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Mentre in Israele imperversa il terrorismo, in Iran arrivano di corsa i rappresentanti delle organizzazioni jihadiste palestinesi. Ovviamente, sono alla ricerca di sostegno materiale ed economico per la loro nuova jihad. Un sostegno che, indubbiamente, verrà presto favorito dal miliardi che la Repubblica Islamica incamererà dall’alleggerimento di parte delle sanzioni internazionali. Per la cronaca, parlando di fatti concreti, ieri a Teheran i rappresentati di Hamas e della Jihad Islamica – Khaled Ghadoumi  e Nasser Abu Sharif – si sono incontrati con un certo Hossein Sheikholaeslam, un personaggino assai poco raccomandabile. Il caro Hossein, infatti, non e’ solo il Segretario Generale della Commissione di Supporto all’Intifada, ma anche l’ex Ambasciatore iraniano in Siria. Per chi non lo sapesse, l’Ambasciatore iraniano in Siria e’ quello che, direttamente, gestisce il movimento terrorista libanese Hezbollah (Good Morning Iran).

Dall’incontro, neanche a dirlo, e’ arrivato un sostegno incondizionato del regime iraniano alla nuova jihad palestinese. Hossein Sheikholaeslam ha colto l’occasione per rimarcare come, la cosiddetta nuova Intifada, sara’ l’occasione per rimettere la questione palestinese al centro dell’agenda islamica (Fars News). Neanche a dirlo, una nuova crisi che cade a pennello per gli interessi del regime iraniano: quale migliore occasione, infatti, per spostare l’attenzione dalla Siria, dai fallimenti nella difesa del macellaio Assad e dalle sconfitte in Yemen? E quale migliore occasione per Hamas, per rifarsi un look? Dopo la vittoria di Morsi in Egitto, Hamas decise di sfidare l’Iran sulla questione siriana. Purgato Morsi, sopravvissuto Assad, entrato in crisi il padrino Erdogan e con Putin ormai in guerra contro la Fratellanza Mussulmana, Hamas ha compreso di essere vicino ad una crisi esistenziale. Senza dimenticare, infine, che Hamas si sta dimostrando incapace anche di controllare la stessa Striscia di Gaza, considerando le recenti infiltrazioni di Isis…

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Ecco allora che, tra terrorismo palestinese e Iran, rinasce la collaborazione stretta, sull’onda della necessita’ reciproca. Durante la conferenza tenutasi a Teheran, per la cronaca, i leader di Hamas e della Jihad Islamica hanno denunciato entrambi gli accordi di Oslo, gli stessi che l’intera Comunità Internazionale sostiene con fermezza (Palestine-Persian). Assai interessante, tra le altre cose, e’ stata la dichiarazione del rappresentante di Hamas Khaled Ghadoumi, in merito al futuro di Israele. Ghadoumi – parlando di una previsione fatta dallo Sciecco Yassin in base ad una interpretazione del Corano – ha affermato che “Israele non esisterà più entro il 2027” (Palestine-Persian). Guarda caso, un’affermazione che va sulla stessa linea delle recenti affermazioni della Guida Suprema Ali Khamenei (“Israele sparira’ entro i prossimi 25 anni”).

Infine, un ultimo appunto che lascia pensare: dopo aver elogiato l’Imam Khomeini, il rappresentante iraniano Hossein Sheikholaeslam ha voluto ricordare come la Prima Intifada del 1987 e’ scoppiata dopo i tragici fatti della Mecca e questa “nuova Intifada” scoppia dopo i tragici fatti di Mina. Per chi non lo sapesse, nel 1987, durante il pellegrinaggio sacro alla Mecca, un gruppo di pellegrini sciiti – fomentato dall’Iran – si scontro’ con le forze saudite, lasciando sul terreno 400 morti. Anche nel caso dell’incidente di Mina, avvenuto nel pellegrinaggio alla Mecca di quest’anno, alcuni commentatori hanno parlato di infiltrazioni di agenti iraniani, allo scopo di destabilizzare il regime saudita (al Monitor).

Al di la’ delle tesi del complotto, ben piu’ importante e’ il significato politico della comparazione fatta da Hossein Sheikholaeslam. L’ennesima implicita minaccia iraniana di usare le crisi del Medioriente per espandere la rivoluzione khomeinista…

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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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    ahmadinejad in egittoscarpa addosso ad ahmadinejad in Egitto

 

 

 

 

 

La chiamavano “primavera araba”, ma dei moti di piazza che hanno caratterizzato i Paesi Arabi in questi due anni, purtroppo, sta rimanendo soltanto l’islamismo radicale, la violenza, l’instabilità politica e l’incertezza. La morte del leader laico dell’opposizione tunisina Chokri Belaid (da sempre nemico dell’ex dittatore Ben Ali) e la visita del Presidente Ahmadinejad in Egitto, sono soltanto le ultime due prove della deriva teocratica e autocratica dell'”inverno arabo”. L’arrivo di Ahmadinejad a Il Cairo, in particolare, ha rappresentato un segnale estremamente negativo per tutto il Medioriente.

Ora sappiamo cosa pensa una buona parte della comunità geopolitica italiana: “l’Iran è parte del problema e se si vuole stabilizzare l’area centro asiatica è necessario coinvolgere la Repubblica Islamica in tutti i processi politici, dal nucleare alla Siria”. Belle parole putroppo, ai fatti, sempre deludenti. L’Iran sinora non ha promosso alcun processo reale di pacificazione per il Medioriente e, se il regime siriano è ancora in piedi, lo deve proprio al regime iraniano, ai suoi finanziamenti e ai suoi miliziani dal grilletto facile. Ahmadinejad in Egitto, per la cronaca, non ci è andato per far vedere quanto è buono l’Iran, ma per segnare un punto a favore di Teheran e della sua personale lotta politica contro Khamenei all’interno del gioco dei poteri iraniano.

Da Il Cairo, infatti, Ahmadinejad ha tranquillamente sostenuto che “l’Iran è un Paese nucleare” e ha condannato le interferenze dei Paesi esteri nella questione della Siria e del Mali. Insomma, per capirci, per la Repubblica Islamica il mondo dovrebbe impicciarsi dei fatti suoi e riconoscere i diritti nucleari dell’Iran. Il tutto, ovviamente, senza che Teheran fornisca alcuna rassicurazione in merito alla natura del suo programma nucleare

Senza contare, cosa che ben pochi giornali hanno scritto, che in Egitto Ahmadinejad ha provato egli stesso a comandare in casa degli altri: a questo sembra, infatti, il Presidente iraniano ha minacciato di non partecipare ad una conferenza stampa per una discussione accesa avuta con lo Sceicco Hassan al-Shafi, consigliere del Grande Imam di Al-Azhar Ahmed al-Tayyeb. La colpa dello Sceicco sunnita, per la cronaca, sarebbe stata quella di ricordare ad Ahmadinejad che l’Iran non ha il diritto di interferire nelle questioni interne dei Paesi del Golfo, si legga Bahrain, Arabia Saudita e Yemen…

Come dire: per Ahmadinejad, a quanto pare, sembra valere il motto romano: “Io sono io e voi non siete un c…o“!!! In questo senso, quindi, è stato molto triste vedere il Presidente egiziano Morsi – osannato dall’Occidente come esempio del nuovo Medioriente e del “nuovo Islam” – offrire la scena ad un ciarlatano, brutale, negazionista e soprattutto complice dei peggiori crimini della storia recente dell’Iran.

Sarà forse per questo che, nonostante le apparenze, molti in Egitto hanno gradito l’arrivo di Ahmadinejad. Come si vede dal filmato sotto, qualcuno ha anche organizzato una cordiale benvenuto al Presidente iraniano lanciandogli addosso una scarpa (praticamente trattato come il suo arcinemico George W. Bush…). Per l’accaduto sono stati arrestati tre cittadini egiziani e uno siriano. Vedere il filmato sotto per credere…

Cosa aggiungere? In vista del nuovo round negozianel del Gruppo 5+1 in Kazakistan (26 febbraio), è bene che l’Occidente si metta chiaramente in testa che, senza una politica coerente nell’isolamento internazionale del regime iraniano, si porgerà solamente una mano a coloro che in questi giorni stanno schiacciando ogni forma di libera espressione in Iran e che, negli ultimi trent’anni hanno pianificato, finanziato e attuato i peggiori attentati terroristici nel mondo.

Come diciamo sempre: a buon intenditor poche parole…

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