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Sono almeno 57 i detenuti messi a morte dal regime iraniano, solamente nei primi venti giorni del 2017. Venti di questi condannati, sono stati impiccati in un solo giorno, il 14 gennaio scorso, nelle carceri di Gohardasht, di Karaj, di Rasht e di Kermanshah. Il 17 gennaio, quindi, altri Quattro detenuti sono stati impiccati presso il carcere Vakilabad di Mashhad (Freedom Messenger).

Di seguito, invece, pubblichiamo le immagini delle ennesime esecuzioni capitali avvenute in pubblico in Iran. Questa volta, a finire sulla forca davanti alla folla sono stati due detenuti curdi, entrambi accusati di furto in una gioielleria. L’esecuzione è avvenuta presso Sarpol-Zahab l’8 gennaio del 2017 (Kurdpa).

Le esecuzioni pubbliche in Iran, sono state più volte condannate dalla Comunità Internazionale, soprattutto dalle organizzazioni per i diritti umani. Non solo si tratta di un metodo brutale e medievale, volto a incutere terrore nell’intera popolazione. Queste esecuzioni, purtroppo, hanno anche un risvolto sociale disarmamete: a guardare i detenuti penzolare da una corda, infatti, ci sono anche diversi bambini. Nel 2013, volendo simulare quanto aveva appena visto, un bimbo iraniano di 12 anni si è involontariamente impiccato da solo dentro casa (Radio Free Europe).

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Anche di questa donna, come nel caso precedente, non sappiamo il nome e cognome. Ciò che sappiamo, però, è quello che lei ci mostra e che ci racconta. Per quanto concerne quello che ci mostra, l’immagine non lascia spazio a commenti: ancora una volta, si tratta della schiena tumefatta di una giovane ragazza iraniana, frustata dal regime dopo aver compiuto qualcosa di “haram” (peccaminoso secondo l’Islam).

Questa volta, sempre grazie alla pagina Facebook “My Stealthy Freedom” – la mia libertà rubata – riusciamo ad avere una intervista diretta con la povera ragazza che ha subito questa punizione medievale. E’ lei, infatti, a raccontare di avere 28 anni e di essere andata ad un compleanno di un amico a Mashhad. Qui, è stata arrestata dale forze di sicurezza del regime, per aver bevuto dell’alcol, ufficialmente proibito in Iran. Poco dopo essere stata arrestata, la giovane ventotenne è stata portata in una clinica, dove è stata sottoposta all’alcol test, per vedere quanto aveva bevuto. Solo in seguito, quindi, la ragazza è stata trasferita in un centro detentivo ove è rimasta due giorni. Qui, una donna l’ha costretta a spogliarsi, trattandola come una poco di buono.

Dopo 48 ore detenzione, la ragazza è stata liberata. Sembrava tutto finito, ma non era cosi. Il regime non aveva dimenticato la sua “colpa”, ma solamente momentaneamente sospeso la questione. Due anni dopo il fatto, infatti, la ragazza è stata chiamata a pagare il prezzo di quel “crimine”: 80 frustrate sulla schiena. Rinchiusa in una piccola stanza del carcere, la ragazza è stata nuovamente costretta a spogliarsi e frustata senza alcuna pieta. Nonostante il dolore, le urla e il pianto, racconta la giovane, le frustrate continuavano sempre più forti. Mentre la frustava, la carceriera ordinava alla ragazza di chiedere perdono a Dio.

Chiudendo la sua intervista, la giovane fa una domanda, a cui noi non vogliamo dare risposta; “in quale parte del mondo, si subisce questo trattamento inumano, solamente per aver voluto festeggiare il compleanno di un amico?”

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