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All’indomani del terribile attacco con armi chimiche in Siria, le domande che tutti si pongono sono le seguenti: 1- chi e’ stato?; 2- Perché’? Prima di provare a rispondere a queste domande, ricordiamo che il regime iraniano e’ stato fondamentale nella costruzione e nello sviluppo, di tutto il programma di armamenti chimici del regime siriano (No Pasdaran).

Chi? Perché? 

Alla prima domanda, quasi tutti gli attori internazionali sono concordi: l’attacco e’ stato compiuto dal regime di Bashar al Assad, contro la principale roccaforte dell’opposizione siriana, rimasta dopo la caduta di Aleppo, ovvero la regione di Idlib. Un attacco avvenuto nonostante il cessate il fuoco nazionale, promosso dalla Russia subito dopo la fine della battaglia di Aleppo. Unica posizione differente, ma da analizzare bene, e’ proprio quella di Mosca: per un verso, infatti, e’ vero che i russi si sono opposti ad una risoluzione ONU contro Assad. Per un altro, pero’, e’ anche vero che non hanno negato le responsabilità del regime nel bombardamento, affermando che gli agenti chimici provenivano da un deposito dell’opposizione bombardato dai jet siriani.

Bisogna allora cercare di rispondere alla seconda domanda: perché? Per quale motivo un attacco di questo genere, in un momento di ampio attivismo dei negoziati – seppur praticamente quasi fallimentare – e con un cessate il fuoco nazionale in atto. In questo processo di abbassamento delle tensioni generali, il maggior protagonista attuale della guerra siriana, ovvero la Russia, era uno dei promotori, in accordo anche con la Turchia di Erdogan.

Iran: il grande perdente del conflitto siriano

In tutto il processo negoziale, un attore e’ quasi sempre rimasto drammaticamente escluso: la Repubblica Islamica dell’Iran. Primo Paese ad intervenire nel conflitto siriano al fianco di Bashar al Assad, l’Iran e’ stato costretto nel 2015 ad inviare Qassem Soleimani a Mosca, per pregare in ginocchio Putin di intervenire in salvezza del regime di Damasco. Putin lo ha fatto, ma a modo suo. Lo ha fatto con una azione militare senza alcuna pietà per un verso, ma anche senza allinearsi completamente all’asse sciita. Al contrario, lo Zar russo ha continuato a mantenere un dialogo con il fronte sunnite, ma ha anche raggiunto un accordo con Israele, al fine di evitare un conflitto fra le due aviazioni. 

Non solo: Putin ha costretto l’Iran a umiliarsi concedendo la base militare di Hamadan. Peggio, nel recentissimo viaggio di Rouhani a Mosca, la Russia ha ottenuto l’uso completo delle basi militari iraniane (EAWorldView). Un vero smacco per gli islamisti iraniani, che dell’indipendenza “politica, culturale, economica o militare”, hanno fatto addirittura un mantra scritto nella costituzione (art. 9).

Cosa ci guadagna Teheran dall’attacco chimico in Siria?  

Il regime iraniano oggi e’ drammaticamente diviso al suo interno, soprattutto alla vigilia del voto Presidenziale di maggio. In questa divisione, i Pasdaran – controllori di oltre il 50% dell’economia del Paese – stanno cercando di ottenere due obiettivi:

  1. chiudere il Paese alle imprese straniere, al fine di non perdere i privilegi economici;
  2. costringere Putin a scegliere definitivamente l’asse sciita, aumentando la tensione tra Stati Uniti e Russia e soprattutto tra Russia e Turchia.

Con l’attacco chimico in Siria, le Guardie Rivoluzionarie iraniane ottengono molti dei loro obiettivi. La tensione fra Washington e Mosca e’ salita, considerando che Trump e Putin hanno preso due posizioni opposte sulla questione e lo scontro ha raggiunto il Consiglio di Sicurezza ONU. Le divergenze, pero’, si sono sentite anche fra Erdogan e Putin, dopo mesi di accordi tra le due parti (anche sull’Iraq): sebbene i due Presidenti abbiano annunciato di aver parlato al telefono, a Mosca hanno negato che il contenuto della telefonata abbia riguardato anche l’attacco chimico in Siria (versione opposta quella dei turchi).

Gli effetti interni in Iran

Tutto questo, chiaramente, avrà anche degli effetti interni in Iran, dove pochi giorni fa il Presidente Rouhani ha chiesto al Ministro dell’Interno di avviare una indagine sui numerosi arresti di giornalisti e blogger (Good Morning Iran). L’aumento delle tensioni regionali, infatti, permetterà ai Pasdaran e a Khamenei di indebolire ancora di più l’ala pragmatica di Rouhani (i riformisti in Iran, sono praticamente spariti da anni).

Attenzione: nonostante l’annunciata candidatura dell’ Hojatoleslam Seyed Ebrahim Raeesi, potente capo della Bonyad Astan Quds Razavi di Mashhad (Tasnim News), non e’ detto che alla fazione di Khamenei e dei Pasdaran interessi direttamente vincere le prossime elezioni Presidenziali. L’obiettivo reale e’ quello di avere un prossimo Presidente – anche Rouhani – debole e incapace di portare avanti reali riforme e possibilmente da inquisire se (e quando) necessario.

La caduta di Assad: un passo fondamentale

Purtroppo, nell’attuale conflitto siriano, e’ difficile scegliere da che parte stare: da una parte c’e’, infatti, il dittatore spietato Bashar al Assad. Dall’altra, una opposizione ormai spesso preda alle forze estremiste salafite. Nonostante tutto, per capire le priorità, bisogna distruggere la narrazione che intende salvare Assad.

La caduta del dittatore di Damasco, e’ un passo fondamentale per indebolire l’asse sciita, colpendo anche Hezbollah in Libano. Un processo centrale, non solo per costruire un nuovo Iran, ma anche per costringere il mondo sunnita ad abbandonare definitivamente le forze salafite e l’ideologia che portano avanti. 

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Lo avevamo sottolineato sin dall’inizio: l’Iran, pur avendone approfittato, non ha gradito l’intervento di Mosca nella guerra siriana. Questo per tre motivi:

  1. l’intervento russo ha dimostrato che l’asse filo-Iran stava per crollare;
  2. le redline di Mosca in Siria non corrispondono a quelle di Teheran (compresa la sopravvivenza di Bashar al Assad);
  3. la geopolitica di Putin non corrisponde a quella iraniana. Putin, infatti, ha tutto l’interesse a costruire una alleanza tattica con l’Iran sul piano militare, ma non ha alcuna intenzione di sacrificare le relazioni con Israele e alcuni Paesi sunniti, per stringersi nella morsa dei Mullah (No Pasdaran).

Come noto, qualche giorno fa Mosca ha reso noto di aver inviato i bombardieri impegnati in Siria nella base iraniana di Hamedan, anche nota come base Nojeh (Iran occidentale). Si badi bene: questa mossa annunciate direttamente dalla Russia non era temporanea, ma era intesa ad essere duratura. Ciò è dimostrato dal fatto che Mosca aveva specificato le ragioni tecniche di questo cambiamento: risparmio di carburante e possibilità di caricare piu’ bombe per attaccare Aleppo. In quello stesso momento, la Russia aveva annunciato l’intesa con gli Stati Uniti per “combattere il terrorismo” ad Aleppo, una intesa poi smentita da Washington.

L’annuncio di Mosca ha generato il caos istituzionale in Iran. La Costituzione iraniana, infatti, vieta di offrire ad una paese straniero una base militare all’interno della Repubblica Islamica. Immediatamente, infatti, almeno 20 parlamentari iraniani hanno chiesto una immediata sessione speciale del Majlis, dedicate alla spiegazione di quanto stesse accadendo. In quelle prime ore, non casualmente, il potente speaker del Parlamento iraniano Ali Larijani, aveva addirittura negato la presenza di bombardieri russi in Iran.

Infine, meno di un paio di settimane dopo l’annuncio di tutte queste evoluzioni, un portavoce del Ministero degli esteri iraniano – Bahram Qassemi – ha dichiarato che la presenza russa ad Hamedan era temporanea e che l’operazione era ormai terminata. Purtroppo, Qassemi non aveva fatto i conti con i Pasdaran, da sempre assai poco capaci di affrontare le problematiche in maniera diplomatica e scaltra.

Il Ministro della Difesa iraniano, il Pasdaran Hossein Dehqan, ha sfruttato la situazione per andare in televisione e attaccare frontalmente la Russia: Dehqan, infatti, ha ammesso che l’operazione dell’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan doveva restare segreta, ma che questa segretezza era stata “tradita” dalla Russia, perchè Putin ha voluto dimostrare al mondo che la Russia “è una superpotenza e un Paese influente”. Non solo: parlando in merito alle richieste di chiarimenti da parte del Parlamento, Dehqan ha affermato che il Majlis “non ha niente a che fare con questa storia” (The Long War Journal).

Immediata la reazione di Mosca e del Parlamento iraniano alle parole di Hossein Dehqan: dalla Russia, il Ministero della Difesa ha voluto sottolineare che “nessuno ci ha cacciato da Hamedan e dall’Iran” (EA World View). Lo speaker iraniano Ali Larijani, ha quindi attaccato Hossein Dehqan, invitandolo a rispettare il Parlamento e sottolineando, tra le altre cose, che “i jet russi ad Hamedan non si sono fermati. L’Iran e la Russia sono uniti nella lotta al terrorismo e questa unione è un beneficio per tutti i mussulmani“. Ovviamente, dietro le parole di Ali Larijani c’era la Guida Suprema Ali Khamenei. Proprio per questo, dopo le critiche subite, il Ministro della Difesa Dehqan ha immediatamente fatto marcia indietro, inviando una lettera di scuse ad Ali Larijani (Mehr News).

Conclusione: un grande caos. Nessuno esclude ovviamente che, dietro lo scontro istituzionale scatenatosi dall’arrivo dei russi ad Hamedan, ci sia un gioco diplomatico di Mosca e Teheran per divertere l’attenzione dalle attuali operazioni militari ad Aleppo. Al di là delle supposizioni, però, ciò che resta è la nuova dimostrazione di estrema debolezza diplomatica del regime iraniano. Un regime che, come sempre, sembra piu’ capace di abbaiare che di mordere. L’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan, intendeva chiaramente essere una mossa di Teheran per costringere Mosca a considerare l’Iran un partner necessario (cosi come l’incontro organizzato in fretta e furia tra Zarif e la sua controparte turca, dopo il riavvicinamento tra Ankara e Mosca). Chiaramente, l’eventuale reale fine della presenza russa ad Hamedan e soprattutto gli attacchi lanciati dal Ministro della Difesa iraniano Dehqan, avranno un effetto concreto sulle posizioni della Russia e, chissà, sulle scelte di Putin in Siria.