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L’arresto di Aras Amiri, impiegata del British Council, incarcerata in Iran con l’accusa di spionaggio, sarebbe un nuovo caso Ahmadreza Djalali. Come Ahmadreza, infatti, Aras sarebbe stata arrestata per aver rifiutato di diventare un agente del MOIS – il  Ministero dell’Intelligence iraniano.

A denunciare questa versione dei fatti e’ il cugino di Aras, Mohasen Morani. Parlando con gli attivisti del Centro per i Diritti Umani in Iran, Morani ha affermato che Arash ha rifiutato la proposta di Teheran, affermando di non essere tagliata per quel genere di lavoro. Una volta arrestata, Aras ha dovuto raccontare tutto sul lavoro da lei svolto al British Council ed e’ stata costretta a scegliere un “avvocato difensore”, in una lista predisposta dagli agenti dell’intelligence.

Per la cronaca, l’arresto della Amiri risale al marzo del 2018, ma la notizia e’ stata tenuta sotto silenzio dalla famiglia, sperando in un rilascio della ragazza. Il regime, invece, ha deciso di confermare tutte le accuse, condannando la ragazza a dieci anni di carcere. Oggi la Amiri e’ detenuta nel braccio femminile del carcere di Evin, dove sono rinchiusi praticamente quasi tutti i detenuti e le detenute politiche. La Amiri era arrivata in Iran per rivedere sua nonna. Dopo essere arrestata, Aras e’ stata rilasciata su cauzione e poi riarrestata tra agosto e settembre 2018.

Purtroppo l’arresto e la condanna di Aras Amiri rientrano in una politica di persecuzione degli iraniani in possesso di doppia cittadinanza. E’ stato cosi per Nazanin Zaghari-Ratcliffe – anche lei cittadina britannica – e come suddetto per Ahmadreza Djalali, ricercatore medico, per anni impiegato della Universita’ del Piemonte Orientale. Oggi i cittadini iraniani con doppia cittadinanza rinchiusi nelle carceri del regime sono almeno undici. Per tutti loro la storia e’ piuttosto simile: accusa di spionaggio, mentre tornavano in Iran per motivi famigliari o di lavoro. Per tutti, la denuncia dei famigliari e’ la stessa: il regime ha proposto loro di diventare agenti dei servizi iraniani e loro hanno rifiutato…

Questi arresti di cittadini iraniani con doppia cittadinanza, sono la riprova dello stile mafioso del regime iraniano. Il regime praticamente fa come la criminalita’ organizzata: rapisce questi cittadini, allo scopo di chiedere un riscatto ai Governi occidentali. Secondo alcuni, infatti, l’accanimento verso i cittadini inglesi, sarebbe dovuto alla volonta’ di Teheran di recuperare un credito di 400 milioni di sterline da parte di Londra (figlio di un controverso accordo sugli armamenti stipulato nel 1976).

 

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Per la prima volta dalla nascita della Repubblica Islamica, una Corte iraniana ha deciso che “fare proselitismo in favore della fede Baha’i non rappresenta, di per se’, propaganda contro il regime”. La decisione e’ stata presa dal giudice Ali Badri, della Corte d’Appello della Provincia di Alboz. Il caso aperto era contro la giovane iraniana Lisa Tibanian, accusata di propaganda contro il regime, per aver fatto proselitismo religioso.

Leggere queste poche righe, per un Occidentale, non dice praticamente nulla. Fortunatamente, nei Paesi democratici e’ ovvio poter professare liberamente la propria fede e poterne discutere pubblicamente, non rappresenta un crimine. In Iran, purtroppo, la situzione e’ molto differente.

In Iran, sfruttando l’articolo 500 del Codice Penale Islamico, il regime arresta costantemente gli appartenenti alle minoranze religiose, accusandoli di propaganda contro il regime. Le prime vittime di questa persecuzione sono proprio i Baha’i, fede non riconosciuta dal regime, accusati di essere una setta deviata. Contro di loro, la Guida Suprema ha addirittura emesso una fatwa. Ai Baha’i e’ vietato l’accesso all’istruzione pubblica e a numerose professioni permettese agli “iraniani puri”. Ovviamente, nessuna festivita’ Baha’i e’ riconosciuta dal regime.

Ecco perche’ il verdetto della Corte d’Appello di Alboz e’ un verdetto storico. Un verdetto che arriva proprio mentre gli agenti del Ministero dell’Intelligence (MOIS) – sotto il diretto controllo del Presidente Rouhani – continuano ad arrestare in massa i Baha’i iraniani. Negli ultimi mesi, almeno 60 Baha’i sono stati arrestati, tutti per motivi religiosi.

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Il regime iraniano ha condannato Reza Ekvanyan, poeta e attivista per i diritti civili, e’ stato condannato a tre anni di carcere e quaranta frustate con l’accusa di “propaganda contro lo Stato” e “insulto al sacro”. Ad emettere la condanna e’ stata la Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, presieduta dal giudice Mashallah Ahmadzadeh.

Ad accusare Reza Ekvanyan sono stati i Pasdaran e il Ministero dell’Intelligence, che accusano il poeta di essere stato in contatto con contatto con “organizzazioni anti-statali” (Iran Human Rights).

In realtà, le colpe di Reza Ekvanyan sono relative alla sua attività di poeta e a quando da lui pubblicato sul suo profilo Instagram, ora disattivato. Purtroppo, la condanna del poeta iraniano si inserisce anche nella guerra politica tra le fazioni politiche. A dimostrazione di quanto suddetto, va rimarcato che Reza Ekvanyan e’ stato condannato anche per dei poemi pubblicati con l’autorizzazione del Ministero della Cultura e della Guida Islamica, sotto la Presidenza di Hassan Rouhani. Tra le altre cose, sempre con autorizzazione del Ministero della Cultura e della Guida Islamica, Ekvanyan ha pubblicato due libri.

Nato a Dehdasht, Reza Ekvanyan ha 32 anni e nel passato e’ gia’ stato arrestato in passato per le sue idee politiche e il suo attivismo per i diritti civili. Un primo arresto e’ avvenuto nel 2010 ed ha portato alla condanna ad un anno di detenzione del poeta. In quella occasione, Reza Ekvanyan aveva dato il suo sostegno alla “One Million Signatures Campaign“, in favore dell’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna in Iran. Un secondo arresto e’ avvenuto nel 2013, in questo caso con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”.

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Mohammad Nazari e’ il più “anziano” prigioniero politico iraniano: arrestato nel Maggio del 1994 dagli agenti del Ministero dell’Intelligence (MOIS), Mohammad e’ stato condannato a morte per essere un membro del partito curdo di opposizione PDKI. Nel 1999, quindi, la pena di Mohammad e’ stata trasformata in carcere a vita e da 23 anni ormai, Mohammad si trova rinchiuso nel carcere di Rajaee Shahr di Teheran.

Da mesi ormai, Mohammad sta lottando non per essere scarcerato, ma per ricevere il permesso ad un rilascio temporaneo per ricevere le cure mediche di cui ha bisogno e che il regime non gli autorizza. Tra le altre cose, secondo il nuovo codice penale iraniano, a Mohammad spetterebbe di diritto il rilascio, considerando che il crimine da lui commesso – teoricamente – e’ stato depenalizzato.

Purtroppo, pero’, il regime iraniano non ha alcuna pietà per i prigionieri politici. Per queste ragioni, Mohammad Nazari ha deciso di dichiarare lo sciopero della fame alla fine di luglio e le sue condizioni di salute oggi sono pessime (sta perdendo anche i denti).

Qualche mese fa, un rappresentante del MOIS ha fatto visita a Mohammad Nazari, promettendogli la libertà in cambio della rinuncia alla lotta politica. Mohammad ha accettato, ma ha condizionato la sua rinuncia solamente a scarcerazione avvenuta. Purtroppo, ad oggi, le parole di quell’agente del MOIS sono rimaste solo inutili promesse.

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Il regime di Teheran ha condannato a 12 anni di carcere ciascuno, tre ventiquattrenni iraniani, per aver criticato l’establishment politico e il clero sui social. In particolare, i tre avrebbero scambiato via Facebook e Telegram, delle vignette e degli articoli critici nei confronti della Repubblica Islamica.

I tre giovanissimi sono: Alireza Tavakoli, Mohammad Mehdi Zamanzadeh e Mohammad Mohajer, arrestati tutti nell’estate del 2016 da agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano. Dopo il fermo, i tre sono stati trasferiti presso il braccio 209 del carcere di Evin, sotto diretto controllo del MOIS. Qui, sono stati interrogati senza avere alcuna difesa legale e portati successivamente nel braccio 8 del centro detentivo (Iran Human Rights).

La condanna a 12 anni di carcere e’ stata decisa il 10 aprile scorso dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, sotto diretto controllo del giudice Abolqasem Salavati. In particolare, per aver criticato il regime, i tre sono stati accusati di “insulto al sacro”, “minaccia alla sicurezza nazionale” e “insulti alla Guida Suprema”.

Tutto questo avviene mentre, solamente qualche mese fa (nel dicembre del 2016), proprio il Presidente Rouhani aveva firmato la Carta dei Diritti del Cittadino, in cui – nero su bianco – sta scritto che il Governo deve “garantire la libertà di parola e di espressione”. L’articolo 26 della stessa Carta del Cittadino, impone al Governo di tutelare questa liberta’, specialmente nei media, compresi quelli relative al cyberspazio (ovvero Internet).

Come sempre accade in Iran, pero’, quanto viene scritto e deciso dallo stesso regime, viene sempre violato in nome della difesa della tutela del sistema della Velayat-e Faqih, imposto con la violenza dall’Ayatollah Khomeini soprattutto dopo il 1981.

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Il Procuratore Federale della Germania ha annunciato l’arresto di Said Mustafa, 31 anni, cittadino pakistano di fede sciita. Per lui l’accusa e’ quella di essere una spia al servizio del MOIS, il Ministero dell’Intelligence iraniano. Said Mustafa sarebbe stato arrestato presso Bremen, cittadina a nord della Germania (Al Arabiya).

Secondo le informazioni rese pubbliche, la spia aveva il compito di sorvegliare  Reinhold Robbe, Presidente della Societa’ Germania – Israele e alter persone a lui vicine. Sui loro spostamente, Said Mustafa doveva riportare ai suoi padroni in Iran (Radio Free Europe, Comunicato Ufficiale).

Va anche ricordato che, nell’aprile scorso, altre due persone sono state arrestate in Germania, con l’accusa di spiare per Teheran il gruppo di opposizione al regime dei Mullah dell’MKO. Le due spie arrestate in Aprile, tra le altre cose, erano ex membri del gruppo di opposizione MKO, passati al servizio dell’intelligence iraniana (Iran-Interlink).

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Pochi mesi dopo la firma dell’accordo nucleare del luglio 2015, scrivemmo che l’Iran Deal aveva decretato la fine della Siria e – più in generale – degli accordi di Sykes-Picot del 1916. Si trattava di una affermazione lapalissiana, derivata dal fatto che l’empowerment del regime iraniano (e più in generale degli Sciiti) in Medioriente, ha dato il via ad una generale divisione dell’area su basi religiose e etniche. Ovviamente, il primo effetto di questa divisione sarebbe partito dalla Siria.

Diverso tempo e’ passato da quell’articolo e la direzione non sembra mutata. Peggio: le divisioni si sono approfondite e la questione curda e’ divenuta un tema centrale della nuova geopolitica mediorientale. In Iraq Massoud Barzani ha ribadito in occasione del Nowruz, il capodanno Persiano festeggiato anche dai Curdi, la necessita’ dei curdi iracheni di dichiarare un loro Stato indipendente (Basnews). In Siria, il PYD ha dichiarato autonomamente la nascita di una regione federale nell’area del Rojava, al confine con la Turchia. Una dichiarazione immediatamente rigettata dagli Stati Uniti – alleati di Ankara nella Nato – ma che probabilmente verrà sostenuta da Mosca (BBC). Nello stesso Kurdistan iracheno, quindi, il PKK sta lavorando per creare un cantone sotto il suo controllo (Basnews) e all’interno della Turchia, il leader del partito HDP Selahattin Demirtaş, ha pubblicamente annunciato il suo sostegno all’indipendenza dei curdi nella regione del Kurdistan iracheno. Una mossa che non potrà che creare frizioni tra Ankara e Baghdad e non potrà che aumentare le stesse aspirazioni indipendentiste dei curdi turchi (Basnews).

Poteva tutto ciò non avere un effetto diretto sui curdi iraniani, da decenni repressi dal regime di Teheran? Ovviamente no. Ecco allora che Mustafa Hijri, leader del Partito Democratico del Kurdistan iraniano (PDKI) ha pubblicamente annunciato l’intenzione di muovere i suoi Peshmerga all’interno del Kurdistan iraniano, dichiarando dopo due decenni la fine del cessate il fuoco (Rudaw). Ricordiamo che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i curdi iraniani avevano già dichiarato l’indipendenza di una loro Repubblica (Repubblica di Mahabad), poi sconfitta dopo il ritiro delle forze sovietiche dall’Iran.

La dichiarazione di Hijri non va sottovalutata per almeno tre motivi fondamentali: 

  1. I mutamenti geopolitici della regione: in questo senso, la questione curda, potrebbe inserirsi non solo nella rivalità tra l’Iran e i suoi nemici nella Regione (in primis l’Arabia Saudita), anche nelle rivalità tra Mosca e Teheran. Russia e Iran condividono una alleanza tattica – talvolta anche strategica – ma anche punti di frizione e competizione (soprattutto sotto il profilo energetico). Non e’ quindi possibile escludere che, nel prossimo futuro, i russi non decidano di sostenere i curdi iraniani cosi come oggi sostengono i curdi siriani (ricordiamo che anche Mosca e Ankara, sino a poco tempo fa, erano alleate e in ottimi rapporti economici e diplomatici);
  2. La presenza al potere di Hassan Rouhani: nella memoria dei curdi iraniani, Rouhani non e’ un soggetto di moderazione. Al contrario, l’attuale seconda carica dell’Iran ricorda alla minoranza curda i fatti di “Mykonos”, quando quattro esponenti dell’opposizione curda iraniana furono trucidati da agenti dell’Iran in un ristorante di Berlino nel 1992 (tra i morti anche Sadegh Sharafkandi, all’epoca Segretario del PDKI). Quell’attacco fu organizzato direttamente dal regime centrale iraniano, con il sostegno dell’allora Presidente iraniano Rafsanjani – oggi mentore di Rouhani – e dello stesso Rouhani, all’epoca membro di una commissione speciale incaricata di decidere e approvare le operazioni di eliminazione dei “nemici del regime” all’estero (Hassan-Rouhani.info);
  3. L’Onda Curda e’ già cominciata: nel maggio 2015 una giovane ragazza curda, Farinaz Khosravani e’ stata uccisa in un hotel di Mahabad. Nonostante i tentativi di far passare la morte di Farinaz come un suicidio, presto si scopri che la donna era precipitata dal balcone dell’hotel, in un tentativo disperato di scappare dalle violenze sessuali di un agente dell’intelligence iraniana (MOIS). Alla morte di Farinaz seguirono durissime proteste popolari contro il regime dei Mullah. Ovviamente, proteste represse nel sangue (No Pasdaran).

Concludendo, considerando i motivi storici e geopolitici, possiamo certamente affermare che la questione dei diritti dei curdi iraniani potrebbe presto infiammarsi nuovamente. Le conseguenze di una nuova Onda Curda – soprattutto se accompagnate dall’indipendenza del Kurdistan iracheno e dalla nascita della Federazione del Rojava – saranno imprevedibili. Tutto questo, lo ribadiamo, ha il suo centro nell’accordo nucleare con Teheran e nella fine delle sanzioni verso il regime iraniano.