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La convalescenza in ospedale deve aver ringalluzzito Ali Khamenei. Appena rimessosi, infatti, la Guida Suprema iraniana ha immediatamente rimesso in riga l’intero establishment iraniano, sia in merito al programma nucleare, sia per quanto concerne la possibile cooperazione tra Iran e Stati Uniti contro Isis. Per quanto concerne il nucleare, Khamenei ha indicato chiaramente le cinque linee rosse invalicabili per i negoziatori iraniani. Per la prima volta, quindi, il Rahbar ha definito i paletti che i negoziatori di Teheran non potranno permettersi di superare. Le linee rosse della Guida Suprema sono:

  1. Costruzione di 190.000 Unità di Lavoro Separate (in inglese Separate Working Unit-SPW), per quanto concerne l’arricchimento dell’uranio. Le SPW non corrispondono alle centrifughe, quindi Khamenei non ha posto il limite invalicabile di 190.000 centrifuge. Le SPW indicano, in termini tecnici, le capacità e la quantità di separazione dell’isotopo di uranio 235 da quello 238. Solo attraverso un aumento al 90% dell’U235 è possibile produrre una bomba nucleare. Allo stesso tempo, però, sebbene parlare di SPW non significhi imporre un numero altissimo di centrifughe, va anche detto che Teheran sta installando nuove centrughe veloci, capaci di arricchire una quantità di uranio molto superiore rispetto alle vecchie IR-1. In poche parole, quindi, la Guida Suprema non sta imponendo ai negoziatori di non accettare un compromesso sul numero di centrifughe, ma sta chiaramente imponendo un numero di Unità di Lavoro Separate, tale da permettere all’Iran di ottenere l’uranio necessario per la bomba in qualsiasi momento;
  2. Nessun negoziato sul programma missilistico iraniano. Vogliamo ricordare che, le preoccupazioni in merito ai vettori iraniani, sono state espresse chiaramente dalle Nazioni Unite e, soprattutto, dall’AIEA. Il rifiuto della Guida Suprema di negoziare sui missili, quindi, rappresenta una diretta sfida alle richieste internazionali. E’ importante non scordare che l’Iran ha da anni vietato l’accesso agli ispettori internazionali alla base militare di Parchin, ove Teheran ha simulato una esplosione nucleare e ove vengono fatti gli studi maggiori relative al programma missilistico;
  3. Nessun negoziato sulla natura dell’impianto di Arak. Anche in questo caso, la Guida va contro le richieste Onu e AIEA. Arak è un impianto sospettato di servire al riprocessamento dell’uranio, per costruire una bomba al plutonio. Non negoziando su Arak, Teheran non darà le necessarie rassicurazioni in merito alla pacificità del programma nucleare;
  4. Nessuna chiusura degli impianti nucleari iraniani. Ergo: la Repubblica Islamica non chiuderà mai gli impianto di Fordo e Natanz, costruiti in segreto dal regime, ove avviene l’arricchimento dell’uranio;
  5. Abolizione di tutte le sanzioni internazionali. Ovvero: non vi diamo praticamente niente, ma da voi pretendiamo tutto…

Khamenei ha reso noto di aver comunciato già le linee rosse ai negoziatori iraniani. E’ molto interessante rilevare che, queste linee rosse, arrivano alla vigilia del viaggio di Rouhani negli Stati Uniti, per l’inizio dei lavori annuali dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

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Non contento, la Guida Suprema ha anche usato Twitter per minacciare direttamente gli Stati Uniti. In un tweet pubblicato nella tarda serata di ieri, la Guida ha scritto: “Se gli Stati Uniti entreranno senza permesso (via terra, NdA) in Iraq e Siria, avranno gli stessi problemi che hanno avuto negli ultimi 10 anni in Iraq“. Si tratta di un tweet colmo di significati e di minacce. Il regime iraniano, infatti, è quello che ha maggiormente finanziato gli attentati contro gli americani in Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein. Per colpire l’odiato Grande Satana, Teheran ha creato milizie sciite fedeli alla Velayat-e Faqih (leggi: Moqtada al Sadr). Non solo: la Repubblica Islamica è praticamente il regime che ha salvato il potere di Bashar al Assad, usando proprio miliziani sciiti prevalentemente inviati dal territorio iracheno. Scrivendo quello che ha scritto, quindi, Khamenei ha avvertito gli americani che, nel caso di una azione via terra contro Isis, la coalizione internazionale sarà colpita duramente dai jihadisti sciiti al servizio dei Mullah khomeinisti.

Insomma, per concludere, con solo poche righe, Khamenei ha praticamente bloccato qualsiasi mutamento di politica estera e militare del regime iraniano…ammesso che ce ne sia mai stato uno…

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Ormai circa una settimana fa, il regime iraniano dava la notizia di un drone abbattuto sui cieli dell’Iran. Secondo i Pasdran, che della storia hanno fatto una questione di orgoglio nazionale, il drone era di fabbricazione israeliana ed era diretto sull’impianto nucleare di Natanz, ove avviene l’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica. In merito al luogo da dove questo drone sarebbe partito, Teheran ha dato versioni contrastanti: su Twitter i Pasdaran hanno accusato i Paesi arabi sunniti del Golfo di aver fatto da base per gli israeliani, mentre successivamente il regime ha accusato un ex Paese del blocco comunista (l’Azerbaijan). I giornali di tutto il mondo, come spesso accade, si sono quindi affrettati a dare la notizia dell’abbattimento, senza mettere in dubbio la versione iraniana.

Con il passare dei giorni, però, la situazione è cambiata e gli esperti militari hanno iniziato ad analizzare meglio le immagini diffuse da Teheran. Patrick Megahan, esperto militare del think tank americano Foundation for Defense Democracies, ha completamente capovolto la versione fornita dai Pasdaran. Secondo Patricl Megahan, infatti, quello che Teheran ha mostrato al pubblico non sarebbe il drone israeliano Hermes 450, ma si tratterebbe del drone iraniano Shahed 129. In poche parole, quello che l’Iran ha esibito con vanto, non sarebbe il grande successo della difesa del regime, ma un triste e poco dignitoso fallimento militare.

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Nel settembre del 2013, il regime iraniano ha messo a disposizione dei Pasdaran il drone Shahed 129. Il drone Shahed 129, per la cronaca, è assai simile proprio al drone israeliano Elbit Hermes 450, entrato in azione per la prima volta diversi anni prima, nel 1998. Tra i due droni, però, oltre alle differenze tecnologiche, esisteno due fondamentali differenza estetiche: 1) la prima riguarda il muso: mentre il drone israeliano Hermes 450 ha il muso completamente curvo, lo Shahed 129 ha una antenna davanti; 2) la seconda riguarda il numero dei componenti: mentre il drone iraniano è assemblato con due componenti separati (superiore e inferiore), quello israeliano è un pezzo unico, con una apertura superiore.

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Come evidenzia Patrick Megahan, i resti del drone esibito alle telecamere dai Pasdaran mostrano chiaramente un rottame di un drone composto da due pezzi distinti e, soprattutto, un grande buco davanti al muso, proprio dove è posizionata l’antenna del drone Shahed 129. Non solo: Megahan evidenzia anche un altra ragione per cui il drone abbattuto dai Pasdaran non è l’Hermes 450. L’Hermes 450 ha un range di 300 chilometri, una capacità troppo ridotta per raggiungere Natanz da un Paese come l’Azerbaijan. Tanto piu’ che, incredibilmente, il regime iraniano ha pretesto di affermare che il drone avrebbe avuto la capacità di comprire un range di 800 chilometri…. In pratica, come suddetto, per non ammettere la perdita di un drone iraniano proprio sui cieli nazionali, i Pasdaran avrebbero inventato una grande storia – come spesso fanno – allo scopo di dimostrare di dare un senso diverso alla loro esistenza, rispetto alle mere repressioni contro il popolo iraniano che, quotidianamente, mettono in atto.

Piuttosto è ben piu’ rilevante ricordare che, proprio lo Shahed 129, è il drone fornito dall’Iran ad Assad in Siria per monitoriare i movimenti dei ribelli siriani per bombardarli successivamente dal cielo con i barili bomba

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