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All’indomani del terribile attacco con armi chimiche in Siria, le domande che tutti si pongono sono le seguenti: 1- chi e’ stato?; 2- Perché’? Prima di provare a rispondere a queste domande, ricordiamo che il regime iraniano e’ stato fondamentale nella costruzione e nello sviluppo, di tutto il programma di armamenti chimici del regime siriano (No Pasdaran).

Chi? Perché? 

Alla prima domanda, quasi tutti gli attori internazionali sono concordi: l’attacco e’ stato compiuto dal regime di Bashar al Assad, contro la principale roccaforte dell’opposizione siriana, rimasta dopo la caduta di Aleppo, ovvero la regione di Idlib. Un attacco avvenuto nonostante il cessate il fuoco nazionale, promosso dalla Russia subito dopo la fine della battaglia di Aleppo. Unica posizione differente, ma da analizzare bene, e’ proprio quella di Mosca: per un verso, infatti, e’ vero che i russi si sono opposti ad una risoluzione ONU contro Assad. Per un altro, pero’, e’ anche vero che non hanno negato le responsabilità del regime nel bombardamento, affermando che gli agenti chimici provenivano da un deposito dell’opposizione bombardato dai jet siriani.

Bisogna allora cercare di rispondere alla seconda domanda: perché? Per quale motivo un attacco di questo genere, in un momento di ampio attivismo dei negoziati – seppur praticamente quasi fallimentare – e con un cessate il fuoco nazionale in atto. In questo processo di abbassamento delle tensioni generali, il maggior protagonista attuale della guerra siriana, ovvero la Russia, era uno dei promotori, in accordo anche con la Turchia di Erdogan.

Iran: il grande perdente del conflitto siriano

In tutto il processo negoziale, un attore e’ quasi sempre rimasto drammaticamente escluso: la Repubblica Islamica dell’Iran. Primo Paese ad intervenire nel conflitto siriano al fianco di Bashar al Assad, l’Iran e’ stato costretto nel 2015 ad inviare Qassem Soleimani a Mosca, per pregare in ginocchio Putin di intervenire in salvezza del regime di Damasco. Putin lo ha fatto, ma a modo suo. Lo ha fatto con una azione militare senza alcuna pietà per un verso, ma anche senza allinearsi completamente all’asse sciita. Al contrario, lo Zar russo ha continuato a mantenere un dialogo con il fronte sunnite, ma ha anche raggiunto un accordo con Israele, al fine di evitare un conflitto fra le due aviazioni. 

Non solo: Putin ha costretto l’Iran a umiliarsi concedendo la base militare di Hamadan. Peggio, nel recentissimo viaggio di Rouhani a Mosca, la Russia ha ottenuto l’uso completo delle basi militari iraniane (EAWorldView). Un vero smacco per gli islamisti iraniani, che dell’indipendenza “politica, culturale, economica o militare”, hanno fatto addirittura un mantra scritto nella costituzione (art. 9).

Cosa ci guadagna Teheran dall’attacco chimico in Siria?  

Il regime iraniano oggi e’ drammaticamente diviso al suo interno, soprattutto alla vigilia del voto Presidenziale di maggio. In questa divisione, i Pasdaran – controllori di oltre il 50% dell’economia del Paese – stanno cercando di ottenere due obiettivi:

  1. chiudere il Paese alle imprese straniere, al fine di non perdere i privilegi economici;
  2. costringere Putin a scegliere definitivamente l’asse sciita, aumentando la tensione tra Stati Uniti e Russia e soprattutto tra Russia e Turchia.

Con l’attacco chimico in Siria, le Guardie Rivoluzionarie iraniane ottengono molti dei loro obiettivi. La tensione fra Washington e Mosca e’ salita, considerando che Trump e Putin hanno preso due posizioni opposte sulla questione e lo scontro ha raggiunto il Consiglio di Sicurezza ONU. Le divergenze, pero’, si sono sentite anche fra Erdogan e Putin, dopo mesi di accordi tra le due parti (anche sull’Iraq): sebbene i due Presidenti abbiano annunciato di aver parlato al telefono, a Mosca hanno negato che il contenuto della telefonata abbia riguardato anche l’attacco chimico in Siria (versione opposta quella dei turchi).

Gli effetti interni in Iran

Tutto questo, chiaramente, avrà anche degli effetti interni in Iran, dove pochi giorni fa il Presidente Rouhani ha chiesto al Ministro dell’Interno di avviare una indagine sui numerosi arresti di giornalisti e blogger (Good Morning Iran). L’aumento delle tensioni regionali, infatti, permetterà ai Pasdaran e a Khamenei di indebolire ancora di più l’ala pragmatica di Rouhani (i riformisti in Iran, sono praticamente spariti da anni).

Attenzione: nonostante l’annunciata candidatura dell’ Hojatoleslam Seyed Ebrahim Raeesi, potente capo della Bonyad Astan Quds Razavi di Mashhad (Tasnim News), non e’ detto che alla fazione di Khamenei e dei Pasdaran interessi direttamente vincere le prossime elezioni Presidenziali. L’obiettivo reale e’ quello di avere un prossimo Presidente – anche Rouhani – debole e incapace di portare avanti reali riforme e possibilmente da inquisire se (e quando) necessario.

La caduta di Assad: un passo fondamentale

Purtroppo, nell’attuale conflitto siriano, e’ difficile scegliere da che parte stare: da una parte c’e’, infatti, il dittatore spietato Bashar al Assad. Dall’altra, una opposizione ormai spesso preda alle forze estremiste salafite. Nonostante tutto, per capire le priorità, bisogna distruggere la narrazione che intende salvare Assad.

La caduta del dittatore di Damasco, e’ un passo fondamentale per indebolire l’asse sciita, colpendo anche Hezbollah in Libano. Un processo centrale, non solo per costruire un nuovo Iran, ma anche per costringere il mondo sunnita ad abbandonare definitivamente le forze salafite e l’ideologia che portano avanti. 

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Lo avevamo sottolineato sin dall’inizio: l’Iran, pur avendone approfittato, non ha gradito l’intervento di Mosca nella guerra siriana. Questo per tre motivi:

  1. l’intervento russo ha dimostrato che l’asse filo-Iran stava per crollare;
  2. le redline di Mosca in Siria non corrispondono a quelle di Teheran (compresa la sopravvivenza di Bashar al Assad);
  3. la geopolitica di Putin non corrisponde a quella iraniana. Putin, infatti, ha tutto l’interesse a costruire una alleanza tattica con l’Iran sul piano militare, ma non ha alcuna intenzione di sacrificare le relazioni con Israele e alcuni Paesi sunniti, per stringersi nella morsa dei Mullah (No Pasdaran).

Come noto, qualche giorno fa Mosca ha reso noto di aver inviato i bombardieri impegnati in Siria nella base iraniana di Hamedan, anche nota come base Nojeh (Iran occidentale). Si badi bene: questa mossa annunciate direttamente dalla Russia non era temporanea, ma era intesa ad essere duratura. Ciò è dimostrato dal fatto che Mosca aveva specificato le ragioni tecniche di questo cambiamento: risparmio di carburante e possibilità di caricare piu’ bombe per attaccare Aleppo. In quello stesso momento, la Russia aveva annunciato l’intesa con gli Stati Uniti per “combattere il terrorismo” ad Aleppo, una intesa poi smentita da Washington.

L’annuncio di Mosca ha generato il caos istituzionale in Iran. La Costituzione iraniana, infatti, vieta di offrire ad una paese straniero una base militare all’interno della Repubblica Islamica. Immediatamente, infatti, almeno 20 parlamentari iraniani hanno chiesto una immediata sessione speciale del Majlis, dedicate alla spiegazione di quanto stesse accadendo. In quelle prime ore, non casualmente, il potente speaker del Parlamento iraniano Ali Larijani, aveva addirittura negato la presenza di bombardieri russi in Iran.

Infine, meno di un paio di settimane dopo l’annuncio di tutte queste evoluzioni, un portavoce del Ministero degli esteri iraniano – Bahram Qassemi – ha dichiarato che la presenza russa ad Hamedan era temporanea e che l’operazione era ormai terminata. Purtroppo, Qassemi non aveva fatto i conti con i Pasdaran, da sempre assai poco capaci di affrontare le problematiche in maniera diplomatica e scaltra.

Il Ministro della Difesa iraniano, il Pasdaran Hossein Dehqan, ha sfruttato la situazione per andare in televisione e attaccare frontalmente la Russia: Dehqan, infatti, ha ammesso che l’operazione dell’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan doveva restare segreta, ma che questa segretezza era stata “tradita” dalla Russia, perchè Putin ha voluto dimostrare al mondo che la Russia “è una superpotenza e un Paese influente”. Non solo: parlando in merito alle richieste di chiarimenti da parte del Parlamento, Dehqan ha affermato che il Majlis “non ha niente a che fare con questa storia” (The Long War Journal).

Immediata la reazione di Mosca e del Parlamento iraniano alle parole di Hossein Dehqan: dalla Russia, il Ministero della Difesa ha voluto sottolineare che “nessuno ci ha cacciato da Hamedan e dall’Iran” (EA World View). Lo speaker iraniano Ali Larijani, ha quindi attaccato Hossein Dehqan, invitandolo a rispettare il Parlamento e sottolineando, tra le altre cose, che “i jet russi ad Hamedan non si sono fermati. L’Iran e la Russia sono uniti nella lotta al terrorismo e questa unione è un beneficio per tutti i mussulmani“. Ovviamente, dietro le parole di Ali Larijani c’era la Guida Suprema Ali Khamenei. Proprio per questo, dopo le critiche subite, il Ministro della Difesa Dehqan ha immediatamente fatto marcia indietro, inviando una lettera di scuse ad Ali Larijani (Mehr News).

Conclusione: un grande caos. Nessuno esclude ovviamente che, dietro lo scontro istituzionale scatenatosi dall’arrivo dei russi ad Hamedan, ci sia un gioco diplomatico di Mosca e Teheran per divertere l’attenzione dalle attuali operazioni militari ad Aleppo. Al di là delle supposizioni, però, ciò che resta è la nuova dimostrazione di estrema debolezza diplomatica del regime iraniano. Un regime che, come sempre, sembra piu’ capace di abbaiare che di mordere. L’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan, intendeva chiaramente essere una mossa di Teheran per costringere Mosca a considerare l’Iran un partner necessario (cosi come l’incontro organizzato in fretta e furia tra Zarif e la sua controparte turca, dopo il riavvicinamento tra Ankara e Mosca). Chiaramente, l’eventuale reale fine della presenza russa ad Hamedan e soprattutto gli attacchi lanciati dal Ministro della Difesa iraniano Dehqan, avranno un effetto concreto sulle posizioni della Russia e, chissà, sulle scelte di Putin in Siria.

 

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E’ da tempo che scriviamo che l’asse filo-Assad in Siria non e’ affatto un monolite. Abbiamo chiaramente detto che, sebbene legati da numerosi interessi comuni, gli iraniani e i russi non ‘giocano’ proprio la stessa partita. Cosi come a Teheran, pur sapendo bene che l’intervento di Mosca ha salvato il potere di Assad, nessuno e’ rimasto veramente contento dell’ingresso ufficiale dei militari russi nel conflitto.

Cosa e’ accaduto ad Aleppo?

Una controprova di quanto da tempo affermiamo, arriva direttamente dalla Siria: secondo quanto riportato da siti vicini all’opposizione e da giornalisti vicini al regime (post di Kinana Allouche), il 16 giugno scorso, l’esercito siriano ha bombardato delle postazioni di Hezbollah presso Tel Al-Maysat e Al-Bureij, nell’area vicino ad Aleppo. Poco dopo, quindi, lo scontro si e’ spostato nei villaggi sciiti di Nubl e Al-Zaharaa. I bombardamenti avrebbero causato decine di morti sia tra le file di Hezbollah, che tra quelle dell’esercito lealista. Secondo quanto riporta il sito “Shaam”, quindi, la stessa aviazione russa avrebbe partecipato al conflitto interno, bombardando le postazioni di Hezbollah nelle aree intorno ad Aleppo. Aspetto interessante: al fianco di Hezbollah avrebbe combattuto anche la milizia sciita irachena,  Al-Nujaba (Memri).

Le ragioni di questo scontro, sarebbero almeno due:

  1. le forze di Hezbollah insistono nell’accettare di ricevere ordini solo da Teheran e di non considerarsi subordinati agli ufficiali dell’esercito di Assad;
  2. Hezbollah, seguendo chiaramente una direttiva iraniana, ha espresso la sua contrarietà all’idea di un cessate il fuoco ad Aleppo (cessate il fuoco annunciato dalla Russia a sorpresa).

Dietro lo scontro, le divisioni tra Mosca e Teheran

Quanto accaduto il 16 giugno ad Aleppo, ha una sola grande motivazione: la geopolitica di Mosca e quella di Teheran non coincide. Certo, a Putin interessa un rapporto privilegiato con gli iraniani, soprattutto nell’ottica del commercio di armi, ma il Presidente russo vede anche la Repubblica Islamica come un competitor pericoloso nel settore dell’Oil & Gas. Un concorrente che, ovviamente, l’Occidente ha rimesso in gioco proprio per isolare la Russia (No Pasdaran).

Ancora: anche in Medioriente e nella stessa Siria, le posizioni di Teheran e Mosca non sono identiche. L’Iran e’ intervenuto in Siria non tanto per salvare Assad, ma per rendere la Siria alawita uno “stato-puppet”, utile per espandere l’imperialismo khomeinista e per riuscire a controllare e rifornire di armi e soldi Hezbollah in Libano. Per questo, il debole Bashar al Assad ha sempre rappresentanto una linea rossa per Teheran: un leader ormai privo di potere, da maneggiare a piacere dei Pasdaran.

Per Putin la storia e’ differente: la Russia – da trent’anni in Siria – ha bisogno di mantenere in vita la Siria alawita non tanto per farne una provincia russa, ma per garantire alla Marina basi militari come quella di Tartus, vitali per permettere a Mosca di accedere ai “mari caldi”. Per questo, per il Presidente russo, Assad non e’ una linea rossa, cosi come non lo e’ la firma di accordi con l’opposizione se convenienti all’interesse principale.

Infine, per l’Iran la Siria deve rappresentare una grande “base militare” da cui poter attaccare Israele (via Hezbollah) quando e se necessario. Israele, per la Repubblica Islamica, rappresenta infatti quel “nemico esterno necessario”, funzionale al potere interno dei Mullah, basato sull’idea che il mondo esterno sia fatto di complotti anti-islamici e anti-Teheran. Per Mosca, al contrario, Israele e’ divenuto un interlocutore di primo piano, con cui si possono stringere accordi politici, militari e soprattutto commerciali. Senza contare che, al contrario degli iraniani, gli israeliani non sembrano intenzionati a mettere in atto una politica energetica provocatoria nei confronti dei russi.

Tutto questo senza dimenticare l’Arabia Saudita, per l’Iran un vero nemico, ma considerata dalla Russia un partner importante nel Golfo e soprattutto nel mondo sunnita. Non va dimenticato, infatti, che la Russia ha un rilevante problema di radicalismo islamico al suo interno, ideologicamente legato al salafismo wahhabita. Per Putin quindi, oltre alle armi, il dialogo con gli al-Saud rimane una priorità.

Il Meeting Tripartito di Teheran…un fallimento?

La scorsa settimana l’Iran ha dato grande risalto ad un incontro – avvenuto a Teheran – tra i Ministri della Difesa dell’Iran, della Russia e della Siria. Nonostante i sorrisi e messaggi pubblici, l’incontro “tripartito” sembra essere stato un fallimento. Gli iraniani hanno fatto sapere ai russi di non essere felici della loro disponibilità a stringere patti con l’opposizione siriana, mentre da Mosca e’ stato messo in chiaro che Putin non ha alcuna volta di approfondire la campagna militare ad Aleppo o di iniziarne una più importante direttamente nella tana dell’Isis, a Raqqa (Asia Times).

Considerando che tutte le notizie che arrivano sugli scontri – militari e politici – del fronte pro Assad sono frammentati, e’ impossibile fare una disamina definitiva. Nonostate tutto, sembra chiaro che non si tratta di un “blocco unico” e che questo “Triple-Entente”, potrebbe anche implodere dal suo stesso interno…

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Da qualche tempo i quotidiani sono pieni di articoli in merito all’alleanza militare fra Russia e Iran, addirittura definita una nuova “quadruplice alleanza”, pensando anche all’inclusione dell’Iraq e di Hezbollah. La realtà sembra più sfumata di quanto viene raccontato. Questa affermazione, tra le altre cose, vale sia per quanto concerne la Siria che per quanto riguarda l’Iraq.

Sulla Siria, e’ indubbio che sia Mosca che Teheran voglio la salvezza dell’Alawistan. Il regime iraniano intende preservare il collegamento preferenziale con i terroristi di Hezbollah in Libano. La Russia, come noto, intende preservare le sue basi militari sulla costa siriana, particolarmente la base navale di Tartus. Per entrambi – per l’Iran e la Russia – e’ importante l’accesso al Mar Mediterraneo, vitale per Mosca, priva di un hub in un mare caldo, alternativo a quello sulla costa siriana.

Nonostante le convergenze, l’intervento russo in Siria non va letto come un sostegno indiscriminato a Teheran e ad Assad. Al contrario, come i fatti sembrano dimostrare, Mosca e’ entrata in gioco quando praticamente le forze iraniane erano allo stremo e quando lo stesso Hezbollah aveva annunciato l’intenzione di non partecipare più a campagne offensive in Siria. Senza contare che, sullo stesso futuro di Bashar al Assad, Iran e Russia sembrano divise. Proprio in queste ore, dopo l’incontro a Vienna, il Portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che Mosca non sostiene il “regime change“, ma neanche ritiene vitale la presenza di Assad al potere (The Star).

Al contrario, l’Iran continua a fare quasi totalmente quadrato intorno a Bashar al Assad. Due giorni fa, il Vice Ministro degli Esteri siriano Faisal Meqdad e’ volato a Teheran, al fine di bloccare ogni proposta di Governo di transizione per la Siria che implichi la rimozione di Assad. Nonostante le aperture alla transizione di alcuni rappresentanti del Governo iraniano, l’ala dura del regime – Pasdaran ed enturage di Khamenei – hanno ribadito il loro sostegno al dittatore siriano (Stratfor).

Non solo: Russia e Iran sembrano divergere anche sulla visione degli attori regionali. Mentre Mosca porta avanti un coordinamento militare con Israele e tenta costantemente di ingaggiare diplomaticamente l’Arabia Saudita, l’Iran persevera nel promuovere il terrorismo regionale e attaccare quotidianamente Riyadh. Secondo una indiscrezione uscita in queste ore, la Russia avrebbe anche chiesto all’Iran di obbligare Hezbollah ha ritirare una parte del suo arsenale missilistico dalla Siria. L’Iran avrebbe rifiutato.

Anche sull’Iraq, la questione non e’ ancora chiarissima. E’ vero che il Governo di al Abadi ha chiesto a Mosca un coordinamento di intelligence, ma e’ anche vero che – ormai da settimane – si vocifera di scontri al vertice in Iraq tra la fazione di primo ministro al Abadi – sostenuta dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contro le posizioni politiche di Khomeini – e quella vicina al Generale iraniano Qassem Soleimani, vero capo di milizie sciite irachene come Kata’ib Hezbollah. Ergo, anche in questo caso, la richiesta di al Abadi di un impegno di Mosca in Iraq, non significa direttamente una “quadruplice alleanza”, ma potrebbe essere letto anche come un tentativo del premier iracheno di rafforzare la sua posizione contro la Repubblica Islamica.

In conclusione, ribadiamo: e’ ovvio che la Russia e l’Iran hanno una serie di interessi convergenti (Alawistan, lotta a Isil e lotta contro l’estremismo sunnita, business militare). E’ altrettanto vero, pero’, che la Russia non ha alcuna intenzione di rafforzare la posizione iraniana nella regione. Non solo per divergenza di ragioni politiche e relazioni diplomatiche, ma anche per un proprio interesse personale. L’accordo nucleare con l’Iran, se per un verso ha rimesso al centro la diplomazia russa, per un altro ha riportato in gioco un pericoloso competitor energetico. Da tempo la Russia sa bene che l’Europa e gli Stati Uniti, vedono proprio nell’Iran – nel medio termine – l’alternativa alle fonti energetiche russe per il Vecchio Continente.

Ecco allora che, letta in questa luce, quella che pare essere una alleanza di ferro, risulta avere i piedi d’argilla. La trasformazione della convergenza tra Iran e Russia da “incontro di interesse” a reale alleanza militare, e’ più nelle mani del comportamento Occidentale, che nella reale volontà dei protagonisti euroasiatici. 

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Apprendiamo dai media internazionali e da quelli italiani, che la Russia ha deciso di entrare militarmente al fianco di Bashar al Assad. Non solo: proprio in queste ore, dopo il diniego della Bulgaria e della Grecia, l’Iran ha concesso a Mosca lo spazio aereo per portare rifornimenti di armi e uomini a Damasco. La notizia sta creando allarme – motivatamente – per il rischio di un allargamento del conflitto o di uno scontro diretto tra grandi potenze.

Ancora una volta, pero’, molti politici ed analisti guardano al dito, dimenticando la luna. In altre parole, come siamo arrivati a questo punto? Come siamo arrivati al punto in cui, allo stesso Presidente Putin, non interessa neanche piu’ negare il coinvolgimento militare in Siria? In fondo, se ci pensiamo bene, la vicinanza di Mosca ad Assad non e’ una cosa nuova ed e’ dall’aprile scorso che si hanno notizie dei militari russi al fianco del dittatore siriano. E’ necessario, quindi, rimettere insieme i pezzi, per capire qualcosa di molto importante: l’accordo nucleare tra Iran e Occidente, rappresenta la grande vittoria diplomatica della Russia. 

Partiamo ad un presupposto: affermando che Mosca ha vinto con Iran Deal, non intendiamo affrontare il nodo tecnico dell’accordo nucleare, ma il suo messaggio politico e i suoi effetti pratici. Prima dell’Iran Deal e dopo lo scoppio della crisi in Crimea, la Russia era fortemente isolata, alla ricerca di un tentativo disperato di mantenere i suoi interessi geo-politici, cercando di nascondere (cosa impossibile), un suo coinvolgimento diretto nei conflitti. Erano quelli i mesi in cui si vociferava che il personale russo, stava scappando via dalla Siria. Un noto giornale, addirittura, titolava: “Putin sta abbandonando Assad e scappando dalla Siria?” (Observer). Erano quelli i mesi in cui, tra le altre cose, i diplomatici Occidentali esprimevano ancora una certa insicurezza sulla firma di un accordo nucleare con l’Iran (a giugno, infatti, si decise di prolungare ancora le negoziazioni). Poi qualcosa cambio’ e, il 14 luglio scorso, la Mogherini annuncio’ al mondo la firma dell’accordo con Teheran. Una firma benedetta da Vladimir Putin.

Perché? Perché Putin benedisse un accordo che – almeno teoricamente – rimetteva in gioco un potenziale competitor energetico e creava i presupposti politici per un riavvicinamento fra Washington e Teheran? In fondo, all’epoca dello Shah, proprio l’Iran rappresentava per la Russia uno dei principali antagonisti, in considerazione della sua alleanza con il blocco Occidentale…Beh, le ragioni sono almeno tre:

  • per il prestigio diplomatico: sostenendo l’accordo nucleare con l’Iran, Putin e’ passato da leader ostracizzato a politico lodato (primo fra tutti dal Presidente USA). Per un Presidente giudicato, sino a pochi giorni prima, una minaccia per la sicurezza dell’Europa, diciamo che si e’ trattato di un successo non di poco conto;
  • per il messaggio politico che Iran Deal mandava: Legittimando il programma nucleare iraniano – un programma clandestino e illegale – l’Occidente lanciava al mondo questo messaggio: “agite pure contro le norme internazionali tanto prima o poi noi, sappiatelo, verremo a patti con voi. Putin ha capito benissimo che, sostenendo l’accordo nucleare, avrebbe rafforzato questo deleterio messaggio. Non solo: l’Occidente e’ venuto anche a patti con un regime che abusa dei diritti umani, ha represso le sue proteste interne nel 2009 e finanza dal 1979 il peggior terrorismo internazionale. Al confronto, avrà pensato il Presidente russo, quello che fa Mosca e’ una nocciolina;
  • la libertà di vendere armamenti e tecnologia nucleare: dalla prima motivazione, deriva la seconda. Iran Deal ha messo in atto un meccanismo di competizione in tutto il Medioriente e amplificato la distanza tra Sciiti e Sunniti. In questo contesto – considerando anche la perdita di credibilità americana – la Russia si e’ perfettamente inserita in questo spazio, cominciando a vendere armi e firmando accordo nucleare con chiunque fosse disponibile. In primis con l’Egitto – il cuore del mondo arabo (al Monitor) – e successivamente con l’Arabia Saudita, teoricamente il grande antagonista di Iran e Siria (Defense Aerospace).

Geopoliticamente parlando, la Russia e’ un grande e potenze Orso Bianco che, senza uno sbocco ai mari caldi, rischia di essere rinchiuso in gabbia. Ecco la ragione per la quale Mosca sta tentando di approfittare della crisi tra Bruxelles e Atene ed ecco la ragione per la quale, soprattutto, la base navale di Latakia rappresenta per Mosca un perno fondamentaleDopo l’accordo nucleare del 14 luglio scorso, Putin ha iniziato una campagna diplomatica – in parte ancora in corso – per trovare un accordo con l’Arabia Saudita sulla Siria. Il tentativo e’ fallito, proprio per il disaccordo sul destino politico di Bashar al Assad. Messa da parte la diplomazia, il Presidente russo ha deciso di mostrare i muscoli. 

Se Obama ha scritto a Khamenei” – ha pensato Putin – “io adesso posso legittimamente difendere Bashar al Assad. Cosi e’ stato. Si badi bene: questo non significa che il destino di Bashar al Assad sia quello di restare alla guida della Siria a tempo indeterminato. Nel breve termine la sua posizione teoricamente si rafforza (basta leggere le parole di Velayati), ma lo scenario e’ ancora potenzialmente aperto. Questo significa, come sottolineato in altre occasioni (No Pasdaran), che Iran Deal ha condannato la Siria a non essere più uno Stato unitario. Se non si salverà Assad in persona, si salveranno i membri la sua cricca, perché saranno loro a dover garantire gli interessi di Mosca e Teheran in Siria. Questo, soprattutto dopo la benedizione americana all’ingresso della Turchia nel conflitto siriano e iracheno e dopo l’inizio dei bombardamenti francesi e inglesi.

Diversi mass-media stanno facendo passare il messaggio che, dietro l’intrusione delle grandi potenze in Siria, ci sia soprattutto la campagna contro il califfato di Isis. Quello che non si capisce, purtroppo, che la guerra a Daesh e’ solo la grande giustificazione – per quanto forte e motivata – con cui, ormai tutte le grandi potenze, stanno rafforzando il loro controllo su parte della Siria. Un controllo che, proprio grazie all’accordo nucleare con l’Iran, nessuno sara’ disposto a lasciare sia nel breve che nel lungo termine. 

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L’Iran porta avanti un programma nucleare a chiari fini militari e questo, ormai da anni, è cosa nota. E’ altrettando di pubblico dominio il fatto che la storia della fatwa contro le armi nucleari emessa dalla Guida Suprema Khamenei è una grande bufala, creata ad arte dal regime per ingannare la diplomazia internazionale. L’intero impianto del negoziato sul nucleare iraniano, quindi, parte da presupporti completamente errati e, in questi giorni, è arrivata una nuova clamorosa conferma. Un blogger iraniano, Alireza Forghani, esponente ufficiale del regime ha pubblicato un pezzo in cui, nero su bianco, afferma che “il mondo islamico deve avere la bomba atomica!”

Chi è Alireza Fofghani

Chi è Alireza Forghani? Alireza Forghani non è un semplice blogger ultraconservatore. Forghani, infatti, è un membro del regime tout court: ex governatore della Provincia di Kish, Alireza è considerato oggi uno dei “media strategic advisor” della Guida Suprema Ali Khamenei. Dalle pagine del suo blog, quindi, in questi ultimi mesi Forghani ha annunciato che l’Iran potrebbe colpire Israele in nove minuti e ha dichiarato che la Repubblica Islamica attaccherà lo “Stato sionista” nel 2014. Mentre il blogger iraniano scriveva questi articoli di fuoco l’Iran, parallelamente, portava avanti un programma missilistico orientato su vettori balistici capaci di traposrtare un ordigno nucleare e di colpire lo stesso territorio europeo. Non contento, ora Forghani dichiara che senza indugi che “l’Islam ha bisogno della bomba atomica” per contrastare i suoi nemici (leggi America). Considerando che esiste già uno Stato mussulmano in possesso dell’arma nucleare (il Pakistan), il riferimento di Forghani non può che essere l’Iran e il suo programma nucleare….

L’Iran pianifica la costruzione di sottomarini nucleari

Una nuova conferma delle reali intenzioni di Teheran arriva da un clamoro annuncio fatto dalla marina iraniana:  l’Iran pianifica la costruzione di sottomarini nucleari!La notizia è stata data dall’Ammiraglio Abbas Zamini ed è stata diffusa da tutte le maggiori agenzie di stampa iraniane. Per antonomasia, nella storia contemporanea, nessun Paese ha costruito sottomarini nucleari per usarli a meri fini “non militari”…Purtroppo, però, non basta. Di recente, infatti, sono stati rieletti i membri del Parlamento iraniano e Alaeddin Boroujerdi è stato riconfermato alla guida della Commissione per la Politica Estera e per la Sicurezza Nazionale del Majles. Analizzando la composizione della nuova Commissione non si può che tremare pensando alle posizioni che prenderà: ben nove ex membri dei Pasdaran, infatti, sono stati chiamati a farne parte! Una scelta che dimostra quanto l’Iran, oggi, sia un Paese in mano ai Guardiani della Rivoluzione, responsabili per la difesa della rivoluzione khomeinista e per l’esportazione all’estero della sua ideologia. Non è un caso, perciò, che in una recente conferenza sulla sicurezza tenutasi in Bahrain, la professoressa egiziana Nevine Mossaad ha dichiarato che l’Iran sta portando avanti una chiara strategia finalizzata ad “aumentare la tensione nel Golfo al fine di divergere l’attenzione dei suoi problemi interni”.

Il mito del negoziato

Incredibilmente, ancora una volta, numerosi diplomatici internazionali continuano a credere che l’Iran – dati i suoi problemi economici – sia pronto a mutare la sua strategia nucleare. Come avevamo preannunciato, Lady Ashton, è stata la prima a cadere in questo tranello, rispondendo positivamente alla recente lettera di Saeed Jalili, capo negoziatore iraniano. Continua, perciò, il cosiddetto “mito del negoziato“. Peccato, però, che mentre la Ashton si illude (non è la sola…), lo speaker del Parlamento iraniano, il potente Ali Larijani, ha dichiartao che il team negoziale della Repubblica Islamica non dovrà in alcun modo cedere in merito al diritto di Teheran di arricchire l’uranio al 20%! Consigliamo allora alla diplomazia internazionale di studiare due termini molto noti nel codice islamico e che forse, potranno aprire gli occhi, a faciloni: 1) Hudna; 2) Taqiyya.

A buon intenditor…poche parole…

Qualche settimana fa avevamo ampiamente anticipato il fallimento del round negoziale di Baghdad, tenutosi il 23 maggio scorso. Nell’articolo – chi ci segue lo ricorderà bene – avevamo riportato la notizia della condanna a sette anni di carcere dell’ex negoziatore iraniano Shahin Dadkhah e avevamo evidenziato come, questa sentenza, rientrava nella strategia della Guida Suprema di non aprire realmente alla diplomazia internazionale e proseguire senza indugi nel programma nucleare militare. Adesso, alla vigilia del prossimo incontro di Mosca (previsto per il 18 di questo mese), vi dimostreremo come niente sia cambiato e come l’Occidente rischi di fare – ancora una volta – il gioco di Teheran.

Obiettivo numero uno: dividere la Comunità Internazionale

Nell’ottobre scorso Hassan Rowhani- ex capo negoziatore nucleare ai tempi di Khatami – rilasciò una intervista clamorosa ad un settimanale iraniano. Nel pezzo, di cui abbiamo già parlato, Rowhani  descriveva senza peli sulla lingua il motivo per cui l’Iran decise, nel 2003, di aprire ad un negoziato diretto con gli Europei, senza il coinvolgimento degli Stati Uniti: quella mossa, affermava Rowhani, rientrava nella volontà del regime di guadagnare tempo per completare la costruzione dell’impianto di Isfahan. Un vero e proprio inganno a cui parte dell’Occidente si prestò benvolentieri. Oggi, a quanto pare, la strategia iraniana rimane la stessa. Lo dimostra un’agenzia di stampa battuta dall’iraniana Isna: secondo l’agenzia del regime, infatti, Ali Bagheri – vice di Saeed Jalili, potente uomo a capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale  – ha scritto all’ufficio del rappresentate per la politica estera dell’UE Lady Ashton, invitandola ad aprire a negoziati bilaterali diretti! Insomma, stesso identico copione che – sfortunatamente – potrebbe avere anche una identica conclusione permettendo alla Repubblica Islamica di raggiungere il suo obiettivo numero uno: dividere la Comunità Internazionale e guadagnare tempo prezioso. Tutto ciò, senza tenere in alcuna considerazione le paure espresse in queste ore dal Ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal che, da Jeddah, ha espresso la preoccupazione degli Stati arabi del Golfo per il programma nucleare iraniano e ha chiesto a Teheran di fermare l’arricchimento dell’uranio immediatamente.

Intanto in Iran si continua a morire

Mentre il Gruppo del 5+1 si appresta ad illudersi nuovamente nella capitale russa, in Iran si continua a morire o ad essere perseguitati per il proprio orientamento politico, religioso o sessuale. Mentre scriviamo il blogger Hossein Ronaghi Maleki – condannato a 15 anni di carcere dopo essere stato arrestato in seguito alle proteste del 2009, lotta per sopravvivere in nell’ospedale Hashemi-Nejad i Teheran. Hossein è stato portato in ospedale dopo mesi di attesa e dopo aver contratto una malattia che rischia di fargli perdere i reni. A poco sono valsi i suoi appelli diretti alla Guida Suprema Ali Khamenei. Per richiamare l’attenzione Hossein, nonostante la malattia, ha dichiarato lo sciopero della fame e ora rischia di fare la fine di Hoda Saber, giornalista e oppositore politico morto un anno fa dopo aver smesso anch’egli di mangiare e bere. Nel frattempo, nel carcere di Karaj, il prigioniero politico curdo Zalieh Naghshbandian è deceduto per “serie complicazioni alla salute”.

E intanto a Mosca apparecchiano, i bravi camerieri, apparecchiano la tavola per ricevere presto gli assassini….