Posts contrassegnato dai tag ‘negoziato’

rouhani

Perche’ l’Iran sta alzando la tensione con tutto l’Occidente, minacciando di tornare ad arricchire l’uranio sopra il 3.67% e in quantita’ superiori ai 300 kg? La prima, facile, risposta e’: “gli Usa si sono ritirati dall’accordo e questo e’ quello che hanno ottenuto”.

Come suddetto, risposta facile e parzialmente vera. In primis perche’ la decisione americana e’ a sua volta figlia di violanzioni iraniane della Risoluzione 2231 e poi perche’, teoricamente, a Teheran converrebbe tenersi stretta l’UE, per dividerla da Washington. Soprattutto considerarando la disponibilita’ di Bruxelles a lanciare il meccanismo Instex di superamento delle sanzioni americane.

Quello che sta cercando volontariamente di fare l’Iran, e’ di concentrare tutta l’attenzione internazionale sulla questione nucleare, allo scopo di costringere l’Amministrazione Trump – e gli europei – ad avere un approccio negoziale praticamente identico a quello di Obama. Praticamente, l’approccio diplomatico e’ lo stesso che l’Iran ha usato tra il 2006 e il 2015.

A che scopo tutto questo? Semplice: evitare di arrivare ad un accordo reale, ovvero un accordo che includa tutto cio’ di cui la Repubblica Islamica non vuole discutere. In altri termini: interferenze regionali dell’Iran, sostegno al terrorismo internazionale e soprattutto il programma missilistico.

Alzando la tensione sul nucleare e di riflesso sullo Stretto di Hormuz, Teheran vuole costringere l’Occidente a ritornare al tavolo negoziale e firmare – ancora una volta – un “bad agreement”, al fine di evitare una escalation nucleare e regionale.

Quali saranno quindi le prossime messo? Tra qualche mese, a settembre probabilmente, l’Iran mettera’ sul piatto la minaccia di arricchiere l’uranio al 20%, grandino prima del 90% necessario per costruire la bomba. Nei fatti, si vocifera che Teheran non arricchiera’ sopra il 5% – soglia comunque pericolosa – ma usera’ la minaccia potenziale per portare gli europei al tavolo dei negoziati, provando in quel momento ad ottenere una frattura netta fra Europa e Stati Uniti. 

Esattamente quello che fece Rouhani quando – da negoziatore nucleare – firmo’ con il gruppo E3 nel 2003. Tra il 2002 e il 2003, infatti, il cosiddetto gruppo E3 (Italia, Francia e Germania), negozio’ con gli iraniani l’accordo di Teheran (poi confermato a Parigi nel 2004), con cui il regime clericale sciita si impegnava a porre volontariamente dei limiti al suo programma nucleare. Peccato che, come ammesso da Rouhani in una intervista televisiva nel 2013, l’Iran uso’ quell’accordo per rendere tempo e terminare – senza il riflettore internazionale – tutti gli impianti necessari per l’arricchimento dell’uranio e lo stesso reattore ad acqua pesante di Arak.

Concludendo: la Repubblica Islamica sa bene di non poter resistere alle pressioni economiche dell’Occidente. Ma questo e’ valido unicamente se l’Occidente e’ unito, come avvenne tra il 2011 e il 2015, quando vennero approvate sanzioni ONU contro Teheran, che praticamente esclusero il Paese da tutti i canali finanziari internazionali. Obama uso’ male l’opportunita’ che aveva in mano, firmando con l’Iran un accordo parziale, temporaneo e lacunoso che – il tempo lo ha dimostrato – ha fatto solo il gioco del regime.

Ora l’Occidente – se unito – puo’ costringere la Repubblica Islamica a scegliere tra la sopravvivenza del regime o la capitolazione per implosione (che prendera’ qualche tempo). Nell’accordo che l’Occidente deve pretendere da Teheran, nulla deve essere escluso, con un solo e chiaro scopo dichiarato: far ritornare l’Iran ad essere un “Paese normale”, meritevole di rispetto internazionale a patto di essere capace di vivere in pace con i suoi vicini. 

monaco e4

Il 13 ottobre scorso, il presidente americano Trump non ha “certificato” l’accordo nucleare con l’Iran, rimandando il JCPOA al Congresso americano. Giustificando la sua decisione, Trump ha accusato il regime iraniano di aver violato l’accordo – particolarmente con i test missilistici – e rimandato agli europei il compito di rinegoziare l’accordo con Teheran. 

Da quel momento in poi, nonostante le parole, i principali leader europei hanno iniziato a parlare di necessita’ di trovare un rinegoziare il JCPOA, includendo all’interno dell’accordo anche tematiche spinose come il contenimento dell’espansione regionale iraniana e quello del programma missilistico. Temi su cui, apparentemente, il regime iraniano non intende discutere, salvo poi aprire al dialogo. E’ nato cosi il gruppo E4 (Parigi, Berlino, Londra e Roma), ovvero il gruppo dei Paesi europei responsabili del nuovo negoziato con l’Iran (la prima riunione si e’ svolta a Monaco la scorsa settimana, con focus Yemen).

Ma perché gli Europei – Macron in testa – hanno deciso di sposare la linea americana, almeno parzialmente? E soprattutto, perché il regime iraniano sta silenziosamente accettando questo dialogo? La risposta e’ semplice: per guadagnare tempo…

L’esperienza E4, infatti, non e’ una novità nel panorama negoziale tra l’Occidente e l’Iran. Tra il 2002 e il 2003, infatti, il cosiddetto gruppo E3 (Italia, Francia e Germania), negozio’ con gli iraniani l’accordo di Teheran (poi confermato a Parigi nel 2004), con cui il regime clericale sciita si impegnava a porre volontariamente dei limiti al suo programma nucleare. E chi era il negoziatore iraniano di quell’accordo? Hassan Rouhani, ovvero l’attuale Presidente iraniano.

L’E3 e l’accordo di Teheran, pero’, furono un fallimento drammatico: come ammesso dallo stesso Rouhani durante un dibattuto televisivo nel 2013 (video sotto), l’Iran firmo’ quell’accordo per poter prendere tempo e terminare – senza il riflettore internazionale – tutti gli impianti necessari per l’arricchimento dell’uranio e lo stesso reattore ad acqua pesante di Arak.

Non solo: in una intervista del 2005 per Rahbord – il magazine del Centro per gli Studi Strategici dell’Iran – Rouhani disse testualmente: “Quando io avevo la responsabilità dei negoziati sul nucleare avevamo due obiettivi: salvaguardare la sicurezza nazionale del Paese e raggiungere i nostri obiettivi nucleari. Nel 2003 noi non avevamo ancora una produzione nell’impianto nucleare di Isfahan. Noi non potevamo produrre ancora, quindi, Uf4 e Uf6…Noi abbiamo usato quindi l’opportunità dei negoziati per completare l’impianto di Isfahan…Ad Arak, inoltre, noi abbiamo continuato negli sforzi per ottenere acqua pesante….La ragione per cui abbiamo invitato i rappresentanti dei tre Stati Europei [Francia, Germania e Gran Bretagna, il famoso U-3, N.d.A] presso il Ministero degli Esteri a Teheran è stata unicamente al fine di mettere l’Europa contro gli Stati Uniti, al fine di evitare di portare la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Più chiaro di cosi…

Il gioco di oggi, non e’ poi cosi differente da quello del 2003 e comprendere quanto sta succedendo non e’ difficile: gli europei hanno importanti interessi economici in Iran, ma temono profondamente le nuove sanzioni americane. Per questo, dopo aver compreso che la posizione non dialogante con Washington della Mogherini era un fallimento totale, guidato da Macron il gruppo E3 sta cercando di guadagnare tempo magari chissà, sperando anche in un impeachment di Trump nel frattempo.

Gli iraniani lo sanno e sanno bene che i negoziatori europei sono i loro migliori alleati. Ovviamente, speriamo di sbagliare e di trovare nel Gruppo E4 una realtà veramente capace di limitare le azioni iraniane. Purtroppo, i dubbi restano, soprattutto perché si tratta di un negoziato senza precondizioni. Ovvero, il perfetto negoziato per Teheran: quello che lascia alla Repubblica Islamica il tempo “di guadagnare tempo”…

araqchi-sherman

Abbas Araghchi e’ probabilmente oggi uno dei diplomatici iraniani più noti. Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Araghchi e’ stato uno degli uomini chiave di Teheran nel negoziato sul nucleare portato avanti con l’Occidente.

Grazie al suo inglese fluente – ha conseguito un dottorato alla Università di Kent in Gran Bretagna – Araghchi e’ stato considerato dal team di negoziatori del P5+1, probabilmente il partner preferenziale durante le fasi che hanno preceduto l’accordo raggiunto a Vienna nel luglio del 2015.

In questi giorni, pero’, una indiscrezione clamorosa e’ uscita dall’Iran: secondo quanto dichiarato dal comandante Pasdaran Javad Mansouri, il negoziatore Abbas Araghchi sarebbe un membro della Forza Qods. Non solo, nella stessa intervista per un magazine in Farsi, Mansouri ha ammesso – ormai e’ noto – che diversi diplomatici iraniani non solo altro che dei membri dei Pasdaran, infiltrati all’interno del Ministero degli Esteri (BBC Persian). In particolare, Mansouri ha fatto riferimento agli ambasciatori iraniani in Siria, Libano e Iraq (al-Monitor).

Pasdaran infiltrati da diplomatici: una pratica nota del regime iraniano

Escluso il caso di Araghchi – la cui eventuale conferma di appartenenza ai Pasdaran sarebbe clamorosa – e’ noto in tutto il mondo che molti diplomatici iraniani non sono altro che agenti delle Guardie Rivoluzionarie. Basti qui pensare che la creazione di Hezbollah, il gruppo terrorista libanese, e’ stata decisa dall’Ambasciata iraniana a Damasco, in particolare da Ali Akbar Mohtashemi e da uno dei comandanti dei Pasdaran,  tale Ahmad Kan’ani (all’Ambasciata di Damasco si tennero gli incontri per l’organizzazione degli attacchi contro le forze americane e francesi presenti in Libano).

Ancora, ricordiamo i drammatici casi di Berlino e Buenos Aires: nella capitale tedesca, nel settembre del 1992, quattro membri dell’opposizione curdo-iraniana furono uccisi nella strage del ristorante Mykonos. Le indagini rivelarono il coinvolgimento nell’attentato dell’allora Ambasciatore iraniano a Berlino, Seyyed Hossein Mousavian. Dopo l’attentato quattro diplomatici iraniani furono espulsi dalla Germania e lo stesso Mousavian fu richiamato d’urgenza a Teheran. Oggi, purtroppo, Mousavian e’ stato accettato come ricercatore all’università americana di Princetown, dove continua la sua attivita’ di lobby per il regime, spacciandosi per un moderato.

Il caso argentino e’ ancora più drammatico: nel 1994 una bomba distrusse il palazzo dell’organizzazione ebraica AMIA, lasciando sul terreno oltre 80 morti. Le indagini, che il Governo argentino ha cercato di insabbiare, hanno rivelato non solo il coinvolgimento di tutto l’establishment politico iraniano, ma anche di Mohsen Rabbani, all’epoca attache’ culturale iraniano nella capitale argentina (Interpol). Purtroppo l’aver rivelato le responsabilità del regime iraniano nell’attentato dell’AMIA e’ costato la vita al coraggioso procuratore argentino Alberto Nisman.

I casi recenti

Cambiano gli anni ma le pratiche del regime iraniano restano sempre le stesse. Per parlare dei casi più recenti, basta ricordare quanto accaduto in Iraq e in Uruguay. In Iraq, storia molto nota, l’allora capo delle Forze Americane a Baghdad, Generale Petraeus, venne contattato dal capo della Forza Qods Qassem Soleimani. Soleimani, che ormai entra e esce dalla Siria e dall’Iraq a piacimento, disse chiaramente a Petraeus che l’ambasciatore iraniano a Baghdad non era altro che un membro della Forza Qods (New Yorker). Non e’ un caso che, ancora oggi, Petraeus partecipi a numerose conferenze, sottolineando che il problema principale degli USA in Iraq non e’ l’Isis, ma l’imperialismo iraniano.

Nel febbraio del 2015, quindi, il Governo uruguayano decise di espellere un diplomatico iraniano, dopo aver scoperto che quest’ultimo stava organizzando un attentato contro l’Ambasciata di Israele a Montevideo (No Pasdaran).

Come dimostrato, non e’ assolutamente possibile avere fiducia dei diplomatici iraniani. Troppo spesso, infatti, le loro posizioni sono solo coperture per portare avanti le pratiche terroriste dei Pasdaran iraniani!

 

CR4AGg4UwAA7N9R

Cosi come l’uomo Del Monte, anche l’Ayatollah Khamenei – Guida Suprema dell’Iran – ha detto “Si”. Ha accettato l’accordo nucleare tra il regime di Teheran e il cosiddetto p 5+1, mettendo fine ad una serie di enormi discussioni all’interno della Repubblica Islamica. Ovviamente, pero’, Khamenei ha agito come solo Khamenei sa fare: ovvero da puro paraculo. La lettera inviata a Rouhani, infatti, non rappresenta un “endorsement dell’accordo nucleare, ma una flebile luce verde, piena di condizioni. 

Nel testo della lettera (link), Khamenei mantiene le caratteristiche che gli sono proprie: prima si vanta di due lettere ricevute da Obama, in cui il Presidente USA dichiara di non voler rovesciare la Repubblica Islamica. Subito dopo, pero’, sottolinea che gli Stati Uniti non hanno mai rispettato le promesse e restano quindi il Grande Satana da sconfiggere (ovviamente insieme all’immancabile nemico Sionista). Peggio, prima botta di rilevo per Rouhani, Khamenei descrive l’Iran Deal come un accordo “strutturalmente debole”. Quindi, proprio per questa sua debolezza, il Leader Supremo inizia ad elencare le sue condizioni per l’accettazione dell’accordo nucleare. E qui comincia il gioco…e i problemi veri della fazione legata a Rouhani (ovvero dei servi di Rafsanjani).

Di seguito una descrizione di alcune delle condizioni poste da Khamenei, con un breve esame del loro significato pratico:

1- Khamenei sottolinea immediatamente che tutte le sanzioni contro il regime iraniano, devono essere totalmente rimosse. Non contento, la Guida Suprema precisa che, se nei prossimi otto anni verranno approvate contro l’Iran nuove sanzioni sotto vari pretesti, questo significherà immediatamente una violazione dell’Iran Deal. Ergo, se l’Occidente mai approverà delle sanzioni contro Teheran per finanziamento al terrorismo internazionale e la violazione dei diritti umani, l’intero impianto del JCPOA sara’ considerato decaduto dalla Repubblica Islamica. Non servono altri commenti;

2- Khamenei chiarisce subito che, gli impegni presi dal regime iraniano, saranno messi in atto solamente quando l’AIEA avrà chiuso l’inchiesta sulle “possibili dimensioni militari” del programma nucleare iraniano. Furbescamente, Khamenei collega le decisioni dell’AIEA alle condizioni relative alla fine totale delle sanzioni. In altre parole, l’Iran non farà nulla di concreto se l’ONU non cancellerà in toto l’inchiesta su 30 anni di illegalità iraniana e se le sanzioni verranno solamente sospese;

3- Anche per quanto concerne i cambiamenti nell’impianto di Arak e i negoziati con “governi stranieri” in merito all’uranio in possesso di Teheran, nessun cambiamento verrà portato avanti senza “sufficienti garanzie”. Una affermazione volutamente vaga, che lascia la possibilità alla Guida Suprema di far saltare ogni accordo preso, giustificandolo come una mancanza di “sufficiente garanzia” per gli interessi nazionali iraniani;

4- Parlando di espansione del programma nucleare, Khamenei chiede al Governo iraniano di realizzare il progetto di costruzione di 190,000 SWU (Separate Working Unit) nei prossimi 15 anni. Cosa significa praticamente? L’ennesima paraculata di Khamenei: invece di parlare del numero di centrifughe da installare, la Guida Suprema parla di Unita’ di Lavoro Separate. Secondo gli esperti, per arricchire l’uranio ad un livello “weapon grade“, basterebbero solamente 5000 SWU. In altre parole, se Khamenei intende installare 190,000 SWU, intende dare a Teheran la potenzialità di poter costruire in ogni momento 38 bombe nucleari (AEI)!!! Tra le altre cose, Khamenei sottolinea che questo risultato serve ad “alleviare ogni tipo di preoccupazione” per quanto riguarda alcune sezioni dell’Iran Deal;

Infine, ultimo punto di rilievo: Khamenei accetta l’Iran Deal in base al parere espresso dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran il 10 agosto 2015. Ovvero, un parere positivo dato prima del voto al Congresso americano e prima del voto nel Parlamento iraniano. Cosa significa in termini pratici? Almeno 3 cose: 1- ribadisce l’autoritarismo del regime iraniano. Khamenei implicitamente afferma che il voto nel Parlamento di Teheran, non conta nulla; 2- chiarisce che la contrarierà all’Iran Deal delle fazioni conservatrici del Majlis, non ha valore (un punto a favore di Rouhani); 3- considerata la composizione del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale – ove sono presenti tulle le fazioni di potere in lotta nella Repubblica Islamica – Khamenei si lascia aperta la porta per poter abbandonare Rouhani in ogni momento.

Quest’ultimo aspetto e’ particolarmente importante, soprattutto considerando che il prossimo anno si svolgeranno non solo le elezioni per il rinnovo del Parlamento, ma anche quelle per la Presidenza dell’Assemblea degli Esperti, potente organo che elegge la Guida Suprema in Iran…

[youtube:https://youtu.be/geU6t3TfH2I%5D

[youtube:https://youtu.be/BODoLbvXN9I%5D

Non e’ passato neanche un mese dalla firma dall’accordo nucleare tra l’Iran e l’Occidente. Un accordo che, dal 14 luglio in poi, viene descritto dai suoi sostenitori come un “passo storico”, capace di evitare una terribile guerra. Peccato che, al contrario di quello che sostiene la Casa Bianca, anche prima del 14 luglio Washington non aveva alcuna intenzione di aprire un conflitto con Teheran. Ergo, l’attuale campagna mediatica promossa in primis dall’Amministrazione USA, risulta alquanto patetica e poco credibile. Diffondere bugie e presentare come sola alternativa all’Iran Deal una nuova campagna militare, non e’ solo falso, ma anche segno dell’incapacità degli stessi promotori dell’accordo nucleare, di trovare ragioni concrete per convincere il pubblico in merito alla solidità stessa del Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA.

Ad ogni modo, mentre le diplomazie Occidentali diffondono la loro propaganda, i satelliti mostrano come la Repubblica Islamica abbia già iniziato i suoi giochini. I http://isis-online.org/uploads/isis-reports/documents/Renewed_Activity_at_Parchin_August_4_2015_FINAL.pdf, infatti, hanno rilevato nuove attività nell’area militare di Parchin, li dove l’Iran ha testato concretamente gli effetti di una esplosione nucleare. Test fatti grazie alle ricerche dello scienziato ucraino V. Danilenko che, dopo la caduta dell’URSS, ha messo il suo cervello a disposizione dei Mullah, in cambio di buone remunerazioni.

Secondo quanto rilevato dal satellite – e come le immagini sotto testimoniano – rispetto al 12 luglio (due giorni prima della firma dell’accordo), il regime iraniano ha iniziato presso Parchin una serie di attività sospette, ovviamente allo scopo di cancellare ogni prova delle ricerche illegali svolte nell’area negli ultimi dieci anni. Come si nota dalle immagini, rispetto alla prima immagine (12 luglio), e’ possibile vedere la presenza di nuovi container e casse, nuove strutture, presenza di detriti e veicoli in movimento. Non solo: come l’immagine del 26 luglio dimostra, nelle due strutture centrali, e’ stata rilevata una chiara nuova attività sui tetti.

L’accordo nucleare del 14 luglio, come noto, era già assai carente per quanto concerne la possibilità dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), di accedere alle aree dove il regime ha compiuto le ricerche per la bomba. In tal senso, Parchin rappresenta uno dei centri più importanti. Peccato che, secondo l’accordo separato firmato tra AIEA e Iran, l’accesso ai siti sospetti dipende praticamente dalla buona volontà del regime iraniano. Secondo l’accordo, tra l’altro, l’Iran comincerà a spiegare le attività militari sospette compiute negli anni, solo dal 15 agosto: si tratterà di una spiegazione scritta, a cui l’AIEA potrà replicare con richieste di chiarimenti. Questo processo si concluderà solamente a dicembre e che, in tutti questi mesi, la Repubblica Islamica avrà tutto il tempo di cancellare le prove pericolose. La parte più comica, pochi lo sanno, e’ data dal fatto che, in quanto accordo separato, l’accordo tra Iran e AIEA non e’ inserito nel Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), ergo non parte dei documenti sottoposti all’approvazione del Congresso americano…(in merito si può consultare il sito Iran Watch).

3

2

1

 

Untitled

L’accordo nucleare firmato ieri a Vienna delude, ma non sorprende nessuno. Era ovvio che si sarebbe arrivati ad un compromesso, perché questo era l’interesse sia degli Occidentali che del regime iraniano. Era interesse degli Occidentali liberarsi della questione nucleare iraniana, particolarmente oggi in cui il focus e’ l’isolamento di Mosca e l’obiettivo di dare agli europei fonti energetiche alternative a quelle russe. Ecco allora spiegata l’importanza di rimettere Teheran in gioco e unire il gas iraniano a quello che azero, destinato a raggiungere l’Europa nel prossimo futuro grazie al pipeline TAP. Era interesse iraniano firmare questo accordo per trovare una storica legittimità internazionale, far accettare alla prima potenza mondiale il ruolo egemone della Repubblica Islamica nell’area del Golfo e far riportare l’economia iraniana, ormai in vera e propria fase di stagnazione. Insomma: siamo davanti ad un accordo politico e non tecnico, un accordo che legittima un programma nucleare clandestino e che butta all’aria anni di iniziativa diplomatica e di sanzioni, capaci di ottenere il sostegno anche di alleati storici dell’Iran come la Cina e la Russia.

Oggi, pero’, piuttosto che scrivere righe e righe sulla posizione dell’opposizione iraniana all’accordo nucleare, abbiamo deciso di usare le parole di una terza parte per descrivere la pericolosità di questo accordo.  Abbiamo scelto di farlo usando le parole di Richard N. Haass, Presidente del noto think tank americano Council on Foreign Relations – CFR. Nessuno, obiettivamente, può accusare il CFR di essere stato contrario al negoziato con la Repubblica Islamica o di aver preso una posizione ideologica sul dialogo con Teheran di questi mesi. Nonostante tutto, nella prima intervista rilasciata dopo la firma dell’accordo a Vienna, Richard Haass ha bocciato, senza mezzi termini, quanto deciso dal 5+1 a Vienna. Una bocciatura che e’ stata sintetizzata dal CFR con questo titolo (riportiamo direttamente in inglese): “Imperfect’ Iran Accord Could Exacerbate Mideast Situation“, ovvero, l’accordo imperfetto con l’Iran provocherà un amplificazione delle crisi mediorientali. Premesso il titolo, andiamo a riportare i punti salienti dell’intervista (link), ovvero come il Presidente del CFR spiega la sua posizione.

Personalmente” – afferma Haass – “sono maggiormente preoccupato delle conseguenze di lungo periodo (derivate dal rispetto iraniano dell’accordo stesso), piuttosto che dagli effetti nel breve termine determinati da una violazione dell’accordo stesso da parte dell’Iran“. Ancora: se per un verso Haass dichiara che nei prossimi 15 anni Teheran non produrrà una bomba nucleare, per un altro verso afferma senza mezzi termini: “risorse finanziarie significative cominceranno ad arrivare in Iran e Teheran potrà usarle per ogni scopo. Ci sara’ un lifting all’embargo sulle armi dopo cinque anni e dopo otto ci sara’ anche un lifting sull’importazione della tecnologia missilistica. All’Iran verrà permesso di mantenere tutta la capacita’ nucleare e ciò’ rappresenta un risultato molto lontano da quello che le Nazioni Unite e altri avevano sostenuto inizialmente…La mia preoccupazione e’ che l’Iran inizi a preposizionare le centrifughe dopo dieci anni e, dopo quindi anni, inizi ad arricchire l’uranio. In pratica, potrebbe preparare la strada per il ‘breakout’. Nell’accordo non c’e’ nulla che impedisca questa possibilità…Ergo, mi impensieriscono meno gli effetti strategici di una ‘non-compliance’ iraniana, piuttosto che gli effetti strategici significativi di una ‘compliance’ iraniana“. 

6a00d8341d417153ef019b019f6b53970d-800wi

Utilizzando le parole di un ex diplomatico americano (George Kennan), alcuni credono che questo accordo avrà la capacita’ di addolcire l’Iran. Penso che questo sia un ‘pensiero speranzoso’…Spero sia vero, ma personalmente non lo condivido. Semmai, il flusso di risorse avrà esattamente un effetto contrario…e ritengo sia un errore difendere questo accordo basandosi sull’idea che cambierà il comportamento del regime iraniano“. Parlando delle fazioni in lotta all’interno del regime iraniano (Bazari, Pasdaran, Clerici, Pragmatici), Richard N. Haass, evidenzia ancora un punto importante: “Non credo che, ad oggi, sia possibile prevedere cosa accadrà. E’ anche possibile che il regime, nel breve periodo, radicalizzi le sue posizioni, per dimostrare di non essersi inchinato al ‘Grande Satana’. Quindi, bisogna stare attenti nel prevedere o credere che ci sara’ una moderazione nel comportamento dell’Iran verso i suoi cittadini e verso i suoi vicini“.

Parlando degli effetti regionali dell’accordo nucleare, Richard N. Haass parla di una alleanza vera e propria tra Israele e Arabia Saudita e sottolinea come, dopo l’accordo, gli Stati Uniti debbano ricostruire una strategia con gli alleati in Medioriente, non solo Gerusalemme e Riyadh, ma anche la Giordania, minacciata direttamente dalla crisi siriana (Amman ha da poco bloccato un tentativo di attacco terrorista organizzato da una cellula finanziata dall’Iran). In tal senso, quindi, Haass afferma: “Washington deve lavorare per scoraggiare i regimi arabi e la Turchia nel loro obiettivo di realizzare un ‘hedging’ (copertura, ombrello), contro il programma nucleare iraniano, iniziando dei loro programmi nucleari (proliferazione). Male come e’ messo oggi il Medioriente, e’ possibile immaginare una situazione ben peggiore: un Medioriente capace di avere dita multiple su multiple bombe nucleari“.

Ritornando nuovamente al contenuto dell’accordo, il Presidente del CFR rimarca come: “non si capisce perché sia stato imposto un limite alle centrifughe di dieci anni e all’arricchimento di quindi anni, quando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e’ a tempo indeterminato. Personalmente avrei optato per un vincolo a tempo indeterminato al programma nucleare iraniano e se l’Iran avesse rigettato la proposta degli Stati Uniti e dell’Europa, avremmo dovuto essere preparati a non firmare questo accordoancora, non capisco il lifting all’embargo sulle armi di cinque anni e sui missili di otto anni…c’erano troppe aree in cui dovevamo distinguere meglio le diverse posizioni, piuttosto che insistere nell’ottenere qualcosa più vicino alle nostre posizioni”. 

Concludendo, questo e’ il giudizio finale del Presidente del CFR Richard N. Haass sull’accordo di Vienna: “E’ imperfetto e non risolve i problemi delle ambizioni nucleari dell’Iran. Alla meglio, ci farà guadagnare quindi anni. Inoltre, non risolve i problemi relative al ruolo regionale dell’Iran. Peggio, potrà esacerbare questo ruolo, grazie alle risorse che l’Iran incamererà, sia finanziarie che psicologiche“.

[youtube:https://youtu.be/MUJ-1Ih0wXc%5D

2

Da sempre abbiamo scritto che l’accordo tra l’Iran e i P 5+1 sul nucleare sarebbe arrivato a termine. La firma finale, secondo i media, sara’ apposta oggi (salvo possibili imprevisti) e da domani comincerà il processo di attuazione – assai difficile – del contenuto dell’accordo stesso. Abbiamo sempre ritenuto che le parti sarebbero arrivare ad un compromesso non perché riteniamo Teheran onestamente intenzionato a non andare avanti nel programma nucleare, ma perché e’ sempre parso chiaro che l’obiettivo del negoziato nucleare non era tecnico, quanto meramente politico. Il negoziato, infatti, e’ stato praticamente un dialogo bilaterale tra Stati Uniti (meglio, Casa Bianca) e Iran, con il chiaro scopo di giungere ad un compromesso geopolitico tra le parti, da ottenere a qualunque costo. Nel frattempo, in pieno appeasement mondiale e nel silenzio delle diplomazie Occidentali, l’Iran ha aumentato la repressione verso gli attivisti per i diritti umani, continuato a calpestare i diritti delle minoranze e praticamente raddoppiato il numero di esecuzioni capitali. 

Per quanto ci riguarda, ovviamente, non possiamo fare molto (anzi, non possiamo fare nulla) per impedire questo accordo nucleare. Abbiamo denunciato da sempre la reale natura del programma nucleare iraniano, abbiamo denunciato l’assenza dal negoziato di tematiche centrali come la questione del programma missilistico iraniano e l’assenza dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dal tavolo negoziale. Non solo: in questi mesi, abbiamo anche denunciato le violazioni iraniane del Joint Plan Action del novembre 2013 (tentativi di importare illegalmente tecnologia per il programma nucleare). Quello che possiamo fare e continueremo sempre a fare, pero’, e’ mostrare ai lettori Occidentali la realtà del regime iraniano e la natura barbara dei suoi leader. Continueremo, perciò, non solo ad informarvi sulle quotidiane violazioni dei diritti umani e sul finanziamento del terrorismo internazionale da parte della Repubblica Islamica, ma anche a mostrare come questo regime ‘allevi’ i suoi giovani all’odio verso l’Occidente. Un odio portato avanti, proprio mentre l’Occidente si inchina a Teheran.

A riprova di quanto scriviamo, vi mostriamo alcune tristi immagini di un campeggio estivo per bambini organizzato a Mashhad dai Basij, la milizia paramilitare controllata dai Pasdaran, responsabile delle repressioni delle proteste dei giovani iraniani tra il 2009 e il 2011. Come vedrete nelle immagini, invece di essere cresciti nella gioia di giocare spensierati, questi bambini iraniani vengono addestrati all’uso delle armi e al culto del martirio, una triste tradizione sacralizzata nell’Islam proprio dall’Imam Khomeini. Non solo: mentre Obama e Kerry discutono con Zarif e il team negoziale iraniano, i clerici nella Repubblica Islamica invitano questi innocenti bambini a calpestare fisicamente le immagini dei rappresentanti americani, considerati il simbolo del male (il Grande Satana). Immagini, tra l’altro, recentemente gia’ viste in Iran durante le marce per la ‘Giornata di Gerusalemme’ (qui le immagini).

Chiudiamo ricordando le parole pronunciate in queste ore dall’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema iraniana, davanti ad un gruppo di studenti universitari. Parlando dei rapporti con gli Stati Uniti, Khamenei ha affermato che la battaglia contro l’oppressione Occidentale continuerà, perché “lo scontro contro l’arroganza e l’imperialismo globale non avrà mai fine e oggi, gli Stati Uniti, rappresentano la quintessenza dell’arroganza“.  Se questi sono i presupposti su cui costruire una relazione civile con il regime fascista di Teheran, certo il prossimo futuro non sara’ sicuramente molto roseo…

Se questi sono bambini…

1

1436344569-998f8019c5adbc74e9b60273099b96be

3

11694885_827622447333526_2732399366937717565_n-491x304

475040_350

475041_321