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Una popolare canzone romana ha un famoso ritornello che fa: “ma che ce frega, ma che c’emporta….Come stranoto, la frase continua con “se l’oste al vino c’ha messo l’acqua“. Nel caso dell’Iran e dell’arrivo di Rouhani in Italia, si potrebbe aggiungere “se i Mullah continuano a reprimereee”…Perché e’ esattamente quello che sta accadendo in questo periodo.

Mentre l’Europa – Roma e Parigi in testa – stanno preparando i tappeti rossi per ricevere il Presidente iraniano, nella Repubblica Islamica non si ferma l’abuso spietato dei diritti umani. L’ultimo a pagarne le spese e’ stato Esmail Gerami Moghaddam, ex membro del Parlamento ed ex portavoce del partito riformista Etemad Melli. Il movimento politico Etemad Melli venne creato da Mehdi Karroubi, leader del Movimento Verde insieme a Mir Hossein Mousavi e Zahra Rahnavard. Dal febbraio del 2011, Karroubi, Mousavi e la Rahnavard sono costretti agli arresti domiciliari, senza alcun contatto con l’esterno e senza aver subito alcun regolare processo.

Esmail Gerami Moghaddam e’ stato arrestato nel luglio del 2015 all’aeroporto di Teheran, mentre ritornava in Iran dopo aver completato un dottorato in India e Malesia  (GaiaItalia.com). Moghaddam aveva lasciato il paese nel 2009, in seguito alla repressione delle proteste popolari, seguite alla falsata rielezione del Pasdaran Mahmoud Ahmadinejad alla Presidenza dell’Iran. Dopo essere stato fermato, l’ex parlamentare riformista e’ stato accusato di “propaganda contro lo Stato”, secondo l’articolo 500 del Codice Penale Islamico.

Senza alcuna prova concreta e contrariamente a quanto scritto anche all’interno del Codice Penale Islamico in vigore in Iran, Esmail Gerami Moghaddam, e’ stato condannato a sei anni di carcere (Iran Human Rights).. Secondo l’articolo 500 del Codice Islamico, infatti, per coloro che sono accusati di “propaganda contro lo Stato”, la pena detentiva deve andare da un minimo di 3 mesi ad un massimo di un anno di carcere (Codice Penale Islamico). Il giudice Salavati, uomo da sempre vicino alle Guardie Rivoluzionarie, non solo ha condannato Moghaddam senza prove, ma ha anche disobbedito alle stesse normative vigenti nella Repubblica Islamica.

Purtroppo, come denuncia l’avvocato di Moghaddam, la Corte Rivoluzionaria iraniana che ha condannato l’ex parlamentare riformista, ha dimostrando anche di non avere alcuna pietà per le sue condizioni di salute. Esmail, infatti, ha da tempo problemi agli occhi e ha perso praticamente il 97% della sua capacita’ visiva. Praticamente, ciò significa che egli non può fare nulla da solo e ha costante bisogno di una assistenza. Per questo, tra le altre cose, anche il dottore del carcere ha fatto presente alle autorità che la struttura non e’ attrezzata per assistere persone come Esmail Gerami Moghaddam.

Concludiamo aggiungendo che Esmail Moghaddam e’ anche un veterano della guerra Iran – Iraq, nota nella Repubblica Islamica come la “Sacra Difesa”. In un Paese dove quel conflitto rappresenta ancora oggi una base fondamentale del potere dei Mullah e dei Pasdaran, la condanna di Esmail e’ un segno chiaro della profondità delle repressioni in atto in questo periodo all’interno dell’Iran.

Per non dimenticare

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A quanto pare, secondo le agenzie iraniane uscite dopo la visita di Gentiloni e Guidi a Teheran, l’Iran pare aver scelto l’Italia come primo partner internazionale dopo l’accordo nucleare. Sebbene dubitiamo del fatto che Teheran sceglierà veramente un partner privilegiato – non ha motivi ne ragioni per porre limitazioni ad altri investitori – rileviamo che le compagnie italiane sembrano molto attive nella loro intenzione di approfittare della corsa verso l’Imam Khomeini Airport. Uno dei settori in cui l’Italia potrebbe inserirsi e’ quello automobilistico, dove la Fiat sembra aver già negoziato alcuni affari importanti.

La stampa iraniana riporta non solo la notizia della possibile apertura di una fabbrica presso Khomein (IRNA), ma anche della possibilità che le compagnie americane del settore possano ritornare nella Repubblica Islamica grazie ad “un passaporto italiano” (Fars News): in poche parole, considerando che gli Stati Uniti vietano ancora alle loro compagnie di creare joint-ventures con quelle iraniane, la FIAT potrebbe fungere da intermediario tramite la Fiat Chrysler Automobiles (FCA), attualmente in grado di operare grazie alle due sussidiarie FCA Italy e FCA US. L’articolo della Fars News, tra le altre cose, sottolinea che in caso di “green line” da parte delle compagnie automobilistiche italiane, le macchine delle compagnie americane Chrysler, Dodge e Jeep potrebbero già cominciare ad apparire per le strade di Teheran anche prima che le “sanzioni vengano rimosse”.

Ora, prendendo con le molle tutto quanto viene pubblicato dalla stampa iraniana, e’ indubbio che l’Italia “vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran”. Tentando di vincerla, pero’, Roma deve considerare gli effetti indiretti – e talvolta perversi – che il business con la Repubblica Islamica cela. Uno degli effetti perversi e’ proprio legato al settore automobilistico. Le sanzioni internazionali approvate da Stati Uniti ed Unione Europea in questo settore (Forbes) non erano affatto campate in aria: tramite il settore automobilistico, infatti, il regime iraniano non solo ha prodotto materiali e tecnologia dual-use per il programma nucleare e missilistico, ma ha anche pesantemente contribuito a finanziare il Pasdaran, le fondazioni religiose e l’élite politica del regime.

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Il settore automobilistico iraniano e’ totalmente dominato dai Guardiani della Rivoluzione. Le due principali compagni in questo settore – il Gruppo Khodro e il Gruppo Saipa – sono tutte e due sussidiarie dell’Organizzazione Iraniana per lo Sviluppo e il Rinnovamento (IDRO), una istituzione governativa che controlla a sua volta diverse compagnie legate al programma nucleare e missilistico del regime. Per questa ragione, infatti, la IDRO e’ stata posta sotto sanzioni nel 2010 non solo dagli Stati Uniti, ma anche dall’Unione Europea (Iran Watch). La terza importante compagnia automobilistica iraniana e’ invece il Gruppo Bahman, una società controllata al 45.5% direttamente dai Pasdaran. Il resto del Gruppo e’ controllato da altre società anch’esse sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie (Iran Focus). Pochi ricordano, tra le altre cose, che proprio il Gruppo Bahman fu al centro di uno scandalo che coinvolse la Germania nel 2013: il Gruppo, infatti, controllava una fabbrica denominata MCS Technologies presso Dinslaken, producendo materiale per le centrifughe usate per l’arricchimento dell’uranio (Washington Post).

Non solo: pochi lo comprendono direttamente, ma il settore automobilistico ha aiutato direttamente l’abuso dei diritti umani in Iran. Non soltanto macchinari come le gru vengono usati dal regime per impiccare i condannati a morte (solo con Rouhani, l’Iran ha impiccato più di 1400 detenuti in due anni), ma i mezzi forniti da compagnie europee e non come come Volvo, Iveco (Gruppo Fiat) e Hundai, sono stati usati durante le parate militari dei Pasdaran (Iran Watchlist) e come mezzi di trasporto dei miliziani Basij, durante le repressioni delle proteste popolari scoppiate nella Repubblica Islamica nel 2009. Per queste ragioni, nel marzo del 2012, il gruppo di pressione americano United Against Nuclear Iran – UANI, aveva lanciato la “Auto Campaign”, una campagna politica tesa a sensibilizzare le multinazionali del settore automobilistico sugli effetti indiretti del business con la Repubblica Islamica. Proprio grazie a questa campagna, molte società – tra cui la Fiat – avevano interrotto i loro affari con l’Iran (UANI).

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Il 22 luglio scorso, la Farnesina ha ospitato un evento denominato “Promuoviamo e Proteggiamo i Diritti Umani” (Tweet Gentiloni). Se davvero l’Italia intende portare avanti questo obiettivo, la strada le business – diretto e indiretto – con i Pasdaran certo non aiuta. Al contrario, Roma dovrebbe porre come precondizione per la ripartenza del business con l’Iran la fine del sostegno al terrorismo internazionale (legato ai Pasdaran), il rispetto delle libertà fondamentali del popolo iraniano e il rilascio dal carcere di molti attivisti ingiustamente (e illegalmente) detenuti. Tra questi ricordiamo Narges Mohammadi, Hossen Ronaghi Maleki, Atena Daemi, Atena Farghadani, l’Ayatollah Boroujerdi e i tre leader dell’Onda Verde – Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard e Mehdi Karroubi – costretti da anni agli arresti domiciliari senza aver mai subito alcun processo formale.

Miliziani Basij investono con un camion i manifestanti iraniani

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Anche questa volta la condanna, netta e senza appello e arriva direttamente dal Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Nel nuovo report rilasciato dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, lo stato dei diritti umani nella Repubblica Islamica viene delineato in tutta la sua drammaticità. In particolare, il report Onu denuncia l’altissimo numero di esecuzioni capitali (oltre 1000 dall’elezione di Rouhani a Presidente), e l’uso frequente della pena di morte per eliminare i dissidenti politici (il report descrive i casi del poeta Arzhang Davoodi, della povera Reyhaneh Jabbari e le possibili imminenti esecuzioni di tre prigionieri curdi, Hamed Ahmadi, Kamal Malaee, Jahangir Dehghani e Jamshed Dehghani). Una sezione a parte, quindi, è dedicata all’uso della pena di morte contro coloro che hanno commesso un reato da minorenni: almeno 160 prigionieri rientranti in questa categoria sono in attesa di finire sul patibolo, mentre 8 sono stati già ammazzati. Il Segretario Ban Ki Moon ha pubblicamente denunciato questa pratica come illegale, contraria alla Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici e alla Convenzione per i Diritti dei Bambini (di cui, per entrambi, l’Iran è volontariamente firmatario).

All’uso illegale della pena di morte, si aggiunge la repressione quotidiana degli attivisti per i diritti umani, in particolare coloro che collaborano con le Nazioni Unite. Il report ricorda gli arresti degli attivisti Saeed Shirzad e Mohammad Reza Pourshajari. Per entrambi, incredibilmente, la loro attività nella difesa dei diritti degli iraniani è considerata un pericolo alla sicurezza nazionale…

Anche per quanto concerne il capitolo dello status delle donne, la situazione è veramente pessima. Solamente il 16% delle donne è inserito minimamente nel sistema lavorativo della Repubblica Islamica, un dato che inserisce l’Iran al 137° posto (su 142), nella classifica del Global Gender Gap Index. Non solo: anche quando lavorano, denuncia l’Onu, le donne guadagnano quasi cinque volte meno degli uominiLa discriminazione delle donne, d’altronde, è parte stessa dei Codici iraniani: secondo il codice civile, articolo 1117, una moglie può essere privata del diritto di lavorare da suo marito, se quest’ultimo ritiene che questa occupazione danneggi la dignità della famiglia. Senza contare il fatto che, sempre secondo la legge, la vita della donna vale metà di quella dell’uomo e alle donne è vietato cantare da sole in pubblico. La Repubblica Islamica, quindi, permette il matrimonio delle “donne” dall’età di 13 anni e in determinati casi anche a 9 anni (praticamente una legalizzazione della pedofilia). Il report ricorda il caso di Razieh Ebrahimi, arrestata con l’accusa di aver ucciso suo marito quando aveva 17 anni. Razieh era stata data in sposa ad un uomo brutale e violento all’età di 14 anni, da cui era stata violentata e aveva partorito un figlio all’età di 15 anni. La povera donna ha ammesso di aver ucciso il marito durante il sonno perchè stanca di subire i continui abusi del marito.

Ancora per quanto riguarda le donne, quindi, Ban Ki Moon denuncia l’arresto di Ghocheh Ghavami, fermata per aver tentato di assistere ad una partita di pallavolo. Oggi, grazie alle pressioni internazionali, Ghocheh è stata rilasciata con la condizionale, ma non può ancora lasciare il Paese. Alle donne continua ad essere vietata la possibilità di assistere ad eventi sportivi in pubblico. Le azioni della polizia morale contro le donne che vestono male il velo continuano ad essere sempre più vessatorie. Non solo: alla polizia morale venno aggiunti i miliziani di Hezbollah Iran che, in nome del codice islamico, hanno attaccato oltre 300 donne con l’acido. solamente perchè vestivano male il velo.

Senza appello è anche la condanna contro l’Iran, per quanto concerne la libertà di parola e di assemblea. Ban Ki Moon denuncia l’arresto dei giovani che hanno girato il video Happy in Teheran, la pena di morte per Soheil Arabi – accusato di aver pubblicato un post offensivo contro il regime su Facebook – la detenzione del giornalista del Washington Post Jason Rezaian e quella dei leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi.

Una ultima sezione, infine, è dedicata alle minoranze religiose, in particolare agli abusi che la Repubblica Islamica commette contro i Baha’i – contro i quali la Guida Suprema Ali Khamenei ha emesso anche una specifica fatwa – contro i sunniti (oltre 150 di loro sono oggi in carcere per motivi religiosi) e contro i crisitiani, particolarmente contro coloro che lasciano l’Islam per abbracciare la fede Protestante (49 detenuti sinora, accusati di apostasia).

Vi invitiamo a leggere il report pubblicato dalle Nazioni Unite e a denunciare l’appeasement Occidentale verso il regime iraniano.

Qui il link per scaricare e diffondere il nuovo report delle Nazioni Unite sullo stato dei Diritti Umani in Iran:

http://www.iranhumanrights.org/wp-content/uploads/A_HRC_28_26_ENG.pdf

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=Q30GzakLOhw%5D

 

 

 

 

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Mentre nel mondo (Italia compresa) la lobby pro Iran usa l’immagine dell’ex Presidente iraniano Khatami per promuovere i voleri della Guida Suprema Khamenei, all’interno della Repubblica Islamica, l’ex Presidente riformista è considerato praticamente un nemico del regime. Recentemente, non a caso, l’organo di censura dei media ha vietato la diffusione delle immagini di Khatami via televisione e giornali. Un divieto a cui, tanto per chiarire, si è silenziosamente adagiato il Governo che, per bocca del Ministero dell’Informazione, ha fatto sapere di considerare la censura come vincolante (alla faccia di chi parla del nuovo Iran…).

Come sempre accade nei regimi, però, ciò che si intende vietare diventa lo scudo attraverso il quale il popolo manifesta il suo malcontento. Così, ecco che i funerali della sorella dell’Ayatollah Mohammad Khatami – Fatameh Khatami – sono diventati una occasione per protestare contro Khamenei e le Guardie Rivoluzionarie. Nei video che vi mostriamo qui sotto, è possibile vedere la folla che ha preso parte alle esequie funebri, urlare i nomi di Mir Hossein Mousavi e di Mehdi Karroubi, i due leader dell’Onda Verde, costretti agli arresti domiciliari da quattro anni (senza nemmeno aver subito un processo…).

Vogliamo ricordare infine che, nonostante il divieto imposto dall’alto, diversi media e social networks  iraniani hanno comunque sfidato la censura, pubblicando foto dell’ex Presidente Khatami, lanciando anche un apposito hashtag denominato “Noi Saremo i Media di Khatami” (in farsi: #رسانه_خاتمی_میشویم). Una Pagina Facebook con questo nome è stata creata appositamente. Ancora una volta, nonostante l’appeasement pro regime dell’Occidente, il popolo iraniano continua a lottare per la sua libertà…Purtroppo, oggi, è sempre piu’ solo…

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=XXlrX0U-eQo%5D

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=foSQdS8jCnU%5D

In questo video è possibile vedere come i Mullah fanno divertire gli iraniani durante le manifestazioni pubbliche del regime (in questo caso durante il Giorno di Gerusalemme). Durante le manifestazioni nella città di Shiraz, questo banco offriva ai giovani iraniani la possibilità di tirare freccette contro le fotografie di Mir Hossein Mousavi, Mehdi Karroubi e dell’Ayatollah Khatami. Ai lati, invece, è possibile vedere le caricature del Presidente americano Obama e del Primo Ministro israeliano Netanyahu.

Mousavi e Karroubi, leader dell’Onda Verde, sono agli arresti domiciliari da anni e non hanno contatti con l’esterno. Tra le altre cose, a Mehdi Karroubi è stato vietato dal dottore di digiunare questo Ramadan, proprio per le sue precarie condizioni di salute. Lo stesso Mousavi, come ricorderete, è stato ricoverato in ospedale pochi mesi fa. Khatami, invece, è considerato praticamente un traditore dal regime e rappresentato praticamente ormai come un ousider

Vi proponiamo alcuni graffiti o scritte apparse in questo periodo sui muri della capitale iraniana Teheran. I messaggi politici che inviano, fanno ben comprendere quanto – nonostante la repressione – la società civile viva e invoca la libertà

Black Hand, writer iraniano, riporta un link di Youtube: attenzione, però, questo non è un semplice link ad un qualsiasi video. E’ il link che rimanda al video in cui il capo dei Pasdaran, Ali Jafari,ammette che le Guardie hanno truccato le elezioni presidenziali del 2009…Qui il video: http://bit.ly/1zt7tJD

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Drammatico murales: l’autore intende denunciare i suicidi per povertà che avvengono quotidianamente in Iran

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Coraggioso disegno che invoca la libertà per le coppie omosessuali iraniane

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La faccia di Mir Hossein Mousavi, leader dell’Onda Verde, attualmente detenuto dal regime iraniano per le sue idee politiche

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Il popolo iraniano è vivo e vuole la libertà. A dimostrarlo è quanto accaduto qualche giorno fa presso il Politecnico di Teheran (Università Amirkabir). La scorsa settimana, infatti, l’Università della capitale aveva organizzato un evento dedicato al nucleare, in cui gli oratori erano l’ex negoziatore e candidato presidenziale Said Jalili e l’ex Capo dell’Agenzia Atomica iraniana, Fereydun Abbasi. Si tratta di due membri dell’establishment del regime di primo piano, molto vicini alla Guida Suprema Ali Khamenei.

Particolare della protesta a Teheran: Jalili e Abbasi guardano sconsolati il pubblico. Notare, sulla destra, la bandiera del movimento terrorista Hezbollah

Particolare della protesta a Teheran: Jalili e Abbasi guardano sconsolati il pubblico. Notare, sulla destra, la bandiera del movimento terrorista Hezbollah, tenuta dai cani Basij

Nella prima fila dell’aula che ha ospitato la conferenza si erano, come sempre, posizionati i fedeli Basij, i cani del regime pronti ad urlare contro il mondo il loro odio verso la democrazia, i diritti umani e ogni tipo di negoziato possibile con l’Occidente. Si tratta di sgherri comandati direttamente da Ali Khamenei e diretti operativamente dai Pasdaran. Questa volta, però, i loro piani sono falliti, grazie al coraggio dei veri studenti iraniani, i giovani vogliosi di scoprire il mondo e stanchi di un regime corrotto, militarista e dispotico.

Studenti iraniani protestano contro la demagogia del regime sul nucleare

Studenti iraniani protestano contro la demagogia del regime sul nucleare

Ecco allora che, proprio mentre il conservatore Jalili parte con il suo discorso, una folla di universitari presenti nelle ultime file dell’aula comincia a protestare contro gli oratori, invocando maggiore apertura interna ed esterna e chiedendo l’immediato rilascio dei leader dell’opposzione Mir Hussan Mousavi e Mehdi Karroubi (agli arresti dal 2011). Tra gli altri slogan intonati dai coraggiosi ragazzi, anche la richiesta di libertà per tutti i prigionieri politici. Said Jalili, invano, ha provato a placare la folla arrabbiata, ma ci sono voluti ben 45 minuti per riuscire ad andare avanti con il previsto programma della conferenza.

Barg Bar Diktator!

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