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Nel rumore delle guerre intestine e settarie, drammatiche, che si stanno combattendo in Siria e Iraq, non si odono (per ora) le voci di dissenso interno ai vari schieramenti. Queste voci, però, esistono e, quando raccontate, offrono uno spaccato drammatico della situazione.

In un report speciale pubblicato dal think tant Washington Institute for Near East Policy, vengono riportate le voci di dissenso dei miliziani jihadisti di Hezbollah, nei confronti del regime iraniano. In particolare, grazie alla condizione di anonimato offerta, i miliziani di Hezbollah lamentano il fatto di essere considerate vite di serie B. Secondo quanto denunciano, infatti, il comandante iraniano Qassem Soleimani – a capo della Forza Quds dei Pasdaran – intepreta la sua missione principale come quella di salvare gli iraniani. A tale scopo, egli considera gli arabi sciiti impegnati in Siria e Iraq, come sacrificabili.

I vecchi combattenti di Hezbollah, consapevoli di questa situazione, si sono costantemente allontanati dal Partito di Dio, Questi combattenti, quindi, sono stati sostituiti da giovani ragazzi disoccupati a cui, più che l’ideologia, interessa un salario sicuro (almeno fino alla morte). La guerra in Siria, sta isolando le Comunità sciite del Libano e le sta allontanando anche dal regime iraniano. Un allotanamento che ha un effetto sugli stessi reduci sciiti della jihad siriana: una volta tornati nelle loro Comunità, dopo le cerimonie di facciata, questi miliziani restano spesso ai margini della società e diventano tossicodipendenti.

A quanto sembra, Qassem Soleimani non è molto disponibile al dialogo e alle critiche. Quando la leadership di Hezbollah non ha risposto alla richiesta di Soleimani di inviare nuovi jihadisti ad Aleppo, il comandante Pasdaran ha tagliato i salari per tre mesi, sino a quando Hezbollah non si è piegato. Insomma: una vera e propria relazione tra padrone e sottomesso che, ovviamente, ha creato una generale disilussione, soprattutto sul mito della possibile creazione di una “identità unita degli sciiti”.

Di seguito il link per leggere il report completo, in inglese:

http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/hezbollah-losing-its-luster-under-soleimani

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Il 12 dicembre scorso, proprio mentre Angelino Alfano si apprestava a sostituire Gentiloni alla Farnesina, il Ministero degli Esteri italiano diramava un comunicato ufficiale su Aleppo. Nel comunicato, la Farnesina esprimeva preoccupazione per la situazione ad Aleppo est, riaffermando “l’imperativo di proteggere la popolazione civile e rispettare il diritto umanitario internazionale”. Belle parole, ma purtroppo nulla di più (Esteri).

Già perchè la condanna di quanto succeede ad Aleppo da parte del Ministero degli Esteri italiano, suona alquanto stonata. E’ proprio dalla Farnesina, infatti, che in questi anni è stato promosso il riavvicinamento tra Roma e Teheran. Un riavvicinamento talmente veloce e assertivo, da portare addirittura la radicale Emma Bonino ad affermare pubblicamente che “l’Italia vuole vincere la gara di amicizia e collaborazione con l’Iran” (Rai News 24). Una gara che il Governo italiano ha quindi provato a vincere addirittura ricevendo Hassan Rouhani, a capo di un regime fondamentalista, come uno statista e coprendo in suo onore le statue nude in Campidoglio (New York Times). Negli ultimi anni la Repubblica Islamica ha praticamente godoto di un sostegno  incondizionato da parte del Ministero degli Esteri Italiano, sino a far dire a Rouhani che, ìOvviamente, a questo sostegno hanno fatto seguito decine di delegazioni economiche e politiche. In tal senso, come non ricordare i velatissimi viaggi in Iran, non solo dell’ex Ministro Bonino, ma anche della Presidente della Camera Boldrini e della Presidente del Friuli Venezia Giulia, Deborah Serracchiani (No Pasdaran). Tutte donne Occidentali e riformiste, incapaci di dire una singola parola sui diritti delle donne iraniane, davanti ai Mullah iraniani…

Ora veniamo al conflitto siriano. In Siria, a sostegno di Bashar al Assad, sono oggi impegnati oltre 70,000 truppe iraniane, ma si vocifera che siano almeno il doppio. A queste vanno sommate le milizie sciite controllate da Teheran, primo fra tutti Hezbollah, ma anche i gruppi paramilitari provenienti dall’Iraq e le brigate composte da afghani, pakistani e palestinesi. Come ammesso dagli stessi iraniani, sono queste milizie paramilitari sciite che, direttamente dal terreno, informano l’aviazione russa sulle aree da bombardare. Ergo, sono queste milizie comandate dall’Iran, le prime responsabili dei massacri di civili attualmente in corso ad Aleppo Est. Non solo: secondo quanto riporta il Guardian, sono ancora queste milizie che stanno impedendo ai civili sopravvissuti di lasciare la città in fiamme (The Guardian).

Davanti alla tragedia di Aleppo, quindi, non è più possibile tergiversare e girare intorno alle parole. Se davvero il Ministro Alfano vuole imprimere un nuovo passo alla diplomazia italiana, deve iniziare allontanando l’immagine dell’Italia da quella del regime iraniano. Lo deve fare non solo come segno di solidarietà per i civili siriani, ma anche per la tutela degli stessi interessi nazionali italiani. La guerra siriana non finirà ad Aleppo. Al contrario, dopo la possibile vittoria manu militari, il risentimento sunnita verso gli sciiti non potrà che aumentare, provocando ancora morti e dolore. In questo contesto, sicuramente, l’appiattimento di Roma sulle posizioni di Teheran, nel lungo periodo, non farà che danneggiare l’Italia, i suoi valori democratici e i suoi stessi interessi geopolitici ed economici.