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La convalescenza in ospedale deve aver ringalluzzito Ali Khamenei. Appena rimessosi, infatti, la Guida Suprema iraniana ha immediatamente rimesso in riga l’intero establishment iraniano, sia in merito al programma nucleare, sia per quanto concerne la possibile cooperazione tra Iran e Stati Uniti contro Isis. Per quanto concerne il nucleare, Khamenei ha indicato chiaramente le cinque linee rosse invalicabili per i negoziatori iraniani. Per la prima volta, quindi, il Rahbar ha definito i paletti che i negoziatori di Teheran non potranno permettersi di superare. Le linee rosse della Guida Suprema sono:

  1. Costruzione di 190.000 Unità di Lavoro Separate (in inglese Separate Working Unit-SPW), per quanto concerne l’arricchimento dell’uranio. Le SPW non corrispondono alle centrifughe, quindi Khamenei non ha posto il limite invalicabile di 190.000 centrifuge. Le SPW indicano, in termini tecnici, le capacità e la quantità di separazione dell’isotopo di uranio 235 da quello 238. Solo attraverso un aumento al 90% dell’U235 è possibile produrre una bomba nucleare. Allo stesso tempo, però, sebbene parlare di SPW non significhi imporre un numero altissimo di centrifughe, va anche detto che Teheran sta installando nuove centrughe veloci, capaci di arricchire una quantità di uranio molto superiore rispetto alle vecchie IR-1. In poche parole, quindi, la Guida Suprema non sta imponendo ai negoziatori di non accettare un compromesso sul numero di centrifughe, ma sta chiaramente imponendo un numero di Unità di Lavoro Separate, tale da permettere all’Iran di ottenere l’uranio necessario per la bomba in qualsiasi momento;
  2. Nessun negoziato sul programma missilistico iraniano. Vogliamo ricordare che, le preoccupazioni in merito ai vettori iraniani, sono state espresse chiaramente dalle Nazioni Unite e, soprattutto, dall’AIEA. Il rifiuto della Guida Suprema di negoziare sui missili, quindi, rappresenta una diretta sfida alle richieste internazionali. E’ importante non scordare che l’Iran ha da anni vietato l’accesso agli ispettori internazionali alla base militare di Parchin, ove Teheran ha simulato una esplosione nucleare e ove vengono fatti gli studi maggiori relative al programma missilistico;
  3. Nessun negoziato sulla natura dell’impianto di Arak. Anche in questo caso, la Guida va contro le richieste Onu e AIEA. Arak è un impianto sospettato di servire al riprocessamento dell’uranio, per costruire una bomba al plutonio. Non negoziando su Arak, Teheran non darà le necessarie rassicurazioni in merito alla pacificità del programma nucleare;
  4. Nessuna chiusura degli impianti nucleari iraniani. Ergo: la Repubblica Islamica non chiuderà mai gli impianto di Fordo e Natanz, costruiti in segreto dal regime, ove avviene l’arricchimento dell’uranio;
  5. Abolizione di tutte le sanzioni internazionali. Ovvero: non vi diamo praticamente niente, ma da voi pretendiamo tutto…

Khamenei ha reso noto di aver comunciato già le linee rosse ai negoziatori iraniani. E’ molto interessante rilevare che, queste linee rosse, arrivano alla vigilia del viaggio di Rouhani negli Stati Uniti, per l’inizio dei lavori annuali dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

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Non contento, la Guida Suprema ha anche usato Twitter per minacciare direttamente gli Stati Uniti. In un tweet pubblicato nella tarda serata di ieri, la Guida ha scritto: “Se gli Stati Uniti entreranno senza permesso (via terra, NdA) in Iraq e Siria, avranno gli stessi problemi che hanno avuto negli ultimi 10 anni in Iraq“. Si tratta di un tweet colmo di significati e di minacce. Il regime iraniano, infatti, è quello che ha maggiormente finanziato gli attentati contro gli americani in Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein. Per colpire l’odiato Grande Satana, Teheran ha creato milizie sciite fedeli alla Velayat-e Faqih (leggi: Moqtada al Sadr). Non solo: la Repubblica Islamica è praticamente il regime che ha salvato il potere di Bashar al Assad, usando proprio miliziani sciiti prevalentemente inviati dal territorio iracheno. Scrivendo quello che ha scritto, quindi, Khamenei ha avvertito gli americani che, nel caso di una azione via terra contro Isis, la coalizione internazionale sarà colpita duramente dai jihadisti sciiti al servizio dei Mullah khomeinisti.

Insomma, per concludere, con solo poche righe, Khamenei ha praticamente bloccato qualsiasi mutamento di politica estera e militare del regime iraniano…ammesso che ce ne sia mai stato uno…

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Ormai circa una settimana fa, il regime iraniano dava la notizia di un drone abbattuto sui cieli dell’Iran. Secondo i Pasdran, che della storia hanno fatto una questione di orgoglio nazionale, il drone era di fabbricazione israeliana ed era diretto sull’impianto nucleare di Natanz, ove avviene l’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica. In merito al luogo da dove questo drone sarebbe partito, Teheran ha dato versioni contrastanti: su Twitter i Pasdaran hanno accusato i Paesi arabi sunniti del Golfo di aver fatto da base per gli israeliani, mentre successivamente il regime ha accusato un ex Paese del blocco comunista (l’Azerbaijan). I giornali di tutto il mondo, come spesso accade, si sono quindi affrettati a dare la notizia dell’abbattimento, senza mettere in dubbio la versione iraniana.

Con il passare dei giorni, però, la situazione è cambiata e gli esperti militari hanno iniziato ad analizzare meglio le immagini diffuse da Teheran. Patrick Megahan, esperto militare del think tank americano Foundation for Defense Democracies, ha completamente capovolto la versione fornita dai Pasdaran. Secondo Patricl Megahan, infatti, quello che Teheran ha mostrato al pubblico non sarebbe il drone israeliano Hermes 450, ma si tratterebbe del drone iraniano Shahed 129. In poche parole, quello che l’Iran ha esibito con vanto, non sarebbe il grande successo della difesa del regime, ma un triste e poco dignitoso fallimento militare.

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Nel settembre del 2013, il regime iraniano ha messo a disposizione dei Pasdaran il drone Shahed 129. Il drone Shahed 129, per la cronaca, è assai simile proprio al drone israeliano Elbit Hermes 450, entrato in azione per la prima volta diversi anni prima, nel 1998. Tra i due droni, però, oltre alle differenze tecnologiche, esisteno due fondamentali differenza estetiche: 1) la prima riguarda il muso: mentre il drone israeliano Hermes 450 ha il muso completamente curvo, lo Shahed 129 ha una antenna davanti; 2) la seconda riguarda il numero dei componenti: mentre il drone iraniano è assemblato con due componenti separati (superiore e inferiore), quello israeliano è un pezzo unico, con una apertura superiore.

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Come evidenzia Patrick Megahan, i resti del drone esibito alle telecamere dai Pasdaran mostrano chiaramente un rottame di un drone composto da due pezzi distinti e, soprattutto, un grande buco davanti al muso, proprio dove è posizionata l’antenna del drone Shahed 129. Non solo: Megahan evidenzia anche un altra ragione per cui il drone abbattuto dai Pasdaran non è l’Hermes 450. L’Hermes 450 ha un range di 300 chilometri, una capacità troppo ridotta per raggiungere Natanz da un Paese come l’Azerbaijan. Tanto piu’ che, incredibilmente, il regime iraniano ha pretesto di affermare che il drone avrebbe avuto la capacità di comprire un range di 800 chilometri…. In pratica, come suddetto, per non ammettere la perdita di un drone iraniano proprio sui cieli nazionali, i Pasdaran avrebbero inventato una grande storia – come spesso fanno – allo scopo di dimostrare di dare un senso diverso alla loro esistenza, rispetto alle mere repressioni contro il popolo iraniano che, quotidianamente, mettono in atto.

Piuttosto è ben piu’ rilevante ricordare che, proprio lo Shahed 129, è il drone fornito dall’Iran ad Assad in Siria per monitoriare i movimenti dei ribelli siriani per bombardarli successivamente dal cielo con i barili bomba

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Il 20 gennaio il cosiddetto Joint Plan of Action è entrato in vigore. In poche parole, l’accordo raggiunto tra il 5+1 e Teheran a Ginevra nel novembre del 2013 è diventato operativo e parte delle sanzioni internazionali verso il regime degli Ayatollah verrà gradualmente ammorbidita. Secondo la diplomazia occidentale, questo lifting porterà nelle casse del regime “solamente 7-8” miliardi di dollari ma, come ammesso dallo stesso regime, i soldi che entranno nelle mani dei Pasdaran e della Guida Suprema saranno molti di più. Basti ricordare che, il 30 novembre scorso, il Vice Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha candidamente ammesso che Teheran otterrà 15 miliardi di dollari solamente dagli introiti derivanti dala riduzione delle sanzioni sul settore petrolifero.

Il problema, purtroppo, è che questo ammorbidimento delle sanzioni sta generando – come abbiamo visto in questi ultimi mesi – una corsa al business con la Repubblica Islamica. Come sempre, Teheran sta diffondendo grandi sorrisi, illudendo il mondo sulle sue reali intenzioni di fermare il programma nucleare. La verità, però, è ben diversa e sono gli stessi rappresentanti del regime a rivelare la loro intenzione di non adempiere seriamente agli obblighi previsti dall’accordo di Ginevra. Leggendo il testo del Joint Plant of Action, infatti, l’Iran si impegna nei seguenti sei mesi ad eliminare le sue riserve di uranio al 20% e non aumentare il quantitativo di uranio arricchito al 5% in forma di Uf6 (esafloururo di uranio, utilizzato per la produzione della bomba nucleare). Secondo quanto stabilito in Svizzerà, infatti, Teheran deve convertire metà dell’uranio arricchito al 20% in ossido per la fabbricazione di combustibile per il reattore di Teheran (noto come TRR). La metà dell’uranio al 20% rimanente, quindi, andrà convertità dagli scienziati in uranio arricchito non oltre il 5%. Aspetto centrale, da non dimenticare, tutto il nuovo uranio arricchito al 5% prodotto dall’Iran nei prossimi sei mesi – compreso quello ottenuto con la conversione dell’uranio al 20% – dovrà essere convertito in ossido (UO2), utilizziabile unicamente per la produzione di barre di combustibile per i reattori nucleari.

Qui sotto riportiamo, precisamente ed in lingua originale, quanto previsto in merito dal Joint Plan of Action:

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Dove sta il problema? Il problema, grave, sta nel fatto che l’Iran non ha alcuna intenzione di conformarsi realmente a questo accordo, rinunciato alla crescita della quantità di uranio arricchito in suo possesso. Il Capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, il già Ministro di Ahmadinejad Ali Akbar Salehi, ha affermato che la  metà dell’uranio al 20% che Teheran dovrebbe convertire in uranio al 5%, verrà lasciato in forma di Uf6 e non verrà convertito in ossido (agenzia Isna). Così facendo, quindi, Teheran andrà ad aumentare di 400 kg l’uranio al 5% prodotto, raggiungendo una riserva totale di circa 7,150 Kg. Secondo il regime infatti, l’accordo non obbliga Teheran a convertire anche quel nuovo uranio prodotto al 5% in ossido. Si tratta, chiaramente, dell’ennesima lettura unilaterale di un accordo internazionale da parte del regime iraniano. A questo punto, aspetto fondamentale, bisogna capire una cosa: perchè avviene questo? Perchè, se Teheran vuole davvero un programma nucleare pacifico, ha problemi a convertire tutto l’uranio Uf6 in suo possesso in ossido UO2? Lo scopo non dovrebbe essere solo quello di produrre barre di combustibile per i reattori?

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La risposta è, come sempre, davanti ai nostri occhi ed è molto chiara: la Repubblica Islamica non ha affatto volontà di rinunciare a costruire la bomba nucleare. Mantenere l’uranio in forma di Uf6, anche se arricchito solamente solamente sino al 5%, permetterà sempre al regime di far ripartire l’arricchimento al 20% in qualsiasi momento, utilizzando tra l’altro centrifughe 15 volte più veloci delle precedenti (in merito si legga questa agenzia iraniana: Iran’s new centrifuges 15 times more powerful than old ones, says Salehi). Questa hudna (tregua) con l’Occidente, quindi, è meramente funzionale al bisogno del regime di uscire dall’isolamento internazionale e far ripartire una economia praticamente al collasso. Senza contare che, grazie a questo appeasement, gli Ayatollah avranno anche modo di sbarazzarsi delle sacche, sempre più rilevanti, di opposizione interna.

Pensare veramente che un regime come quello iraniano – fondamentalista, khomeinista, terrorista e corrotto – voglia davvero rinunciare a diventare la super potenza mediorientale solamente per far felici gli odiati nemici occidentali, è davvero irrealistico, ingenuo e soprattutto pericoloso…Come riprova di quanto scriviamo, vi riproponiamo un video del 2010 in cui Hassan Rahimpour Azghadi membro del Consiglio Supremo della Rivoluzione Culturale – organo che opera da Qom sotto il diretto controllo della Guida Suprem Ali Khamenei – dichiara senza peli sulla lingua i veri fini della Repubblica Islamica creata da Khomeini. 

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A Ginevra il gruppo del 5+1 e l’Iran hanno trovato un accordo temporaneo sul nucleare. Secondo il testo approvato, per un periodo di sei mesi, Teheran si impegna a non arricchire l’uranio al 20% (limitando l’arricchimento al 5%), a non installare nuove centrifughe presso Natanz e Qom, a non portare avanti il completamento dell’impianto di Arak ed a permettere maggiori controlli da parte degli ispettori internazionali dell’AIEA. In cambio di queste azioni, il regime iraniano riceverà un importante alleggerimento delle sanzioni internazionali ni settori petrolifero, automobilistico e dell’aviazione civile. In aggiunta, Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite, si impegnano a non approvare nuove sanzioni verso l’Iran fino alla fine dell’accordo temporale.

L’accordo è stato salutato da quasi tutta la Comunità Internazionale come un successo che, secondo il Presidente americano Obama, renderà il mondo un posto più sicuro. A dispetto dei commenti, però, tutti sanno bene che la verità è assai diversa: l’accordo temporaneo con l’Iran rappresenta la fine dell’Occidente, concetto ormai privo di significato e svuotato di ogni potere. Quello che classicamente viene definito il mondo libero e che, nel recente passato, è uscito vittorioso dalla Guerra Fredda, oggi non ha più la forza di restare unito e di difendere fino in fondo i valori su cui è fondato. Al contrario, l’Occidente oggi è debole e diviso e per questo molto disponibile a trovare compromessi con chi, secondo la logica, dovrebbe rappresentare un pericolo e non un alleato.

Il raggiungimento dell’accordo di Ginevra era stato ormai previsto da tempo. Basti pensare che, solamente qualche settimana fa, gli analista del Belfer Center di Harvard, James K. Sebenius e Michael K. Singh, avevavo pubblicato un report che metteva in luce i reciproci vantaggi di Stati Uniti e Iran nel firmare un accordo di riconciliazione. Il report era corredato di grafici ove, considerando gli interessi dei due Paesi, veniva tracciato matematicamente il punto di incontro tra Teheran e Washington. Come potete osservare da soli nel grafico sottostante, si tratta di un punto che passa ben lontano dalla fine definitiva del programma nucleare clandestino del regime iraniano. Al contrario, se si osserva la parte in grigio e la retta F, ben si capisce come il punto di incontro tra i due Paesi (ma possiamo anche dire tra quasi tutto l’Occidente e l’Iran), passa per una accettazione di un programma nucleare iraniano senza troppe restrizioni sull’arricchimento, capace di rendere Teheran indirettamente un “paese di soglia”, non in possesso dell’arma nucleare, ma in grado di produrla senza troppe difficoltà nel futuro.

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Per quanto concerne i contenuti dell’accordo, si tratta di una vittoria di Pirro, di facile uso solamente per quelle diplomazie Occidentali che intendono usare l’appeasment con l’Iran per ottenere nuovi accordi commerciali. In preda alla crisi economica e in nome dell’ “economy first“, il mondo libero ha preferito avere qualche goccia di petrolio in più, legittimando in cambio un programma nucleare che rappresenta un pericolo per l’intero globo. A poco serve la sospensione semestrale dell’arricchimento dell’uranio al 20%. Teheran, infatti, mantiene intatto tutto l’uranio sinora arricchito al 3,5% e al 20%, quantitativi che già da soli bastano all’Iran per costruire un ordigno nucleare. Non solo, il regime potrà anche liberamente incrementare la sua quantità di uranio, grazie alla libera facoltà ottenuta di continuare l’arricchimento al 5%. Idem si dica del numero delle centrifughe: il regime salva tutte le sue 19000 centrifughe IR-1 e IR-2 già installate, un numero di macchinari che garantisce agli Ayatollah di poter portare l’arricchimento dell’uranio a percentuali superiori senza troppi problemi. Si tratta di un totale successo per il regime iraniano, tale da permettere al Capo dell’Agenzia Nucleare iraniana Salehi di rimarcare come l’Iran si sia volontariamente sottoposto alla sospensione dell’arricchimento al 20% (quindi senza vincolo internazionale) e di annunciare la costruzione di due nuove centrali nucleari.

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Nulla, invece, viene detto nel testo in merito a tanti altri nodi di vitale importanza come, ad esempio, le attività clandestine che l’Iran sta ancora portando avanti, la costruzione di nuove centrali nucleari in zone sismiche o gli esperimenti compiuti nella base militare di Parchin. Solamente in questi giorni, il giornale francese Le Figaro ha denunciato che – in considerazione dell’attenzione del mondo su Arak – l’Iran ha deciso di aprire un nuovo impianto clandestino per la costruzione della bomba al Plutionio press Shiraz. Questo nuovo impianto sarebbe stato denominato IR-10 e la sua esistenza sarebbe è stata anche pubblicamente dall’ex capo dell’agenzie atomica iraniana Fereydoun Abbasi Davani, nell’aprile del 2013. Le Figaro, in esclusiva, ha anche pubblicato un disegno dell’impianto di Shiraz che vi riportiamo qui sotto.

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Insomma, in poche parole, il mondo non ha voluto guardare in faccia la realtà, preferendo ripetere gli errori compiti nei precedenti con l’Iran e in quelli portarti avanti con la Corea del Nord (non è un caso, probablimente, che uno dei negoziatori americani fosse proprio Wendy Sherman, la stessa persona che promosse i negoziati con Pyongyang prima che il regime nordcoreano decidesse di interromperli e costruire la bomba atomica). Al contrario, i diplomatici non hanno voluto ammettere che l’Iran non è cambiato e che. nonostante i sorrisi, il regime resta lo stesso e restano intatte le repressioni che quest’ultimo quotidianamente porta avanti.

Con la firma dell’accordo di Ginevra, quindi, non soltanto è stato salvato un sistema politico corrotto e dittatoriale ma, indirettamente, lo si è anche rafforzato. L’effetto naturale di questa scelta dell’Occidente, chiaramente, sarà quello di abbandonare totalmente il popolo iraniano nelle braccia degli Ayatollah e di soffocare drammaticamente le istanze di libertà che da anni provenivano dai giovani iraniani. Purtroppo c’è di peggio. A Ginevra non è stato soltanto rafforzato un regime a livello interno, ma è stato anche incrementato il potere della Repubblica Islamica a livello regionale. Come contropoartita per il finanziamento del terrorismo internazionale, per il sostegno ad Assad e per le continue minacce ai vicini sunniti ed a Israele, l’Iran ha ricevuto in premio un accordo che – in poche parole – le permetterà presto di potersi dichiarare una potenza nucleare a tutti gli effetti. 

Concludendo possiamo dire che, dopo Ginevra, il mondo sarà definitivamente diverso. A dispetto di quello che lasciano capire i sorrisi di tanti diplomatici, non è detto, purtroppo, che sarà anche un mondo migliore…

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Mentre il Ministro degli Esteri iraniano sta per arrivare in Italia per una visita ufficiale, continua senza sosta la campagna diplomatica del regime iraniano sui social networks. Lo scopo rimane uno solo: riscrivere la storia capovolgendola, facendo passare la Repubblica Islamica come una ancora di stabilità regionale e il programma nucleare come pacifico e “pulito”. Purtroppo, anche e soprattutto grazie alla passività della diplomazia occidentale, la campagna comunicativa di Teheran sta colpendo nel segno e numerosi media internazionali hanno già cominciato a raccontare il regime iraniano come un rassemblement di santoni…Questa nuova idea del regime iraniano fa semplicemente ridere, soprattutto se si considera che – mentre i politici tweettano, i giovani iraniani non hanno nemmeno il diritto di accedere a Facebook…La verità, come ben sa chi ci segue, è completamente diversa e per questo riteniamo giusto reagire pubblicamente alle affermazioni dei politici iraniani.

Cominciamo dalla campagna del Presidente iraniano Rohani. Il suo staff è attivissimo in Twitter, ove Rohani ha cominciato a predicare il suo “verbo” al mondo. Vi postiamo solamentre tre tweets come esempio. Come potrete leggere, incentivato dal sostegno di alcuni Paesi europei, il Presidente iraniano ha iniziato a descrivere il suo Paese come una realtà in cerca di relazioni pacifiche con i suoi vicini. Non solo: parlando direttamente della crisi siriana, Rohani ha invitato il mondo a condannare il terrorismo che colpisce la Siria e riconoscere come questo rappresenti “la più grande minaccia nella regione mediorientale”. Sante parole, se non fosse altro che raccontano una verità completamente distorta. Indubbiamente il terrorismo rappresenta una minaccia mondiale e la Siria, oggi come oggi, ne sta pagando le conseguenze peggiori. Quello che Rohani non aggiunge, però, è che è proprio l’Iran la più grande minaccia per la stabilità del medioriente e che, se la Siria oggi sta sprofondando nella guerra civile, è proprio per via del sostegno che la Repubblica Islamica e il suo proxi libanese Hezbollah, stanno dando alle repressioni messe in atto da Bashar al Assad. Se non fosse stato per questo sostegno esterno, infatti, il regime di Assad sarebbe già finito da un pezzo e la Siria, probabilmente, avrebbe oggi un nuovo governo e maggiore democrazia.  Parafrasando l’ultimo tweet di Rohani, fortunatamente tutti hanno compreso che la guerra non è la soluzione per la Siria. Dispiace che molti non abbiano ancora capito che, per fermare il massacro siriano, è necessario fermare Assad e per fermare Assad è necessario fermare l’Iran…

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Anche il Ministro degli Esteri iraniano Zarif è attivissimo sui social networks. Anche per il suo staff, Twitter è lo strumento principale per diffondere le menzogne del regime iraniano. Qui sotto vi postiamo, come esempio, quattro tweets di Zarif dedicati alla crisi nucleare, alla pace nel mondo e alla guerra in Siria. In tutti i tweets, come potrete leggere, Zarif parla di un Iran impegnato nel dialogo costruttivo, favorevole alla pace nel mondo, sostenitore della legge e della legittimità contro le armi e la violenza e pronto a firmare un accordo capace di “portare benefici a tutti”. Anche in questo caso, al di là delle belle parole, il Ministro degli Esteri iraniano, cela tutti i crimini del regime degli Ayatollah. Niente, come nel caso di Rohani, viene detto sul ruolo criminale dei Pasdaran in Siria e sulle migliaia di morti e rifugiati che Teheran ha causato. Comicamente, anzi, Zarif invita il Presidente americano Obama a rifiutare la violenza in favore della “legge e della legittimità” (l’Iran, per la cronaca, è considerato il primo finanziatore del terrorismo a livello grobale). Per quanto concerne il nucleare, poi, Zarif descrive un Iran pronto al dialogo costruttivo, capace di chiudere una crisi “non necessaria”. Furbescamente, però, Zarif non racconta che la crisi è stata aperta trent’anni fa proprio dall’Iran, per mezzo di un programma nucleare clandestino, chiaramente orientato al fine di costruire una bomba atomica. Il Ministro, quindi, si guarda bene dal parlare del fallimento dei negoziati tra l’Iran e la Comunità internazionale quando, nel 2003 Teheran firmò – proprio con Rohani capo negoziatore – un trattato per sospendere l’arricchimento dell’uranio, ma usò il negoziato per completare l’impianto di Isfahan e portare avanti la costruzione della centrale sotterranea di Qom. Nel 2005 quindi, completato il lavoro sporco, Teheran rigettò l’accordo di Teheran e riprese l’arricchimento dell’uranio, cominciando nel 2007 ad arricchire l’Uf6 anche al 20%…

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Il Ministro degli Esteri iraniano, però. non è attivo solamente in Twitter: di recente ha rilasciato un video su Youtube, in cui descrive l’Iran come un Paese pacifico e il programma nucleare come un progetto nato per il bene dei “nostri figli”. Premesso che il video è davvero ben fatto (Zarif sembra essere “il Papa buono), risulta curioso capire di quale bene parli il Ministro iraniano, considerando che il regime degli Ayatollah ha costruito buona parte dei siti nucleari – Bushehr in testa – in aree altamente sismiche…Il video, come vedrete, molto significativamente si intitola “Il messaggio dell’Iran: c’è una via giusta”. E’ davvero un peccato sapere che la via giusta iraniana è quella della menzogna, del terrorismo e della violenza…

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Chiudiamo con Ali Khamenei. Anche la Guida Suprema iraniana non ha resistito al fascino di Twitter, ed ha cominciato a lanciare cinguettii praticamente quasi ogni giorno. I suoi messaggi, al contrario di quelli di Rohani e Zarif, rappresentano più una reazione ai risultati del negoziato nucleare, che una vera e propria offensiva diplomatica pianificata. Khamenei, infatti, aspetta sornionamente di sapere quanto è accaduto a Ginevra per rilasciare il suo personale tweet. La Guida, però, ama tweettare anche qualcosa di culturale, come ad esempio la sua passione per i libri o l’importanza della moralità all’interno della vita umana. Leggere i tweets di Khamenei, quindi, è assai divertente, soprattutto se si considera quanto immorale sia il comportamento della Guida Suprema: mentre, infatti, i giovani iraniani arrancano per arrivare a fine mese e non hanno neanche i soldi per comprare un libro, Khamenei è praticamente uno degli uomini più ricchi del mondo, con una fortuna accumulata attraverso la corruzione e la violenza.

Di questo però, ancora una volta, la diplomazia iraniana tace e con essa, è triste dirlo, anche tanti occidentali che hanno scelto di chiudere gli occhi in cambio di qualche goccia di petrolio in più…

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Lo scorso 11 novembre, in grande pompa magna, il Segretario dell’AIEA Amano e il Capo dell’Agenzia Atomica iraniana Salehi, hanno firmato un accordo di cooperazione. L’accordo è stato descritto in Iran come grande vittoria della Repubblica Islamica, ed è stato accolto dai diplomatici occidentali come un importante passo avanti nella risoluzione dalla crisi nucleare. Tutto perfetto, se non fosse per un piccolo particolare: il testo firmato da Amano e Salehi è praticamente “vuoto”, nel senso che non affronta veramente quelli che sono i reali problemi del programma nucleare iraniano.

Secondo quanto concordato a Teheran, infatti, l’Iran si impegna a fornire all’AIEA informazioni in merito:

  1. alle miniere di uranio di Gchine, presso Bandar Abbas;
  2. all’impianto di produzione di acqua pesante;
  3. a tutti i nuovi reattori di ricerca;
  4. ai 16 siti individuati dal regime iraniano per la costruzione di nuove centrali nucleari;
  5. alla chiarificazione delle affermazioni dei rappresentanti iraniani in merito all’arricchimento dell’uranio;
  6. alle ricerche che gli scienziati iraniani stanno portando avanti in merito alla tecnologia laser di arricchimento dell’uranio.

Qui di seguito, per controprova, inseriamo anche il testo in inglese diffuso dalla stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Cliccando sull’immagine sarà possibile accedere al comunicato stampa rilasciato dall’AIEA poco dopo la visita di Amano a Teheran.

aiea iranInvece di firmare una vittoria, il Segretario Amano ha segnato praticamente una indiretta sconfitta da parte dell’AIEA. Il testo diffuso, come suddetto, non risolve i nodi principali del programma nucleare iraniano. Per quanto riguarda le miniere di uranio di Gchine, ad esempio, si tratta solamente di una delle fonti indigene da cui Teheran si approvvigiona. E’ noto che altre miniere di uranio esistono in Iran presso Yazd (la miniera di Saghand), il nord Khorasan e l’Azerbaijan iraniano. Altre fonti, quindi, non sono state rese note dal regime. Per quanto concerne la produzione di acqua pesante, necessaria per il reattore di Arak, si tratta di una affermazione priva di efficacia: quello che conta per far funzionare un reattore ad acqua pesante, infatti, non è la produzione dell’acqua pesante, ma la purezza della stessa. In merito a questo aspetto, l’accordo tace e solo la purezza dell’acqua permette di capire se Teheran potrà o no far funzionare il reattore IR-40 di Arak. Ad Arak, lo ricordiamo, Teheran potrebbe riprocessare l’uranio e produrre una bomba al plutonio.

D’altro canto, fatto grave, l’accordo non dice nulla in merito al numero di centrifughe che Teheran ha installato sinora presso Natanz e Qom, all’uranio a basso arricchimento già accumulato sinora dal regime e soprattutto in merito a quello arricchito al 20%. Su questo livello di arricchimento, il precendente capo dall’Agenzia Atomica iraniana Abbasi Davani, ha chiaramente ammesso i fini non civili del programma. Nulla, quindi, viene detto sull’accesso alla base militare di Parchin, ove il regime iraniano sviluppa il suo programma di missili balistici e soprattutto dove è stata simulata una esplosione nucleare usando le ricerche dello scienziato V. Danilenko. Purtroppo, in questo ultimo caso, anche se la base militare fosse stato inclusa nell’accordo, gli ispettori AIEA non avrebbero trovato nulla di interessante: l’Iran, come dimostrato dai satelliti, ha infatti passato gli ultimi mesi a ripulire completamente Parchin da ogni prova compromettente. 

L'agenzia di stampa ISNA del 30-08-2011, con le parole di Abbasi Davani

L’agenzia di stampa ISNA del 30-08-2011, con le parole di Abbasi Davani

Insomma, quello firmato da Amano e Salehi, quindi, sembra rappresentare per l’Occidente una “vittoria di Pirro”. Un placebo utile a chi vuole arrivare ad un accordo con la Repubblica Islamica ad ogni costo, anche al prezzo di lasciare intatto il programma nucleare degli Ayatollah, permettendo loro di produrre la bomba atomica nel prossimo futuro. Nel frattempo, qualcuno in Libano già pregusta gli effetti di un Iran in possesso della bomba atomica. Si tratta del deputato di Hezbollah Al-Walid Sukkarieh che, parlando ad Al Manar, ha chiaramente detto che, se l’Iran continuerà a produrre tecnologia nucleare, sarà in grado di produrre una bomba atomica tra un anno, cinque anni o dieci anni…Come si vede, i terroristi non vanno di fretta: preferiscono ingannare il mondo prima, per poi essere liberi di colpirlo dopo…(per vedere il video cliccare sull’immagine).

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In questi giorni si è tenuto il secondo vertice di Ginerva tra l’Iran e il Gruppo del 5+1, organizzato al fine di risolvere il contenzioso sul nucleare iraniano. Il vertice si è concluso senza successo, ancora non è chiaro se per via dell’opposizione della Francia o per la ritrosia del regime iraniano ad accettare un valido compromesso. Al di là delle responsabilità, però, c’è da essere soddisfatti che dal vertice in Svizzera non sia uscito un accordo definitivo che, non solo non avrebbe risolto l’annosa questione nucleare, ma avrebbe anche violato tutte le risoluzione internazionali sinora approvate.

Se da un lato non è dato sapere precisamente il contenuto del negoziato tra Iran e 5+1, quello che è certo è che Teheran ha posto come redline il diritto ad arricchire l’uranio sul suolo della Repubblica Islamica. Secondo indiscrezioni, quindi, i negoziatori si sarebbero focalizzati sulla sospensione dell’arricchimento dell’uranio al 20% e sul reattore ad acqua pesate di Arak, ove l’Iran potrebbe produrre una bomba al plutonio. Purtroppo, però, un negoziato fondato su questi termini, non garantisce in alcun modo la fine della minaccia nucleare iraniana e – come suddetto – non rispetta le risoluzioni e i trattati internazionali sinora approvati.

Per quanto concerne l’arricchimento dell’uranio, va immediatmente chiarita una cosa: una eventuale sospensione o interruzione dell’arricchimento dell’uranio al 20% da parte dell’Iran, non fornirebbe le garanzie necessarie per essere certi che, nel prossimo futuro, il regime iraniano non possa nuovamente avviare i processi per costruire la bomba atomica. Teheran, infatti, oggi dispone di ben 19000 centrifughe IR-1 e sta installando nuovi modelli di centrighe IR-2, molto più veloci. Nessuno, quindi, potrebbe assicurare che un domani la Repubblica Islamica non decida di arricchire l’uranio al 3,5% già in suo possesso sino al 90%, percentuale necessaria per costruire un ordigno nucleare. Vogliamo precisare che, quanto qui sostenuto, è stato affermato persino da Gary Samore – già consigliere del Presidente americano Barack Obama durante il suo primo mandato – in una intervista al New York Times nell’ottobre di quest’anno.

L'Intervista di Gary Samore al New York Times

L’Intervista di Gary Samore al New York Times

Non solo: un accordo che Teheran che non includa una totale sospensione dell’arricchimento dell’uranio, violerebbe le risoluzioni sinora approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Queste risoluzioni, si badi bene, sono state votate anche da Russia e Cina, tradizionali alleati dell’Iran. La risoluzione 1696, approvata dal Consiglio nel luglio del 2006, domanda al regime iraniano di “sospendere tutte le attività di arricchimento” dell’uranio, incluse quelle di ricerca e sviluppo. Lasciare libero l’Iran di continuare ad arricchire l’uranio al 3,5%, quindi, annullerebbe di fatto una decisione presa dalle stesse Nazioni Unite, delegittimando di fatto quanto sinora affermato dallo stesso Consiglio di Sicurezza.

La risoluzione Onu 1696, approvata nel luglio del 2006 dal Consiglio di Sicurezza

La risoluzione Onu 1696, approvata nel luglio del 2006 dal Consiglio di Sicurezza

La Repubblica Islamica, da parte sua, non intende rinunciare al diritto di arricchire l’uranio e ritiene che questo diritto sia scritto nel Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Quest’affermazione, si badi bene, è falsa: sebbene il TNP riconosca agli Stati il diritto di sviluppare un programma nucleare pacifico, tale diritto è concesso solamente a chi non ha aspirazioni militari e a chi apre gli impianti al controllo degli ispettori internazionali dell’AIEA. Questa condizione è ben esemplificata dagli articoli I e II del Trattato di non Proliferazione Nucleare, a cui l’Iran si è volontariamento sottoposto, pur rigettando successivamente di ratificare il Protocollo Aggiuntivo del Trattato stesso.

Il Trattato di non Proliferazione Nucleare

Il Trattato di non Proliferazione Nucleare – TNP

Teheran, invece di sviluppare un nucleare pacifico (a basso costo) in collaborazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – AIEA, ha scelto da trent’anni di portare avanti un programma nucleare clandestino e chiaramento orientato alla costruzione della bomba atomica. Per arrivare al suo obiettivo, invece di accedere al know how praticamente gratuito dei Paesi del TNP, la Repubblica Islamica si è rivolta a networks clandestini come quello del pakistano A. Q. Khan, alle conoscenze dei tecnici sovietici e al regime comunista nordcoreano. Una riprova delle intenzioni non pacifiche degli Ayatollah. La dimensione militare del programma nucleare iraniano, ancora una volta, è stata denunciata direttamente dalla stessa AIEA che, invano, ha chiesto più volte di visitare impianti sospetti come Qom, Natanz e Parchin. Oggi l’Iran ha accettato di firmare un accordo con l’AIEA, ma si tratta di una vittoria di Pirro, considerando che – come provato dai satelliti – il regime iraniano ha già ripulito bene le tracce delle sue attività clandestine.

Il report dell'AIEA, pubblicato nell'agosto del 2013

Il report dell’AIEA, pubblicato nell’agosto del 2013

Quanto sinora detto prova, senza ombra di dubbio, che il negoziato di Ginevra deve assolutamente prevedere la sospensione definitiva di ogni arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, la fine dell’installazione delle centrifughe e una apertura totale del regime iraniano al controllo degli ispettori internazionali. Le stesse quantità di uranio arricchito, anche al 3,5%, già in mano al regime iraniano, devono essere monitorate dalla Comunità Internazionale, perchè già sufficienti per produrre un ordigno nucleare in meno di un mese. Il regime iraniano, al contrario, continua a portare avanti una politica di falsa apertura, parlando da un lato di “confidence and prudence” nei negoziati, ma minacciando di installare nuove centrifughe, nel caso in cui la diplomazia fallisca. Per capire la strategia diplomatica iraniana, basta ascolatare la recente intervista del Ministro degli Esteri iraniano Zarif, che vi proponiamo con sottotitoli in inglese. Le parole di Zarif, come leggerete, si focalizzano solamente sul provocare divisioni all’interno della diplomazia Occidentale e non forniscono alcuna prova concreta delle reali buone intenzioni del regime iraniano.

Ci auguriamo solamente che i diplomatici occidentali rispettino le normative internazionali sinora approvate e non accettino un accordo al ribasso, buono solo a salvare le reali aspirazioni degli Ayatollah…

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