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Non ci sono parole per descrivere quanto successo recentemente: in occasione della sua visita in Italia, infatti, il Vice Presidente iraniano Masoumeh Ebtakar ha ricevuto il Premio Minerva, una onoreficenza assegnato a “a Donne che operano nei campi del “Sapere” e che, simbolicamente, rappresentano esemplari modelli femminili per le loro capacità professionali e per i valori positivi di cui sono portatrici“. Ora le cose sono due: o la Giuria che ha premiato la Signora Ebtakar si è totalmente impazzista, oppure non ci resta che concludere che il Premio Minerva si sia improvvisamente trasformato nel “Premio Minerva per il Fondamentalismo e la Cultura del Jihad”. Solo in questo modo, infatti, è possibile spiegare le ragioni per cui, un premio che intende affermare il ruolo della donna nella società contemporanea, sia finito nelle mani di una rappresentante di un regime che – legislativamente parlando – considera la vita della donna “metà di quella dell’uomo”.

Se apriamo il sito del Premio Minerva non possiamo non soffermarci su una bellissima foto di una ragazza che, con delle scritte molto chiare sul palmo della sua mano, denuncia gli abusi che le donne subiscono quotidianamente. Un messaggio giusto, lanciato in occasione della Giornata Onu contro la violenza sulle donne. Peccato che, buona parte degli abusi che vengono commessi nel mondo contro le donne, avvengono proprio nella Repubblica Islamica. Come abbiamo già scritto, la Signora Ebtakar – per quanto istruita – rappresenta l’esatto contrario di quello che il democratico Occidente dovrebbe volere per le donne iraniane. Non soltato ha usato il suo sapere linguistico per farsi portavoce di un gruppo di fondamentalisti che ha occupato l’Ambasciata americana a Teheran – contro tutte le norme internazionali – ma nella sua carriera universitaria e politica non ha fatto nulla di concreto per mutare la bieca legislazione della Repubblica Islamica contro le donne.

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Indipendentemente da quello che si vuole sostenere con i bei sorrisi, nella Repubblica Islamica la donna è inferiore all’uomo, le bambine possono sposarsi dall’età di 13 anni, il velo è imposto sin dalle elementari e il mercato del lavoro per le donne è praticamente un sogno. Non soltanto è assai difficile trovare un lavoro per una donna, ma il salario stesso che percepisce è inferiore a quello dell’uomo. Senza contare tutte le leggi che impongono alle donne di avere il permesso dell’uomo (padre o marito) per ottenere un passaporto, per lasciare il Paese o per divorziare. Un sistema promosso e legalizzato su ispirazione del pensiero dell’Ayatollah Khomeini, un uomo che nei suoi scritti, giustificava la pedofilia e il rapporto sessuale con le bambine.

Mentre la Signora Ebtakar arrivava in Italia, ricevuta con i massimi onori, e si beccava il Premio Minerva, in Iran Reyhaneh Jabbari veniva impiccata per essersi difesa da un violentatore, le donne finivano bruciare con l’acido per aver vestito male il velo, le ragazze venivano arrestate e condannate solo per voler vedere una partita di pallavolo o in carcere per essersi convertire ad una fede diversa dall’Islam. Oltre 380 (dati della polizia iraniana) sono stati i casi di donne bruciate con l’acido negli ultimi sei mesi, in tutta la Repubblica Islamica. Contro questi attacchi, al di là delle pubbliche condanne, il regime non ha fatto nulla. La sola cosa che ha fatto è promuovere la formazione della polizia morale, incaricata di verificare la conformità della donna iraniana alle normative del Khomeinismo.

Premiando la Vice Presidente Ebtakar, quindi, la Giuria del Premio Minerva ha sostenuto una rappresentante politica che non ha fatto nulla di concreto per sostenere l’autodeterminazione delle donne iraniane e che, il suo sapere, lo ha messo solo al servizio di un regime fondamentalista, estremista, sostenitore del terrorismo e soprattutto misogeno!

Vi invitiamo ad esprimere la Vostra protesta direttamente con i responsabili del Premio Minevra.

Ecco i contatti:

 premiominerva@gmail.com

Posta: Via Antonio Pacinotti, 13

 00146 Roma

 Tel +39 06 6892972

 Fax +39 6892972

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“Reyhaneh Jabbari è stata uccisa dai media Occidentali”. E’ con questa affermazione che, parlando alla CNN, Mohammad Javad Larijani, capo dell’Alto Consiglio per i Diritti Umani in Iran (sic), ha perentoriamente chiuso il caso Jabbari, la donna impiccata dal regime iraniano dopo essersi difesa dal suo stupratore. Secondo Larijani, infatti, la campagna mediatica portata avanti dai media Occidentali per salvare la vita di Reyhaneh Jabbari, ha influenzato l’atmosfera intorno a questo caso, impedendo ogni possibilità di revisione del giudizio e di perdono da parte della famiglia della vittima (come richiesto dalle medievali leggi della Repubblica Islamica). Le parole di Larijani, purtroppo, non suonano soltanto come drammaticamente ridicole, ma sono anche giudiziariamente false: Reyhaneh Jabbari, infatti, è stata accusata di aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi, membro dell’intelligence iraniana, nel 2007. La donna, ha sempre negato ogni accusa, sostenendo di essersi dovuta difendere davanti ad un tentativo di violenza. Per quanto concerne il perdono, la famiglia della vittima era piu’ che dispobinile a concerderlo, ma pretendeva da Reyhaneh una piena riabilitazione del famigliare morto. Ovvero, Reyhaneh avrebbe dovuto ammettere di non aver subito alcun tentativo di violenza e di aver ucciso Morteza Sarbani premeditamente. Reyhaneh Jabbari ha preferito morire, piuttosto che violentare la sua dignità di donna. Vogliamo ricordare che, dopo essere stata impiccata, il regime iraniano ha negato anche la donazione degli organi della Jabbari, un ultimo desiderio espresso dalla donna prima di arrivare al patibolo. Qui è possibile vedere l’intervista completa di Mohammad Javad Larijani alla CNN: http://goo.gl/yycCgF.

Nel frattempo, la macchina della morte non si ferma in Iran. Un uomo è stata impiccato in pubblica piazza presso Mashhad. Qui sotto pubblichiamo le immagini delle sua esecuzione. Le pubblichiamo non soltanto come testimonianza dei crimini iraniani, ma anche perchè riteniamo che sia la migliore risposta a quei politici che, blandendo bandiere falsamente democratiche o (peggio) radicali, portano avanti campagne di lobby in favore del regime giuidato dai Mullah e dai Pasdaran.

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L’appello dei sette leader politici senza arte ne parte, tra cui Emma Bonino, in favore di un accordo nucleare con l’Iran, suona sempre di piu’ come una ridicola farsa. Questa affermazione è vera soprattutto alla luce del nuovo report dell’AIEA sul programma nucleare iraniano. Un report che non lascia dubbi sulla volontà del regime iraniano di non collaborare seriamente con la Comunità Internazionale. Secondo quanto riportato nel paper rilasciato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Teheran “non ha dato alcuna spiegazione che permetta all’Agenzia di chiarificare la situazione o ha proposto nuove pratiche misure” per rispondere alle domande degli ispettori internazionali. Non solo: secondo quanto contenuto nel report AIEA, il regime iraniano ha anche violato l’accordo temporaneo firmato con la Comunità Internazionale nel Novembre del 2013 (noto come JPA). Infatti:

  • Il quantitativo di uranio arricchito al 3,5% è continuato a crescere di almeno 230 chilogrammi al mese. L’Iran ha oggi un ammontare di 12,945 chilogrammi di uranio arricchito al 3,5%;
  • La quantità di uranio arricchito al 20% e trasformata in ossido in possesso di Teheran rimane alta, abbastanza per poter essere riconvertita in poco tempo al fine di costruire una bomba nucleare;
  • In piena violazione del JPA, Teheran ha caricato con esafloruro di uranio UF6 la sola centrifuga di tecnologia avanzata IR5 nell’impianto di Natanz.

C’è poi di peggio: come riportato dal report AIEA, nessun passo avanti è stato fatto per chiarire quanto succede all’interno della base militare di Parchin ove l’Iran ha testato, in una apposita area, gli effetti di una esplosione nucleare. In tal senso, bisogna riportare che proprio il 7 novembre, negli Stati Uniti, l’opposizione iraniana facente capo ai Muhjadin del Popolo (MeK), ha rivelato nuovi importanti particolari in merito a Parchin. Secondo quanto denunciato dal MeK, nella base di Parchin sarebbero presenti non una ma due camere per testare esplosivo ad alto potenziale, sotto il diretto controllo dell’ “AzarAb Industries”, gruppo industriale dei Pasdaran. A gestire questo programma segreto c’è un uomo fidato di Mohsen Fakhrizadeh, anche noto come il padre dell’atomica iraniana. L’ufficiale dei Pasdaran responsabile dell’area si chiama Saeed Borji, laureato all’università di Sharif (controllata direttamente dalle Guardie Rivoluzionarie). Sotto di lui ha lavorato sia l’ingegnere ucraino V. Danilenko, che Vladimir Padalko, parente dello stesso Danilenko. Entrambi hanno permesso a Teheran di avere la tecnologia necessaria per testare gli effetti di una espolosione nucleare. Qui di seguito potrete rivedere la conferenza stampa completa dei rappresentanti de MeK negli Stati Uniti, relativa al sito di Parchin. Vogliamo ricordare che, nel 2002, furono proprio i rappresentanti del MeK a denunciare per primi il programma clandestino nucleare del regime dei Mullah.

Conferenza stampa della resistenza iraniana in merito alla base militare di Parchin (7 Novembre 2014)

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Nonostante le condanne internazionali contro l’Iran (non solo sul nucleare, ma anche sui diritti umani come dimostra l’ultimo report dell’inviato speciale ONU Shaheed), non si arresta il viavai di imprenditori europei verso la Repubblica Islamica. Favoriti dal clima di appeasement internazionale, numerosi industriali sono atterrati in questi mesi a Teheran, con la speranza di ottenere qualche ben contratto economico, fregandose altamente se questi accordi favoriscono un regime repressivo come quello dei Pasdaran. Questo week end, quindi, è toccato nuovamente ad una delegazione di imprenditori italiani: benedetti dalla Camera di Commercio Iran Italia, sono arrivati nella Repubblica Islamica un gruppo di rappresentanti di aziende italiane. Secondo le prime informazioni fatte trapelare solo dalla stampa iraniana, gli imprenditori sarebbero particolarmente interessati ad investire nella Provincia di Fars. Insomma, come suddetto, tutto va bene pur di fare soldi. Cosi, mentre i soliti pochi si continueranno ad arricchire all’interno del regime, la maggior parte della popolazione iraniana continuerà a subire l’effetto tragico e perverso di questo sostegno economico: la sopravvivenza della Repubblica Islamica.

L’inviato ONU A. Shaheed denuncia gli abusi del regime (28 Ottobre 2014)

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Foto dell'Ayatollah Borojerdi prima della detenzione (destra) e durante la prigionia...(sinistra)

Foto dell’Ayatollah Borojerdi prima della detenzione (destra) e durante la prigionia…(sinistra)

Qualche settimana fa vi avevamo chiesto di aiutarci a denunciare la situazione dell’Ayatollah Boroujerdi, anche noto come il Mandela iraniano. L’Ayatollah è stato arrestato è stato arrestato nel 2006 dai Mullah per aver attaccato direttamente la versione oppressiva e falsa dello sciismo, propagandata dall’ideologia dittatoriale di Khomeini. Fermato a Qom, l’Ayatollah Boroujerdi è stato rinchiuso in carcere e trattato come un traditore. Le ultime fotografie, lo mostrano stanco, dimagrito e pallido, appoggiato al suo bastone. Nonostante la prigionia, Boroujerdi non ha mai smesso di lottare per ripristinare il vero sciismo, per denunciare l’abuso dei diritti umani, per attaccare il terrorismo dei Pasdaran e per sperare in un Iran diverso, sia internamente che esternamente. Questa lotta è andata avanti con lettere scritte dall’Ayatollah Boroujerdi direttamente al Papa precedente Benedetto XVI, al Segretario delle Nazioni Unite, ai vertici dell’Unione Europea ed anche allo stesso Ali Khamenei.
Come vi avevamo già informato, il 23 settembre scorso il Procuratore Generale, Mohammad Mohavadi, ha visitato l’Ayatollah Boroujerdi nella sua cella nel braccio 325 del carcere di Evin. Qui, Mohavadi ha comunicato all’Ayatollah che il regime intendeva condannarlo a morte per le sue posizioni religiose, considerate eretiche. Alla richiesta di Boroujerdi di avere un dibattito pubblico sulle sue posizioni teologiche e politiche, Mohavadi ha risposto che il regime non intedeva discutere di nulla. La visita di Mohavedi, guarda caso, è avvenuta un giorno dopo la diffusone della lettera che Borojerdi aveva scritto una lettera al Segretario dell’ONU Ban Ki Moon, denunciato nuovamente la corruzione del regime e il finanziamento dei Pasdaran al terrorismo in Siria, Palestina, Libano, Bahrain e Yemen. La lettera, molto umilmente, si intitolava “La imploro, segretario, di sostenere la nostra causa”. Qui potete lettere il testo, integrale, della lettera in inglese: http://bit.ly/1vs4EXq.
Dopo queste notizie arrivate grazie agli attivisti interni all’Iran, oggi vediamo a sapere che l’Ayatollah Boroujerdi ha dichiarato lo sciopero della fame. In uno dei rari momenti in cui ha potuto vedere la famiglia, il Mandela iraniano ha informato i suoi cari che, con lo sciopero della fame, intendeva reagire nuovamente alle repressioni del regime. La famiglia dell’Ayatollah ha chiesto ancora a tutti gli attivisti di denunciare la situazione del loro caro e di chiederne l’immediata liberazione.

 

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Non ci sono parole. Questa volta il ridicolo ha superato tutti i limiti. Mentre la Federazione Internazionale di Pallavolo – FIVB – in un incontro organizzato questo week end a Cagliarisi vantava di aver applaudito pubblicamente per due minuti la richiesta di liberazione immediata di Ghoncheh Ghavami, alla Repubblica Islamica veniva assegnato l’onore di organizzare nel 2015 i giochi asiatici di pallavolo. In pratica: mentre il Presidente della FIVB, Ary S. Graca, chiedeva pubblicamente al regime iraniano di liberare la ragazza arrestata e condannata per aver tentato di vedere una partita di pallavolo, lo stesso Presidente insigniva Teheran del diritto di organizzare dei giochi internazionali, fondati teoricamente sui principi di libertà e fraternità. Una contraddizione incredibile che, nei media Occidentali, è stata completamente ignorata. Ghoncheh Ghavami.

La decisione della FIVB è uno scandalo e soprattutto una vera umiliazione nei confronti di Ghoncheh, appena condannata ad un anno di carcere solamente per essere nata donna, ovvero inferiore secondo i dettami della Repubblica Islamica. Dispiace enormemente che questa decisione sia stata presa a Cagliari, in Italia, proprio nel Paese che maggiormente dovrebbe opporsi ad una simile decisione, considerando che Ghoncheh Ghavami è stata arrestata proprio mentre tentava di vedere il match Iran Italia a Teheran. Purtroppo, in questo perido, il capoluogo sardo si sta rendendo protagonista di tristi accadimenti: solo pochi giorni fa, infatti, sotto la benedizione dell’organizzazione Assadakah, Cagliari ha ospitato rappresentanti del movimento terrorista Hezbollah e del regime assassino di Bashar al Assad.

Vi invitiamo a protestare contro la FIVB per questa vergognosa decisione, inviando email direttamente all’ufficio del Presidente Graca: president.office.sec@fivb.org

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Non c’è pace nemmeno nella morte per Reyhaneh Jabbari, la ragazza iraniana di appena 26 anni, impiccata dal regime la scorsa settimana con l’accusa di omicidio. Reyhaneh Jabbari, come vi abbiamo già detto, ha avuto l’unica colpa di volersi difendere da uno stupro e di colpire a morte l’uomo che voleva violentarla. L’uomo che ha tentato di abusare di Reyhaneh era un membro dell’intelligence iraniana e il regime, impiccando la vera vittima, ha voluto lanciare un messaggio a tutte le donne iraniane: non provate a ribellarvi o quello che vi aspetta è la forca. Poco dopo la morte di Reyhaneh, vi abbiamo mostrato le immagini del suo funerale, delle urla disperate della mamma e una intervista esclusiva alla povera donna disperata, in cui denunciava il regime come assassino e terrorista. Nelle immagini del funerale di Reyhaneh, come ricorderete, si poteva vedere una piccola tomba con la foto della povera vittima in primo piano. Una foto posta dalla mamma di Reyhaneh per ricordare la giovane figlia.

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Tornando in questi giorni presso la tomba dell’amata figlia, la Signora Jabbari ha trovato una amara sorpresa: su ordine del regime, l’immagine di Rehyaneh è stata tolta e gettata non si sa dove. La famiglia ha immediatamente denunciato l’accaduto. Qui sotto le fotografie della tomba di Reyhaneh Jabbari oggi, dopo la sua profanazione ad opera dei Pasdaran del regime. Come vedete, la fotografia è sparita e un attivista si è fatto immortalare con una maschera addosso, con su disegnato un cuore: il chiaro simbolo che, anche davanti a tutte le repressioni del regime, l’amore per la libertà del popolo iraniano, prima o poi trionferà sul Male.

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Quella che vi riportiamo qui è la traduzione dell’intervista esclusiva rilasciata dalla madre di Rehyaneh Jabbari alla Fox News. Ricordiamo che Rehyaneh. 26 anni appena, è stata impiccata dal regime per aver ucciso l’uomo che voleva violentarla. Quell’uomo, per la cronaca, è un memro dell’intelligence del regime. Rehyaneh ha rifiutato la richiesta della famiglia dello stupratore di riabilitare la memoria dell’uomo e, in una toccante lettera alla madre prima di morire, ha condannato il regime iraniano e chiesto di donare i suoi organi (l’ultimo desidero ro Rehyaneh, in un atto di estrema crudeltà, è stato rifiutato dal regime).

D: Qual’è l’ultima conversazione che ha avuto con sua figlia?

R: Sono andata a vedere Rehyaneh venerdi. Ero con mio marito, le mie altre figlie, i miei genitori e mia sorella. Rehyaneh ci ha confortati, ma sapeva che questa era la fine. Ci ha rivelato che c’era un forte aumento della repressione contro tutti prigionieri. Ci ha detto di non piangere e di non essere agitati. E’ molto difficile, ma sto cercando di onorare i desideri di mia figlia.

D: Le autorità del regime hanno dato qualche avviso a sua figlia? Cosa le hanno detto?

R: Le hanno detto che doveva andare davanti alla famiglia della vittima, per essere perdonata da loro. Le hanno detto che doveva confessare e negare ogni accusa di stupro. In questo modo, forse, non ci sarebbe stata l’esecuzione. Poi hanno fatto entrare una telecamera nella cella, con delle risposte già scritte. Hanno quindi tentato di forzarla ha fare una piena confessione. Rehyaneh ha rifiutato.

D: Anche lei è andata dalla famiglia della vittima chiedendo un perdono per sua figlia, vero?

R: Siamo andati da quella famiglia diverse volte, chiedendo di perdonare Rehyaneh. Loro non hanno accettato. Numerose persone corrotte sono intervenute per favorire la condanna di Reyhaneh, bloccando anche gli sforzi di coloro che hanno cercato di avere una revisione della condanna.

D: Per quanto difficile può essere, per favore, ci racconti il giorno dell’esecuzione. Come siete stati informati?

R:  Venerdi abbiamo visto Rehyaneh per l’ultima volta. Non ci hanno detto dove l’avrebbero portata. Abbiamo speso ore andando da un carcere all’altro. Sabato mattina, nonostante lo stress, avevamo ancora speranza che la verità venisse rivelata e che la sentenza venisse rimandata. Erano le sette di mattina e sedevo nella macchina perchè avevo tanto freddo. Due uomini sono venuti verso la macchina e ci hanno chiesto di aprire la portiera, piangendo. In quel momento il mio cervello si è congelato, mi sono paralizzata. Pochi momenti dopo ho cominciato ad urlare. Non potevo crederci. Hanno preso la mia Reyhaneh.

D: Cosa vi hanno detto le autorità del regime in quel momento? A lei e alla famiglia.

R: Assolutamente nulla.

D: Reyhaneh ha avuto molti sostenitori in tutto il mondo. Quale è il suo messaggio a queste persone?

R: Ho bisogno del vostro aiuto. Chiedo a tutti i Paesi del mondo di investigare sui diritti umani e i diritti delle donne, sulla morte di Reyhaneh. Di aprire una inchiesta sulla morte di Rehyaneh nelle Corti Internazionali. Forse altre Corti possono provare l’innocenza di mia figlia. Il messaggio del regime alle donne iraniane è “voi non potete difendere voi stesse davanti ad uno stupro, altrimenti verrete messe a morte”.

D: Ora vorrei parlare del funerale. Si è svolto come volevate?

R: In Iran abbiamo la cultura di preparare il corpo alla tumulazione in un certo modo, prima del funerale. Il regime ha fatto tutto senza di noi e il funerale era pieno di uomini della sicurezza. Mio marito ed io, tutta l’intera famiglia, siamo stati avvertiti dalla sicurezza di non stare troppo vicini. Volevano fare tutto il funerale senza di noi. Siamo andati aventi per la nostra strada. Anche il funerale, la nostra ultima possibilità di dirle addio, non è stata nelle nostre mani. Anche ora i media in Iran dicono che questo uomo non voleva violentare Rehyaneh e che Rehyaneh aveva l’intenzione di ucciderlo. Io non ho la possibilità di far valere la verità in una qualsiasi corte in Iran. Continuano a fare il lavaggio del cervello alle persone. Corrompono le menti delle persone.

D: So che Reyhaneh la lasciato una commovente lettera. Come voleva essere ricordata?

R: Oggi ho pianto molto guardando le foto do Reyhaneh. C’è un profondo dolore nel mio cuore. La mia bella figlia, bella in ogni senso – bella di viso e bella di cuore – è stata uccisa. Me l’hanno uccisa. Cosa altro posso dire? Mi ha detto che crede nella Vita ultraterrena e che, nell’altro mondo, ci sarà giustizia per chi ha promosso l’ingiustizia in Terra. Per i giudici e per i membri della sicurezza del regime. Mia figlia ha perdonato i suoi aguzzini e mi ha ricordato di perdonare per avere il cuore pieno di pace. Reyhaneh ha già perdonato tutti quelli che l’hanno torturata e detto che continuerà a provare la sua innocenza nel mondo avvenire.

D: Grazie per aver parlato con noi in un momento così tragico per tutta la sua famiglia.

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