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Il 15 febbraio scorso gli attivisti per i diritti umani in Iran, hanno celebrato un triste anniversario: i 1000 giorni di carcere di Narges Mohammadi, l’attivista iraniana, da sempre impegnata per i diritti delle donne, dei prigionieri politici e contro la pena di morte.

Per questo suo impegno diretto, Narges e’ stata incarcerata sin dal 15 Maggio 2015 e condannata nel 2016 a 16 anni di carcere, con l’accusa di “sovversione” e per “aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale”.

Per denunciare i suoi 1000 giorni di detenzione, Narges Mohammadi ha scritto una lettera all’Ayatollah Sadegh Larijani, capo della Magistratura iraniana. Nella sua missiva, Narges denuncia come il sistema giudiziario iraniano sia tutt’altro che una istituzione indipendente. Al contrario, si tratta di un sistema deviato, incapace di giudicare in base alle leggi vigenti in Iran, ma unicamente in base agli ordini degli apparati di sicurezza e militari, ovviamente politicizzati. La Mohammadi, denuncia anche come le siano negati non solo i suoi diritti politici, ma anche quelli di genitore: i responsabili del carcere di Evin a Teheran, le negano infatti di parlare con il marito e con i suoi due figli piccolo, da un anno rifugiati all’estero, in Francia.

Ricordiamo che, in passato, Narges Mohammadi ha scritto altre lettere – poi rese pubbliche – sia ai parlamentari iraniani, che ai responsabili del Corpo d’Intelligence dei Pasdaran. In questo secondo caso, la Mohammadi ha denunciato come, durante la visita organizzata per i diplomatici stranieri e per i parlamentari iraniani al carcere di Evin, e’ stato accuratamente negato loro di vedere i prigionieri politici, isolando completamente i compound maschili e femminili in cui sono rinchiusi.

Purtroppo, in Occidente, il caso di Narges Mohammadi e’ stato quasi totalmente dimenticato dalla politica, particolarmente dalle rappresentanti “femministe”, ormai totalmente compiacenti verso Teheran. Ci auguriamo che le cose cambino preso e che le voci che pretendo di essere libere, anche in Italia, facciano sentire la loro voce per la libertà di Narges Mohammadi!

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Quindici intellettuali e attivisti per i diritti umani iraniani, tutti di massimo livello e noti a livello internazionale, hanno firmato un appello per un referendum nazionale in Iran, al fine di cambiare pacificamente il regime.

Lo scopo di questi coraggiosi democratici, e’ quello di permettere agli iraniani di votare liberamente e poter scegliere la fine del regime islamista, a favore di un regime secolare e rispettoso dello stato di diritto. Secondo i firmatari, il referendum dovrebbe essere organizzato sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Tra i firmatari dell’appello ci sono: la Premio Nobel Shirin Ebadi; gli avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh e Mohammad Seifzadeh; i registi Mohammad Nourizad, Mohsen Makhmalbaf e Jafar Panahi;  l’autore Kazem Kardavani; gli attivisti politici Hassan Shariatmadari (figlio del Grande Ayatollah Sayyed Kazem Shariatmadari), Narges Mohammadi (ora in carcere), Heshmatollah Tabarzadi.

A firmare l’appello pero’ sono anche personalità per anni sostenitrici del regime islamista, come Mohsen Sazgara – che ha contribuito a scrivere il codice dei Pasdaran -l’ex leader dei Mojahedeen della Rivoluzione Islamica, Adolfazl Ghadyani e il clerico sciita Mohsen Kadivar, professore di studi islamici.

Ricordiamo che, proprio pochi giorni fa – nell’anniversario di 39 anni dalla Rivoluzione khomeinista – lo stesso Presidente Rouhani ha accennato alla necessita’ di convocare un referendum nazionale, nel rispetto dell’articolo 59 della stessa Costituzione iraniana. L’articolo, afferma che “in casi estremi di importati questioni economiche, politiche, sociali e culturali, la funzione legislativa può essere esercitata attraverso il ricorso al voto popolare diretto, per mezzo di un referendum. Tale richiesta deve essere approvata da due terzi del Parlamento iraniano”.

Commentando il discorso di Rouhani, Mohammad Nourizad ha affermato che, nelle parole del Presidente iraniano, non c’e’ alcuna serita’, perché il sistema clericale non e’ pronto a mettere in discorso se stesso.

 

 

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Oggi – 21 aprile – la capitale d’Italia, Roma, celebra il suo Natale. Questa data pero’ e’ importante anche per il popolo iraniano: oggi, infatti, si festeggia il compleanno di Narges Mohammadi, donna coraggiosissima, paladina dei diritti umani e della democrazia per l’Iran.

Purtroppo, Narges Mohammadi passera’ questo giorno speciale in una triste cella del carcere iraniano di Evin, ove e’ stata imprigionata nuovamente dal maggio del 2015, accusata di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Con questa folle imputazione, Narges e’ stata condannata a 16 anni di detenzione. 

Ovviamente, Narges non rappresenta affatto una minaccia alla sicurezza nazionale, per come intendiamo in Occidente questo tipo di imputazione. Narges non e’ una terrorista, non ha alcuna arma in casa e non piazza nessuna bomba per il Paese. Narges ha solo un’arma che silenzia mai: la sua voce. La sua voce rappresenta la minaccia più grande per la Repubblica Islamica: la sua voce in favore dei detenuti politici, la sua voce al fianco del premio Nobel Shirin Ebadi – oggi costretta all’esilio – la sua voce contro la pena di morte, la sua voce per l’uguaglianza tra uomo e donna in Iran (No Pasdaran).

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Nel settembre scorso, Narges Mohammadi ha presentato appello contro la sua condanna. Ha anche protestato per la decisione del regime, di impedirle di avere ogni tipo di contatto con i suoi figli neanche adolescenti. Appena un mese fa, a marzo, Narges e’ riuscita a far uscire dal carcere una lettera, poi pubblicata, in cui affermava che, nonostante tutte le ingiustizie che sta subendo, e’ ancora più determinata a lottare per i diritti umani in Iran. Ad inizio di questo mese, quindi, il marito di Narges Mohammadi, Taghi Rahmani, ha rivelato che il regime ha offerto a Narges la libertà su cauzione, in cambio del suo definitivo silenzio su tutte le questioni politiche e sociali (Iran Human Rights). Offerta declinata coraggiosamente dalla stessa Narges (Taghi Rahmani vive oggi a Parigi con i due figli di Narges, nella speranza di dar loro una vita normale, nonostante l’assenza coatta della loro madre).

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Teoricamente, Narges rappresenta tutto ciò per cui il mondo democratico dovrebbe lottare e impegnarsi, per l’Iran. Purtroppo, in nome del business, l’Occidente ha abbandonato eroine come Narges Mohammadi, contribuendo a far calare sulla sua storia, un velo pietoso di omertà e silenzio. 

Per quanto ci riguarda, pero’, non smetteremo mai di raccontare la storia di Narges, fino ad ottenere la sua liberazione e il suo diritto di vivere in un Paese democratico e laico!

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La coraggiosa attivista iraniana Narges Mohammadi ha presenziato ieri alla nuova udienza contro di lei e ha deciso di presentare appello contro la condanna a 16 anni di detenzione inflittale dal regime (Iran Human Rights). Questa durissima condanna le è stata inflitta dai Mullah per aver creato una organizzazione che si batte contro la pena di morte – si chiama “Step by Step to Stop the Death Penalty” – e per aver “minacciato la sicurezza nazionale” e diffuso “propaganda contro il regime”, prendendo parte a manifestazioni in favore dei diritti umani e per la liberazione dei detenuti politici. Tra le imputazioni contro Narges, anche quella di aver incontrato la predecessora di Federica Mogherini, Lady Ashton, durante un suo viaggio a Teheran nel 2014.

Purtroppo il regime iraniano sta punendo in maniera durissima Narges. Non lo sta facendo solamente per mezzo della lunga condanna al carcere, ma colpendola anche come madre di due piccoli bambini. Da quando è stata nuovamente incarcerata, ovvero dal Maggio del 2015, il regime sta negando – quasi totalmente – alla Mohammadi ogni contatto con i suoi figli. Per questa ragione, Narges Mohammadi ha anche scritto una lettera aperta al Capo della Magistratura iraniana Sadegh Larijani, rivendicando i suoi diritti di detenuta e soprattutto di madre. Alla lettera , neanche a dirlo, Narges non ha avuto alcuna risposta (Freedom Messenger).

Il caso di Narges Mohammadi, rappresenta probabilmente uno dei più grandi fallimenti dell’Occidente verso il popolo iraniano, particolarmente dopo la firma dell’accordo nucleare. Non solo Narges non è stata tutelata, nonostante le sue coraggiose battaglie per la democrazia in Iran. Peggio, Narges è stata totalmente abbandonata anche dopo la sua condanna e la stessa Federica Mogherini, nonostante le pressioni e le lettere aperte, non ha mai trovato un momento per chiedere pubblicamente a Teheran di rilasciare l’attivista iraniana.

Nel frattempo, in Italia è arrivato Mohammad Javad Larijani, fratello del capo della magistratura iraniana Sadegh Larijani, a cui finalmente il Ministro Gentiloni, ha fatto presente – flebilmente – la contrarietà italiana all’uso della pena di morte nella Repubblica Islamica. Una critica che i media iraniani hanno semplicemente cancellato o totalmente ignorato la critica, riportando solamente la volontà dell’Italia di guardare all’Iran come “esempio nella lotta al terrorismo”. Nonostante la denuncia della censura imposta da Teheran sulle parole di Paolo Gentiloni, la Farnesina non ha mimimanente pensato di protestare ufficialmente nei confronti della Repubblica Islamica…

Vi invitiamo a sostenere la campagna di “PEN  International” per chiedere l’immediata scarcerazione di Narges Mohammadi e promuovendo l’hashtag #FreeNarges

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Ieri e’ stata lanciata la campagna Twitter #FreeNarges, per chiedere la liberazione di Narges Mohammadi, prigioniera politica iraniana al suo quindicesimo giorno di sciopero della fame. Secondo quanto riporta la International Campaign for Human Rights in Iran, quasi il 60% dei sostenitori della campagna Twitter, provenivano proprio dalla Repubblica Islamica. Un successo incredibile, soprattutto se si considera che il regime monitora con estrema attenzione coloro che in Rete esprimono il loro sostegno agli oppositori politici. Ancora piu’ importante e’ il fatto che il 55% dei sostenitori della campagna per Narges Mohammadi in Iran erano donne (Iran Human Rights).

Ricordiamo che Narges Mohammadi e’ stata arrestata nel Maggio del 2016, con l’accusa di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. A lei viene imputato di aver sostenuto un gruppo contro la pena di morte e di aver organizzato manifestazioni per la liberazione dei detenuti politici. Non solo: tra le imputazioni anche il suo incontro con l’ex Alto Rappresentante per la Politica Estera Europea, Lady Ashton. Per tutte queste imputazioni, Narges e’ stata condannata a 16 anni di carcere.

Durante la sua detenzione, Narges ha piu’ volte sottolineato le pressioni subite e l’impossibilita’ di avere qualsiavoglia contatto con i suoi due figli (piccoli). Per questo, due settimane fa, Narges ha decisio di dichiarare lo sciopero della fame.

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Dieci anni di carcere: questa la decisione del giudice iraniano contro Narges Mohammadi, la nota attivista per i diritti umani, da sempre in prima fila per la democrazia e per i diritti civili (Mohammad Nourizad).

Dieci anni di carcere per aver sostenuto la campagna Legam, una battaglia per l’abolizione della pena di morte nella Repubblica Islamica. Veramente, gli anni totali di carcere di Narges Mohammadi potrebbero essere 16, considerando che e’ stata condannata anche a cinque anni di detenzione per “cospirazione” e un altro anno per “propaganda contro il Governo” (RSF.org).

Ricordiamo che, dopo aver già passato anni in carcere, Narges Mohammadi e’ stata riarrestata nel Maggio del 2015. Da allora, senza alcun processo formale, la Mohammadi ha subito una detenzione durissima, privata delle necessarie cure mediche e delle visite dei due figli piccoli. Per questo, Narges e’ anche finita diverse volte in ospedale. 

Una delle ragioni che ha portato all’arresto di Mohammadi, e’ quella di aver incontrato Lady Ashton – precedente Mrs. Pesc – a Teheran nel 2014. Nonostante tutto, colei che ha preso il posto della Ashton, Federica Mogherini, non ha mai speso una parola per la liberazione della prigioniera politica (No Pasdaran).

Ci aspettiamo una dura condanna da parte dell’Occidente, rispetto a questo nuovo abuso dei diritti umani da parte del regime iraniano. In particolare, ce lo aspettiamo dall’Italia, Paese che si considera in prima fila nella promozione della Moratoria Internazionale per l’abolizione della Pena di Morte.

 

 

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Lo scorso 9 gennaio  Abbas Hajilou, Assistente del Procuratore di Teheran, ha fatto visita ai detenuti politici del carcere di Rajai Shahr Prison presso Karaj, vicino alla capitale. Durante l’incontro Hajilou ha raccolto le numerose lamentele dei detenuti, legate soprattutto al pietoso stato della loro prigionia. I detenuti politici, infatti, hanno denunciato di non avere diritto a ricevere libri, ad adeguate cure mediche e sono costretti a stare rinchiusi all’interno di celle con ampie sbarre e recinzioni, persino alle finestre. Motivo per il quale il braccio all’interno del quale sono rinchiusi, non fornisce un adeguato ricambio d’aria, provocando ai prigionieri importanti problemi di respirazione.

La cosa peggiore, quella maggiormente lamentata dai detenuti, e’ l’impossibilita’ di telefonare ai famigliari. Sebbene teoricamente i prigionieri politici abbiano diritto ad una telefonata di dieci minuti al mese, molto spesso questo diritto viene volontariamente negato dalle forze di sicurezza. Si tratta di una mossa studiata, tesa a provocare una pressione umana e psicologica sul detenuto e sulla sua famiglia. Come denunciato da Esmael, un prigioniero politico detenuto presso Rajai Shahr, l’assenza del contatto con i famigliari spesso porta ad apprendere della morte di un parente dopo settimane. Non solo: molto spesso causa anche dissidi famigliari e divorzi, incidendo direttamente sul morale dei prigionieri politici.

Armin, un altro prigioniero politico detenuto presso Rajai Shahr, ha incredibilmente rivelato che i terroristi di al Qaeda e Isis detenuti in Iran, hanno più diritti dei prigionieri politici. I terroristi, infatti, sia nel carcere di Rajai Shahr che in quello di Evin, possono infatti effettuare telefonate ai loro contatti all’esterno del carcere, in ogni momento.

Come denunciato da Iran Wire, durante la sua visita nel carcere, l’assistente procuratore Abbas Hajilou ha preso nota di tutte le lamentele dei detenuti, ma ha costantemente evidenziato di non avere alcun potere concreto per esaudire le richieste dei prigionieri politici.

A tal proposito vogliamo ricordare che, di recente, Narges Mohammadi – prigioniera politica detenuta nel carcere di Evin – ha scritto una lettera al Capo della Magistratura Sadegh Larijani, denunciando di non avere da mesi la possibilità di parlare con i suoi due figli piccoli. Nella lettera, Narges ha rivendicato di essere una madre e di avere il diritto al contatto con la sua famiglia. Ovviamente, neanche a dirlo, Sadegh Larijani non ha nemmeno risposto alla lettera di Narges…

Tutto questo avviene nell’Iran di Hassan Rouhani…