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Il 21 ottobre scorso, purtroppo, il regime iraniano ha deciso di condannare a morte il ricercatore medico iraniano – in possesso anche di passaporto svedese – Ahmadreza Djalali.

La sua storia riguarda anche l’Italia, avendo per anni Ahmadreza lavorato per l’Universita’ del Piemonte Orientale di Novara. Proprio da qui, dopo il suo arresto nell’aprile del 2016, e’ partita la campagna piu’ importante per la liberazione dell’accademico iraniano.

Ufficialmente, Ahmadreza e’ stato condannato a morte come “spia del Mossad”, accusato di aver fornito all’intelligence israeliana informazioni in merito agli scienziati nucleari iraniani. Neanche a dirlo, si tratta delle solite accuse che vengono mosse a colui il quale il regime vuole tappare la bocca.

Come dichiarato dallo stesso Djalali in un audio pubblicato due giorni prima la condanna a morte, il regime lo ha costretto per ben due volte a leggere una dichiarazione di colpevolezza già prestampata, ovviamente dopo averlo sottoposto a torture fisiche e psicologiche (audio in farsi).

La vera ragione della condanna a morte di Ahmadreza Djalali e’ stata rivelata ieri dal sito d’informazione americano Washington Examiner e anche dal quotidiano italiano La Stampa. In un documento scritto personalmente da Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano rivela che, nel 2014, venne approcciato dagli agenti dell’intelligence militare e gli venne chiesto di collaborare al fine di raccogliere informazione sui programmi chimici, biologioci e nucleari dei Paesi Occidentali. Ahmadreza Djalali rifiuto’ e continuo’ a rifiutare le proposte dell’intelligence negli anni successivi…fino all’arresto dell’aprile 2016.

Una storia identica capito’ al ricercatore iraniano Omid Kokabee, arrestato mentre si trovava in Iran di ritorno dagli Stati Uniti, ove studiava all’Universita’ di Austin in Texas. Arrestato anche lui per non aver accettato di collaborare con l’intelligence iraniana, Omid venne condannato a dieci anni di carcere e fu liberato solamente nel 2016, per gravissimi motivi di salute.

Attualmente per la liberazione di Ahmadreza Djalali sono impegnati anche centinaia di senatori italiani, guidati da Elena Ferrara e Luigi Manconi. In un appello consegnato alle massime autorita’, questi senatori chiedono di sapere – anche dalla Mogherini – le iniziative diplomatiche in atto per salvare la vita di Ahmadreza. Ad oggi, purtroppo, sembra che poco o niente sia stato fatto e che, quanto e’ stato fatto, non ha sortito alcun risultato positivo.

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Meno di due settimane fa, si e’ tenuto a Teheran un Forum tra Iran e Italia relativo all’innovazione e alla ricerca. In quella occasione, la Ministra dell’Istruzione Fedeli si e’ recata nella Repubblica Islamica, seguita da una delegazione di oltre 150 persone, tra cui alti rappresentanti della CRUI.

Prima di andare in Iran, la Ministra ha sottolineato che uno dei temi che avrebbe toccato con il regime, sarebbe stato il caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, incarcerato in Iran dall’aprile del 2016, con l’accusa di contatti con “entità nemiche” (Gaiaitalia.com). Ricordiamo che Djalali si era recato in Iran su invito di una locale università, per partecipare ad una conferenza relativa alla sua specializzazione in medicina di intervento in caso di emergenze relative a disastri. Una specializzazione che Ahmadreza aveva preso anche grazie alla Università del Piemonte Orientale, ove il ricercatore aveva lavorato per oltre quattro anni, prima di trasferirsi in Svezia nel 2015.

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Non sappiamo cosa la Ministra italiana abbia detto alla controparte iraniana, quello che sappiamo e’ cosa e’ successo ad Ahmadreza in questi giorni. Invece di allentare la pressione nei suoi confronti, il regime ha aumentato le minacce e gli abusi.

Secondo quanto riporta Iran Human Rights, Teheran ha negato ad Ahmadreza Djalali il diritto alla scelta indipendente di un avvocato difensore, per la terza volta. Un diniego che, nuovamente, ha fatto spostare il processo nei suoi confronti, già rimandato da mesi (per questo Ahmadreza aveva anche dichiarato lo sciopero della fame e della sete). Il processo contro Ahmadreza Djalali e’ in mano al giudice Salavati, noto per la sua vicinanza alle ali più conservatrici e repressive del regime.

Ricordiamo che, nel gennaio del 2017, la moglie di Ahmadreza Djalali ha inviato una lettera direttamente al Presidente iraniano Rouhani, chiedendo il rilascio del marito, padre dei loro due piccoli bambini. Sinora, la sola risposta che Ahmadreza ha ricevuto, sono state le continue minacce di morte da parte delle autorita’ del regime…

 

La denuncia arriva direttamente dalla prestigiosa rivista scientifica Nature: peggiorano drammaticamente le condizioni fisiche di Ahmadreza Djalali, ricercatore medico, ormai incarcerato in Iran da oltre un anno. Secondo quanto riporta l’articolo, Ahmadreza sarebbe ormai in sciopero della fame da oltre due mesi e negli ultimi giorni, ha anche iniziato a rifiutare i liquidi. Ad oggi, Ahmadreza ha perso oltre il 30% del peso che aveva, prima di finire in carcere. L’11 marzo scorso, Ahmadreza è stato trasportato in ospedale, ma anche qui il prigioniero politico ha rifiutato di alimentarsi (Nature).

Come si ricorderà, Ahmadreza Djalali, 45 anni, è stato arrestato in Iran il 25 aprile del 2016, dopo essere ritornato a Teheran per partecipare ad un evento accademico. Mentre si apprestava a fare ritorno a casa, in Svezia – ove lavorava per il Karolinska Institute di Stoccolma – Ahmadreza è stato arrestato e accusato di “collaborazione con un Governo ostile”. Secondo quanto riporta la moglie, il ricercatore è stato portato in una cella di isolamento e, dopo tre mesi di agonia, è stato costretto a firmare una confessione.

Il primo sciopero della fame di Ahmadreza risale allo scorso dicembre, dopo che il detenuto ha saputo le false accuse nei suoi confronti. Nel gennaio 2017, quindi, il regime ha minacciato Ahmadreza di metterlo a morte. Il 15 febbraio, dopo numerose pressioni famigliari, Ahmadreza ha fermato lo sciopero della fame, ma ha successivamente deciso di riprenderlo dopo che il giudice gli ha negate di cambiare l’avvocato difensore, imposto dalla Corte. Ad oggi, non è nota la data dell’inizio del processo nei suoi confronti.

Il caso di Ahmadreza Djalali coinvolge l’Italia, perchè il ricercatore iraniano ha lavorato presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara, tra il 2011 e il 2015. Proprio da qui, come si ricorderà, è partita la campagna per la liberazione di Ahmadreza, che ha visto anche la stessa Farnesina impegnarsi, almeno verbalmente. Il 9 marzo scorso, un appello per la liberazione di Ahmadreza è stato lanciato anche da Committee of Concerned Scientists di New York (link), ma precedentemente anche Amnesty International aveva avviato una “urgent campaign” per lui. Su Change.org, l’appello per Ahmadreza Djalali ha raggiunto oltre 70.000 firme. In Italia, va menzionato l’impegno di Nessuno Tocchi Caino, come sempre in prima fila per i diritti umani in Iran.

Ricordiamo che, oltre ad una moglie di nome Vida Merhannia, Ahmadreza è anche padre di due figli di appena 5 e 14 anni. Da oltre un anno, il regime iraniano nega a questi bambini, l’abbraccio e l’affetto del loro amato padre.

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Il prigioniero politico Ahmadreza Djalali, ha ripreso lo sciopero della fame. Secondo quanto denuncia la moglie Vida Mehran-nia (residente in Svezia), Ahmadreza avrebbe deciso di ricominciare lo sciopero della fame dopo che, il giudice Salavati ha rigettato gli avvocati difensori nominati dalla famiglia del detenuto. Ahmadreza aveva scelto come suoi difensori i legali Mahmoud Alizadeh Tabatabaee e Ms. Zeinab Taheri, noti per essere sempre in prima linea a difesa dei prigionieri politici. Salavati avrebbe anche detto ad Ahmadreza che, se non provvederà a nominare nuovi avvocati difensori, il regime ne sceglierà uno per lui (Iran Human Rights).

Ricordiamo che Ahmadreza aveva già dichiarato uno sciopero della fame nel dicembre del 2016, in protesta contro l’assenza di un regolare processo nei suoi confronti e per le minacce di morte ricevute. Dopo la sua protesta e le fortissime pressioni internazionali, un rappresentante del Ministero dell’Intelligence iraniano aveva incontrato Ahmadreza Djalali in carcere, promettendo una riapertura delle indagini nei suoi confronti. In seguito a questo incontro, Ahmadreza aveva scelto di interrompere lo sciopero della fame lo scorso 12 febbraio. Nonostante le promesse, come detto, il regime ha subito chiarito le regole del gioco, negando appunto al detenuto gli avvocati difensori nominati dalla famiglia di Djalali.

Ricordiamo che il ricercatore universitario Ahmadreza Djalali è stato arrestato in Iran il 24 aprile del 2016, durante un suo viaggio nella Repubblica Islamica per motivi di lavoro. Ahmadreza, infatti, era stato invitato ufficialmente dalla Università di Teheran per parlare di medicina nelle situazioni di emergenza e disastro. Su questo argomento Ahmadreza ha conseguito un dottorato all’Università del Piemonte Orientale di Novara. In queste settimane, i suoi ex colleghi si sono mobilitati per chiedere l’immediata liberazione di Ahmadreza. Proprio grazie al loro impegno, numerose altre organizzazioni si sono mobilitate per Ahmadreza, tra queste in Italia Nessuno Tocchi Caino, la LIDU e Amnesty International.

Recentemente, con gravoso ritardo, lo stesso Ministero degli Esteri italiano ha espresso la sua preoccupazione per la sorte di Ahmadreza Djalali, annunciando di aver attivato i suoi canali diplomatici (Esteri). Ad oggi, purtroppo, i risultati di questa attivazione, non sembrano positivi. Sempre secondo le informazioni che arrivano da Teheran, in seguito alla scelta di Ahmadreza di riprendere lo sciopero della fame, il regime lo avrebbe spostato in cella di isolamento, nel braccio 240 del carcere di Evin.