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Lo scorso 19 febbraio, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha accusato l’Iran di favorire il conflitto settario in Medioriente e di voler trasformare la Siria e l’Iraq in due Paesi totalmente sciiti.

Le parole del Ministro turco, hanno provocato la rabbia di Teheran: il Portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi ha reagito accusando nuovamente Ankara di sostenere gruppi terroristici (Good Morning Iran), e ha annunciato la convocazione dell’Ambasciatore turco in Iran, Hakan Tekin. Il Portavoce Ghassemi ha anche aggiunto alle sue dichiarazioni una velata minaccia, affermando che “la pazienza iraniana ha un limite” (Reuters).

Neanche a dirlo, anche la Turchia ha risposto alle scelte iraniane. Il Ministero degli Esteri di Ankara ha rilasciato un comunicato ufficiale, invitando il regime iraniano ad avere un “atteggiamento costruttivo” e sottolineando che la pretesa iraniana di avere un comportamento “positivo e onesto” è assai contraddittoria (Ministero degli Esteri Turchia).

L’escalation della crisi diplomatica tra Turchia e Iran, deve assolutamente preoccupare la Comunità Internazionale. Non solo coinvolge un Paese Nato, ma soprattutto due visioni opposte di intendere le crisi mediorientali e lo stesso Islam. In questo contesto, davanti ad una Turchia che si riavvicina sempre di più alla Russia e alle monarchie sunnite del Golfo, continuare a legittimare la Repubblica Islamica rischia di provocare nuove crisi difficilmente sanabili pacificamente.

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Per dimostrare che l’appeasement con l’Iran non funziona, sarebbe bastato analizzare l’esperienza delle presidenze di Rafsanjani e di Khatami. L’Occidente, però, ha avuto bisogno – per ragioni prevalentemente di ingenuità geopolitica – di una nuova esperienza, decidendo di cancellare anni di lavoro per isolare il regime iraniano, al fine di illudersi ancora di poterlo cambiare.

Come suddetto, si è trattato solamente di una grande illusione. Una illusione che, purtroppo, sta costando un prezzo altissimo, sia in termini di abuso silenzioso dei diritti umani, che in termini economici e geopolitici. Vogliamo dimostrarvi quanto suddetto, sperando che serva a chi di dovere per aprire gli occhi e mutare il passo, finchè è ancora possibile.

In primis parliamo del processo politico che ha portato all’accordo nucleare. Come ormai noto, quel processo politico ha origine in Oman sin dalla presidenza di Ahmadinejad. Un negoziato segreto che, come rivelato in questi giorni, ha volontariamente portato la Presidenza Obama ad abbandonare ogni ipotesi di sostegno agli attivisti del movimento riformista Onda Verde (Bloomberg). Il risultato è noto: l’Onda Verde fu repressa dal regime iraniano senza praticamente opposizione e i due leader di quel movimento – Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – si trovano ancora agli arresti domiciliari.

Sempre in nome di un pezzo di carta (perchè questo è Iran Deal, niente di più), l’Occidente ha abiurato a tutte le redline che aveva imposto a gran voce negli anni precedenti al negoziato (Foreign Policy Intitiave). Il programma nucleare iraniano è rimasto praticamente intatto, cosi come quello missilistico. Di converso, gli Stati Uniti hanno permesso la fine di importanti sanzioni sul nucleare, andando praticamente a rimpolpare le casse di un regime fondamentalista e dei suoi pretoriani Pasdaran.

In seguito alla firma ufficiale dell’accordo nucleare a Vienna nel luglio del 2015, la diplomazia internazionale aveva provato a vendere l’Iran Deal come fosse oro, parlando degli effetti positivi che questo avrebbe avuto su tutta la regione mediorientale e sul popolo iraniano. A distanza di un anno, quindi, quali sono i risultati? A questa domanda si potrebbe rispondere con una sola parola: nulla. Peggio, si dovrebbe aggiungere che l’Iran Deal ha drammaticamente peggiorato sia la sicurezza della regione mediorientale, che la sicurezza stessa degli iraniani.

Medioriente: l’Iran Deal ha praticamente legittimato le decennali azioni illegali del regime iraniano e la sua interferenza negli affari interni di altri Paesi. Grazie a questo accordo, quindi, l’Iran ha percepito di avere mano libera per le sue azioni in Siria, Iraq, Yemen e Libano. L’effetto naturale di questo sbilanciamento dell’equilibrio regionale, è stata la reazione del mondo sunnita, prevalentemente a guida saudita. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: la crisi in Siria si è talmente acuita dal determinare l’intervento diretto della Russia nel conflitto. La Lega Araba ha dichiarato Hezbollah un gruppo terrorista e Riyad e Teheran sono quasi arrivati ad uno scontro frontale. Isis è ancora li e la regione sta praticamente scoppiando in preda a conflitti settari;

Diritti Umani: fare la lista degli abusi sui diritti umani compiuti in Iran, dopo l’accordo nucleare, richiederebbe ore e ore. Qui, basti rilevare che l’Iran ha avviato una vera e propria campagna maccartista contro il cosiddetto “nufuz“, ovvero la supposta guerra culturale dichiarata dall’Occidente all’Iran. In nome di questa guerra, i Pasdaran hanno arrestato decine di attivisti, intellettuali, oppositori politici, membri di minoranze religiose ed etniche e cittadini con doppia cittadinanza. A differenza del passato, però, tutto questo sta andando in onda senza neanche una singola parola di condanna da parte delle grandi diplomazie democratiche.

C’è quindi una seconda domanda, relativa al lato material dell’Iran Deal: quali vantaggi economici ha portato l’Iran Deal? Anche in questo caso, la risposta è secca: quasi nulla. Dopo la firma dell’accordo, infatti, una pletoria di delegazioni politico-commerciali ha raggiunto Teheran dall’Occidente. Tante parole, tante promesse, ma pochi fatti. L’Iran, fatica a rivedere il modello dei suoi contratti petroliferi. Con gli abusi sui cittadini con doppia cittadinanza, quindi, il regime fatica anche a dimostrare di essere in grado di garantire la sicurezza degli investitori (e dei loro intermediari). Khamenei, piuttosto che invogliare l’arrivo di tecnologia e capitali, passa le sue giornate ad attaccare l’Occidente, rimarcando come solo la “jihad” rappresenti la soluzione per l’economia iraniana.

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Perchè tutto questo? Quale logica razionale spiega quanto sta avvenendo? La risposta non deve essere trovata nella logica, ma nella natura del regime iraniano. Il famoso storico della Guerra Fredda Vladislav Zubok, parlando dell’URSS, scriveva:

Possiamo realmente separare la Guerra Fredda dalla stessa Unione Sovietica? Avrebbe mai una nazione del genere potuto funzionare in qualunque altro contesto? Vale la pena di ricordare che la Rivoluzione bolscevica fu essa stessa una dichiarazione di guerra contro gli Stati nel sistema internazionale dell’epoca…l’Unione Sovietica fu, perciò, uno Stato configurato unicamente per la Guerra Fredda...”

Ora, per capire perchè tutti gli appeasement verso l’Iran sono praticamente falliti e perchè fallirà anche quello verso Rouhani, basta traslare le parole di Zubok alla Rivoluzione Khomeninista del 1979. Come i rappresentanti stessi del regime iraniano dichiarano, quella Rivoluzione fu una dichiarazione di guerra alla Comunità Internazionale, non solo in opposizione a quello che era allora il sistema bipolare, ma anche ai valori e alla storia delle relazioni internazionali. Non a caso, cosi come dopo il 1917 i bolscevichi rivelarono il contenuto dei trattati internazionali firmati dallo Zar, cosi gli “studenti islamici” presero in ostaggi l’Ambasciata Americana a Teheran. Il senso era lo stesso: “viviamo nel conflitto e non seguiamo le regole di una storia in cui non ci riconosciamo”.

Anche verso l’Unione Sovietica fu applicato l’appeasement. Senza dubbio, anche in quel caso talvolta servi’ alla sicurezza internazionale, ma rappresentò solamente un modo per procastinare un problema. L’URSS fu sconfitta dalla superiorità economica, dei valori e degli armamenti da parte dell’Occidente. Una superiorità che, unita all’isolamento di Mosca, costrinse l’Unione Sovietica ad una corsa verso il baratro, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni interne. In maniera non dissimile, il solo modo per cambiare l’Iran è costringerlo a fare i conti con le sue contraddizioni interne. Forzare i vertici fondamentalisti del regime, a fare i conti con una società vitale e con una popolazione giovanile altissima che, più che del Corano, ha bisogno del pane per mangiare e dell’aria per respirare. Ergo: non ci sarà alcun Gorbacev iraniano, pena la fine del regime stesso…

Il resto è solo una ingenua illusione…

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In pochi giorni il Presidente turco Erdogan sembra aver dato una svolta radicale alla politica estera della Turchia. Dopo il fallimento dell’ipotesi “zero nemici” e dell’abbattimento del regime di Bashar al Assad in Siria, il leader dell’AKP sembra aver deciso di voltare pagina.

A Roma e’ stata finalizzata la pace tra Israele e Turchia. In cambio di alcune riparazione economico-umanitarie per il caso della Mavi Marmara, i due Paesi hanno deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche, economiche, militari e di sicurezza. Non solo, hanno anche deciso di approfondire le relazioni energetiche, un aspetto importante considerando i giacimento offshore scoperti al largo delle coste israeliane e il ruolo della Turchia come territorio di passaggio di importanti pipeline verso l’Europa (Hurriyet Daily News).

L’accordo tra Israele e Turchia cela la debolezza di Hamas, ormai un attore in cerca di sopravvivenza per mantenere il suo ‘statarello de facto’ a Gaza, ma anche il sostegno (o perlomeno il non ostacolo) anche dell’Arabia Saudita, un Paese che attualmente ha avviato una nuova collaborazione con il Presidente Erdogan. Il Re saudita Salman, ha infatti iniziato una politica di dialogo anche con la Fratellanza Mussulmana, di cui Erdogan e’ oggi il principale esponente.

Al fianco della riconciliazione con Israele, la Turchia avrebbe anche offerto a Mosca le sue scuse ufficiali per l’abbattimento del Su-24 avvenuto lo scorso anno. Nella lettera di scuse ufficiali, Erdogan ribadisce a Putin la centralità dei rapporti strategici tra la Russia e la Turchia (Russia Today). Si tratta di rapporti estremamente importanti sia in tema di interscambio commerciale e che di import energetico (per Ankara).

Nello stesso momento in cui Erdogan da prova di realismo, dall’Iran trapela la notizia del viaggio di Ali Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, a Mosca. Shamkhani e’ l’uomo chiave delle relazioni tra l’Iran e la Siria ed e’ stato da poco nominato anche come mediatore delle relazioni tra Teheran-Damasco e Mosca. Secondo le notizie ricevute, in Russia Shamkhani ha incontrato il suo omologo Nikolai Patrushev e l’inviato speciale di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev (EA WordView).

In merito al contenuto dei colloqui non ci sono informazioni ufficiali. E’ noto pero’ che i russi non sono contenti del comportamento dei comandanti iraniani nella campagna per la riconquista di Aleppo (mentre gli iraniani accusano l’aviazione russa di scarso supporto). Allo stesso modo, e’ noto che Mosca non considera Bashar al Assad un partner non sacrificabile.

Chiaramente, pero’, sul tavolo della discussione c’e’ stata anche la svolta compiuta da Erdogan, un partner che la Russia ritiene importante. Nonostante l’alleanza tattica tra Mosca e Teheran in Siria, Putin non vede la geopolitica della regione Mediorientale come Khamenei. Putin non intende portare lo scontro con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita fino allo stremo. Al contrario, il Presidente russo ritiene la monarchia saudita un partner necessario, anche per combattere il jihadismo wahhabita presente nel Caucaso.

Con la riconciliazione tra Israele e Turchia – tesa a bloccare l’espansionismo imperialista iraniano nel Mediterraneo, in primis in Siria e Libano – e con la normalizzazione dei rapporti russo-turchi, l’Iran comincia a sentire il peso della strategia a tenaglia che il fronte sunnita gli sta costruendo introno. Una strategia che intende isolare Teheran e premere sugli Stati Uniti per far fallire la normalizzazione dei rapporti tra Occidente e Repubblica Islamica.

 

 

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Immaginiamo insieme: pensiamo ad un qualsiasi leader di un Paese Occidentale che, durante un incontro istituzionale, dicesse “dobbiamo istituzionalizzare lo spirito del sacrificio e del martirio, come parte significativa della cultura pubblica, compresa la struttura del sistema educativo. Questo proteggerà il Paese dalle cospirazioni. Se una frase del genere fosse detta in Occidente, il leader politico responsabile di queste affermazioni sarebbe subito descritto come un folle o un estremista pericoloso, promotore del peggior estremismo. Se questa frase poi fosse affermata da un leader religioso cristiano o ebreo, apriti cielo, l’Islam politico si leverebbe sulle sedie e chiamerebbe il volgo alla protesta di massa. La stessa massa che brucerebbe bandiere e invocherebbe la morte della cultura Occidentale…

Purtroppo, quando si tratta delle affermazioni di molti leader del Levante, questa stessa immaginazione non funziona. Soprattutto non funziona quando si tratta del Presidente iraniano Hassan Rouhani, elevato a fonte di moderazione, senza neanche darsi pena di ascoltare quanto egli afferma all’interno della Repubblica Islamica. Le parole che vi abbiamo appena riportato, infatti, sono proprio quelle dette da Rouhani durante un incontro con il Supremo Consiglio per la Promozione della Cultura del Sacrificio e del Martirio. Non solo: queste parole sono fieramente pubblicate sul sito del Presidente della Repubblica dell’Iran (President.ir).

E’ bene che si eviti di fare discorsi tesi a sminuire il valore di discorsi simili, soprattutto per quanto riguarda l’Iran. L’Imam Khomeini, fondatore dell’attuale Repubblica Islamica, e’ stato infatti colui che ha sacralizzato il concetto di “martirio” all’interno dell’Islam sciita, rendendolo un vero e proprio pilastro di fede. Un pilastro che, per la cronaca, non e’ servito solo per  eliminare il regime dello Shah o nella guerra contro l’Iraq. Si tratta di un concetto che il regime iraniano ha traslato per “combattere la cultura Occidentale”, usando miliziani Pasdaran e diffondendo la jihad nel mondo. E’ proprio ‘grazie’ a questa ideologia che, gli attentati suicidi (anche noti come kamikaze) sono entrati nella storia dell’Islam contemporaneo, prima sciita-khomeinista, poi sunnita-Fratelli Mussulmani.

Relegare affermazioni simili a mero costume, quindi, non e’ solamente storicamente sbagliato, ma anche drammaticamente pericoloso. Soprattutto in un Medioriente dominato ormai dai jihadisti sciiti e sunniti e in preda ad una vera e propria guerra settaria.

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L’accordo nucleare firmato ieri a Vienna delude, ma non sorprende nessuno. Era ovvio che si sarebbe arrivati ad un compromesso, perché questo era l’interesse sia degli Occidentali che del regime iraniano. Era interesse degli Occidentali liberarsi della questione nucleare iraniana, particolarmente oggi in cui il focus e’ l’isolamento di Mosca e l’obiettivo di dare agli europei fonti energetiche alternative a quelle russe. Ecco allora spiegata l’importanza di rimettere Teheran in gioco e unire il gas iraniano a quello che azero, destinato a raggiungere l’Europa nel prossimo futuro grazie al pipeline TAP. Era interesse iraniano firmare questo accordo per trovare una storica legittimità internazionale, far accettare alla prima potenza mondiale il ruolo egemone della Repubblica Islamica nell’area del Golfo e far riportare l’economia iraniana, ormai in vera e propria fase di stagnazione. Insomma: siamo davanti ad un accordo politico e non tecnico, un accordo che legittima un programma nucleare clandestino e che butta all’aria anni di iniziativa diplomatica e di sanzioni, capaci di ottenere il sostegno anche di alleati storici dell’Iran come la Cina e la Russia.

Oggi, pero’, piuttosto che scrivere righe e righe sulla posizione dell’opposizione iraniana all’accordo nucleare, abbiamo deciso di usare le parole di una terza parte per descrivere la pericolosità di questo accordo.  Abbiamo scelto di farlo usando le parole di Richard N. Haass, Presidente del noto think tank americano Council on Foreign Relations – CFR. Nessuno, obiettivamente, può accusare il CFR di essere stato contrario al negoziato con la Repubblica Islamica o di aver preso una posizione ideologica sul dialogo con Teheran di questi mesi. Nonostante tutto, nella prima intervista rilasciata dopo la firma dell’accordo a Vienna, Richard Haass ha bocciato, senza mezzi termini, quanto deciso dal 5+1 a Vienna. Una bocciatura che e’ stata sintetizzata dal CFR con questo titolo (riportiamo direttamente in inglese): “Imperfect’ Iran Accord Could Exacerbate Mideast Situation“, ovvero, l’accordo imperfetto con l’Iran provocherà un amplificazione delle crisi mediorientali. Premesso il titolo, andiamo a riportare i punti salienti dell’intervista (link), ovvero come il Presidente del CFR spiega la sua posizione.

Personalmente” – afferma Haass – “sono maggiormente preoccupato delle conseguenze di lungo periodo (derivate dal rispetto iraniano dell’accordo stesso), piuttosto che dagli effetti nel breve termine determinati da una violazione dell’accordo stesso da parte dell’Iran“. Ancora: se per un verso Haass dichiara che nei prossimi 15 anni Teheran non produrrà una bomba nucleare, per un altro verso afferma senza mezzi termini: “risorse finanziarie significative cominceranno ad arrivare in Iran e Teheran potrà usarle per ogni scopo. Ci sara’ un lifting all’embargo sulle armi dopo cinque anni e dopo otto ci sara’ anche un lifting sull’importazione della tecnologia missilistica. All’Iran verrà permesso di mantenere tutta la capacita’ nucleare e ciò’ rappresenta un risultato molto lontano da quello che le Nazioni Unite e altri avevano sostenuto inizialmente…La mia preoccupazione e’ che l’Iran inizi a preposizionare le centrifughe dopo dieci anni e, dopo quindi anni, inizi ad arricchire l’uranio. In pratica, potrebbe preparare la strada per il ‘breakout’. Nell’accordo non c’e’ nulla che impedisca questa possibilità…Ergo, mi impensieriscono meno gli effetti strategici di una ‘non-compliance’ iraniana, piuttosto che gli effetti strategici significativi di una ‘compliance’ iraniana“. 

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Utilizzando le parole di un ex diplomatico americano (George Kennan), alcuni credono che questo accordo avrà la capacita’ di addolcire l’Iran. Penso che questo sia un ‘pensiero speranzoso’…Spero sia vero, ma personalmente non lo condivido. Semmai, il flusso di risorse avrà esattamente un effetto contrario…e ritengo sia un errore difendere questo accordo basandosi sull’idea che cambierà il comportamento del regime iraniano“. Parlando delle fazioni in lotta all’interno del regime iraniano (Bazari, Pasdaran, Clerici, Pragmatici), Richard N. Haass, evidenzia ancora un punto importante: “Non credo che, ad oggi, sia possibile prevedere cosa accadrà. E’ anche possibile che il regime, nel breve periodo, radicalizzi le sue posizioni, per dimostrare di non essersi inchinato al ‘Grande Satana’. Quindi, bisogna stare attenti nel prevedere o credere che ci sara’ una moderazione nel comportamento dell’Iran verso i suoi cittadini e verso i suoi vicini“.

Parlando degli effetti regionali dell’accordo nucleare, Richard N. Haass parla di una alleanza vera e propria tra Israele e Arabia Saudita e sottolinea come, dopo l’accordo, gli Stati Uniti debbano ricostruire una strategia con gli alleati in Medioriente, non solo Gerusalemme e Riyadh, ma anche la Giordania, minacciata direttamente dalla crisi siriana (Amman ha da poco bloccato un tentativo di attacco terrorista organizzato da una cellula finanziata dall’Iran). In tal senso, quindi, Haass afferma: “Washington deve lavorare per scoraggiare i regimi arabi e la Turchia nel loro obiettivo di realizzare un ‘hedging’ (copertura, ombrello), contro il programma nucleare iraniano, iniziando dei loro programmi nucleari (proliferazione). Male come e’ messo oggi il Medioriente, e’ possibile immaginare una situazione ben peggiore: un Medioriente capace di avere dita multiple su multiple bombe nucleari“.

Ritornando nuovamente al contenuto dell’accordo, il Presidente del CFR rimarca come: “non si capisce perché sia stato imposto un limite alle centrifughe di dieci anni e all’arricchimento di quindi anni, quando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e’ a tempo indeterminato. Personalmente avrei optato per un vincolo a tempo indeterminato al programma nucleare iraniano e se l’Iran avesse rigettato la proposta degli Stati Uniti e dell’Europa, avremmo dovuto essere preparati a non firmare questo accordoancora, non capisco il lifting all’embargo sulle armi di cinque anni e sui missili di otto anni…c’erano troppe aree in cui dovevamo distinguere meglio le diverse posizioni, piuttosto che insistere nell’ottenere qualcosa più vicino alle nostre posizioni”. 

Concludendo, questo e’ il giudizio finale del Presidente del CFR Richard N. Haass sull’accordo di Vienna: “E’ imperfetto e non risolve i problemi delle ambizioni nucleari dell’Iran. Alla meglio, ci farà guadagnare quindi anni. Inoltre, non risolve i problemi relative al ruolo regionale dell’Iran. Peggio, potrà esacerbare questo ruolo, grazie alle risorse che l’Iran incamererà, sia finanziarie che psicologiche“.

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Gebran-Basel

E’ ormai una consuetudine in Occidente rappresentare Hezbollah come una forza libanese, parte ormai del tessuto politico di Beirut. Peccato che – come spesso accade – il disegno del Medioriente che l’Occidente crea, molte volte, non corrisponde a quello che gli autori locali disegnano. Ecco allora che, proprio perché rinnegano le ingenuità Occidentali, alcune importanti denunce di politici arabi non vengono ascoltate a dovere. Oggi, in particolare, ci riferiamo alle parole del Ministro degli Esteri libanese Gebran Bassil. In una intervista con il giornale Asharq al Awsat, infatti, Bassil ha chiesto ai Paesi Arabi di lavorare per contrastare la presenza iraniana nella regione mediorientale.

Secondo Bassil “gli Stati Arabi devono impedire l’espansione iraniana e prendere l’iniziativa. Loro sono i soli a poterlo fare e nessun altro può farlo per loro. Se l’Iran beneficerà dalle divisioni interne dei Paesi Arabi, gli Arabi stessi saranno i primi responsabili di questo accadimento“. Continua ancora il Ministro libanese: “l’Iran usa la retorica della resistenza anti-israeliana come strumento per infiltrarsi all’interno del mondo Arabo e guadagnare consenso. Lo scopo di Teheran  e’ quello di portare gli Arabi a combattere contro Israele, al fine di sfruttare la crisi per imporre l’agenda iraniana nei Paesi Arabi“. Le parole del Ministro degli Esteri Bassil arrivano alla vigilia del viaggio del Primo Ministro libanese Salam in Arabia Saudita.

Purtroppo, come detto, le parole del Ministro Bassil sono passate – almeno sinora – inosservate in Occidente. Cio’, nonostante il fatto che Bassil, per questioni di dinamiche interne libanesi (che sfiorano la guerra civile), sia parte di un Governo che, purtroppo, e’ costretto ad includere Ministri del movimento terrorista Hezbollah al suo interno. La stessa presa di posizione durissima di Bassil contro l’Iran rappresenta una sorpresa per molti osservatori, considerando che sinora il Ministro degli Esteri libanese si era sempre tenuto in una terra di mezzo, concentrando le sue accuse soprattutto contro lo Stato Islamico. Si tratta di un segno evidente dell’estrema frustrazione del mondo arabo verso l’ingerenza della Velayat-e FaqihAltrettanto inosservate, quindi, sono passate le parole del Ministro della Giustizia libanese Ashraf Rifi a Sky News Arabia. Parlando di Isis e Hezbollah, Rifi ha denunciato il mini-Stato nello Stato creato da Hezbollah agli ordini di Teheran e si e’ detto sicuro che sia Daesh che il Partito di Dio spariranno presto.

Una previsione forse troppo ottimista, ma anche una speranza per il bene di tutto il Medioriente e dell’intera Comunità Internazionale. Vogliamo solo ricordare che, proprio per le ingerenze iraniane tramite Hezbollah, ormai da oltre un anno il Libano non riesce ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. 

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Bernard Lewis, grande esperto di Medioriente, ha scritto un libro dal titolo magistrale: “il linguaggio politico dell’Islam”. Un libro stampato e ristampato ma, purtroppo, poco tenuto a mente. Quando un importante leader politico islamico parla, scrive o pubblica idee sui social, un buon analista dovrebbe essere attento alle parole che vengono usate. Questa affermazione e’ particolarmente vera quando si parla della Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei. Ecco quindi che, tutti i tweet pubblicati sugli account (in farsi e in inglese) devono essere letti attentamente e, ove necessario, compresi profondamente. In questi ultimi giorni, quindi, Khamenei ha pubblicato una serie di tweet sul risveglio islamico – in Occidente noto come le “Primavere Arabe” – e sul futuro del Medioriente. I suoi tweet, si badi bene, erano direttamente ricollegati ad alcuni discorsi rilasciati dalla Guida Suprema nelle stesse ore.

Vogliamo sottolineare due tweet in particolare che, secondo la nostra analisi, devono essere tenuti a mente dall’Occidente, perché potrebbero avere delle conseguenze dirette sulla stabilita’ dell’intera regione Mediorientale. Poco prima delle celebrazioni dell’Eid al Mab’ath – la proclamazione di Maometto a Profeta – Khamenei ha pubblicato questo tweet: gli arroganti hanno temporaneamente soppresso il Risveglio Islamico, ma non potranno sopprimerlo per lungo tempo. La grande potenza islamica non può essere trascurata. Abbiamo volontariamente colorato in rosso la parola “arroganti”, perché in questo termine sta tutto il significato del messaggio di Khamenei.

Il vero significato dell'”arroganza” nel pensiero dell’Islam radicale

Per capire di cosa parliamo dobbiamo ritornare all’inizio del 1900 e, paradossalmente, andare a ricercare il pensiero di un ideologo dell’islamismo radicale sunnita: Sayyid Qutb. Dopo Al Banna – fondatore dei Fratelli Mussulmani – Sayyid Qutb e’ considerato l’ideologo principale della salafia, colui che probabilmente influenzato maggiormente il pensiero dell’Islam radicale. Per sommi capi, Qutb divideva il mondo in due sfere: una sfera rappresentante un “Islam dei veri credenti” (rappresentante il Partito di Dio), e una sfera rappresentante la jahiliyya, ovvero il mondo dell’ignoranza (il Partito di Satana). Si badi bene, pero’: nel pensiero di Qutb, il termine “ignoranza” ha lo stesso significato di “arroganza”. Come sottolinea William E. Shepard – autore del saggio “la dottrina della jahiliyya nel pensiero di Sayyed Qutb” – nel Corano la parola jahiliyya non compare mai con come semplice ignoranza. Al contrario, nel Corano il termine ignoranza compare sempre collegato ad una forte ostilita’ e aggressivita’ di coloro che portano avanti un pensiero pagano e anti islamico (esempio: “la fiera arroganza della jahiliyya“, Corano 48:26).

Da questa interpretazione del concetto di jahiliyya, quindi, si arriva al passo successivo del pensiero radicale di Qutb: se l’ignoranza indica un senso di aggressività da parte del pagano, da ciò deriva anche il dovere del mussulmano di portare avanti un jihad offensivo, inteso come un dovere del fedele di eliminare coloro che si oppongono all’affermazione della vera fede. Tra i nemici da eliminare, quindi, Qutb non individuava solamente i pagani Occidentali, ma anche tutti i leader arabi che non si conformavano al vero pensiero islamico

Ali Khamenei, il traduttore Persiano di Sayyid Qutb

Ali Khamenei e’ un grande conoscitore di tutto il pensiero di Sayyid Qutb, tanto da aver tradotto le opere del pensatore radicale sunnita in Farsi. Non e’ un caso, tra l’altro, che nonostante la divisione tra Sciiti e Sunniti, proprio l’Iran Khomeinista abbia da sempre tentato di avere (non sempre con successo) stretti legami con la Fratellanza Islamica. Come spesso accade, il pensiero estremista – pur nascendo da “ideologie diverse” – trova alla fine un punto di congiunzione. Ecco allora che il tweet di Khamenei sull'”arroganza” di coloro che vogliono sopprimere il risveglio islamico, acquista un significato diverso e drammaticoUn significato che dovrebbe far tremare tutti coloro che hanno a cuore la stabilita’ del Medioriente, soprattutto se lo si ricollega a questo altro tweet pubblicato, il 17 maggio, da Khamenei:

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Nello stesso giorno in cui, parlando davanti a diversi membri dell’establishment iraniano, Khamenei indicava nell’America la creatrice di Isis e nell’Occidente il primo nemico (perché creatore di una conoscenza artefatta), la Guida Suprema iraniana individuava le prime aree dove il risveglio islamico non poteva essere soppresso. Mentre i media internazionali si sono focalizzati sulle parole di Khamenei sullo Yemen, sul Bahrain e sulla Palestina, pochi hanno fatto attenzione al tweet di Khamenei sull’Egitto. Il significato di questo tweet e’ chiaro: il regime di al Sisi e’ parte della jahiliyya, ovvero quel Partito di Satana che si oppone al vero Islam. Per questo, messaggio indiretto contenuto nel tweet, in questo Paese in jihad offensivo e’ giusto e giustificato.

Concludendo, quindi, consigliamo a chi materialmente in Occidente e’ protagonista della vita quotidiana delle relazioni internazionali – e soprattutto chi ha a cuore la stabilita’ del Medioriente – di fare molta attenzione alla chiamata al jihad di Ali Khamenei. Una attenzione particolarmente alta, perciò, andrebbe dedicata allo Yemen, la porta dell’Iran per infiltrare il Sinai – usando i terroristi di Hamas e le bande beduine – per destabilizzare tutto l’Egitto. Un Egitto ritornato ad essere il fulcro dello svilupppo positivo del pensiero islamico, soprattutto dopo il coraggioso discorso di al Sisi ad Al Ahzar.

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