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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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Questo fine settimana, come vi abbiamo anticipato, il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni si è recato in visita in Iran. Prima della sua partenza, purtroppo senza successo, avevamo pubblicato un articolo in cui chiedevamo al Ministro Gentiloni di farsi portatore di un messaggio di libertà per due prigionieri politici detenuti nella Repubblica Islamica, l’attivista Atena Farghadani e l’Ayatollah Boroujerdi. Nessuna risposta positiva è arrivata in tal senso e la questione dei diritti umani – seguendo i lanci di agenzia in Italia e in Iran – non è stata neanche toccata durante la visita diplomatica.

Tralasciando quanto richiesto dal Collettivo No Pasdaran, gli argomenti affrontati durante gli incontri tra Gentiloni e i rappresentanti del regime iraniano, sono rientrati pienamente nei canoni della mera propaganda di Teheran e non hanno affrontato i veri nodi problematici al centro dei rapporti tra la Repubblica Islamica e l’Occidente. Ormai, infatti, il regime iraniano gode di una completa impunità per i suoi crimini, soprattutto per quanto concerne la lotta la terrorismo. In tal senso, il Ministro Gentiloni ha accettato passivamente una lezione di morale dai rappresentati del regime iraniano, in primis dal Capo del Consiglio Nazionale Supremo per la Sicurezza Ali Shamkhani e dal Presidente Rouhani. Shamkhani, secondo quanto scritto da Iran Daily, ha ricordato a Gentiloni che, se oggi l’Occidente ha un problema con il terrorismo , ciò è meramente dovuto agli errori commessi dagli stesso Occidentali nella scelta degli alleati nella regione Mediorientale. Stessa lezione di morale, quindi, è arrivata dal Presidente Rouhani che ha sottolieato come Tehran abbia sempre messo in guardia i Governi Occidentali dal sostenere il terrorismo in Siria, Iraq e Libia.

La Siria e l’Iraq, come noto, restano i casi emblematici della mistificazione iraniana. Come abbiamo già scritto decine di volte, se oggi la Siria è divenuta il centro dello scontro tra Sciiti e Sunniti e se Daesh (Isis) è riuscito a conquistare il supporto di diverse tribu’ sunnite (soprattutto in Iraq), la prima motivazione va ricercata nel sostegno di Teheran ai Governo settari di Bashar al Assad e al Maliki. Il regime iraniano, salvando il potere di Assad, ha trasformato la rivoluzione siriana in una lotta tra due terribili jihadismi, quello khomineista e quello salafita. Stessa cosa dicasi per l’Iraq: Teheran ha reso l’ex Primo Ministro iracheno al Maliki un burattino nelle sue mani, provocando l’estromissione dei sunniti e dei curdi dalla regia del potere in Iraq.

Ritenere, quindi, che la risoluzione del problema di Daesh passi per una alleanza speciale con il jihadismo sciita finanziato dall’Iran, è una risposta drammaticamente errata e destinata ad aumentare lo scontro all’interno del Medioriente. Altrettanto fallimentare, quindi, risulterà il progetto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite De Mistura per la Siria. De Mistura ha ormai sdoganato ufficialmente Bashar al Assad, descrivendolo come una presenza essenzale per la risoluzione del conflitto. Damasco ha immediatamente approfittato dell’occasione per dimostrare un pubblico sostegno al piano di De Mistura per una sospensione degli scontro ad Aleppo. Peccato che, tutto questo progetto, abbia sempre incontrato il parere contrario delle opposizioni siriane presenti nell’area di Aleppo (dove ancora combatte una opposizione non qaedista e salafita). Non solo: senza alcuna reazione da parte di De Mistura, Assad ha ordinato l’espulsione di due inviati delle Nazioni Unite, incaricati di portare aiuti umanitari proprio ad Aleppo. La loro colpa è stata quella di aver negoziato con i ribelli per far arrivare gli aiuti umanitari ai civili ancora presenti in città.

A proposito di terrorismo khomeinista, concludiamo questo articolo evidenziando il fatto che la questione dello Yemen non ha meritato alcuna attenzione durante la visita di Gentiloni. Per Teheran, come noto, si tratta di un argomento scottante, considerando il fatto che i Mullah hanno attivamente sostenuto e sponsorizzato il golpe degli Houthi a Sanaa. Anche in questo caso, però, il far finta di nulla rischia di essere un gioco pericoloso. Ciò vale soprattutto per l’Italia, impegnata nella lotta al jihadismo salafita in Libia in stretta alleanza con l’Egitto di al Sisi. Al contrario del Ministro degli Esteri italiano, l’egiziano al-Sisi ha pubblicamente afffrontato la questione dello Yemen, evidenziando una forte preoccupazione per quanto concerne il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, una porta chiave per l’accesso al Mar Rosso. In tal senso, in una intervista con il quotidiano saudita Asharq al Awsat, al Sisi ha definto la sicurezza dell’Egitto come direttamente connessa a quella degli Stati Arabi del Golfo e lo la stabilità del Golfo come “una redline per l’Egitto”.

Un chiaro messaggio all’Iran, ma anche a tutta  la diplomazia Occidentale: combattere il terrorismo salafita portando avanti una alleanza privilegiata con la Repubblica Islamica dell’Iran – e, indirettamente, tutti i suoi proxy  (leggi Hezbollah in Libano) – può anche essere una sorta di (discutibile) tattica nel breve periodo, ma rappresenta certamente una strategia antiterrorismo fallimentare nel medio e lungo termine.

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