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In queste ore il regime iraniano sta celebrano i 38 anni della Rivoluzione del 1979. Una rivoluzione nata per la liberazione da un regime autoritario (quello dello Shah), ma presto divenuta ostaggio di una manica di clerici fondamentalisti, guidati dall’Ayatollah Khomeini, un personaggio che non solo ha distrutto il quietismo sciita, ma anche elevato a sesto pilastro dell’Islam il martirio (legittimando cosi il peggior terrorismo contemporaneo, compreso quello sunnita che dagli eredi di Khomeini ha trovato comunque sostegno e ispirazione).

Mentre sui media ufficiali il regime celebra il 22 di Bahman con immagini di odio verso l’Occidente compresa una in cui si simula l’impiccagione di Trumpnoi vogliamo ricordare questo giorno con alcuni video delle importanti proteste anti-regime del 2010 e del 2011. In memoria di quel movimento popolare, noto come Onda Verde, che nonostante i timori e gli spari scese in piazza e sfidò i clerici e i Pasdaran. I leader di quel movimento di protesta, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, sono dal 2011 agli arresti domiciliari, senza alcuna accusa formale, senza il diritto ad un legale o anche solo ad un processo…

Per non dimenticare!

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“Mi chiedo se queste azioni in stile Isis, sono compiute deliberatamente, o frutto dell’ignoranza?”. A porre questa domanda, non è un oppositore al regime khomeinista, ma un deputato della Repubblica Islamica, per la precision Ali Motahari, Vice Speaker del Parlamento iraniano. Motahari, figlio di un Ayatollah e conservatore, ha da sempre una posizione di sostegno alla Velayat-e Faqih, pur avendo spesso chiesto a gran voce un processo equo per i leader dell’Onda Verde – Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – da anni agli arresti dominciliari senza neanche una accusa formale o il diritto di difesa.

Per queste sue posizioni “garantiste”, Motahari è inviso al clero ultraconservatore. La scorsa settimana, il Vice Speaker del Majles doveva recarsi a Mashhad per tenere un discorso. Improvvisamente, però, l’evento è stato cancellato dal Procuratore Gholamali Sadeghi, senza chiare spiegazioni.

Per questo motivo, Ali Motahari ha  deciso di scrivere una lettera aperta al Presidente Hassan Rouhani. Una missiva in cui Motahari si chiede chi abbia veramente il potere nella Provincia iraniana Khorasan-Razavi. Se il potere sia del Governatorato locale, o del responsabile della Preghiera del Venerdì Santo ed emissario di Khamenei, Ayatollah Ahmad Alamolholda. Nella parte finale della lettera, come suddetto, Motahhari compara queste azioni a quelle dell’Isis, lanciando una accusa durissima al regime.

D’altronde, lo stesso stupore di Motahari è ipocrita: il Vice speaker, infatti, dimentica che il regime che egli serve, si chiama “Repubblica Islamica”, da decenni prima della nascita di Daesh. Purtroppo, proprio gli scagnozzi di Khomeini, hanno insegnato a quelli di al Baghdadi a compiere i peggiori crimini umani e politici, in nome del Corano

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Quello che vedete nel video qua sotto e’ Sadegh Zibakalam, professore di Scienze Politiche all’Università di Teheran. Il professor Zibakalam è la dimostrazione concreta che, con tutte le avversità e davanti a tutte le repressioni, un Iran diverso può esistere.

Nel video che potrete vedere di seguito, si vede il Professor Zibakalam entrare nell’Università di Mashhad per un dibattito con un clerico conservatore. Come vedrete, superato l’ingresso, il professore fa qualcosa di rivoluzionario per la Repubblica Islamica dell’Iran: nonostante le difficoltà pratiche, il Professore riesce a non calpestare le bandiere di Israele e degli Stati Uniti, appositamente poste a terra da alcuni studenti fondamentalisti.

Il Professor Zibakalam non è nuovo ad azioni controcorrente: riformista, da sempre sostiene che l’Iran non debba invocare la distruzione di Israele e gridare “morte all’America”. Non solo: nel 2014, davanti al mancato rispetto delle promesse elettorali, il Professore ha inviato una lettera al Presidente Rouhani, chiedendo la liberazione dei leader dell’Onda Verde Mehdi Karroubi, Mir Hossein Mousavi e Zahra Rahnavard (tutti agli arresti domiciliari dal 2011, senza alcun processo e accusa formale). Sempre nel 2014, il Professor Zibakalam venne condannato a 18 mesi di carcere per aver criticato il programma nucleare (al Monitor). Il carcere non ha messo a tacere il professore che, nel 2015, ha criticato pubblicamente il regime per non aver accettato il report sullo stato dei diritti umani in Iran, dell’inviato speciale ONU Ahmad Shaheed (Iran Human Rights).

Per queste sue posizioni coraggiose, il Professore è stato, ovviamente, ostracizzato politicamente dal regime e nel 2000 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura al Parlamento.

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In questi giorni un caso internazionale sta investendo l’Italia e l’Iran. Come noto, si tratta del caso di Mehdi Khosravi, attivista e blogger iraniano dissidente, arrestato a Lecco il 6 agosto scorso su richiesta (tramite Interpol) del regime iraniano. Contro di lui, Teheran ha pronta una accusa di corruzione, una mera scusa per riportarlo nella Repubblica Islamica e punirlo. Dopo l’arresto di Khosravi, anche il figlio dell’ultimo Shah iraniano Reza Pahlavi si è appellato a Matteo Renzi, denunciando che il ritorno del blogger iraniano a Teheran, significherebbe per lui finire in carcere ed essere torturato dal regime (testo della lettera). Ricordiamo che a Mehdi Khosravi era stato concesso asilo politico in Gran Bretagna nel 2009.

Il caso Mehdi Khosravi, si badi bene, non deve preoccupare solamente per la singola questione e per il destino di un dissidente democratico iraniano, ma anche e soprattutto per il suo significato. In questo senso, poco cambia se la decisione italiana di fermare Khosravi sia stata dettata dalla (ennesima) volontà di accondiscendere alle volontà di Teheran per interessi economici (dopo il caso delle statue coperte), o se si sia trattato meramente dell’applicazione di una richiesta burocratica proveniente dall’Interpol. Ovviamente, se la decisione fosse dettata dalla prima motivazione, sarebbe totalmente sconfortante e umiliante per la democrazia italiana. Se invece si trattasse di una mera applicazione di una pratica burocratica, la questione sarebbe altrattato triste, richiamando alla memoria i lavori di Hanna Arendt in merito a quella “dispotica burocrazia”, origine dei peggiori totalitarismi. Purtroppo, però, il dramma peggiore di questa storia, è il significato generale dell’arresto di Mehdi Khosravi. Un arresto che sconforta, sia per quanto concerne la gestione delle normative internazionali, sia per la loro applicazione da parte del mondo democratico.

Come fa rilevare lo stesso comunicato della Procura di Lecco, Mehdi Khosravi è stato arrestato non in base ad un giudizio emesso da un organo neutrale, ma da un Tribunale di Teheran, ovvero una corte di un regime in cui la magistratura è totalmente politicizzata e in cui l’imputato in questione, viene considerate un nemico dagli apparati del potere. Ora; che Mehdi Khosravi venga giudicato e condannato in Iran, considerato quanto suddetto, non deve stupire e soprendere. Al contrario, deve drammaticamente sorprendere e far rabbrividire, che una sentenza emessa a Teheran contro un oppositore politico venga non solo accettata passivamente dall’Interpol, ma anche applicata in un Paese democratico come l’Italia.

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E’ questa la parte più drammatica della storia di Mehdi Khosravi. Perchè questo passaggio indica come, non solo il regime iraniano stia riuscendo a ribaltare la verità storica, ma anche ad inserire la sua narrazione all’interno della politica internazionale. La cosiddetta Onda Verde, è stata come si ricorderà un movimento di protesta popolare, sorto contro la rielezione falsata di un presidente negazionista e terrorista. Quella protesta popolare, in Iran viene chiamata dal regime la “fitna dell’88”, per marcare la protesta come un movimento di sedizione che intendeva dividere il popolo iraniano per conto delle potenze estere occidentale. Oggi, lo stesso Occidente che l’Iran accusa di aver creato l’Onda Verde, sembra quindi accettare la narrazione di Khamenei & Co., ammazzando ancora una volta – stavolta spiritualmente – quelle decine e decine di attivisti democratici uccisi dal regime dei Mullah tra il 2009 e il 2011.

Ricordiamo che, proprio in questi giorni, i leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, hanno “celebrato” i 2000 giorni di detenzione. Una detenzione illegale, imposta senza la formalizzazione di una accuasa contro gli imputati e senza neanche un processo. Anche in questo caso, l’Occidente ha scelto di tacere, preferendo un regime fondamentalista a chi ha provato a creare un Iran democratico (GaiaItalia.com).

Speriamo davvero che Renzi accolga l’appello per la liberazione di Mehdi Khosravi e che questo attivista non venga mandato a morire in una cella di isolamento in Iran. Speriamo davvero che Renzi ricordi nuovamente il periodo in cui era sindaco di Firenze, quando dichiarava appoggio e sostegno proprio al movimento dell’Onda Verde. Speriamo soprattutto, però, che si smetta di accettare la narrazione della storia che Teheran ci sta imponendo. Una narrazione falsa e artefatta. Ad essere arrestati in tutto il mondo per mandati di cattura dell’Interpol, semmai, dovrebbero essere proprio i membri del regime iraniano, responsabili quotidianamente dei peggiori abusi dei diritti umani e del peggior finanziamento del terrorismo internazionale.

Discorso di Renzi nel 2009, in supporto all’Onda Verde

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Di seguito riportiamo la drammatica descrizione della prigionia fatta dalla poetessa iraniana Hila Sedighi, arrestata il 7 gennaio scorso all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran, mentre tornava con il marito da un viaggio negli Emirati Arabi Uniti. Fortunatamente, la prigionia di Hila e’ durata 48 e la poetessa e’ stata rilasciata su cauzione (ma dovrà, ovviamente, subire un processo politico). Nonostante la brevità della detenzione, Hila ha assistito a scene terribili e ha raccontato quanto ha visto in un breve post sulla sua pagina Facebook (Iran Human Rights). Ecco la traduzione di quanto scritto dalla giovane poetessa iraniana:

La prima notte di detenzione, sono stata tenuta in isolamento in un centro di detenzione dell’aeroporto. La seconda notte, sono stata trasportata al centro di detenzione di Shapour. Un centro famoso per essere tra i più orribili e pericolosi per i prigionieri. Sono stata stanza in una cella di quattro metri, insieme a otto altri detenuti pericolosi (pericolosi e’ un termine generale per questi individui, ma essi sono ancora persone con diritti e io ho temo per il loro destino). Il trattamento verso di loro e’ stato peggiore e piu’ ignobile di quanto potessi immaginare. La situazione era talmente brutta che, inizialmente, la polizia dell’Unita’ Investigativa di Shapour ha rifiutato di farmi entrare nel centro. Il mio trasferimento in città e’ avvenuto dentro una gabbia e sono stata guardata dalla gente come un criminale” (Facebook).

Infine, Hila ha confermato che il suo arresto e’ ricollegato a nuove accuse e non a quelle gia’ mosse contro di lei, per il sostegno dato all’Onda Verde e a Mir Hossein Mousavi (GaiaItalia.com). In merito Hila ha scritto: “sono stata processata in mia assenza. Non so per quale motivo e per il momento sono fuori su cauzione. Presenterò una protesta formale, per potermi difendere

Un poema di Hila Sedighi dedicato alle donne iraniane e agli studenti oppressi

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Una popolare canzone romana ha un famoso ritornello che fa: “ma che ce frega, ma che c’emporta….Come stranoto, la frase continua con “se l’oste al vino c’ha messo l’acqua“. Nel caso dell’Iran e dell’arrivo di Rouhani in Italia, si potrebbe aggiungere “se i Mullah continuano a reprimereee”…Perché e’ esattamente quello che sta accadendo in questo periodo.

Mentre l’Europa – Roma e Parigi in testa – stanno preparando i tappeti rossi per ricevere il Presidente iraniano, nella Repubblica Islamica non si ferma l’abuso spietato dei diritti umani. L’ultimo a pagarne le spese e’ stato Esmail Gerami Moghaddam, ex membro del Parlamento ed ex portavoce del partito riformista Etemad Melli. Il movimento politico Etemad Melli venne creato da Mehdi Karroubi, leader del Movimento Verde insieme a Mir Hossein Mousavi e Zahra Rahnavard. Dal febbraio del 2011, Karroubi, Mousavi e la Rahnavard sono costretti agli arresti domiciliari, senza alcun contatto con l’esterno e senza aver subito alcun regolare processo.

Esmail Gerami Moghaddam e’ stato arrestato nel luglio del 2015 all’aeroporto di Teheran, mentre ritornava in Iran dopo aver completato un dottorato in India e Malesia  (GaiaItalia.com). Moghaddam aveva lasciato il paese nel 2009, in seguito alla repressione delle proteste popolari, seguite alla falsata rielezione del Pasdaran Mahmoud Ahmadinejad alla Presidenza dell’Iran. Dopo essere stato fermato, l’ex parlamentare riformista e’ stato accusato di “propaganda contro lo Stato”, secondo l’articolo 500 del Codice Penale Islamico.

Senza alcuna prova concreta e contrariamente a quanto scritto anche all’interno del Codice Penale Islamico in vigore in Iran, Esmail Gerami Moghaddam, e’ stato condannato a sei anni di carcere (Iran Human Rights).. Secondo l’articolo 500 del Codice Islamico, infatti, per coloro che sono accusati di “propaganda contro lo Stato”, la pena detentiva deve andare da un minimo di 3 mesi ad un massimo di un anno di carcere (Codice Penale Islamico). Il giudice Salavati, uomo da sempre vicino alle Guardie Rivoluzionarie, non solo ha condannato Moghaddam senza prove, ma ha anche disobbedito alle stesse normative vigenti nella Repubblica Islamica.

Purtroppo, come denuncia l’avvocato di Moghaddam, la Corte Rivoluzionaria iraniana che ha condannato l’ex parlamentare riformista, ha dimostrando anche di non avere alcuna pietà per le sue condizioni di salute. Esmail, infatti, ha da tempo problemi agli occhi e ha perso praticamente il 97% della sua capacita’ visiva. Praticamente, ciò significa che egli non può fare nulla da solo e ha costante bisogno di una assistenza. Per questo, tra le altre cose, anche il dottore del carcere ha fatto presente alle autorità che la struttura non e’ attrezzata per assistere persone come Esmail Gerami Moghaddam.

Concludiamo aggiungendo che Esmail Moghaddam e’ anche un veterano della guerra Iran – Iraq, nota nella Repubblica Islamica come la “Sacra Difesa”. In un Paese dove quel conflitto rappresenta ancora oggi una base fondamentale del potere dei Mullah e dei Pasdaran, la condanna di Esmail e’ un segno chiaro della profondità delle repressioni in atto in questo periodo all’interno dell’Iran.

Per non dimenticare

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A quanto pare, secondo le agenzie iraniane uscite dopo la visita di Gentiloni e Guidi a Teheran, l’Iran pare aver scelto l’Italia come primo partner internazionale dopo l’accordo nucleare. Sebbene dubitiamo del fatto che Teheran sceglierà veramente un partner privilegiato – non ha motivi ne ragioni per porre limitazioni ad altri investitori – rileviamo che le compagnie italiane sembrano molto attive nella loro intenzione di approfittare della corsa verso l’Imam Khomeini Airport. Uno dei settori in cui l’Italia potrebbe inserirsi e’ quello automobilistico, dove la Fiat sembra aver già negoziato alcuni affari importanti.

La stampa iraniana riporta non solo la notizia della possibile apertura di una fabbrica presso Khomein (IRNA), ma anche della possibilità che le compagnie americane del settore possano ritornare nella Repubblica Islamica grazie ad “un passaporto italiano” (Fars News): in poche parole, considerando che gli Stati Uniti vietano ancora alle loro compagnie di creare joint-ventures con quelle iraniane, la FIAT potrebbe fungere da intermediario tramite la Fiat Chrysler Automobiles (FCA), attualmente in grado di operare grazie alle due sussidiarie FCA Italy e FCA US. L’articolo della Fars News, tra le altre cose, sottolinea che in caso di “green line” da parte delle compagnie automobilistiche italiane, le macchine delle compagnie americane Chrysler, Dodge e Jeep potrebbero già cominciare ad apparire per le strade di Teheran anche prima che le “sanzioni vengano rimosse”.

Ora, prendendo con le molle tutto quanto viene pubblicato dalla stampa iraniana, e’ indubbio che l’Italia “vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran”. Tentando di vincerla, pero’, Roma deve considerare gli effetti indiretti – e talvolta perversi – che il business con la Repubblica Islamica cela. Uno degli effetti perversi e’ proprio legato al settore automobilistico. Le sanzioni internazionali approvate da Stati Uniti ed Unione Europea in questo settore (Forbes) non erano affatto campate in aria: tramite il settore automobilistico, infatti, il regime iraniano non solo ha prodotto materiali e tecnologia dual-use per il programma nucleare e missilistico, ma ha anche pesantemente contribuito a finanziare il Pasdaran, le fondazioni religiose e l’élite politica del regime.

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Il settore automobilistico iraniano e’ totalmente dominato dai Guardiani della Rivoluzione. Le due principali compagni in questo settore – il Gruppo Khodro e il Gruppo Saipa – sono tutte e due sussidiarie dell’Organizzazione Iraniana per lo Sviluppo e il Rinnovamento (IDRO), una istituzione governativa che controlla a sua volta diverse compagnie legate al programma nucleare e missilistico del regime. Per questa ragione, infatti, la IDRO e’ stata posta sotto sanzioni nel 2010 non solo dagli Stati Uniti, ma anche dall’Unione Europea (Iran Watch). La terza importante compagnia automobilistica iraniana e’ invece il Gruppo Bahman, una società controllata al 45.5% direttamente dai Pasdaran. Il resto del Gruppo e’ controllato da altre società anch’esse sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie (Iran Focus). Pochi ricordano, tra le altre cose, che proprio il Gruppo Bahman fu al centro di uno scandalo che coinvolse la Germania nel 2013: il Gruppo, infatti, controllava una fabbrica denominata MCS Technologies presso Dinslaken, producendo materiale per le centrifughe usate per l’arricchimento dell’uranio (Washington Post).

Non solo: pochi lo comprendono direttamente, ma il settore automobilistico ha aiutato direttamente l’abuso dei diritti umani in Iran. Non soltanto macchinari come le gru vengono usati dal regime per impiccare i condannati a morte (solo con Rouhani, l’Iran ha impiccato più di 1400 detenuti in due anni), ma i mezzi forniti da compagnie europee e non come come Volvo, Iveco (Gruppo Fiat) e Hundai, sono stati usati durante le parate militari dei Pasdaran (Iran Watchlist) e come mezzi di trasporto dei miliziani Basij, durante le repressioni delle proteste popolari scoppiate nella Repubblica Islamica nel 2009. Per queste ragioni, nel marzo del 2012, il gruppo di pressione americano United Against Nuclear Iran – UANI, aveva lanciato la “Auto Campaign”, una campagna politica tesa a sensibilizzare le multinazionali del settore automobilistico sugli effetti indiretti del business con la Repubblica Islamica. Proprio grazie a questa campagna, molte società – tra cui la Fiat – avevano interrotto i loro affari con l’Iran (UANI).

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Il 22 luglio scorso, la Farnesina ha ospitato un evento denominato “Promuoviamo e Proteggiamo i Diritti Umani” (Tweet Gentiloni). Se davvero l’Italia intende portare avanti questo obiettivo, la strada le business – diretto e indiretto – con i Pasdaran certo non aiuta. Al contrario, Roma dovrebbe porre come precondizione per la ripartenza del business con l’Iran la fine del sostegno al terrorismo internazionale (legato ai Pasdaran), il rispetto delle libertà fondamentali del popolo iraniano e il rilascio dal carcere di molti attivisti ingiustamente (e illegalmente) detenuti. Tra questi ricordiamo Narges Mohammadi, Hossen Ronaghi Maleki, Atena Daemi, Atena Farghadani, l’Ayatollah Boroujerdi e i tre leader dell’Onda Verde – Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard e Mehdi Karroubi – costretti da anni agli arresti domiciliari senza aver mai subito alcun processo formale.

Miliziani Basij investono con un camion i manifestanti iraniani

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