & Co., se ne vanno in giro benedire i rapporti economici con i Mullah, il regime iraniano prosegue indisturbato i suoi crimini contro i diritti umani. Proprio in queste ore, ci giungono le immagini dell’ennesima esecuzione pubblica di detenuti. Questa volta, le fotografie mostrano quattro detenuti impiccati in pubblico su una spiaggia dell’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz (Freedom Messenger). Esecuzioni pubbliche che non solo rappresentano, come suddetto, un crimine contro i diritti umani, compiute per terrorizzare la popolazione civile, ma anche una violazione delle normative internazionali. Abusi verso i quali il silenzio italiano è particolarmente assordante, considerando che Roma pretende di essere il Paese leader nella promozione della Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte.

Ad ogni modo, è palese che qualche anomalia sia percepita anche dagli stessi organizzatori della Fiera di Roma. Basti considerare che la Fiera si apre al pubblico solamente nel pomeriggio di Venerdi e nella giornata conclusiva Sabato (e solo per eventi di natura culturale, ovviamente la cultura che il regime ama presentare, con la compiacenza delle autorità italiane). Un segno evidente dei timori degli organizzatori di essere “disturbati”, da realtà capaci di porre il pubblico davanti alla verità: il rischio business in un Paese corrotto, leading country solo nello sponsor del terrorismo internazionale, con una economia appaltata ai Pasdaran e notoriamente incapace di rispettare qualsiasi modello di Stato di Diritto.

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